Referendum: che succederà al portafoglio?

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Nell’articolo pubblicato il 5 luglio (Brexit: calma e gesso) eravamo stati facili profeti nel prevedere un rapido assestamento dei mercati dopo le sbandate iniziali.

Quando Barack Obama apprese l’esito delle votazioni che incoronavano Donald Trump prossimo presidente degli Stati Uniti, disse: “Domani il sole sorgerà ancora”. E in effetti, dopo le prime reazioni peraltro prevedibili, tutti hanno cominciato a fare i conti con la nuova realtà e i mercati si sono gradualmente riportati in equilibrio.

Così ora, in vista del referendum di domenica 4 dicembre, non sembra di scorgere all’orizzonte eventi nefasti o irreversibili a seconda dell’esito, sia esso sì o no. Cosa dobbiamo attenderci sui mercati lunedì 5 e nei prossimi giorni e mesi?

Intanto dobbiamo distinguere effetti a breve termine da effetti nel medio periodo. Esaminiamo qui solamente le prevedibili reazioni degli investitori ai diversi risultati: se chi ha, o programma di avere, capitali investiti nel nostro Paese ritiene che la situazione si possa deteriorare, che aumenti l’instabilità o peggiorino i fondamentali del sistema, venderà (o rinuncerà a investire) i propri asset, ad esempio azioni di imprese italiane o obbligazioni governative o corporate, contribuendo così alla diminuzione dei loro prezzi di mercato.

Se riterrà invece che la situazione resti sostanzialmente invariata, continuerà a valutare indipendentemente dal rischio paese e, se dovesse aspettarsi che possa esserci un miglioramento, comprerà titoli italiani facendone aumentare i prezzi.

All’investitore interessa poco il sistema elettorale o l’abolizione del CNEL: ciò che vuole sapere è cosa succederà al valore delle aziende in cui ha investito e alla loro capacità di generare profitti.

Siccome nell’immediato ben poco cambierà nei fondamentali del Paese, credo che si possa votare in tutta tranquillità senza il ricatto di probabili terremoti, che non ci saranno.

Ciò non vuol dire che non ci saranno oscillazioni o rimbalzi, anche forti, nei momenti immediatamente successivi all’esito, ma questa è materia per speculatori e non per investitori. Niente di male a “scommettere” su un determinato esito, comprando o vendendo di conseguenza, con l’obiettivo poi di azzerare le posizioni con profitto una volta che il tutto si sia normalizzato, ma qui siamo interessati piuttosto alla posizione di chi vuole investire consapevolmente le proprie risorse.

Un primo suggerimento per poter guadagnare sull’emotività del dopo referendum, è ovviamente quello di tenersi liquidi il più possibile per poter sfruttare eventuali buone occasioni di acquisto a saldo: se abbiamo nel radar un certo titolo, conviene aspettare a comprarlo dopo il referendum anziché prima, se riteniamo che l’effetto immediato sia un calo consistente ma transitorio. Certamente nel caso in cui uno o più titoli in portafoglio subiscano un crollo dopo il voto, conviene evitare di venderli subito, facendosi prendere dal panico, se a suo tempo vennero acquistati sulla base di una valutazione seria e di considerazioni motivate.

In ogni caso, bisogna mantenere la calma perché il 5 dicembre “il sole sorgerà ancora”.

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SE VINCE IL SI’

La conferma della riforma costituzionale promossa dal governo in carica sarà certamente interpretata come un segnale di stabilità della situazione politica e di continuazione del processo di riforme perseguito negli ultimi due anni. In questo scenario è dunque ragionevole attendersi nell’immediato un aumento dei prezzi degli asset del Paese poiché gli investitori amano muoversi in mercati stabili e in assenza di sconvolgimenti.

Inoltre coloro che avevano scommesso per il no, magari vendendo allo scoperto azioni, saranno costretti a ricoprirsi in perdita, ovvero ad acquistare quelle azioni che si erano impegnati a vendere, facendone aumentare ulteriormente i prezzi.

Alla fine, però, solo se il processo di riforme andrà avanti nel senso gradito e consentirà il miglioramento dei fondamentali, l’investitore sarà propenso a mantenere i titoli italiani in portafoglio ed anche a comprarne ancora.

Il sì ovviamente rafforza il governo e un governo stabile è sempre un elemento di giudizio positivo per chi deve investire, ma da solo non basta: ci deve essere anche un miglioramento effettivo dell’economia del paese e l’uscita dalla crisi, che dipenderanno da una serie di altri fattori.

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SE VINCE IL NO

In caso di vittoria del no, non c’è dubbio che la volatilità dei mercati aumenterà e che in prima battuta i prezzi diminuiranno anche di molto. Ma gli investitori non credono che in tal caso si vada ad elezioni anticipate, quanto piuttosto che si formi un nuovo governo, con o senza Renzi, governo di orientamento centrista e di natura più o meno tecnica, molto difficilmente a guida del Movimento 5 Stelle.

A differenza di Grecia e Regno Unito, col referendum non è in discussione la permanenza dell’Italia in Europa e questo è comunque un elemento rassicurante.

Potrebbe tuttavia rallentare, o arrestarsi, il processo di riforme che sono viste comunque con favore dagli investitori ed anzi ritenute indispensabili per ridurre il gap del paese rispetto alle “best practices”. Non si sa però cosa succederebbe dopo, se e come tale processo venga ripreso oppure rivisto e in ogni caso se ne parlerà nel 2018 con le prossime elezioni.

Inoltre molti titoli italiani si ritengono oggi sottovalutati, come se avessero già scontato sul prezzo eventuali scenari negativi. I titoli di stato hanno visto lo spread rispetto ai Bund tedeschi (differenza di tasso che riflette il maggiore rischio paese per l’Italia rispetto alla Germania) risalire fino a quasi 2 punti percentuali, con conseguente diminuzione dei corsi; le azioni hanno visto il loro indice MSCI Italy sottoperformare del 18% nell’ultimo anno rispetto all’indice europeo e addirittura del 38% negli ultimi 5 anni. Le valutazioni potrebbero quindi essere considerate molto attrattive dagli investitori.

