Euro e dintorni

euro

 

Nel precedente articolo abbiamo parlato del confronto fra libero mercato e protezionismo, oggi affrontiamo un tema che, pur diverso, si può considerare molto collegato e vicino al precedente: l’introduzione  dell’Euro é stata un fattore positivo per l’Italia oppure si stava meglio quando si stava peggio?

Il collegamento sta nella radice ideologica della posizione a favore del protezionismo, nella quale si può ritrovare molta consonanza con coloro che criticano non solo la moneta unica, ma anche la stessa permanenza italiana nell’Unione Europea. In entrambi casi si preferirebbe una società chiusa nei suoi confini, tendenzialmente impermeabile a qualunque forma di influenza economica dall’esterno.

Si sarebbe infatti verificata, a detta di questi, la perdita o meglio la rinuncia di parte della sovranità nazionale in favore di entità esterne, siano esse le autorità monetarie dell’Unione Europea o il libero mercato.

 

LE LEVE DELLA POLITICA ECONOMICA

Per quanto riguarda l’Euro, è opportuno ricordare che dal trattato di Maastricht in poi e con l’introduzione della moneta unica, due delle tre leve tradizionali di politica economica (gli strumenti attraverso i quali un governo può incidere sull’economia di un paese) non sono più in mani italiane: la politica di bilancio e la politica monetaria. In teoria resta direttamente attivabile la sola politica fiscale, ultimo baluardo di  autonomia dei diversi paesi UE.

Lasciando da parte la politica di bilancio, per la quale giustamente l’Italia sta cercando di recuperare margini di flessibilità che consentano almeno di escludere gli investimenti dal computo della spesa pubblica, e anche la politica fiscale in qualche modo ad essa collegata, effettivamente con l’Euro lo strumento monetario non appartiene più ai singoli paesi ma alla BCE a Francoforte.

Intanto va detto che l’organo decisionale è il board dei governatori, cui partecipano con pari diritti tutti i governatori delle banche centrali nazionali. E’ vero però che il peso specifico dei paesi più grandi, in primo luogo Germania e Francia, è ben superiore a quello dei paesi minori o più deboli, fra i quali c’è anche l’Italia. Nel nostro caso la minore forza nazionale è più che compensata dalla nazionalità e dal carisma del presidente, Mario Draghi.

draghi

 

COSA SAREBBE SUCCESSO SENZA L’EURO

E’ molto difficile, se non impossibile, dire cosa sarebbe successo se nel 2001 anziché aderire alla moneta unica, il nostro paese avesse mantenuto la lira, come fecero il Regno Unito e l’Ungheria.  Alcune cose però si possono senz’altro affermare.

La prima è l’impossibilità di importare inflazione attraverso svalutazioni competitive della moneta, come accadde nel nostro paese negli anni ’70.

Per sostenere l’economia, la lira veniva periodicamente svalutata rispetto alle altre monete, in primo luogo dollaro, sterlina e franco svizzero. In tal modo gli esportatori potevano offrire i loro beni all’estero a un prezzo inferiore e il prodotto nazionale cresceva. D’altra parte, i beni e servizi importati e pagati in valuta pregiata costavano di più e siccome parte dei costi di produzione (tipicamente i costi di energia e di trasporto, dipendenti dal petrolio) aumentavano immediatamente in seguito alla svalutazione, i prezzi stessi tendevano a salire, meccanismo al tempo moltiplicato dall’esistenza della scala mobile sui salari, che li adeguava automaticamente al costo della vita. Veniva così innescato un circolo vizioso che solo con molta difficoltà e in tempi lunghi si riuscì a interrompere.

Quello sommariamente descritto è il meccanismo di inflazione da costi, ma l’aspetto negativo non si limitava a questo. Chiunque investisse in lire, incorporava nei tassi che richiedeva per offrire il proprio denaro l’aspettativa delle successive svalutazioni, così che i tassi di interesse crescevano, e infatti ci siamo trovati con tassi anche oltre il 20%.

