Consigli per gli acquisti

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Abbiamo iniziato questo articolo con il famoso Carosello che conteneva la pubblicità o, come più pudicamente si sarebbe detto negli anni ‘80, i consigli per gli acquisti. In effetti scegliere un titolo da inserire in portafoglio o un soggetto cui affidare le proprie risorse è un meccanismo del tutto analogo all’acquisto di un prodotto.

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Lo dimostra il fatto che le diverse forme di investimento sono definite dalle banche “prodotti”, che si ha un “mercato finanziario” in cui le stesse vengono scambiate, che si ricorre appunto alla pubblicità per invogliare i risparmiatori a sottoscrivere un titolo anziché un altro.

I soggetti che collocano i diversi “prodotti” di investimento (azioni, obbligazioni, depositi, polizze, ecc.) appartengono a due categorie: gli intermediari, che vendono titoli emessi da altri, e gli emittenti, che vendono invece debiti propri.

Nel primo caso il guadagno è rappresentato dalle commissioni a carico dell’investitore applicate al prezzo di vendita oppure alla consistenza del dossier ovvero il rapporto col quale vengono amministrati, gestiti e custoditi tutti i titoli di un cliente, provvedendo a curarne l’acquisto, la vendita, l’incasso delle cedole e dividendi. Tipicamente appartengono a questa categoria le banche, quando trattano titoli di soggetti terzi.

Nel secondo caso, quello degli emittenti, l’interesse è rappresentato dal potersi finanziare direttamente, senza ricorrere ad intermediari e agli affidamenti bancari, consolidando il rapporto con il risparmiatore – che molto spesso è anche cliente (come nel caso dei prestiti sociali delle cooperative di consumo). Le stesse banche rientrano in questa categoria quando vendono ai clienti propri titoli di debito, come le obbligazioni o i depositi.

La prima forma di collocamento è nettamente prevalente e ha la caratteristica di proporre più soluzioni al risparmiatore in termini di tipologie di titoli ed emittenti, e di prevedere un trait d’union fra il sottoscrittore e il beneficiario del finanziamento. Non si dimentichi infatti che comprare un titolo equivale, in tutto e per tutto, a concedere un fido all’emittente: per questo dobbiamo valutarne l’affidabilità, sia pure con i pochi strumenti di cui disponiamo, e diversificare il rischio, esattamente come fanno (o dovrebbero fare) le banche quando concedono i prestiti ai loro clienti.

Inoltre, quando c’è un intermediario, il risparmiatore trova anche generalmente una forma di consulenza o supporto professionale nella scelta. Questo può essere certamente un vantaggio, ma può rappresentare anche un pericolo ogni volta che il venditore è contemporaneamente collocatore ed emittente, come ben sanno gli sfortunati sottoscrittori delle obbligazioni subordinate bancarie.

In quel caso la banca si trova in un evidente conflitto di interessi fra la la consulenza, e quindi la tutela offerte al risparmiatore e l’interesse opposto a collocare titoli che essa stessa ha emesso e che, in un diverso contest,  lo stesso risparmiatore non avrebbe probabilmente scelto.

La cautela, quindi, è d’obbligo: facciamo estrema attenzione a chi abbiamo davanti. Le banche non vanno demonizzate (lo dice uno che ci ha lavorato circa trent’anni) ma neanche seguite con fedeltà acritica e immotivata.

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COSA COMPRARE (O VENDERE) ?

Torniamo ora al caso di Lucio, il cinquantenne esodato che si è ritrovato un’eredità da investire di 100.000 €, pari a un terzo del suo intero patrimonio esistente. Negli articoli precedenti abbiamo definito la sua asset allocation strategica e individuato le operazioni da fare:

  • Tenere liquidi 50.000 € in cassa;
  • Acquistare 10.000 € di titoli di stato a breve;
  • Accendere uno o più depositi vincolati per totali 10.000 € con scadenza inferiore all’anno;
  • Acquistare 25.000 € obbligazioni a tasso fisso con scadenza inferiore a tre anni;
  • Vendere 25.000 € di titoli high yield a lunga scadenza e perpetual;
  • Investire 25.000 € in azioni;
  • Disinvestire 5.000 € dalla polizza vita in essere.

Del timing abbiamo parlato nell’articolo precedente, vediamo ora come si scelgono nel concreto i titoli da acquistare o vendere all’interno delle asset classes (categorie di strumenti finanziari) già decise.

