Il portafoglio delle famiglie: obiettivi e propensioni

coppia-giovane_2

Foto in evidenza: credit Massimo Nucci © Fotogafo in Siena 2016

 


 

Abbiamo cominciato a vedere quali sono le basi per costruire un buon portafoglio di famiglia: in primo luogo il concetto di “rischio sostenibile” e quello di “riserva di liquidità”. Proseguiamo con altre semplici ma basilari considerazioni, ricordando sempre che non esiste un portafoglio perfetto o ottimale, buono per tutti in tutte le stagioni, ma che dobbiamo trovare la combinazione più adatta alla nostra situazione, allo stile di vita, alle aspettative e ai sogni.

 

suite

UN VESTITO SU MISURA

Un po’ come scegliere un vestito, o andare dal sarto per farselo cucire (per quei fortunati che se lo possono permettere). Dobbiamo avere chiaro a cosa serve il vestito: estate, inverno, mezza stagione (ammesso e non concesso che esista ancora …); cerimonia, lavoro, occasione particolare. Inoltre lo faremo in base ai gusti personali: colore, tipo di stoffa, forma.

Lo stesso per il portafoglio: quali obiettivi di investimento abbiamo? E quali sono le nostre propensioni?

Della propensione al rischio ho parlato nel precedente articolo, ma occorre dire anche della preferenza per la liquidità, della percezione del rischio emittente, del profilo di scadenza. Ci ritorniamo dopo.

 

ARRIVA L’EREDITA’

Preliminare è “fotografare” il nostro obiettivo di investimento. Facciamo due esempi limite.

young-couple-walking

Laura e Francesco sono una giovane coppia di trent’anni, sposata da poco, vivono in affitto, lavorano entrambi e non hanno un patrimonio né possono contare sui genitori in caso di bisogno. Laura è architetto brillante, lavora in proprio, ha un reddito da lavoro autonomo di 15.000 € lorde all’anno (media degli ultimi tre anni). Francesco è operaio e guadagna 20.000 €, sempre lorde all’anno. Il loro sogno è comprare una casa, inoltre vorrebbero almeno un figlio, meglio se due.

manager

Lucio è cinquantenne single, dirigente “esodato”, quindi senza stipendio né pensione, con buon patrimonio costituito dalla casa di proprietà e una polizza vita di 100.000 € che scade fra 10 anni. Il suo sogno è mantenere il suo livello di vita, anche se ora non può più permetterselo.

Per entrambi arriva una bella notizia: un’eredità in contanti di 100.000 €. Non è la cifra che consente di realizzare i loro sogni, ma certamente – se ben impiegata – può aiutare notevolmente. Che obiettivi di investimento avranno i nostri eroi?

Nel primo caso gli obiettivi saranno:

  • Incremento del reddito disponibile corrente che consenta maggiori risorse per potersi permettere un figlio;
  • Aumento della sicurezza di reddito per la variabilità del lavoro autonomo;
  • formazione di un capitale, nell’arco di una decina d’anni, che costituisca la base per l’acquisto della casa.

Nel secondo caso:

  • Disponibilità di reddito aggiuntivo fino alla scadenza della polizza;
  • Elevato grado di liquidità per poter smobilizzare l’investimento in caso di bisogno (spesa imprevista).

 

E’ naturale che, avendo obiettivi diversi, il portafoglio ottimale nei due casi dovrà essere diverso. Laura e Francesco potrebbero, ad esempio, investire metà della somma in una polizza vita o un CTZ (certificato del tesoro zero coupon, ovvero senza cedola) a scadenza dieci anni e il resto in un titolo ad alto rendimento (high yield) anche con scadenza protratta ma cedola alta. Lucio potrebbe invece costruire un portafoglio con titoli quotati a cedola elevata e scadenze scaglionate.

Nell’ambito della macro-categoria di titoli individuata, la scelta nello specifico dipenderà poi dagli elementi soggettivi che abbiamo indicato: se la propensione al rischio è alta, potremmo scegliere anche un sub-investment grade (ovvero un titolo più rischioso), un perpetual (a scadenza molto lunga), un’emissione di paese emergente, un fondo azionario. Se invece si è prudenti, una polizza vita garantita (almeno nel rimborso del capitale), un bond governativo o un’emissione di soggetto ad alto rating. Nel primo caso avremo molto probabilmente un reddito maggiore e cedola più alta, nel secondo una maggior sicurezza del rimborso del capitale e del pagamento degli interessi.