E’ vero che tassi del genere riducevano nel tempo il valore reale dei debiti, cosa che avvantaggiava in primo luogo lo Stato per il costo degli interessi sul debito pubblico, ma anche i privati che si erano indebitati.

Chi comprò la casa in quegli anni contraendo un mutuo fece un ottimo affare, nonostante gli alti tassi di interesse, perché il valore reale del debito si riduceva e il valore reale dell’immobile, considerato come reale riserva di valore, aumentava. Le rate dei mutui, col passare del tempo, pesavano sempre meno e il “valore del mattone” cresceva.

Ma si trattava di gioie effimere: a lungo andare l’inflazione troppo alta corrode e destabilizza i sistemi economici e prepara spesso la strada a derive autoritarie, come è successo in molti paesi dell’America Latina e come rischia di succedere proprio in Ungheria.  Gli effetti negativi sono aumentati quando all’inflazione si accompagna la stagnazione economica, ovvero quando il prodotto lordo reale non aumenta, come successe appunto in Italia, ma non solo, con il fenomeno della “stagflazione”.

 

inflazione

 

Tornando al problema iniziale, possiamo sicuramente affermare che l’Euro ha evitato che si ripetesse un fenomeno del genere. Ma per l’Italia, cronicamente afflitta da elevato debito pubblico, il rischio sarebbe stato ben peggiore. Infatti non potendo ripagare il debito, la sopravvivenza dipende dalla possibilità di collocare i titoli del debito pubblico (BOT, BTP, CCT) fra i risparmiatori e fra gli investitori. Se una moneta è considerata troppo debole, nessuno la compra e se il debito non viene ricollocato, l’esito finale non può che essere il default, come abbiamo visto accadere in molte situazioni.

 

Si può ragionevolmente affermare, quindi, che l’Euro abbia evitato al nostro paese una molto probabile situazione di crisi finanziaria, che avrebbe potuto portare al fallimento dello Stato.

In prima approssimazione, ma è un tema che sarà approfondito nei prossimi articoli, ritengo che la soluzione di rinunciare all’Euro, a suo tempo, poteva essere una buona soluzione se fossimo stati un paese autosufficiente sia in termini di beni e servizi che di capitali, e se la Pubblica Amministrazione non fosse gravata da un debito pubblico ingente da rifinanziare continuamente. Un po’ come nel caso del protezionismo, la soluzione autonomistica o autarchica funziona solo se siamo totalmente autosufficienti e non abbiamo bisogno di ricorrere ai mercati esteri.

Resta da vedere, ma qualche risposta già possiamo intuirla, cosa potrebbe comportare a questo punto uscire dall’Euro, in termini di costi e probabili benefici. Sarà il tema del prossimo articolo.

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Pillole di Finanza: oro nero

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In uno dei primi articoli del blog, parlando di megatrends, avevo scritto che una delle poche certezze (sempre che questa parola si possa impunemente usare in finanza) del panorama economico era il futuro aumento del prezzo del petrolio. In effetti, il prezzo  del brent un anno fa era 27 dollari e ora è raddoppiato, a 54/55.

Se quella era una previsione relativamente facile, dato il livello particolarmente basso raggiunto, cosa possiamo aspettarci da ora in avanti, mettiamo per i prossimi 6/12 mesi?

Iniziamo col dire che chi avesse seguito quel suggerimento, se avesse seguito anche la regola “del 20%” di cui abbiamo parlato nella pillola di venerdì scorso, probabilmente avrebbe già venduto, ricomprato e rivenduto il titolo sensibile al prezzo del petrolio a suo tempo scelto (azione, ETF, fondo, ecc.), realizzato un utile di tutto rispetto e oggi non lo avrebbe più in portafoglio. Il problema che si pone, al nostro investitore fedele, è dunque: ricompriamo ora esposizione al petrolio dopo un anno buono di crescita costante?