Delle sette operazioni che abbiamo elencato, alcune sono semplici e non presentano particolari problemi: tenere il denaro in cassa, ad esempio in conti correnti a vista, bancari o postali; disinvestire parte della (o delle) polizza vita – naturalmente solo se il relativo contratto prevede liquidazioni parziali prima della scadenza -; aprire un deposito vincolato (si tratta semplicemente di valutare quale prodotto fra quelli disponibili, dato un certo livello minimo di affidabilità, rende di più).

Per le altre operazioni, sia di investimento che di disinvestimento, il ragionamento è invece più complesso.

Vediamo intanto la vendita di 25.000 € di perpetual (titoli a scadenza lunghissima) e high yield che, come abbiamo detto negli articoli precedenti, sono quelle ad alto rendimento, che rendono all’investitore più della media del mercato, e pertanto più rischiose. E’ necessario dunque esaminare i titoli che abbiamo in portafoglio per scegliere quale vendere e ovviamente la decisione sarà diversa a seconda di cosa abbiamo di fronte. Alcuni semplici ma non scontati consigli potrebbero essere:

  • Intanto vedere quale titolo ha reso di più, in modo particolare se la plusvalenza può essere fiscalmente compensata con minusvalenze subite nei 4 anni precedenti, evitando così la ritenuta del 26% (sugli aspetti fiscali torneremo in un prossimo articolo);
  • Vedere quale fra i titoli ha realizzato l’obiettivo di rendimento che ci eravamo proposti quando lo abbiamo comprato, oppure se ne esiste qualcuno che crediamo non raggiungerà mai tale obiettivo;
  • Valutare i consigli degli analisti (niente paura: ci torniamo presto) per individuare quelli più vicini al prezzo target (cioè quello che veniva indicato come obiettivo al momento dell’acquisto), o addirittura che lo hanno superato;
  • Verificare le notizie e le informazioni aggiornate sull’emittente, in modo da eliminare quegli emittenti sui quali possiamo nutrire qualche dubbio;
  • Confrontare il rendimento lordo (rapporto fra cedola e prezzo) in modo da mantenere quello che dà un interesse più elevato.

Una volta fatta la scelta, non resta che passare l’ordine alla banca e registrare il prezzo di vendita effettivo.

Buona regola, per gli investitori più attenti, è inoltre calcolare il tasso di rendimento effettivo che l’investimento ha generato. Si tratta certo di un calcolo piuttosto complesso ma per il quale, una volta impostata la formula in un comune foglio di lavoro elettronico, può essere facilmente eseguito in maniera automatica.

Al termine di questa serie di articoli forniremo inoltre qualche indicazione per seguire da vicino l’andamento del nostro portafoglio, Tenere nota di tutte le performance dei nostri titoli ci fornirà infatti, nel tempo, un importante database informativo, senz’altro affidabile a cui rifarci per gli acquisti e le valutazioni future,.

Nel prossimo articolo parleremo di come scegliere invece i titoli da acquistare, all’interno delle singole asset class individuate.

 

 

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Che fare? (Implementazione dell’asset allocation strategica)

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Il passo successivo che abbiamo davanti, anche se certo meno sconvolgente di quello che secondo Vladimir Il’ič Ul’janov, meglio noto come  Lenin, avrebbe portato alla rivoluzione, è comunque sicuramente impegnativo e delicato nel piccolo mondo del nostro risparmiatore. Quello di passare dalla teoria alla pratica, e cominciare a effettuare le prime operazioni.

Ricordiamo che Lucio, il nostro eroe, è un risparmiatore cinquantenne esodato che ha ricevuto un’eredità di 100.000 €. Le sue scelte di investimento, che abbiamo discusso negli articoli precedenti, hanno definito un’asset allocation strategica che possiamo sintetizzare nella seguente tabella con i valori espressi in percentuale del totale:

cassa 20
titoli di stato a breve termine 10
depositi vincolati < 1 anno 5
obbligazioni a tasso fisso < 3 anni 10
titoli governativi e IG > 3 anni 7,5
high yield > 3 anni e perpetual 5
azioni 10
polizze vita 10
immobili 22,5

 

TOTALE 100

 