La preferenza per la liquidità dipende ancora dagli obiettivi, ma anche dall’inclinazione individuale: nel primo caso potremmo permetterci anche titoli meno facilmente liquidabili ma più redditizi, nel secondo dovremmo comunque scegliere titoli quotati e largamente trattati.

La scadenza del titolo, nel caso di uno strumento con ampio mercato, può essere ritenuta secondaria perché non sarà difficile in ogni caso venderlo e ottenere i contanti. Il problema sarà piuttosto il prezzo di vendita: se vendiamo quando i tassi salgono probabilmente avremo una perdita, e viceversa nel caso di tassi in calo, quindi con scadenze lunghe ci esponiamo al rischio tasso.

Il rischio emittente è invece quello che il soggetto che ha emesso il titolo vada in default, come è successo con i tango bonds o con i subordinati delle banche in crisi: in questo caso il suo valore tenderà rapidamente a zero e sarà comunque molto difficile vendere.

 

DECLINARE GLI OBIETTIVI

Il primo esercizio da fare, quando dobbiamo costruire (o adattare) un portafoglio, è dunque quello di esplicitare gli obiettivi di investimento. Dovremmo indicarne almeno tre e metterli in ordine di importanza. Meglio se sono di più, meglio ancora se sono indicati in modo specifico.

E’ ovvio che tutti vorremmo avere :

tanti soldi  –  subito  – senza rischio

Ma dobbiamo scegliere: capitale a scadenza o cedola alta? Durata dell’investimento pochi mesi, un anno, cinque anni o dieci anni? Rischio zero o investment grade (rating almeno BBB) o anche più rischiosi?

Questo è dunque l’ABC dell’investimento razionale, che è focalizzato sul soggetto (la famiglia) più che sull’oggetto (le varie forme di impiego). Manca ancora un passaggio fondamentale prima di avventurarsi sul mercato: l’asset allocation strategica, di cui parleremo nel prossimo articolo.

Il portafoglio delle famiglie: come non rimetterci!

money-chart

Una volta che il nostro risparmiatore ha definito con chiarezza la propria situazione patrimoniale, la propensione al rischio e gli obiettivi che vuole realizzare con le risorse da investire, siamo pronti per costruire (o adattare) il portafoglio.

 

LA RISERVA DI LIQUIDITA

Un’ultima informazione riguarda la parte di patrimonio da tenere liquida, ovvero non investita, in forma di contanti o, meglio, di deposito bancario a vista, cioè prelevabile in ogni momento. La parte liquida ha quindi la caratteristica di essere sostanzialmente priva di rischio e di rendimento. In realtà abbiamo visto che una certa componente di rischio esiste sempre (rischio di fallimento della banca in cui è depositata, di furto dei contanti, di perdita di valore per l’inflazione), ma per semplicità consideriamo la cassa sicura.

La riserva di liquidità serve a fornire le risorse per le spese correnti e per le spese che abbiamo in programma a breve, ma anche per avere a disposizione munizioni da poter impiegare in modo redditizio se ci fossero buone opportunità di acquisto o aumenti improvvisi di tassi di interesse (nel qual caso il valore dei titoli diminuirebbe). Potremmo così sia evitare di tenere in portafoglio titoli che rendono meno del mercato, sia comprare a prezzo ridotto titoli che produrranno reddito maggiore.

money

 

IL RISCHIO E’ UN LUSSO PER RICCHI

Fino a poco tempo fa i depositi venivano remunerati: oggi lo sono solo quelli a scadenza, ovvero che si possono ritirare senza penalità solo dopo un certo periodo di tempo. Inoltre esistono molti titoli che, grazie al fatto di avere un ampio mercato e di essere quotati e scambiati in grandi volumi tutti i giorni, possono essere venduti e liquidati nell’arco di due giorni: in questo caso, però, non è possibile sapere con certezza in anticipo a quale prezzo potranno essere venduti, in quanto il loro prezzo di mercato si forma ogni giorno in base alla domanda e all’offerta. E’ quindi possibile che andando a vendere quei titoli si possa incorrere in perdite, ovvero incassare meno di quanto abbiamo pagato.

