Il non profit gestito con i criteri di una azienda

Oggi ricondivido sul mio Blog un articolo realizzato per lettera43.it e pubblicato qualche giorno fa. Buona lettura!
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I principi guida dell’attività di impresa e della gestione dei patrimoni finanziari possono essere applicati anche per finalità diverse dall’accrescimento dell’utile privato e costituire una parte importante di quello che viene definito come il settore del “non profit”, ovvero lo svolgimento di una certa attività con finalità benefiche per l’intera comunità, senza perseguire l’esclusiva logica del profitto.
Il non-profit a cui si fa riferimento, in questo contesto, è nel nostro Paese ancora poco sviluppato, ma sono convinto che l’intero terzo settore conoscerà nei prossimi anni uno sviluppo qualitativo e quantitativo formidabile.
IMPRENDITORI CHE FANNO DEL BENE. L’attività filantropica, specie in Usa e Regno Unito, è in genere originata e gestita da imprenditori o ex-imprenditori che, attraverso quei principi di efficienza, utilità e marginalità che per anni hanno applicato con successo nelle loro aziende, decidono di dedicarsi, con il non profit, a finalità di interesse generale e non di profitto privato, creando enti che, pur differendo profondamente dalla logica imprenditoriale per il fine filantropico che si propongono, molto hanno in comune con la gestione dell’attività d’impresa e con i principi che governano la stessa.
Nei casi più evoluti, le risorse impiegate in attività filantropiche sono considerate al pari delle altre forme in cui è investito il patrimonio familiare (aziende, strumenti finanziari, immobili, ecc.) e risultano inserite, per essere sottoposte a monitoraggio e valutazione continua, nel cosiddetto «cruscotto familiare» (family dashboard), ovvero quello strumento del tavolo di regia del family office attraverso il quale i vari componenti del portafoglio (asset) vengono gestiti in una logica di insieme, considerando dunque anche le interrelazioni.

Gli Stati del Nord incentivano alla filantropia

Il concetto di filantropia, che troviamo alla base del settore non-profit nei Paesi anglosassoni e del Nord Europa, trae origine dall’etica calvinista che vede nel successo e nella ricchezza un dono divino ottenuto grazie al lavoro e all’impegno dell’uomo che, almeno in parte, deve essere restituito alla comunità a vantaggio dei meno fortunati.
L’ordinamento di questi Stati favorisce iniziative del genere, consentendo ampia autonomia e vantaggi fiscali a chi esercita attività filantropiche: la ricchezza non è infatti qualcosa di cui vergognarsi o da nascondere, ma un privilegio concesso dal Signore a cui si era predestinati.
Su queste basi, fin dal XVIII secolo, si sono sviluppate le foundations, soprattutto in Usa (‘patrimonio per uno scopo’), le Stiftungen in Germania e le charities in Inghilterra.
SOLIDARISMO NEI PAESI CATTOLICI. Nei Paesi di matrice cattolica, invece, il concetto alla base del terzo settore è quello del ‘solidarismo’, finalizzato a esercitare la carità cristiana tramite la logica del dono. Abbiamo così le varie tipologie di fondazioni, a base patrimoniale, o associazioni, a base personale, tendenzialmente votate a fare beneficenza. Centrale è stata per secoli la convinzione che la ricchezza debba essere vissuta come una colpa (il «denaro come sterco del demonio»): facendo la carità si pacifica  l’anima e ci si sente più buoni.
Mentre la filantropia è orientata ai beneficiari dell’attività, la beneficenza è quasi vista come cosa buona in sé, indipendentemente dai risultati raggiunti: il fatto di farla mi rende un buon cristiano, indipendentemente da cosa viene finanziato con i soldi donati. Ed è questo il motivo per cui le donazioni di privati e aziende, da noi, presentano un picco nel periodo natalizio.
BENEFICENZA PENALIZZATA FISCALMENTE. In questi Paesi dove forte è stata l’influenza del Cattolicesimo si sconta in effetti una storica diffidenza degli ordinamenti verso gli enti morali: la beneficienza va fatta di nascosto («non sappia la mano destra…») e comunque è tradizionalmente penalizzata da un punto di vista fiscale.
Infatti quello che non è né Stato né mercato, appunto il terzo settore, è tradizionalmente visto dal legislatore, a partire dal Code Napoléon fino al codice civile italiano ancora in vigore, come qualcosa di estraneo, un corpo intermedio, qualcosa che tende a sfuggire al dirigismo e al controllo.
Non è un caso, del resto, che nei Paesi latini le fondazioni abbiano forte matrice o controllo pubblicistico o siano comunque destinatarie di funzioni pubbliche o semi-pubbliche: in Francia la maggiore di esse, la Fondation de France, è una diretta emanazione dello Stato; in Italia esistono le Fondazioni bancarie, nate per privatizzare il sistema bancario e solo dopo finalizzate a scopi di interesse generale; in Spagna l’ente non profit più grande, la Fundaciòn Once, gestisce tutto il sistema delle lotterie a vantaggio dei ciechi.

In Italia può esserci solo una crescita del settore

Il terzo settore in Italia e in Europa è destinato ad acquisire sempre maggiore importanza in quanto:

  • Molte attività di pubblica utilità verranno effettuate sempre meno da Stati e amministrazioni pubbliche, che vedranno drasticamente ridotta la loro influenza in tali campi come conseguenza delle politiche di riduzione del debito pubblico (o comunque della necessità di contenere la spesa pubblica);
  • I bisogni della popolazione per i servizi pubblici (sanità, istruzione, assistenza sociale)  – al contrario – cresceranno a causa della polarizzazione della società tra classi ricche e povere, che renderà sempre più difficile per il ceto medio essere in grado di pagare per soddisfare tali bisogni;
  • Notevoli quantità di denaro si renderanno disponibili dal settore privato e dall’Unione europea per il terzo settore per sostenere la sua capacità di far fronte a tali esigenze, soprattutto nella ‘nuova’ Europa orientale;
  • La società europea presenta ancora un livello di intermediazione del Prodotto interno lordo (Pil) relativamente contenuto (media <3%, in Italia  <2%) da parte delle organizzazioni appartenenti al terzo settore, mentre negli Stati Uniti, per esempio, le organizzazioni non-profit intermediano (ovvero originano) circa il 10% del Pil: c’è un divario significativo  che ha buone probabilità di essere colmato nei prossimi anni;
  • Pertanto è ragionevole aspettarsi che il terzo settore si troverà a gestire notevoli quantità di risorse e intermedierà quote crescenti del Pil nazionale. Le organizzazioni che vi operano devono quindi essere efficienti e pienamente trasparenti per l’impiego di tali somme di denaro, soprattutto in relazione ai risultati delle attività di raccolta fondi.
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Un pensiero su “Il non profit gestito con i criteri di una azienda

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