Questo assetto del portafoglio può essere definito strategico, o tendenziale, nel senso che Lucio dovrà effettuare operazioni di compravendita di titoli per far coincidere (o quanto meno assimilare) la situazione effettiva di partenza a quella sopra riportata. Fatti i conti e trasformati i numeri da percentuali in assoluti, le modifiche da fare sono risultate le seguenti:

cassa € 50.000
titoli di stato a breve termine € 10.000
depositi vincolati < 1 anno  € 20.000
obbligazioni a tasso fisso < 3 anni € 25.000
high yield > 3 anni e perpetual –          € 25.000
azioni € 25.000
polizze vita –          € 5.000

 

Come si vede, si tratta ora di effettuare le operazioni che ci consentano di allineare il nostro portafoglio alla configurazione obiettivo. In complesso si tratta di acquistare un controvalore di 80.000 € in titoli, venderne 50.000 e tenerne liquidi in cassa 50.000 in più.

Una prima considerazione è che non ci siamo comportati nel modo più immediato e semplicistico (investire i 100.000 € addizionali), ma abbiamo colto l’occasione per riflettere sul nuovo patrimonio, ben diverso da quello iniziale. A parte tutte le altre considerazioni, se eravamo soddisfatti di come avevamo investito il patrimonio precedente, ora esso è cresciuto di un terzo, ed è molto probabile che tutta l’asset allocation debba essere rivista (salvo aumentare in proporzione ogni singola asset class, operazione che porterebbe a frazionare troppo gli interventi).

A prescindere da nuove risorse disponibili, o da necessità di disinvestire, la revisione dell’asset allocation è comunque consigliabile che venga effettuata ogni 2-3 anni, periodo nel quale cambiano le situazioni esterne di mercato, la nostra situazione particolare, ma talvolta anche i sogni.

Se fino ad ora abbiamo potuto gestire le diverse fasi “un autonomia” con pochi o nessun aiuto dall’esterno, da questo momento confrontarsi con un esperto è pressoché indispensabile, salvo che non siamo diventati esperti noi stessi … magari metabolizzando i consigli di questo blog.

Se infatti acquistare 10.000 € di titoli di stato a breve termine, ridurre di 5.000 € la polizza vita o aprire un deposito vincolato a 9-12 mesi è relativamente facile (basta confrontare, oltre all’affidabilità degli emittenti, i rendimenti offerti), lo stesso non si può dire per l’acquisto di 25.000 € di obbligazioni a tasso fisso con scadenza superiore a 3 anni e 25.000 € in titoli azionari, ma neanche per la vendita di 25.000 € di high yield e perpetual.

Il primo problema che abbiamo è quando,  ovvero il timing delle operazioni, il secondo che cosa, ovvero quali titoli scegliere delle classi di asset (titoli o altri strumenti di investimento) da movimentare.

 

IL FATTORE TEMPO: LA FRETTA E’ CATTIVA CONSIGLIERA

Come in ogni aspetto dell’attività umana, il fattore tempo è determinante. La più bella e geniale idea di investimento, supponiamo un aumento del dollaro rispetto all’euro, se applicata con il timing giusto può essere molto redditizia, se applicata al momento sbagliato può essere dannosa. Se, nell’esempio del dollaro, riteniamo che da qui ai prossimi tre mesi il dollaro si debba apprezzare, compreremo titoli in dollari oggi per rivenderli a prezzo più alto dopo tre mesi. Se la nostra intuizione è giusta, faremo un bel guadagno addizionale, ma se l’apprezzamento del biglietto verde dovesse verificarsi solo fra sei mesi e nei primi tre invece ci fosse un calo, compreremmo oggi a prezzo maggiore ciò che avremmo potuto comprare fra tre mesi, quando invece avremmo voluto vendere.

Questi aspetti sono tipici della asset allocation tattica, di cui ancora non abbiamo parlato, ma il problema del timing ce lo troviamo davanti praticamente sempre.

Partiamo allora da una regola di buon senso: diamoci almeno un paio di mesi di tempo per portare a termine le operazioni previste: la fretta è in genere cattiva consigliera. Meglio se con il supporto di un esperto, studiamo il grafico dell’andamento della classe di asset (e dei singoli titoli) negli ultimi 2-3 anni.

Dobbiamo intanto vedere se si tratta di un titolo o di una tipologia di titoli particolarmente volatile (come in genere possono essere le azioni), ovvero che registra forti oscillazioni dei prezzi in tempi anche brevi: in quel caso dovremo scegliere il momento in cui il titolo è vicino al punto che possiamo ritenere il minimo in un dato intervallo di tempo. La tecnica dice che si dovrebbe comprare appena il corso inizia a risalire, ma naturalmente non è facile indovinarlo. Per titoli ad elevata volatilità è indispensabile seguire il mercato molto attentamente e farsi un’idea del valore “corretto”, che indicheremo come prezzo limite quando passiamo l’ordine.

