Del petrolio, cigni neri e altre storie

Black_Swan-Cisne_Negro-St_Helens-Tasmania

 

Proseguendo nella ricerca dei trends, sia mega che mini (vedi precedente articolo), che ritengo siano da considerare assodati, credo che dobbiamo considerare anche il prezzo del petrolio, inteso in senso lato come costo dell’energia da fonti naturali, non rinnovabili, e di tutto quello che vi gira intorno.

 

PREZZO DEL PETROLIO

Prima di spiegare se e perché il prezzo del petrolio salirà, come la maggior parte degli analisti oggi ritiene, occorre secondo me fare i conti con un’altra teoria, quella del “cigno nero”, dal saggio “The black swan” dell’ex trader (ma il libro non é un trattato di finanza) Nassim Nicholas Taleb, uscito nel 2007. Devo dire che questa é stata la lettura che più ha inciso sul mio approccio alla finanza e in generale, una di quelle che più mi ha colpito e che, da allora, ho sempre cercato di tenere presente nelle mie scelte di investimento.

‘Cigno nero’ é qualunque evento che sia molto raro, perciò stesso imprevedibile, e che possa causare effetti devastanti in un determinato contesto (mercato, epoca storica, luogo). Così come esistono pochissimi cigni neri, e anzi molti di noi (almeno io) credevano che neanche esistessero dato che sono rarissimi, ci sono eventi il cui verificarsi non é considerato possibile, in quanto ci basiamo sull’esperienza e sulla conoscenza diretta. Per questo li escludiamo dal novero delle possibilità e ci comportiamo come se non esistessero proprio. Quando poi si verificano, colgono tutti di sorpresa e provocano danni enormi. In finanza si potrebbero fare moltissimi esempi del genere (dai tassi negativi alla crisi durata 7/8 anni).

La cosa che più mi ha colpito é però che questa teoria mette in crisi tutti i modelli delle teorie economiche che abbiamo studiato, basati sull’approccio probabilistico: si parte dal concetto che si realizzerà l’evento più probabile, in un mondo di comportamento razionale, e ad esso si conformano i comportamenti. Se siamo lontani da un livello atteso, o ‘di equilibrio’, a parità di altre circostanze si tenderà ad avvicinarsi ad esso. Se una società riteniamo che valga 100, e la borsa la valuta oggi 50, pensiamo che il prezzo della sua azione più o meno raddoppierà, magari resta da vedere in quanto tempo.

Se incontriamo un cigno nero, le certezze o le probabilità crollano. Se fallisce una grande banca americana di quelle “too big to fail” (successe con Lehman Brothers nel 2007), tutto può diventare possibile. Allora bisogna fare i conti con la possibilità, seppure remota, che si verifichi un evento-cigno nero, e – qualunque sia la scelta che facciamo – far sì che, in quel caso, l’effetto non sia devastante.

Ma che c’entra il cigno nero col prezzo del petrolio? C’entra, c’entra. Perché é vero che ora il prezzo é basso, ma se continuasse a scendere fino al punto in cui é uguale al suo costo di estrazione (ovvero il prezzo del materiale é nullo)? Ovvero se si verificasse l’evento-cigno nero che il prezzo va a 0? Del resto non abbiamo i tassi negativi? Allora  chi   ha (anche figurativamente) accumulato petrolio sarebbe rovinato.

La produzione di petrolio – o meglio la quantità estratta – é in calo evidente. Si ritiene che in questo secondo decennio del XXI secolo tutti gli impianti mondiali esistenti abbiano raggiunto o raggiungano il loro picco produttivo. Da lì si può solo scendere. Esistono teorie specifiche al proposito, come la teoria del picco di Hubbert (in base alla quale venne prevista la prima crisi petrolifera del 1973), basata sull’osservazione empirica e sullo studio delle caratteristiche fisiche degli impianti, ma con una base teorica.

Perché se la produzione di petrolio si riduce il suo prezzo necessariamente aumenta? Potrebbe anche esserci, in teoria, un crollo di domanda che comunque non consente al prezzo di salire. Questo potrebbe ben essere un “cigno nero”, ma se questo accade, significa molto semplicemente che la produzione mondiale (al 40% alimentata dal petrolio) e il trasporto (al 90%) sono crollati, ovvero che tutta l’economia mondiale (a partire dall’agricoltura) in pratica non esiste più. Allora l’ultimo dei nostri problemi sarebbe veramente la concentrazione di petrolio nel portafoglio di investimento…

Nello scorso anno, in effetti, si sono raggiunte quotazioni del petrolio talmente basse da sospettare l’incombenza di un bel cigno nero epocale. Non credo che sia così, perché per ora hanno ancora inciso: il rallentamento delle economie dei paesi sviluppati (Europa, Usa, Giappone) dato dalla coda della grande crisi iniziata nel 2008; il conseguente accumulo di scorte presso i produttori; lo sviluppo di fonti energetiche alternative al petrolio;  il venire meno per ragioni politiche degli accordi di cartello fra paesi esportatori e il fabbisogno di risorse in alcuni di essi per ragioni militari.

Ma mi sembra che tutti questi fattori, in prospettiva di medio termine, siano destinati a essere riassorbiti e torni a prevalere la crescita della domanda legata allo sviluppo. In gran parte mi pare che abbia pesato, nel crollo dei mesi scorsi, la spinta speculativa originata dall’idea che l’economia cinese stesse rallentando. Potremmo considerare possibile un cigno nero nel crollo repentino della Cina?

In linea di principio non potrebbe escludersi, ma non mi pare che questi siano i prodromi di un crollo: é bastato l’annuncio di un rallentamento della crescita cinese (dal 7 al 6,50% all’anno) per innescare la falsa credenza che i cinesi smettessero di domandare petrolio. Ma stanno ancora crescendo a tassi che noi europei ci sogniamo.

L’Asia potrebbe invece essere alla vigilia di un’ulteriore e formidabile espansione produttiva, con l’India di Modi e il Giappone di Abe che, saldandosi sulla scia di un’inedita alleanza di matrice ideologico-politica, potrebbero rappresentare un contropotere continentale in grado di sfidare il gigante cinese. E allora gli affanni della vecchia Europa e degli Stati Uniti, ma anche la lentezza dell’Africa e le incertezze dell’America Latina potrebbero ben essere compensati dalla nuova domanda asiatica.

 

 

In conclusione, il prezzo del petrolio aumenterà in maniera sensibile in un qualunque momento della storia da oggi ai prossimi quattro anni. E  se questo, com’è probabile, non determinerà un ciclo inflazionistico come accadde negli ’70, vuol dire che aumenterà il suo prezzo reale, quindi sarà ancora più caro rispetto agli altri beni.

 

Quali le conclusioni? A mio avviso, seguendo gli,obiettivi del nostro blog, due indicazioni di comportamento:

  • per l’asset allocation di portafoglio aumentare l’investimento in titoli oil sensitive come azioni sensibili al prezzo del petrolio (petroliferi, estrattivi, energetici) o in valute come il rublo russo o di paesi emergenti produttori; oppure prendere esposizione in ETF o certificati basati sul prezzo del petrolio;
  • Per le start-up evitare di investire in settori ad alto assorbimento di energia, privilegiare gli affari nei paesi produttori (Russia, Venezuela, Nigeria),oppure acquistare oggi anche con future s il petrolio o l’energia di cui si avrà bisogno

 

 

Altri mega – micro trends? Ai prossimi articoli le risposte.

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