 

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Pillole di Finanza: l’investimento in dollari

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In un buon portafoglio di una certa consistenza (diciamo dai 50.000 € in su) é buona norma, in via generale, che sia presente una componente, dal 10 al 20%, investita in valuta estera, anche per chi é “euro based”, ovvero utilizza per i propri movimenti finanziari solo Euro.

Si tratta di una prima diversificazione del rischio, destinata a compensare un sempre possibile deprezzamento della moneta comunitaria sul mercato delle valute. Se questo succede, ad esempio se l’euro si deprezza rispetto al dollaro, il relativo cambio passa in un anno, mettiamo, da 1,15 a 1,07 (più o meno l’intervallo entro cui il biglietto verde si è mosso nell’ultimo anno). Ciò significa che abbiamo investito 10.000€ ricavando 11.500$ e che ora quegli stessi dollari valgono 10.748€.

Il rafforzamento del dollaro ci ha fatto guadagnare (al netto della differenza fra i tassi di interesse delle due divise che, per semplicità, non consideriamo) il 7,48%, decisamente non male. Ovviamente se nello stesso periodo il cambio fosse sceso a 1,25, quegli stessi dollari varrebbero solo 9.200€, facendoci perdere l’8%.

Ma perché dovremmo esporci a questo rischio di perdita?

In realtà il valore di partenza (1,15) era effettivamente basso rispetto alla media degli andamenti di un anno fa, ed era facile prevedere che sarebbe aumentato dato che l’economia USA stava marciando bene e si attendeva un aumento dei tassi. Ma una quota di portafoglio in dollari é una sorta di mini-assicurazione sul peggioramento (almeno relativo) della nostra economia.

Se questo succede, dovremmo pagare di più le nostre importazioni denominate in dollari (fra le quali quella del petrolio), i nostri iPhones e pure tutti i prodotti a basso costo che compriamo dai cinesi e paghiamo sempre in dollari.

In tal caso, passeremmo al l’incasso la nostra polizza (vendendo i dollari) e saremmo compensati per i maggiori probabili oneri.

Se nonostante tutte le previsioni, il dollaro si fosse invece indebolito, purché resti sempre in un intervallo “fisiologico”, potremmo evitare di vendere e tenerci la divisa in attesa di un miglioramento, è sempre nel presupposto di non dover liquidare per forza l’investimento (perché ad esempio dobbiamo comprare la macchina o rifare il tetto alla casa).

Comprare dollari non vuol dire andare in cassa valute della banca e acquistare le banconote verdi col ritratto di Washington e la scritta “in God we trust”, ma passare un ordine di vendita per un’obbligazione denominata in $.

Se scegliamo un emittente affidabile, una scadenza uguale al nostro periodo di investimento (diciamo due o tre anni) e un titolo che quota sotto la pari (ovvero meno di 100), avremo la ragionevole aspettativa di incassare 100 $ per ogni 100 di valore nominale a scadenza e quindi guadagnare la differenza, oltre che la cedola che viene pagata periodicamente, che é in genere superiore a quelle in Euro.

In merito alla quotazione, lo abbiamo  già spiegato in uno dei precedenti articoli, ma lo ripetiamo. I titoli obbligazionari sono quotati con base 100 di valore nominale. Ciò vuol dire che ogni titolo espone il valore che verrà rimborsato alla scadenza.. Il mercato valuta quel titolo essenzialmente in funzione del tasso di interesse che riconosce al sottoscrittore (la cedola) rispetto a quelli correnti per pari scadenza e della affidabilità dell’emittente. Se un titolo quota ad esempio 90, significa che per ogni tranche acquistata, supponiamo un nominale di 100.000 $, sul mercato pagheremo il 90% del suo valore nominale, nel nostro caso 90.000 $ e a scadenza riceveremo in rimborso i 100.000$ di valore del debito, oltre alle cedole via via previste. Se invece vendessimo quel titolo prima della scadenza supponiamo a 95, incasseremmo dalla vendita 95.000$ e avremo 5.000$ di guadagno in conto capitale (capital gain). Se però dovessimo vendere a 80, subiremmo una perdita in conto capitale di 10.000$.

Se a scadenza il dollaro é aumentato rispetto al cambio di acquisto, potremmo vendere i dollari e sommare al reddito conseguito l’utile su cambi. Se fosse invece diminuito, ma si trovasse ancora all’interno del nostro intervallo “fisiologico”, potremmo incassare i dollari e, senza cambiarli (ma tenendoli depositati in un conto valutario) e attendere l’occasione buona per comprare un altro buon titolo.

 

Lo Stato famelico

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Al termine di questa mini-serie che ha come scopo quello di fornire gli strumenti più immediati per una costruzione e gestione razionali del portafoglio, non possiamo, purtroppo, fare a meno di parlare della tassazione sulle rendite finanziarie.

Prima che clicchiate sulla croce in alto a destra del vostro schermo, conoscendo quanto entusiasmo l’argomento suscita, lasciatemi dire che non farò né un trattato né un articolo tecnico, ma fornirò solo qualche sintetica notazione per poter dare, come al solito, i consigli di base.

Pertanto cercheremo di fare un riepilogo degli oneri che incombono su quell’investitore che cerca un impiego dei suoi risparmi che sia il più redditizio e sicuro possibile: lo Stato è infatti un socio famelico e ingombrante che non solo si prende, in generale, più di un quarto di tutti i proventi realizzati, ma non partecipa neanche al rischio di questa piccola ed elementare impresa. Se si guadagna, il fisco si prende il 26% e, se si perde, la perdita è tutta nostra.

Evitiamo, però, di trattare i casi particolari e limitiamoci alle situazioni più comuni. Il regime di tassazione è normalmente quello del risparmio amministrato, anche se è possibile scegliere quello della dichiarazione. Il primo è più semplice e non ci sono adempimenti particolari da fare (sono tutti a carico dell’intermediario, cioè della banca), mentre con il secondo tutti i redditi vengono riportati nella dichiarazione annuale e tassati in base all’aliquota complessiva.