sell-buy

 

Consideriamo dunque come liquidità solo la parte di patrimonio mantenuta disponibile in forma di contanti (“sotto il materasso”) o di deposito bancario. Bisogna dire che in tempi come quelli di oggi, con bassi tassi di interesse (in alcuni casi addirittura negativi) ed elevata volatilità, già avere la certezza di poter riavere il capitale senza perdite può essere considerato un risultato non disprezzabile e tutt’altro che scontato: le polizze vita cosiddette “a capitale garantito” offerte da molte compagnie assicuratrici, che prima garantivano un rendimento minimo, basso ma positivo, oggi tendono a garantire la semplice restituzione integrale del capitale.

Non a caso questo tipo di prodotti stanno incontrando un buon successo: male che vada l’investitore ha comunque la sicurezza di recuperare il capitale e, se le cose vanno bene (aumento dei tassi, buona performance del gestore), può comunque ottenere un reddito più o meno “di mercato”.

A questo punto credo che la prima regola per un risparmiatore che possiede un patrimonio piccolo o medio sia quella di non rimetterci: meglio la certezza di non perdere che la possibilità di guadagnare qualcosa in più ma anche di perdere. Un esempio numerico può dare l’idea di quello che dico: in un patrimonio di 50.000 €, decidiamo di investire in 5 titoli con quote destinate a ciascun titolo di 10.000 € (vedremo dopo l’aspetto della diversificazione del rischio). Con tassi medi netti (che possiamo considerare soddisfacenti) del 3%, otterremmo da ciascun titolo un rendimento di 300 € all’anno. Se volessimo ottenere da un titolo un rendimento maggiore (supponiamo il 5% netto), potremmo cercare un titolo certamente più rischioso e a scadenza più lunga che ci consente di avere una cedola, ovvero un interesse, di quel livello. Se tutto va bene, avremmo guadagnato 200 € in più, ma potremmo in quell’anno anche perdere tutti i 10.000 € (se l’emittente fallisce) oppure perdere la cedola (se l’emittente non riesce a pagare gli interessi) o, se i tassi dovessero aumentare dell’1% e noi avessimo bisogno di quel capitale, perdere parte del capitale per aver dovuto vendere sotto costo.

La domanda da farsi quindi è: vale la pena sottoporsi a questo livello di rischio per 200 € all’anno? Ovviamente ognuno, a seconda della sua propensione al rischio, darà una risposta diversa. Ma perdere 10.000 € di valore su 50.000 di capitale ha un impatto certamente molto superiore che perdere la stessa cifra su 100.000 o 500.000 €. Ciò significa che quanto più piccolo è il capitale disponibile, tanto più prudente deve essere l’investimento. Il rischio è un lusso che solo i ricchi si possono permettere.

Se chi ha sottoscritto i titoli subordinati delle banche in default avesse fatto questi semplici ragionamenti e questi calcoli elementari, avrebbe certamente evitato di correre quel rischio. Ovviamente c’è un problema grande di percezione del rischio, ovvero di informazioni disponibili. Gli obbligazionisti di Banca Etruria e similari non sapevano di correre quel rischio, ma credevano di avere in mano titoli sicuri. Ma allora perché hanno comprato quei titoli? Perché si sono fatti ingolosire da cedole (leggermente) superiori a quelle correnti. Va sempre tenuto presente che se c’è un tasso più alto, anche il rischio è più alto.