Se invece fosse un titolo stabile, meglio guardare il movimento complessivo della classe: ad esempio tutte le obbligazioni governative con scadenza intorno a 2 anni probabilmente tenderanno a muoversi in modo omogeneo. In quel caso la scelta del timing sarà meno critica.

Per alcune operazioni (depositi vincolati a breve, titoli con scadenza entro l’anno)  basta verificare quali sono i prezzi praticati dalle nostre abituali controparti, che avremo preventivamente selezionato in base alla loro affidabilità: per queste forme di investimento si sceglierà ovviamente quella più redditizia. In genere non ci sono scostamenti significativi fra le diverse banche o società, ma talvolta qualche istituto propone degli incentivi realmente convenienti.

Sui titoli la differenza viene spesso fatta dai diversi livelli di commissioni praticati dall’intermediario, ovvero dalla banca. Poiché queste sono difficilmente esplicitate, conviene sempre chiedere o valutare prima. Si tratta di costi – specie quelli fissi per operazione – che possono incidere anche significativamente sul rendimento del titolo, specie in momenti in cui i tassi di interesse sono bassi. Per questo conviene sempre trattare con la banca per cercare di spuntare riduzioni delle commissioni.

Quelli che abbiamo descritto sopra sono aspetti che, insieme al trattamento fiscale, esamineremo nei prossimi articoli, nei quali parleremo della scelta effettiva dei titoli: come scegliere fra le moltissime opzioni che si presentano all’interno di una classe che abbiamo già individuato.

 

 

La strategia nell’investimento

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Se abbiamo seguito tutti i passaggi dei precedenti articoli, abbiamo già fatto un bel pezzo di strada nel nostro percorso di investimento per un risparmiatore che voglia essere razionale e ridurre i rischi.

Riepiloghiamo dunque i passi fatti fino ad ora:

  • Per prima cosa abbiamo “fotografato” il patrimonio complessivo di cui disponiamo, meglio ancora se siamo riusciti a ricostruire, accanto ad ogni singola voce (asset), il costo di acquisto e abbiamo indicato il relativo valore di mercato ad oggi (per i titoli si può utilizzare il valore registrato dalla banca nell’ultimo estratto periodico o quello che si legge nella schermata del computer se si utilizza l’home-banking), così da calcolare la plus o minusvalenza, ovvero il guadagno o la perdita di capitale (ovviamente al lordo delle imposte). Dovremmo anche tenere nota delle eventuali minusvalenze subite nei quattro anni precedenti e non ancora compensate: normalmente la banca lo comunica, oppure possiamo chiederlo al nostro interlocutore della banca. Sugli aspetti fiscali invece torneremo in seguito;
  • Abbiamo verificato che il nostro patrimonio abbia una dimensione, abbiamo detto oltre i 10/15.000 Euro, che renda conveniente la costruzione di un portafoglio;
  • Abbiamo messo in ordine di priorità i nostri obiettivi di investimento, considerando i redditi di cui disporremo (interessi, stipendi, affitti incassati, ecc.) e gli impegni di pagamento (rate di prestiti o mutui, tasse, ecc.) ed abbiamo tradotto i nostri sogni in corrispettivo monetario (es. acquisto di una casa, standard di vita, capitale da costituire per i figli, ecc.);
  • Abbiamo esplicitato le nostre propensioni, in relazione ai diversi tipi di rischio (magari indicando, sulla base di confronti e valutazioni, il livello alto-medio-basso), alla liquidità (indicando quanti Euro vogliamo tenere in contanti), alle scadenze (per ogni scadenza significativa di quanto Euro in contanti vogliamo rientrare in possesso);
  • Abbiamo quindi individuato la nostra riserva di liquidità, magari esprimendola come percentuale del patrimonio complessivo, considerando che quest’ultima, oltre a proteggerci dagli imprevisti, potrà consentirci anche di sfruttare buone opportunità di investimento, ad esempio se prevediamo tassi di interesse in aumento;
  • Abbiamo acquisito informazioni e previsioni sull’andamento atteso dei più significativi indicatori economici, quali prezzi, tassi di interesse, sviluppo economico del sistema, trend dei diversi settori produttivi.