Col risparmio amministrato si subisce una ritenuta a titolo d’imposta al momento in cui si percepisce il reddito. Questa è, generalmente, del 26%, fatta eccezione per i redditi derivanti da titoli di stato per i quali è del 12,50%. Ciò significa che la Pubblica Amministrazione potrà raccogliere denaro fra i risparmiatori, col quale coprire il debito pubblico, a condizioni più favorevoli rispetto agli altri emittenti

L’aliquota è, inoltre, uguale per qualunque importo di reddito: se percepiamo un dividendo da un’azione in portafoglio di 10.000 € lorde, la banca ce ne accrediterà solo 7.400, trattenendone 2.600 di ritenuta; se realizziamo un guadagno di capitale di 50.000 €, l’imposta sarà di 13.000 €, pari al 26%, e in conto vedremo solo 37.000 €. Nella dichiarazione dei redditi, invece, l’aliquota non è fissa, ma cresce al crescere del reddito, per cui, considerando che l’aliquota media è del 31,8 %, con un reddito di 10.000 € si pagherà un’imposta di 2.300 € e con un reddito di 50.000 € l’onere fiscale sarà di 15.920 €.

Mentre per redditi più alti la convenienza del regime del risparmio amministrato è evidente, basti pensare che le aliquote più elevate sono del 43% rispetto al 26% della ritenuta a titolo di imposta sulla rendita finanziaria; per i redditi minori invece si paga qualcosa in più, ma si evita di dover andare dal commercialista per la dichiarazione dei redditi.

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La ritenuta del 26%, o del 12,50% in caso di titoli di stato o similari, si applica su ogni forma di rendita finanziaria: cedola, interessi, dividendi o plusvalenza realizzata.

Per quest’ultimo caso occorre però fare qualche ulteriore precisazione. Intanto la plusvalenza, o guadagno di capitale (capital gain), è data dalla differenza fra il ricavo proveniente dalla vendita di un determinato quantitativo di titoli ed il costo di acquisto degli stessi titoli a suo tempo sostenuto. Se, ad esempio, abbiamo acquistato 10.000 azioni Unicredit a 1,8 €, spendendo per il pacchetto 18.000 € e le abbiamo rivendute a 2,2 € incassando 22.000 €, avremo realizzato un capital gain di 4.000 €, sul quale la banca applicherà una ritenuta del 26%, pari a 1.040 €. Al momento della vendita ci verranno, quindi, accreditate 20.960 €, che portano il nostro profitto netto dell’operazione a 2,960 €. Avremo così esaurito tutti i nostri adempimenti fiscali e quel guadagno non dovremo inserirlo in dichiarazione.

Se, invece, fossimo stati meno fortunati e avessimo venduto i titoli a 1,7 €, avremmo ricavato solo 17.000 a fronte dei 18.000 inizialmente spesi ed avremmo quindi subìto una perdita di capitale (capital loss) o minusvalenza di 1.000 €. In quel caso avremmo la possibilità di compensare quella perdita, ovvero di portala in detrazione dell’imponibile sulle plusvalenze successive, purché realizzate entro i 4 anni.

Quindi, nell’esempio precedente, se avessimo avuto una minusvalenza pregressa di 1.000 €, la banca avrebbe calcolato l’imposta non su 4.000 € ma su 3.000, trattenendo solo 780 € anziché i 1.040 € effettivamente pagati.

Sembra un meccanismo complicato, ma si deve considerare che il 26% corrisponde circa a un quarto del reddito e ne rappresenta una componente importante.

La compensazione, cioè la possibilità di utilizzare una perdita a deconto delle imposte dovute sulle plusvalenze successive, avviene solo nell’ambito dello stesso intermediario, ovvero della stessa banca. Per cui, se avessimo dossier titoli in due o più banche, dovremmo valutare la consistenza delle minusvalenze detraibili in ogni dossier. Se realizziamo una plusvalenza in un dossier in cui non avevamo minusvalenze pregresse accantonate, pagheremo l’intera imposta del 26% anche se in un’altra banca avessimo minusvalenze (derivanti da precedenti operazioni chiuse in perdita presso quella banca) disponibili per la compensazione.

Inoltre, se dobbiamo liquidare per necessità alcuni titoli, conviene vendere quelli in utile nei dossier dove abbiamo minusvalenze accantonate, anche se non sono quelli che in altre circostanze avremmo scelto per la vendita. Al limite potremmo ricomprarli successivamente, ma intanto avremmo “affrancato”, ovvero liberato dalle tasse, la plusvalenza realizzata fino a quel momento.

Applicando lo stesso principio, possiamo dire che generalmente conviene realizzare i capital gain fino a concorrenza delle minusvalenze accantonate, anche se pensiamo che quei titoli aumentino ancora. Vanno ovviamente considerate le commissioni che la banca ci applica per ogni operazione di acquisto o vendita e bisogna tener presente che tali commissioni concorrono rispettivamente ad aumentare il prezzo di acquisto o diminuire il ricavo netto proveniente dalla vendita. Naturalmente queste commissioni e spese concorreranno al calcolo dell’imponibile, riducendolo.

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Le banche incidono dunque in molti modi sulla redditività di un portafoglio, oltre che con le commissioni calcolate in percentuale su ogni operazione (acquisto, vendita, stacco cedole, ecc.). Inoltre fanno pagare trimestralmente una percentuale del controvalore del dossier a titolo di spese amministrative, che saranno maggiori se si tratta di un rapporto di consulenza attiva o di vera e propria gestione patrimoniale, nel quale cioè è la banca, su mandato del cliente, a compiere tutte le operazioni che ritiene necessarie.