Mettiamola così: se proprio vogliamo avere rendimenti superiori ma limitare il rischio a un importo che non ci travolga, definiamo un plafond (un importo massimo) del nostro capitale che nella peggiore delle ipotesi potremmo anche permetterci di perdere: nell’ipotesi fatta sopra, diciamo un plafond di 5.000 € da destinare ad investimenti più rischiosi. Il rendimento addizionale che ci potremmo attendere non sarà grandissimo (nel nostro caso 100 € all’anno), ma sarà bilanciato da un rischio razionale e sostenibile.

at_your_own_risk-svg

Un approccio razionale e di buon senso alla costruzione di un portafoglio finanziario efficiente può quindi essere quello che, dopo avere individuato il profilo dell’investitore ed esplicitato i suoi bisogni, definisce una congrua riserva di liquidità (in genere non superiore al 20% del patrimonio) e una quota da riservare ad investimenti ad alto rendimento (i cosiddetti high yield), che a seconda della propensione individuale, dovrebbe attestarsi fra il 10 e il 15%.

La scelta degli investimenti

growth

Scegliere come investire un patrimonio non è un’operazione facile. Questo vale sia per i patrimoni privati, grandi o piccoli che siano, sia per quelli di un’organizzazione non profit, tipicamente una fondazione, dove il patrimonio rappresenta lo strumento attraverso il quale realizzare il proprio scopo.

I criteri e il metodo da seguire, nei due casi, sono piuttosto simili. Anche fiscalmente, peraltro, le due categorie (tanto i patrimoni privati che quelli delle organizzazioni non-profit) hanno lo stesso trattamento, quello cioè riservato agli “enti non commerciali”, in cui vengono tassati i singoli redditi. Al contrario, in quello delle imprese vige il principio  della tassazione del reddito di esercizio, composto di costi e ricavi originati dall’attività produttiva.

Consigliare un risparmiatore su come investire le proprie disponibilità richiede quindi in primo luogo una buona conoscenza del soggetto, del suo patrimonio complessivo (quindi di tutte le attività, incluso immobili, beni rifugio, ecc e di tutte le passività), del reddito che percepisce, dei suoi impegni e dei programmi di spesa, della sua propensione al rischio. Solo con queste condizioni ha senso individuare la migliore scelta, in quel momento, per impiegare disponibilità che si vogliano investire. Chiedere semplicemente cosa si può comprare con 100.000 euro liquide senza fornire queste indicazioni porta a soluzioni non ottimali ed espone a brutte sorprese, specie quando si ha di fronte qualcuno che ha un interesse specifico a vendere particolari prodotti. Non è un caso che gli esempi di consulenza in mala fede abbondino.

Non esistono infatti titoli buoni per tutti in qualunque momento: altrimenti nel mercato ci sarebbe una sola specie di titolo e non la molteplicità che invece si trova. Ogni risparmiatore ha una composizione ottimale del proprio portafoglio diversa dall’altro e in evoluzione nel tempo. Vediamo allora oggi come si costruisce per una famiglia un buon portafoglio,  ovvero come si allocano le risorse disponibili fra le diverse attività o forme di impiego (questo procedimento si chiama asset allocation). Negli articoli successivi vedremo, invece, come si gestisce un patrimonio finanziario per una fondazione.

 

COME SI COSTRUISCE IL MIGLIOR PORTAFOGLIO PER UNA FAMIGLIA

 

Guadagnare soldi è difficile e faticoso, mentre perderli con investimenti sbagliati è estremamente facile e rapido. Spesso, giustamente, visitiamo molti negozi per acquistare un vestito da qualche centinaia di euro e impieghiamo molti giorni per decidere quale automobile acquistare e dove; invece per investire qualche migliaia di euro dedichiamo pochi minuti ad una fugace chiacchierata con il consulente o con l’impiegato di banca. E magari risparmiamo pochi euro negli acquisti per dilapidarne molti con prodotti sbagliati.

 

crisis chart.jpg

 

Il primo consiglio è quindi quello di partecipare attivamente alle scelte finanziarie, non disinteressarsi dei propri investimenti, ma sforzarsi di capire e soprattutto seguire l’andamento dell’investimento. Costa fatica ma va fatto, altrimenti bisogna mettere in conto l’eventualità di prendere dolorose cantonate.