 

Ora siamo dunque pronti per definire la nostra asset allocation strategica, ovvero la situazione che possiamo considerare ottimale e verso la quale tenderemo ad indirizzarci, partendo naturalmente da quella fotografia attuale del nostro patrimonio che abbiamo realizzato in precedenza.

Realizzeremo quindi una tabella in cui, a fianco di ciascuna categoria di strumenti o attività patrimoniali (asset class), verrà indicata, considerato pari a 100 il totale del patrimonio espresso in Euro, la percentuale, in rifermento a quel determinato strumento, sulla quale vorremmo attestarci. Per alcune categorie è consigliabile indicare anche un range di percentuali, che ci servirà per il passo successivo, che è quello della gestione tattica.

 

In genere le classi devono essere disposte in ordine di liquidità decrescente, partendo dalla cassa fino agli immobili e l’orizzonte temporale di riferimento normalmente non eccede i 3-5 anni. Lo schema che possiamo utilizzare, in caso di un patrimonio familiare di medie dimensioni e non molto complesso, potrebbe essere del tipo seguente, tenendo però sempre presente che le fasi precedenti daranno indicazioni specifiche a seconda delle caratteristiche del soggetto che sta valutando l’investimento:

 

Cassa 10
Titoli di stato a breve termine 0-5
Depositi vincolati < 1 anno 0-5
Obbligazioni a tasso variabile < 3 anni 5
Obbligazioni a tasso fisso < 3 anni 0-5
Titoli governativi e IG (*) > 3 anni 10
High yield (**) > 3 anni e perpetual 15-20
Azioni 10-15
Polizze vita 10-15
Oro e preziosi 0-5
Immobili 30
TOTALE 100

(*) Gli “investment grade” (IG) sono indicatori della affidabilità di azioni o altri strumenti finanziari ritenuti affidabili, e quindi più sicuri, da investitori istituzionali. Sono identificabili attraverso il loro rating, in quanto esiste un limite minimo di valutazione sotto il quale gli istituzionali non possono trattare (per le obbligazioni in genere il rating minimo per gli IG è BBB)

(**) Le obbligazioni high yield sono letteralmente quelle ad alto rendimento, ovvero che complessivamente rendono all’investitore più della media del mercato. In genere parliamo di obbligazioni high yield per indicare quelle più rischiose, quando cioè la società o l’ente emittente goda di un rating da parte delle agenzie di valutazione pari a BB o di grado inferiore.

 

Riprendiamo adesso il caso di Laura e Francesco, la coppia di giovani trentenni che abbiamo conosciuto nell’articolo precedente e che, con buon reddito di partenza, vuole costituire un patrimonio per comprare la propria casa. Questi ultimi, dopo aver ricevuto l’eredità di 100.000 € di cui abbiamo parlato, potrebbero avere un’asset allocation di questo tipo:

 

Cassa 10
Titoli di stato a breve termine
Depositi vincolati < 1 anno 5
Obbligazioni a tasso variabile < 3 anni 10
Obbligazioni a tasso fisso < 3 anni 10
Titoli governativi e IG > 3 anni 20
High yield > 3 anni e perpetual 25
Azioni 20
TOTALE 100

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Rispetto a quello precedente, si tratta di un portafoglio target sicuramente aggressivo e con discreto livello di rischio. Quasi la metà è infatti impiegato in titoli a lunga scadenza e un quinto in azioni: il motivo è che sono necessari elevati rendimenti per l’acquisto della casa nel medio periodo. D’altra parte la cassa è contenuta, come pure i depositi entro l’anno, perché i redditi correnti sono idonei a coprire i fabbisogni di liquidità.

 

Nel caso invece di Lucio, il cinquantenne ex-manager esodato con buon patrimonio ma senza reddito che abbiamo conosciuto nell’articolo precedente, l’asset allocation, in seguito all’eredità di 100 000 euro anche da lui ricevuta, potrebbe avere una configurazione di questo tipo:

Cassa 20
Titoli di stato a breve termine 10
Depositi vincolati < 1 anno 5
Obbligazioni a tasso fisso < 3 anni 10
Titoli governativi e IG > 3 anni 7,5
High yield > 3 anni e perpetual 5
Azioni 10
Polizze vita 10
Immobili 22,5

 

TOTALE 100

 