Infine sono previsti ulteriori oneri sull’investitore: l’imposta di bollo, applicata ogni trimestre in base alla consistenza del dossier e la tassazione sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta “Tobin Tax”, che è pari allo 0,10% del controvalore di ogni operazione effettuata su titoli negoziati nei mercati regolamentati (ovvero le borse valori) ed è invece coincidente con lo 0,20% sugli altri titoli. Anche questa è una voce da considerare, soprattutto per operazioni di notevole entità quando i redditi sono bassi.

 


 

Con questo articolo termina la serie di consigli ai risparmiatori, iniziata il 13 settembre 2016 con il contributo “La scelta degli investimenti”, che aveva come obiettivo quello di fornire suggerimenti per un investimento consapevole ed efficiente. Chi avesse avuto la pazienza di seguirli e soprattutto l’accortezza di metterli in pratica, avrebbe già fatto progressi notevoli e potrebbe dormire sogni (relativamente) tranquilli.

Ci siamo occupati in questi mesi soprattutto di gestione strategica, lasciando invece le problematiche più specifiche della gestione tattica alla rubrica di pillole e Questions&Answers settimanale, che pubblicheremo a partire dal prossimo venerdì.

Ovviamente le risposte che verranno fornite alle vostre domande pubblicate sulla nostra rubrica saranno sempre relative ad argomenti di ordine generale; per gli aspetti specifici, che consentano di realizzare un programma di investimento tagliato ad arte sulle vostre esigenze specifiche, è indispensabile ricorrere alla consulenza specializzata.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una nuova rubrica settimanale

 

Da oggi marcoparlangeli.com  BEST IS YET TO COME, il blog che avete apprezzato e seguito in questi primi mesi, si arricchisce di una nuova rubrica settimanale: PILLOLE DI FINANZA.

Ogni venerdì cercheremo di trattare, in modo sintetico ma speriamo ancora chiaro e comprensibile, un argomento – fra quelli che hanno animato la settimana trascorsa – inerente la finanza, e in particolare, la gestione di portafoglio da parte di un operatore privato.

Il nostro target é dunque rappresentato dalle famiglie e dagli investitori che non svolgono questa attività in modo professionale, ma desiderano impiegare consapevolmente ed in maniera efficiente le proprie risorse, evitando per quanto possibile di incorrere in brutte sorprese senza per questo rinunciare ad una allocazione ottimale.

Naturalmente si tratterà di analizzare l’aspetto in questione, e mai di dare consigli di acquisto o vendita anche perché, come ben sa chi ha seguito questo blog, l’approccio che suggerisco é di tipo sistemico e non improvvisato. Si deve partire da un esame approfondito e dettagliato della propria situazione patrimoniale esistente, dei propri redditi attesi e degli impegni di spesa, e attraverso la considerazione della propria propensione al rischio e dei trend di sistema e di mercato, definire gli obiettivi strategici o di medio periodo.

Si giunge così a costruire la propria “asset allocation strategica”, all’interno della quale ci muoveremo – con la gestione tattica – per la relativa implementazione e per le correzioni di breve periodo.

Il lettore tipico, che potrà trarre il massimo profitto dalle indicazioni del blog, é quindi un soggetto razionale, non certo uno speculatore o un trader, che vuole gradualmente entrare in questo mondo all’apparenza ostico e divenire sempre più consapevole delle proprie scelte.

Non vuole essere, e non sarà, una guida al “fai da te”, perché crediamo che il supporto di specialisti e consulenti esperti e sicuramente indipendenti sia indispensabile anche per un corretto percorso di crescita individuale.

Uno stesso titolo può essere infatti adeguato per un certo portafoglio e non adeguato per un altro: non avrebbe senso, secondo noi, consigliare di venderlo o comprarlo senza conoscere tutte le altre informazioni soggettive che riteniamo indispensabili.

Indicazioni più concrete e dettagliate potranno essere date su specifica richiesta al di fuori del blog, e sempre sulla base di una conoscenza più approfondita dell’investitore.

É parimenti ovvio che si tratterà sempre di opinioni e interpretazioni personali, oltre che di conoscenze oggettive messe a disposizione del lettore, e come tali sempre soggette a errore. La finanza ha infatti sempre per oggetto eventi futuri e, non avendo poteri divinatori (ahimè…) ci dobbiamo limitare ad una valutazione probabilistica che parte dall’osservazione degli eventi, dall’esperienza e dalla statistica.

Inoltre ogni scelta di investimento, lo abbiamo detto e ripetuto più volte, é soggetta a una serie di rischi che possono essere sicuramente conosciuti, affrontati e limitati ma mai eliminati. Ogni decisione (comprare, non comprare, vendere, non vendere) comporta infatti la possibilità di perdere denaro (o guadagnarne di meno) e di questo dobbiamo avere consapevolezza. Neanche la scelta di tenere i contanti sotto il materasso é priva di rischio: possono essere rubati, distrutti da un’inondazione o andare fuori corso, o semplicemente l’inflazione può minarne il potere d’acquisto.

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Chi ha avuto la pazienza di seguire il blog, ha trovato, a partire dal 13 settembre (“La scelta degli investimenti”) ogni martedì, e fino a martedì prossimo 22 novembre (quando parleremo di fiscalità) una serie di articoli che possono costituire una vera e propria mini guida per l’investimento consapevole da parte delle famiglie, con esempi concreti e situazioni concrete. Abbiamo cercato di trasferire, con linguaggio il più comprensibile possibile, i fondamentali della scelta ottimale di portafoglio.

I più esperti potranno trovare il tutto elementare, ma possiamo assicurare che i concetti anche più complessi rispettano le indicazioni fornite. A questo punto, riteniamo che il nostro lettore-modello sia  pronto ad avventurarsi sul mercato.

Il blog proseguirà a presentare, ogni martedì, gli altri argomenti di cui ci siamo occupati dall’inizio: gestione aziendale, start-up, piccole e medie imprese, organizzazioni non-profit, asset management in generale. La finanza per portafogli semplici di investitori comuni verrà invece prevalentemente trattata in questo spazio settimanale, che ci auguriamo sia gradito ai lettori come lo é stato il blog dall’inizio (abbiamo avuto quasi 4.000 visite, un risultato sicuramente lusinghiero).