 

In secondo luogo occorre avere chiari i propri obiettivi, almeno in termini generali, ed i propri impegni e programmi di spesa rispetto ai redditi di cui disponiamo. Avere una certa cifra disponibile oggi, ad esempio, è molto diverso se vogliamo comprare una casa in futuro oppure garantirsi una rendita costante o se dobbiamo rimborsare un debito. Avere quella stessa somma se lavoriamo e percepiamo un reddito oppure se, al contrario, da essa dobbiamo ricavare i mezzi di sussistenza è certamente molto diverso. Una somma disponibile a 30 anni con una fonte di reddito sicuro ha una valenza diversa dalla stessa somma posseduta a 70 anni.

Sembrano banalità, ma è dalle cose semplici che si deve partire per fare le scelte giuste.

 

E’ fondamentale inoltre avere un quadro completo di tutte le attività e passività della famiglia come immobili di residenza o per investimento, polizze assicurative sulla vita, beni rifugio (metalli preziosi), e vanno tenuti in considerazione gli impegni di spesa una tantum o ricorrenti quali prestiti e anticipi da rimborsare, mutui in ammortamento, fabbisogno per spese correnti e tasse ed eventuali imprevisti.

 

E’ infine, decisiva, la propensione al rischio ovvero capire quanto si è disposti a rischiare di perdere il capitale o gli interessi per avere un maggiore rendimento: non è possibile avere basso rischio e rendimento elevato. Questa è forse la parte più difficile di tutta l’attività preparatoria all’investimento, perché difficilmente misurabile. I teorici più evoluti, in realtà, sono in grado di quantificare la propensione al rischio in maniera molto suggestiva, ma io credo che sia sufficiente una buona riflessione qualitativa e magari un confronto con un esperto che, attraverso una serie di domande ed esempi mirati, potrà rendersi conto di quale livello di rischio il nostro risparmiatore è disposto ad assumere.

 

Non esistono investimenti privi di rischio, questo è bene averlo chiaro. Neanche i titoli di stato, un tempo ritenuti a rischio zero, sono esenti dalla probabilità di perdita, come hanno dimostrato recenti default di stati sovrani. Anche il denaro contante depositato in banca e tenuto liquido è esposto alla probabilità che la banca fallisca, pur essendo comunque presente una garanzia del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi fino a saldi di 100.000. Del resto, però, anche le banconote sotto il materasso (a parte il rischio di furto) perdono valore quando ci si trova in un periodo di forte inflazione.

burn-money-1463224_960_720

 

Una volta disegnato quindi un profilo preciso del nostro risparmiatore, con la risposta a tutte le domande che abbiamo visto, siamo già a buon punto: come dicevano i vecchi barbieri, “barba insaponata è mezza fatta”. Ora (magari non da soli) siamo in grado di formulare la famosa domanda su come investire le disponibilità. Ci possiamo anche rendere conto che, prima di fare nuovi acquisti, conviene ottimizzare il portafoglio già esistente, magari vendere qualcosa o disinvestire. Ma in generale, a questo punto, possiamo passare alla fase successiva, quella della scelta dell’investimento o dell’asset allocation.

Un po’ come fare la spesa al supermercato: prima si guarda cosa c’è in casa e cosa manca, poi si fa la lista e, solo dopo, si compra.

shopping

 

Come gestire il non-profit

hands open

 

Nella gestione delle organizzazioni non-profit (ONP) molti degli argomenti che abbiamo trattato nei precedenti articoli del blog assumono rilievo operativo: sia la gestione aziendale e tutti gli aspetti di management, sia la gestione dei patrimoni in ottica finanziaria. Per questo, dopo l’inquadramento generale del terzo settore che abbiamo fatto nell’articolo dello scorso 27 luglio, può essere interessante entrare più nello specifico.

 

Una ONP è caratterizzata dallo scopo sociale, ovvero dalla sua ragione di esistere che riguarda sempre interessi comuni, di pubblica utilità e mai il perseguimento di un profitto privato, tipico invece delle imprese e degli enti commerciali. Tuttavia gli strumenti di cui dispone sono gli stessi di un’azienda di produzione, ovvero quei fattori produttivi di cui abbiamo a lungo parlato nei precedenti articoli[1]. Ad essi, però, si aggiunge una componente del tutto particolare e di rilevanza notevole: la motivazione etica e lo slancio ideale che deve accomunare tutti gli stakeholder [2] della ONP, alcuni dei quali donano la loro attività (i volontari) o i loro beni per agevolare il raggiungimento degli obiettivi.