Infatti secondo i sacri comandamenti della finanza, non si dovrebbe mai comprare in corso o al termine di una sostenuta fase di crescita. A mio avviso, però, la situazione del petrolio è molto diversa: il prezzo dell’oro nero è rimasto infatti compresso lo scorso anno da almeno un paio di fattori: l’erronea interpretazione del rallentamento dell’economia cinese, e l’eccesso di offerta per sostenere il fabbisogno per spese militari di alcuni paesi mediorientali, che quindi non consentiva (e non consente ancora) di seguire politiche di cartello dei paesi produttori.

La Cina l’anno scorso ha effettivamente rallentato la crescita, ma si tratta pur sempre di una crescita superiore al 6%, che alla fine si è peraltro dimostrata superiore alle previsioni. Può non fare piacere, ma la Cina continuerà a crescere, e a domandare sempre più energia. Inoltre, dovesse davvero diffondersi in Asia  l’auto low-cost che l’industria automobilistica mondiale  è ormai ampiamente in grado di produrre, India e Cina farebbero impennare la domanda di carburanti per trasporto con prevedibile conseguenza di far salire ulteriormente il prezzo degli idrocarburi.

Barefooted Rickshaw driver, Calcutta Kolkata India

Difficile prevedere invece l’evoluzione della situazione politica mediorientale, ma è ragionevole aspettarsi che in ogni caso un accordo anche se parziale o temporaneo a livello OPEC venga raggiunto, col risultato di limitare la produzione di petrolio per sostenerne il prezzo.

Altra variabile non di poco conto è vedere quali saranno gli effetti della “cura Trump” sull’economia USA, e in primo luogo quali saranno le decisioni di politica industriale che il tycoon neo-presidente assumerà, rispetto a quanto dichiarato nel programma.

Da tutto quanto precede, sarei portato a ritenere molto probabile un primo ulteriore incremento del prezzo del petrolio intorno al 18% nei prossimi 5/6 mesi, fino al livello di 65 dollari che più o meno tutti gli analisti stimano.

In relazione poi a come si evolveranno, e che intensità avranno, i fattori che ricordavo all’inizio, non sarei sorpreso di trovare  la “quota 90” (quella già prevista dal bilancio pubblico russo) per la fine dell’anno.

 

Libero scambio e protezionismo

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Nella settimana che ha visto l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, uno degli argomenti più dibattuti é stato certamente quello sulla forma di mercato: libero scambio o protezionismo? O meglio: dopo aver esaltato, dai banchi di scuola a quelli dei governi occidentali, le virtù dell’apertura dei mercati, c’e la concreta possibilità che si voglia invece tornare all’oscurantismo protezionistico?

Il tema non é solo accademico e virtuale, é invece molto concreto e reale, con importanti conseguenze sui mercati finanziari, sul lavoro delle imprese, sui consumatori e sullo Stato.

Se la circolazione delle merci è limitata, quella del denaro lo diventa in misura ancora maggiore, per cui il protezionismo economico produce, con effetto leva, quello finanziario.

La limitazione al libero scambio di merci e servizi origina ovviamente mercati chiusi che possono funzionare se un sistema è tendenzialmente autosufficiente, ovvero se al suo interno si trovano tutti i beni di cui la comunità necessita e se non esistono surplus di beni che il mercato interno non è in grado di assorbire. In caso contrario, i beni che si devono acquisire dall’esterno come minimo costeranno più cari e i beni da esportare troveranno enormi difficoltà ad essere venduti.

Per quanto riguarda i consumatori, naturalmente pagheranno più cari i loro consumi, essendo questa la naturale contropartita del vantaggio competitivo concesso alle imprese nazionali. Ci saranno poi una serie di prodotti che saranno per loro del tutto inaccessibili: quelli realizzati da imprese straniere.

Infine la pubblica amministrazione dovrà organizzarsi per la riscossione delle imposte doganali, da un lato, e riequilibrare con la fiscalità la distorsione del carico a vantaggio delle imprese e a scapito delle famiglie dall’altro.

Per quanto detto fin qui, sembra che le uniche  a trarre profitto dai mercati protetti siano le imprese, che, essendo libere dalla pressione della concorrenza, possono permettersi di imporre prezzi più alti e di tenere livelli di produttività inferiori. Ma occorre fare una serie di distinguo.