 


 

Iniziamo dunque questo nuovo spazio parlando dell’investimento in valuta, e in particolare del dollaro. Insieme alla “pillola di finanza” cercheremo di rispondere, nella sezione Q&A, ad alcune domande sull’argomento che ci perverranno, ovviamente se di interesse generale. Invitiamo i lettori a inviare eventuali domande tramite la finestra dei commenti sul sito oppure all’indirizzo mail marco@marcoparlangeli.com

Cherry Picking Pt.2: le azioni

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Terminiamo questa breve guida all’asset allocation parlando della scelta, da effettuare una volta individuata l’entità dei titoli da investire, dei titoli azionari da mettere in portafoglio. Siamo quindi nell’ambito della gestione attiva e ci confrontiamo, ancora una volta, con quella che è stata definita cherry picking ovvero la “raccolta delle ciliegie”: scegliere dal paniere di tutti i titoli presenti sul mercato i due, massimo tre, su cui puntare.

Di tutto il percorso che abbiamo fatto, questa è probabilmente la fase più rischiosa, se abbiamo deciso di non affidarci a strumenti di gestione collettiva quali i fondi azionari oppure agli ETF (di cui abbiamo discusso in precedenza: riportare link dell’articolo).

Le azioni sono infatti tradizionalmente considerate l’asset class più volatile e più instabile, forse anche oltre l’evidenza statistica, che spesso presenta invece titoli obbligazionari dall’andamento anche più ballerino. Ad ogni modo è, anche nel caso delle azioni, necessario affidarsi al supporto di consulenti esperti.

 

Il primo dato certo da cui partire è che, se abbiamo già deciso di investire in azioni, vuol dire che l’andamento previsto di questo mercato, in generale, è considerato coerente con i nostri obiettivi. Scegliere inoltre in cherry picking uno o più titoli azionari anziché affidarsi a indici o fondi vuol dire puntare su azioni che riteniamo possano avere una performance superiore a quella del settore di riferimento. Questo può avvenire per tre grandi categorie di motivi:

 

  • Perché il settore in cui quella società opera mostrerà una performance migliore degli altri settori;
  • Perché quella particolare società mostrerà una performance migliore delle altre società del suo settore;
  • Perché quella società sarà interessata da eventi specifici e peculiari che ne faranno aumentare il valore in borsa (la cosiddetta capitalizzazione di mercato o market cap).

 

 

Come si vede siamo ancora nel campo delle previsioni e quindi, a meno che non abbiamo poteri divinatori, dell’incertezza. Quello che può fare la differenza è il fatto di poter disporre di informazioni che gli altri non hanno e/o di interpretarle in modo diverso dagli altri. Questo vale in particolare per il terzo punto, dove è necessario accertare innanzitutto che la provenienza delle informazioni non sia illegittima, fatto che integrerebbe gli estremi del reato di insider trading; occorre poi verificare che tali informazioni non siano price sensitive, ovvero destinate a restare riservate, oppure in grado di influenzare il prezzo.

Bisogna fare quindi molta attenzione, ad esempio, all’amico che ci soffia nell’orecchio: “Ho saputo che quella società verrà acquisita tra poco e il suo titolo in borsa salirà molto”. Se la cosa è vera, molto probabilmente è un caso di insider trading; se invece è falsa prenderemo una sonora legnata. A maggior ragione se avessimo rapporti professionali con quella società.

 

Può però accadere che per una serie di motivi, magari per conoscenza personale della società o dei suoi manager, ci siamo fatti l’idea che in un certo periodo di tempo un particolare settore o una singola società andrà meglio di quanto prevedono gli analisti: in tal caso potremmo “scommettere” su quella società comprandone le azioni. Se la nostra intuizione è confermata dai fatti, quella società farà maggiori profitti e quindi distribuirà più dividendi oppure aumenterà il suo valore. In entrambi i casi il suo corso (prezzo di borsa) aumenterà e, di conseguenza, salirà il valore del nostro patrimonio.

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La logica è molto simile, ma non del tutto coincidente, con quella dell’asset allocation tattica: in quel caso infatti movimenteremo il portafoglio per prendere profitto da oscillazioni anche temporanee, non necessariamente collegate al valore dell’azienda. Qui invece siamo ancora dentro un ragionamento strategico ed abbiamo un orizzonte temporale più lungo.

 

 

IL TARGET PRICE

 

A parte giudizi puramente soggettivi e intuizioni personali, è sempre utile, talvolta indispensabile, acquisire le valutazioni di professionisti che per mestiere analizzano bilanci, informazioni e notizie sulle società quotate. Sono i cosiddetti “analisti”, esperti di cui le maggiori banche e società di intermediazione dispongono a vantaggio dei propri clienti e di coloro che li consigliano e guidano nell’acquisto.

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Tali valutazioni si fondano, nella maggior parte dei casi, sul meccanismo del “target price”. Sulla base dei dati di cui disponiamo, attraverso modelli e tecniche di riconosciuta validità, si calcola cioè il valore teorico dell’azienda, che normalmente coincide con il totale degli utili che si prevedono in futuro (in genere fino a 20 anni), riportandoli a oggi attraverso un procedimento matematico, detto “attualizzazione”, che passa dalla previsione dei tassi di interesse.

Una volta individuato il valore “teorico” della società e diviso per il numero delle azioni in circolazione, si confronta il valore così ottenuto (cosiddetto “prezzo target”) con il prezzo di borsa: se è superiore, si ritiene che il prezzo debba crescere, adeguandosi al suo valore. In tal caso il suggerimento dell’analista sarà buy, ovvero comprare, e la differenza in percentuale dei due valori il potenziale upside, cioè il guadagno.

Ovviamente sarà al contrario in caso di valore teorico inferiore al corso, con conseguente suggerimento sell (vendere) e potenziale downside (perdita).