Questo non rende però meno importante o strategica la necessità di una gestione efficiente, come in ogni azienda che si rispetti. L’ONP opera comunque nel mercato, nuota in quello stesso mare in cui vivono le imprese e per molti aspetti si trova a competere con esse: basti pensare al mercato del lavoro (dovrà comunque acquisire professionalità adeguate), al mercato dei capitali (in cui investirà il suo patrimonio o magari dovrà reperire finanziamenti), alle tasse che deve pagare.

 

In alcuni casi esercita una vera e propria attività commerciale, anche se “accessoria” o “strumentale” rispetto alla finalità di interesse comune. E d’altra parte quanto più dimostrerà di sapere utilizzare bene le risorse di cui dispone, tanto più riuscirà ad attrarre donazioni o volontari: chiunque preferisce donare soldi o tempo libero a chi meglio riesce a realizzare quegli scopi che gli interessano.

È evidente che una organizzazione non profit deve utilizzare gli strumenti di cui dispone, in primo luogo persone e capitali, con la stessa efficienza di un’azienda, tanto più in un contesto come quello attuale in cui il terzo settore si trova a intercettare quote crescenti di PIL e a gestire interi settori di attività un tempo riservati agli enti pubblici (sanità, istruzione, welfare, ecc.)[3]. Detto questo, le modalità di gestione della stessa sono diverse a seconda della tipologia di ente e dellattività svolta nel concreto.

 

 

LE TIPOLOGIE DI ORGANIZZAZIONI NON-PROFIT

Le ONP infatti si dividono in primo luogo, in associazioni e fondazioni: le prime hanno come elemento caratterizzante le persone, le seconde il patrimonio.

Le fondazioni, a loro volta, sono suddivise in erogative, ovvero quelle che finanziano progetti di altri, e operative, quelle cioè che gestiscono direttamente e in prima persona iniziative e progetti.

 

Abbiamo quindi, a grandi linee, almeno tre tipologie di ONP:

  • Le associazioni
  • Le fondazioni erogative (grant making foundations)
  • Le fondazioni operative (operative foundations)

 

Concentrandoci sulle fondazioni, l’elemento di distinzione importante tra le due tipologie, sotto il profilo gestionale, è lentità del patrimonio disponibile (endowment).

Tipicamente, le fondazioni erogative dispongono di un patrimonio rilevante, costituito dalla dotazione iniziale del fondatore e dalle donazioni acquisite nel tempo, dal cui investimento si ottengono i redditi necessari per l’attività corrente. Le fondazioni operative, invece, gestiscono direttamente progetti il cui finanziamento è parte importante della gestione (fund raising, ovvero reperimento di mezzi finanziari). Ovviamente si tratta di classificazioni generiche e per lo più teoriche, in realtà esistono enti che si pongono a livelli intermedi o nei quali più caratteristiche coesistono.

 

In Italia ultimamente vanno molto di moda le cosiddette “fondazioni di partecipazione”, con dotazione patrimoniale minima ma caratterizzate da più soggetti fondatori che comunque si rendono responsabili dello svolgimento dell’attività, attraverso il versamento periodico di quote e la partecipazione alla governance dell’ente. Altro esempio di categoria intermedia sono le cosiddette “fondazioni a base associativa” fra le fondazioni bancarie italiane, in cui il massimo organo di governo è l’assemblea dei soci, esattamente come nelle associazioni.

 

Fatte queste precisazioni, la ripartizione fra fondazioni erogative e fondazioni operative, seppure spesso meramente teorica, è tuttavia utile per quanto riguarda gli aspetti gestionali, di cui ci occupiamo e che le rendono simili, da un punto di vista operativo, alle aziende. Le problematiche gestionali, in molti casi, sono anche le stesse della gestione finanziaria dei patrimoni.