In primo luogo, le aziende favorite dal protezionismo sono quelle meno efficienti e che hanno solo un mercato interno. Le alte ne sono invece danneggiate perché si trovano preclusi mercati dove potrebbero collocare i loro prodotti a condizioni remunerative. Non solo, ma la pressione al ribasso sui salari (inevitabile in un mercato del lavoro parimenti chiuso: se vuoi lavorare puoi farlo solo qui e alle mie condizioni) trova un limite nella capacità dei lavoratori di acquistare prodotti a prezzi crescenti. Il punto non è tanto la preoccupazione per le condizioni dei lavoratori (alle quali le imprese sono in genere poco sensibili), quanto il fatto che essi, alla fine, costituiscono l’unico mercato di riferimento delle imprese protette: se i consumatori non hanno soldi per comprare, certamente le imprese non vendono. Se dovessimo fare un bilancio di vantaggi e svantaggi dei due sistemi a confronto, è difficile affermare la superiorità del protezionismo. Può avere un senso solo come misura di emergenza, per un periodo di tempo limitato, in chiave difensiva per il sistema produttivo di un certo paese. Nel lungo periodo, inevitabilmente, i nodi vengono al pettine.

Perché allora Trump ha messo nel suo programma l’adozione di misure protezionistiche? Credo che le ragioni siano essenzialmente due :

 

  1. La cambiale messa all’incasso dall’industria che ha dato il suo sostegno per l’elezione e che teme la concorrenza, soprattutto asiatica;
  2. Il complesso problema dei flussi migratori.

 

Sul primo aspetto, c’è poco da aggiungere  a quanto detto sopra. Solo il fatto che la dinamica delle valute (in modo particolare l’andamento del dollaro), è un tema molto sensibile per i detentori, prevalentemente asiatici, dei titoli del debito pubblico americano. Sul secondo, le motivazioni reali sembrano più di natura ideologica o emotiva che non economica. I migranti rappresentano un grande problema delle società occidentali di oggi. I flussi incontrollati sicuramente pongono problemi di ordine pubblico, di assistenza e servizi per un numero molto elevato di persone.

Ma possono rappresentare anche una notevole opportunità sia come forza lavoro in un sistema che da tempo si trova in massima occupazione, sia come mercato addizionale interno.

E d’altra parte, la ricchezza degli Stati Uniti nella storia è stata costruita proprio grazie alla tradizionale accoglienza e integrazione offerta agli immigrati, in un paese in cui non esiste, salvo quello dei pellerossa, nessun ceppo etnico autoctono. Ogni americano è anche qualcos’altro: italiano, irlandese, greco, cinese e così via.

Del resto, la Statua della Libertà, la prima visione che ha dell’America chi la raggiunge dal mare, accoglie i visitatori con le parole del noto sonetto di Emma Lazarus incise sul piedistallo::

 

“Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifuti miserabili della vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata

Pillole di Finanza: lascia o raddoppia

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Buona regola in finanza é quella di realizzare i guadagni di un investimento quando l’utile raggiunge una certa soglia obiettivo generale che l’investitore può proporsi. Ad esempio, se tale soglia fosse del 20%, ogni volta che un qualunque titolo in portafoglio supera di quella soglia il costo di acquisto, conviene senz’altro passare alla cassa e mettere in tasca il profitto.

Lo stesso, indicativamente, quando l’investimento raggiunge il livello target (bersaglio) sulla base del quale avevamo deciso di acquistare proprio quel titolo. Ad esempio, se un’azione ha un prezzo di 15€ e in base alle nostre valutazioni o alle stime degli analisti e si prevede che in un certo periodo di tempo (diciamo un anno) quell’azione arrivi a 17€ – ovvero abbia un potenziale di apprezzamento (upside) del 13% – al momento in cui la quotazione raggiunge i 17€, sarebbe buona cosa vendere.