 

Come si vede, gli elementi di incertezza sono molti e, soprattutto, non possono essere calcolate l’imprevedibilità e l’irrazionalità del mercato. Alla base del ragionamento c’è piuttosto l’assunto che il prezzo di borsa di un titolo debba tendere sempre al valore teorico dell’azienda. Questo però accadrebbe solamente se i mercati fossero perfetti e tutti avessero le stesse informazioni, sempre ammettendo naturalmente che le valutazioni degli analisti siano corrette e i dati su cui sono basate totalmente attendibili.

 

In realtà sappiamo che queste due condizioni non sempre si realizzano. Gli analisti infatti potrebbero avere un interesse a promuovere un certo titolo, perché magari la stessa banca per cui lavorano è esposta con quella società, anche se la normativa imporrebbe l’esistenza di una separazione totale, i cosiddetti “chinese walls” o muri cinesi, fra chi pubblica analisi destinate al mercato e chi fa il vero e proprio lavoro di banca.

Allo stesso modo l’attendibilità dei dati e dei bilanci societari non sempre si verifica, come dimostrano i purtroppo noti casi di manipolazione e falsificazione dei numeri.

 

Affrontato anche il tema della scelta dei titoli azionari, con il prossimo articolo, nel quale parleremo di fiscalità sugli investimenti e di rendite finanziarie, esauriremo questa serie di contributi finalizzati a dare strumenti ed elementi di giudizio al risparmiatore, che sia la singola famiglia o l’ente non profit, che voglia costruire un portafoglio razionale ed efficiente, evitando per quanto possibile di incorrere in perdite dovute a mancanza di informazioni o competenze.

Cherry Picking Pt. 1: Le obbligazioni

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Se fare “gestione passiva” significa scegliere strumenti che replicano e si adeguano immediatamente ai prezzi medi di una determinata asset class o categoria, fare “gestione attiva” significa invece scegliere, fra i diversi titoli della categoria stessa, quello o quelli che riteniamo migliori o più stabili. In inglese questo si traduce con l’espressione cherry picking, ovvero raccogliere le ciliegie, facendo una cernita fra tutte quelle che l’albero produce.

Entriamo, con questa fase, nella logica dell’asset allocation tattica, che si differenzia da quella strategica esaminata finora soprattutto per due aspetti: il focus sulle singole asset class, anziché su tutto il patrimonio) e l’orizzonte temporale più limitato. Se con la gestione strategica puntiamo infatti a realizzare i nostri obiettivi di lungo periodo e a dare al portafoglio una configurazione equilibrata e coerente con la situazione patrimoniale complessiva, con le previsioni e con i nostri sogni, con la gestione tattica miriamo invece a massimizzare il profitto e/o a minimizzare il rischio di perdite.

 

Torneremo ampiamente a parlare di gestione tattica e lo faremo con una rubrica settimanale che sarà composta da una “pillola”, ovvero un breve contributo che ogni settimana prenderà in considerazione una singola questione (un titolo, un comparto, una valuta, ecc.) e le risposte alle domande dei lettori su quell’aspetto. Ogni volta proporremo un argomento per la settimana successiva ed inizieremo da venerdì prossimo parlando del dollaro.

 

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SCEGLIERE UN TITOLO ALL’INTERNO DI UNA ASSET CLASS

La scelta di una gestione tattica nell’ambito di una classe di titoli implica ovviamente un certo grado di conoscenza e di informazioni ed è per questo che è consigliabile muoversi sempre con il supporto di un professionista esperto. Se infatti questo tipo di gestione può consentire di realizzare buoni guadagni extra, altrettanto elevata è la probabilità di subire perdite.

Concentrare tutti gli investimenti previsti per una intera asset class in un unico titolo, o pochi titoli, vuol dire infatti rinunciare alla diversificazione e ripartizione del rischio che la gestione passiva comporta e concentrare il rischio emittente su un unico, o pochi, soggetti.

Prescindiamo in questa sede dalla movimentazione dell’asset class, che è lo strumento principale per la gestione tattica complessiva, e limitiamoci a considerare la scelta iniziale.

Nel caso del nostro investitore Lucio, alle prese con l’implementazione dell’asset allocation strategica, eravamo rimasti al punto in cui si trattava di:

  • Acquistare 25.000 € in obbligazioni a tasso fisso con scadenza inferiore a tre anni;
  • Investire 25.000 € in azioni.

 

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Se Lucio decide di fare “cherry picking”, dovrà quindi individuare uno o al massimo due titoli per ogni classe di questi attivi fino alla concorrenza degli importi sopra indicati. E’ consigliabile infatti non frazionare troppo il portafoglio, ovvero evitare di comprare un quantitativo di titoli che sia al di sotto di una certa dimensione minima.

Valgono infatti, in prima battuta, le considerazioni svolte in merito alla dimensione minima del patrimonio: si veda a tal proposito l’articolo sul nostro blog del 10 aprile 2016 (https://marcoparlangeli.com/2016/10/04/la-strategia-negli-investimenti-delle-famiglie/ )

Tornando al caso di Lucio e dunque avendo a disposizione solo 25.000 € per ogni classe, effettuare singoli acquisti per controvalori inferiori ai 10.000 € aumenta il grado di complessità del portafoglio senza però offrire apprezzabili miglioramenti qualitativi dello stesso, pertanto non è sicuramente una scelta efficiente.

LA SCELTA DI UN TITOLO OBBLIGAZIONARIO

Come scegliere allora uno o al massimo due titoli obbligazionari con scadenza inferiore ai 3 anni (delle azioni parleremo nel prossimo articolo)?

Nel caso delle obbligazioni, gli elementi di giudizio sono più oggettivi e la scelta è relativamente più facile, almeno per quanto riguarda le caratteristiche del titolo: stiamo infatti parlando di tasso fisso, per cui – a meno dell’insolvenza dell’emittente – sappiamo esattamente quanto incasseremo per interessi e capitale dal momento dell’acquisto fino alla scadenza. L’informazione finanziaria riporta del resto, per ciascun titolo quotato, tutti
gli elementi di giudizio per fare gli opportuni confronti.