Si suppone, in questo caso, che il patrimonio preesistente fosse in gran parte investito in immobili (la casa di proprietà) e polizze vita e che Lucio voglia mantenere liquida o liquidabile a breve buona parte dell’eredità ricevuta, affinché vada a incrementare le risorse disponibili per compensare la mancanza di reddito

A questo punto, si tratta di confrontare l’asset allocation iniziale, riportata però in euro anziché in valori percentuali, con l’asset allocation strategica, il nostro obiettivo, anche questa a valori assoluti e quindi comprensiva delle risorse per le quali stiamo valutando l’impiego. In questo modo potremo vedere, per ogni classe di investimento, lo scostamento da coprire con gli acquisti e le vendite da passare alla banca.

Questa valutazione può essere fatta riportando i dati in una tabella: se supponiamo che il patrimonio iniziale di Lucio sia, ad esempio, di 300.000 € e sia investito come sintetizzato nella prima colonna a sinistra della tabella, il confronto può essere rappresentato da quanto segue:

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Come si vede dall’ultima colonna, contrariamente a quanto si pensa, non si tratta solo di investire i 100.000 € che sono arrivati dall’eredità, ma per adeguarsi all’asset allocation tendenziale, dovremmo investire 130.000€ e disinvestirne 30.000, ottenendo così un assetto del nostro patrimonio più coerente con gli obiettivi che ci siamo proposti e con la nostra propensione al rischio.

Il nostro patrimonio, una volta modificato nei termini che abbiamo detto, sarà complessivamente più liquido e meno rischioso e la sua redditività, anche se meno brillante, diventerà più affidabile: questo consentirà a Lucio di contribuire a mantenere il suo tenore di vita precedente senza intaccare il valore della parte immobilizzata.

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A questo punto resta solo da intervenire, finalmente, sul dossier titoli, dedicandoci a quell’attività che, solitamente, viene fatta all’inizio. Proprio di questo ci occuperemo nel prossimo articolo.

La strategia negli investimenti delle famiglie

Se abbiamo definito con sufficiente chiarezza quali sono i nostri obiettivi di investimento (durata, reddito, formazione di capitale, scadenze) e ci siamo fatti un’idea delle nostre propensioni (al rischio, preferenza per la liquidità, durata media dei titoli), siamo idealmente pronti per costruire il nostro portafoglio.

Il primo passo è quello di definire la nostra asset allocation strategica, ovvero la ripartizione delle risorse disponibili fra le diverse classi di investimento. E’ un concetto che abbiamo già trovato negli articoli precedenti e che mira a definire la percentuale del patrimonio da impiegare in ciascuna tipologia di titoli, restando per il momento nell’ambito di una classificazione a maglie larghe, molto generica (cassa, obbligazioni delle varie specie, azioni, immobili, valute). Il percorso di investimento è quello che ci porterà da questa fase, attraverso l’asset allocation tattica, l’analisi dei titoli disponibili e il timing a passare gli ordini di acquisto alla banca.

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Dei concetti di strategia e tattica abbiamo parlato in precedenza a lungo e non ci dilunghiamo oltre. La strategia è quella che definisce il percorso ( il punto di partenza e la mèta) sulla base degli strumenti disponibili (risorse, tempo) e dei vincoli; la tattica è quella che definisce il tipo di strada, il veicolo, le soste che vogliamo fare. Con la strategia si realizzano gli obiettivi che ci siamo proposti, con la tattica si risparmia tempo, si guadagnano risorse, si conseguono extra-redditi, si evitano o si limitano i danni di previsioni errate.

Entrambe sono importanti, entrambe vanno stabilite e seguite con attenzione. Senza una buona strategia “si naviga a vista”, senza una buona tattica si possono pregiudicare i risultati.

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LE PREVISIONI

Come ho scritto nell’incipit di questo blog (che a questo punto invito a rileggere: https://wordpress.com/post/marcoparlangeli.com/22 ), alla base dei processi razionali, in finanza come nella gestione di impresa o di un ente non-profit, ci sono le valutazioni sui megatrends e microtrends che devono orientare le scelte. Ne abbiamo indicati alcuni sui quali credo ci possa essere una condivisione generalizzata (prezzi e tassi stabilmente molto contenuti, prezzi del petrolio attesi in crescita e così via).