1280px-Bill_og_Melinda_Gates_2009-06-03_(bilde_01)

La più grande fondazione grant making del mondo è la Bill & Melinda Gates Foundation, con sede a Seattle, che beneficia di gran parte dell’immensa ricchezza accumulata dal fondatore della Microsoft: al 2015 aveva infatti un patrimonio netto di 32,8 miliardi di dollari e nel corso dell’anno ha erogato 6,1 miliardi (erano 4,8 l’anno precedente) per finanziare alcune migliaia di progetti.

ford

 

La maggiore fondazione operative è invece la Ford Foundation, con sede a New York, fondata nel 1936 da Edsel Ford – della famiglia del fondatore della nota casa automobilistica – con una dotazione iniziale di 25.000 dollari. Gestisce oggi direttamente migliaia di progetti in tutte le aree del mondo, anche attraverso una estesa rete di uffici e filiali.

 

 

ELEMENTI CHIAVE PER UNA GESTIONE EFFICIENTE

 

Quali sono, dunque, gli elementi chiave per una efficiente gestione nei due casi?

Per una fondazione erogativa, la cui attività si sostanzia in gestione del patrimonio, valutazione dei progetti, erogazione dei finanziamenti:

  • Definizione dell’asset allocation strategica, di quella tattica[4] e monitoraggio degli investimenti in modo da ottenere il maggior flusso di reddito per un dato livello di rischio;
  • Valutazione dei progetti ricevuti sia attraverso l’emissione di bandi (call for application) che con modalità diverse, in modo da garantire trasparenza delle decisioni ed efficacia nella ripartizione delle risorse fra i diversi progetti;
  • Controllo sia del rischio sul portafoglio (risk management) che sull’esecuzione dei progetti finanziati e sui risultati da questi raggiunti

Da questo discende che le professionalità specifiche di cui la fondazione si dovrà avvalere saranno essenzialmente quelle di gestione degli aspetti finanziari e di valutazione dei progetti e che i modelli organizzativi dovranno presentare comunque una divisione finanziaria/amministrativa, una funzione di valutazione dei progetti e una di controllo operativo.

 

Per una fondazione operativa, la cui attività si sostanzia nella gestione diretta dei progetti:

  • Management di tipo aziendale su ogni progetto gestito, ivi incluso l’aspetto di reperimento e gestione dei finanziamenti (fund raising), di gestione del personale e di rendicontazione;
  • Coordinamento amministrativo e finanziario fra i diversi progetti.

Da questo discende che le professionalità di cui la fondazione si dovrà avvalere saranno essenzialmente quelle di project management (molto simile alla gestione di un’azienda) e che i modelli organizzativi saranno articolati in tante divisioni quanti sono i settori di intervento o i progetti gestiti e dovranno presentare comunque una divisione amministrativa di coordinamento.

 

In conclusione, la gestione di una ONP non ha caratteristiche molto diverse da quelle di una azienda produttiva: a seconda della tipologia dell’ente e dell’attività svolta, cambiano i modelli organizzativi da adottare, i fattori chiave di successo e le professionalità decisive.

 


 

[1] Per fattori produttivi si intendono i mezzi a disposizione dell’impresa per produrre beni o prestare servizi, tipicamente terra, lavoro e capitale, ma come abbiamo visto (articolo “Il valore aggiunto come concetto guida” pubblicato in questo blog il 2/8/2016) anche pubblica amministrazione e attività imprenditoriale).

[2] Per stakeholder si intende qualunque categoria di soggetti interessati, in via diretta o indiretta, all’attività di un’azienda, come ad esempio azionisti, dipendenti, finanziatori, fornitori, clienti, ecc. (si veda ancora l’articolo citato alla nota precedente).

[3] Si veda, al proposito, quanto scritto nel precedente articolo “Il non-profit gestito con i criteri di un’azienda” pubblicato in questo blog il 27/7/2016.

[4] “..nella gestione dei portafogli finanziari, si distingue una asset allocation strategica da una asset allocation tattica. La prima é la combinazione delle classi di investimento (immobili, azioni, obbligazioni, valute, liquidità, derivati) che meglio consente di realizzare l’obiettivo a medio-lungo termine, il quale si esprime in termini di redditività e rischio. La seconda é quella che consente di muoversi rapidamente sul mercato in modo da sfruttare al massimo le opportunità del momento” (dall’articolo “Strategia, tattica e la lezione di Sun Tzu” pubblicato in questo blog il  12/7/2016)