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Prendiamo un BTP (Buono Poliennale del Tesoro): si tratta di un titolo emesso dallo Stato Italiano, con scadenza appunto poliennale, che paga una cedola, ovvero un interesse, fissa ogni sei mesi pari al tasso stabilito sul valore nominale.

Le informazioni che, in relazione a questi titoli di Stato, troviamo ad esempio su “Il Sole 24 Ore” sono le seguenti (riportiamo per semplicità i soli titoli “normali” – ovvero non correlati all’inflazione – con scadenza 2019 di un qualunque giorno di novembre):

 

data god titolo ISIN Cedola attuale Prezzo odierno Rend.eff lordo Qtà (€ mgl)
01-02s 1.2.2019 IT0002493258 4,25 109,82 -0,01 3.404
01-03s 1.3.2019 IT0004423957 4,50 110,761 0,00 1.979
01-011s 1.5.2019 IT0004992308 2,50 106,29 0,04 1.229
01-02s 1.8.2019 IT0005030504 1,50 104,102 0,04 398
01-03s 1.9.2019 IT0004489610 4,25 112.133 0,05 1.162

 

Vediamo nell’ordine il significato di queste informazioni.

– La data di godimento (data god.) è la data di stacco della prossima cedola. Ad esempio 01-02 s significa che la cedola è semestrale e la prossima verrà pagata con valuta 1/2/2017. Quella successiva, dopo sei mesi, avrà quindi valuta 1/8/2017 e così via.

– La seconda colonna riporta la scadenza del titolo (titolo), ovvero la valuta con la quale verrà rimborsato il capitale. Il rimborso avviene “alla pari” ovvero vengono rimborsati 100 € per ogni 100 € di valore nominale o facciale (le quotazioni sui titoli obbligazionari sono sempre riportate a 100 di valore nominale).

– La terza è il codice ISIN, ovvero il codice che identifica il titolo: è quello che dovremo fornire alla banca per passare gli ordini sul titolo stesso.

– La quarta colonna riporta invece la misura percentuale della cedola (cedola attuale), rapportata all’anno: ad esempio 4,50 significa che ogni 10.000 € di valore nominale posseduto, incasseremo 225 € al semestre, al lordo della ritenuta fiscale pari a 122 €, ovvero 197 € netti (questi titoli hanno una tassazione agevolata al 12,5%).[1]

– Le due colonne successive sono quelle effettivamente rilevanti per la scelta: riportano il prezzo (prezzo odierno) e, di conseguenza, il rendimento effettivo lordo espresso in € (rend. eff. lordo) di rendimento su ogni 100€ investite nel titolo. Il prezzo è espresso in € per ogni 100 € di valore nominale trattato. Ad esempio, nel caso del terzo titolo, il prezzo di 106,29 significa che se acquistiamo 10.000 € di valore nominale di quel BTP, spenderemo 10.629 €, oltre naturalmente alle spese che addebiterà la banca o l’intermediario.

Quando il prezzo è superiore a 100, cd “sopra la pari”, se teniamo il titolo in portafoglio fino alla scadenza, subiremo una perdita di capitale in quanto il rimborso avviene sempre a 100, ovvero avremo come rimborso € 10.000 mentre ne avevamo pagati € 10.629. Allora il rendimento totale del titolo sarà dato dalla somma delle cedole (interessi ogni sei mesi) che andremo ad incassare meno la perdita di capitale. Se invece il prezzo è “sotto la pari”, ovvero se lo paghiamo meno di 100, darà origine a un guadagno di capitale che aumenterà il rendimento.

– Pertanto la penultima colonna esprime il rendimento effettivo lordo per ogni 100 € investite nel titolo. Ed ovviamente è proprio questo uno degli elementi principali da prendere in esame per la nostra scelta.

– L’ultima colonna (Q.tà)  infine indica in controvalore in migliaia di Euro dei contratti di compravendita di quel titolo registrati nel giorno di borsa precedente e dà una misura di quanto il titolo sia liquido e il suo mercato ampio.

In tutti i casi sopra elencati, avremo quindi – tenendo il titolo fino alla scadenza – un rendimento lordo di pochi centesimi per cento, che non coprirà neanche la svalutazione monetaria causata dalla pur bassa inflazione.

Se non vogliamo quindi limitarci a esaminare i titoli di stato e siamo disponibili ad affrontare un rischio un po’ più alto, possiamo estendere l’esame ad altri emittenti, tipicamente banche o grandi società. In questo caso avremo un rendimento meno simbolico: ad esempio potremo indirizzarci sull’obbligazione 12-19 6%, emessa da una primaria banca che registra il prezzo di 104,97, con un rendimento effettivo lordo del 3,41%.

In quest’ultimo caso occorre vedere bene il regolamento del prestito (sintetizzato nella scheda riportata sul sito dell’emittente e domandarsi il perché dell’offerta di un tasso più elevato.

Si tratta infatti di un subordinato, ovvero di un titolo che, in caso di fallimento dell’emittente, verrà rimborsato solo dopo tutte le altre passività e subito prima del capitale: questo è il motivo per cui offre un tasso più elevato di quello dei BTP.

 


 

Analizzato dunque il concetto di gestione attiva con riferimento ai titoli obbligazionari, nel prossimo articolo ci concentreremo sull’altra categoria, più fruttifera ma anche più rischiosa, delle azioni.

[1] Ipotizziamo che si tratti di persona fisica, per la quale è prevista una ritenuta a titolo di imposta definitiva. Sugli aspetti inerenti la fiscalità torneremo in un prossimo articolo

Uno su mille


Non sarà proprio uno su mille, come cantava Gianni Morandi nel 1985 , ma certamente scegliere il titolo da comprare nell’ambito di una asset class ben identificata significa individuare la migliore opzione fra le molte disponibili.