Per costruire un’efficiente asset allocation, occorre farsi un’idea su come si muoveranno:

  • I prezzi (andamento atteso dell’inflazione);
  • I tassi (a seconda delle varie scadenze dell’investimento);
  • Il ciclo economico (ci sarà sviluppo, recessione o stagnazione?);
  • I settori produttivi (quali andranno bene e quali fletteranno);
  • Le valute (nel caso che la nostra propensione al rischio ci porti a valutare anche investimenti in divisa estera).

Questa è sicuramente una delle parti del processo (insieme alle successive) che richiede conoscenze e informazioni non alla portata di tutti. Per questo si possono utilizzare i consulenti finanziari, gli addetti di banca, i private bankers. Oppure possiamo usare la stampa specializzata, i siti economici, i report degli uffici studi. Tutto questo non può e non deve sostituire però la prima parte di indagine, quella che abbiamo descritto fino ad ora, perché nessuno ci conosce meglio di noi stessi.

Per avere un’idea di quanto siano rilevanti questi elementi nelle scelte di investimento, pensiamo a cosa succede se sbagliamo previsioni nei casi sopra evidenziati (a parte le valute per le quali il discorso è più complesso):

  • Se avevamo previsto un’inflazione in crescita e abbiamo comprato oro o metalli preziosi (o titoli ad essi correlati), certamente abbiamo perso perché in tempi di deflazione il prezzo dell’oro scende;
  • Se avevamo previsto tassi a lungo termine in calo e abbiamo comprato titoli di pari scadenza a tasso fisso, con i tassi lunga stabili o in crescita abbiamo certamente perso perché i prezzi di quei titoli, a parità di altre condizioni, sono diminuiti;
  • Se avevamo creduto al governo e previsto una forte ripresa comprando azioni di società nazionali, anche qui a parità del resto abbiamo certamente perso in termini di profitti (e quindi dividendi) di quelle aziende e del loro valore;
  • Se avevamo previsto ad esempio il settore finanziario in crescita e quello farmaceutico in calo, vendendo azioni di aziende biofarm e comprando azioni di banche, certamente avremo perso.

Certo, non è facile indovinare il futuro, occorrerebbero poteri divinatori che non sono probabilmente alla nostra portata. Ma con un po’ di attenzione e con i consulenti giusti, almeno le macro tendenze dovremmo essere in grado di inquadrarle, e di evitare così qualche bagno di sangue.

 

LA RISERVA DI LIQUIDITA’ E LA SOGLIA MINIMA DI INVESTIMENTO

Tutto il ragionamento che abbiamo fatto, e che stiamo facendo, ha un senso pratico solo se le risorse di cui disponiamo raggiungono almeno un certo livello, rispetto alla riserva che vogliamo tenere in forma liquida da avere sempre disponibile per fronteggiare imprevisti.

Dobbiamo infatti considerare i tagli minimi dei singoli titoli che possiamo comprare (in genere pari al valore nominare di 1.000 € per i titoli obbligazionari più diffusi, e a un pacchetto di azioni più o meno dello stesso importo), le spese di transazione (ovvero i costi bancari e le imposte di bollo) e la ritenuta fiscale del 26% sui redditi finanziari di ogni tipo. Specie in periodi come questo di tassi molto contenuti, risulta evidente che sotto i 10/15.000 € disponibili, la cosa più ragionevole è tenerli depositati in conti a vista presso banche o uffici postali, quando non “sotto il materasso”.

Se infatti fossimo talmente bravi o fortunati da far rendere il portafoglio il 5% (che possiamo considerare oggi un rendimento di tutto rispetto in assoluto), i nostri 15.000 € ne renderebbero 750 lorde all’anno, ovvero 555 netti che verrebbero pressoché azzerati dall’imposta di bollo e dalle spese bancarie per il dossier titoli, oltre alla tosatura subita per effetto della tassazione sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta “Tobin tax” che l’Italia – fra i pochi paesi ad averla introdotta – applica su ogni movimento titoli a prescindere dal suo risultato.

Se quindi la somma di cui si può disporre è di poco superiore alla riserva di liquidità, meglio dedicarsi al problema di come guadagnare di più o di come spendere i pochi euro che residuano una volta assicurata la sopravvivenza

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Ci stiamo gradualmente avvicinando al momento in cui i nostri eroi Laura e Francesco (la giovane coppia di trentenni) e Lucio (il manager cinquantenne esodato), che abbiamo conosciuto nell’articolo precedente, potranno passare i primi ordini su titoli. Lo vedremo le prossime settimane.