Fra tutte le operazioni che deve compiere un risparmiatore, la scelta del singolo titolo è sicuramente quella che richiede al massimo grado il supporto di un consulente esperto. La prima regola dell’investitore è infatti che i soldi si fanno comprando bene.

Per rendere il nostro discorso più concreto, torniamo all’esempio di Lucio, del quale avevamo visto il percorso di investimento. Il nostro compito – avendo esaurito tutte le fasi precedenti – è ora di:

 

  • Acquistare 10.000 € di titoli di stato a breve;
  • Acquistare 25.000 € obbligazioni a tasso fisso con scadenza inferiore a tre anni;
  • Investire 25.000 € in azioni;

 

Se non si ha tempo o voglia o fiducia per ricorrere ad un consulente, si può sottoscrivere una quota di fondo o un ETF che replichino l’andamento del settore.

 

LE QUOTE DI FONDI COMUNI

 

Nel primo caso (quota di fondo) possiamo acquistare appunto una quota (fino alla concorrenza dell’importo che vogliamo investire) di un fondo comune di investimento specializzato in quel particolare tipo di titoli. Ad esempio, nel nostro caso potremmo acquistare rispettivamente quote pari a un controvalore di: 10.000 € di un fondo monetario; 25.000 € di un fondo obbligazionario a medio termine; 25.000 € di un fondo azionario.

Basta aprire un giornale nelle pagine economiche per vedere quanti sono i fondi quotati (ovvero negoziati e trattati in mercati regolamentati come ad esempio la borsa) anche solo di queste tre categorie. Orientarsi non è facile, ma possiamo indicare alcune regole di buon senso.

Comprare strumenti di investimento collettivo, come appunto le quote di fondi, significa affidare a gestori esperti (o almeno presunti tali) le risorse che abbiamo deciso di investire nello specifico comparto in cui il fondo opera. Costoro – in possesso, di competenze, strumenti ed informazioni che il singolo risparmiatore non potrà mai avere a disposizione, e soprattutto avendo in gestione somme consistenti – potranno svolgere questa attività nel modo migliore, allo stesso tempo differenziando opportunamente il rischio.

La loro professionalità e correttezza di gestione dovrebbe essere vigilata dalle autorità preposte  e garantita dalla trasparenza: purtroppo non sempre questo porta ai risultati sperati. Si pensi al “caso Madoff”, forse il più eclatante esempio di truffa collettiva in questo settore.

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In genere però si tratta di gestori effettivamente esperti e competenti, che in cambio della loro attività addebitano al sottoscrittore commissioni a diverso titolo: di sottoscrizione (un “gettone di ingresso iniziale”), di gestione (in proporzione all’entità della quota sottoscritta), di performance (in proporzione ai risultati raggiunti).

Queste ultime sono le uniche spese che si dovrebbero pagare volentieri, perché quanto più alte sono, tanto maggiore si ritiene che sia il rendimento dell’investimento. In realtà la performance viene misurata in confronto ai cosiddetti benchmark settoriali, ovvero a indici che misurano l’andamento medio del reddito in quel settore. Ciò significa che se in quel settore, in un certo periodo, tutti i gestori hanno perso, ci troveremo nella spiacevole condizione di dover pagare commissioni e perdere sull’investimento. In periodi di bassi tassi come questo, tale eventualità è meno rara di quel che si creda.

Quello che dovrebbe essere oggettivo, e facilmente individuabile, è il cosiddetto track record di ogni singolo gestore o fondo, ovvero la serie dei rendimenti realizzati in passato da quel gestore o da quel particolare prodotto. Questo non vale ovviamente per i fondi di recente costituzione, che non hanno un passato da cui attingere: in quel caso andranno valutate le competenze e i risultati pregressi dei singoli gestori, informazioni che ormai le varie Società di Gestione del Risparmio (il soggetto responsab ile delle operazioni del fondo) rendono disponibili sui propri siti web.

Allora la scelta dovremmo farla considerando congiuntamente i risultati passati e le commissioni applicate; ovvio scegliere chi ha migliori performance rispetto ai benchmarks (nel presupposto, che non sempre si verifica, che chi è stato bravo in passato lo sia anche in futuro) e chi addebita commissioni più contenute.

 

GLI ETF (Exchange Traded Funds)

L’altro strumento che consente di investire in una certa asset class (tecnicamente si dice “prendere esposizione” in quella asset class) in modo “impersonale”, ovvero senza dover entrare nella valutazione e scelta dei singoli titoli è l’ETF.

Una buona descrizione dello strumento è quella di Wikipedia, alla quale rimando chi volesse saperne di più : https://it.wikipedia.org/wiki/Exchange-traded_fund.

Così come i fondi, ai quali sono assimilati per molti aspetti, gli ETF sono strumenti di “gestione passiva”, ovvero, replicano l’andamento di un indice o un paniere in mod automatico. Sono quindi adatti a chi vuole investire in una determinata categoria ma non vuole entrare nelle problematiche specifiche dei singoli titoli. Rispetto ai fondi hanno però la caratteristica di essere sempre quotati e valorizzati, per cui volendo disinvestire non si deve attendere la procedura di liquidazione del fondo, ma basta passare l’ordine in borsa: sono quindi più liquidi. Inoltre sono meno cari, perché non richiedono l’intervento del gestore ma si muovono in modo automatico.

D’altra parte sono un prodotto complesso, non facile da capire nei meccanismi di funzionamento e di costruzione: non mi sentirei di raccomandarlo a investitori non particolarmente esperti o non assistiti da consulenti.

 

Nel prossimo articolo parleremo invece della “gestione attiva”, ovvero della scelta ragionata sui diversi titoli di un asset class. Con questo avremo terminato questa serie di contributi dedicati alla costruzione di un portafoglio da parte di un risparmiatore privato o famiglia. Restano ancora da vedere molti altri aspetti rilevanti, in particolare tutta l’asset allocation tattica, ma è un tema che riprendere in seguito, per dare spazio ai nostri altri argomenti di interesse del blog: la gestione aziendale, le start-up, il non-profit