Quindi, nel nostro caso, se compriamo un titolo a 15€ e dopo soli due mesi il titolo sale a 17€, la prima opzione razionale é vendere, per evitare che successive oscillazioni negative del prezzo, anche se temporanee, allontanino il nostro obiettivo. Se tuttavia in quel momento decidiamo di mantenerlo ancora in portafoglio perché il mercato sta salendo e vogliamo strappare qualche Euro in più  di utile inatteso e il titolo arriva a 18€ (+ 20%), portandoci anche oltre le nostre aspettative iniziali, il consiglio é di rompere gli indugi e portarsi a casa i 3 Eurini, senza saper né leggere né scrivere.

Se poi, nonostante il guadagno già fatto, quel titolo cresce ancora di valore, niente vieta di prendere ancora in considerazione l’eventuale riacquisto, ma la nuova valutazione di investimento va fatta a partire dal nuovo prezzo di mercato di 18€, perché a questi livelli gli elementi di giudizio si sono sensibilmente modificati. E comunque in genere non é mai un buon acquisto quello fatto in costanza di una crescita sostenuta, così come non é mai una buona vendita quella fatta quando un titolo é in caduta libera. In finanza si usa dire “non cercare mai di afferrare un coltello che sta cadendo”.

Questa semplice norma di comportamento rende certamente molto difficile, se non impossibile, fare il “colpo della vita”, ovvero realizzare guadagni stellari su un singolo asset. Del resto, la logica del colpo della vita, che é una logica tipica dell’azzardo e non dell’investitore razionale, non é quella che deve ispirare il lettore di questo blog.

 Sicuramente però la regola del 20% ci consente di portare a casa sempre un buon guadagno e di non ritrovarsi con un pugno di mosche in caso di fiammate sporadiche e spesso irripetibili di un singolo titolo.

Il messaggio quindi é: quando decidiamo di acquistare un titolo, definiamo per quel titolo un obiettivo di rendimento nell’arco del nostro orizzonte temporale (normalmente, e per semplicità, diciamo un anno) e comunque un obiettivo generale massimo (ad esempio il 20%).  Se anche prima della scadenza l’obiettivo del titolo é raggiunto, la prima opzione é vendere; in ogni caso se in qualunque momento un titolo raggiunge l’obiettivo generale massimo,  vendiamo serenamente e portiamo a casa l’utile.

Che poi, anche nel senso inverso di massima perdita sostenibile su un singolo asset, é la base delle tecniche di stop-gain e stop-loss che gli investitori professionali impostano in modo automatico.

Organizzare il Fundraising

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Un’organizzazione non-profit che decide di ricercare fondi presso terzi, sollecitando donazioni da impiegare nel perseguimento dei propri scopi statutari, non può improvvisare ma deve definire una vera e propria strategia.

Oggi tutti chiedono soldi: dai banchi per le strade che vendono i più svariati prodotti, a chi inonda le caselle di posta elettronica e le cassette delle lettere con richieste di contributi, alle campagne promozionali che talvolta in modo insistente vengono diffuse da radio e televisione.

Si tratta di un vero e proprio mercato in cui le diverse proposte entrano in competizione l’una con l’altra. Gli enti non profit devono stare attenti a non fallire la campagna di raccolta fondi: oltre a non poter svolgere in modo adeguato la loro attività istituzionale, rischiano infatti di incappare in problemi di immagine che potrebbero pregiudicarne la credibilità.

La strategia inizia con la definizione degli obiettivi di raccolta, in termini di frequenza e di importo target.

La frequenza può essere una tantum (ad esempio un unico progetto di natura straordinaria, come potrebbe essere il sostegno di popolazioni colpite da eventi disastrosi), può essere periodica (ad esempio annuale, in corrispondenza della presentazione di progetti e bandi da finanziare, sul tipo di Telethon) oppure continua (per il finanziamento dell’attività istituzionale di grandi organizzazioni come Emergency o AIRC).

Nel caso di raccolta one-off, é meglio non attrezzare una struttura interna, ma appoggiarsi in outsourcing a professionisti esterni, ai quali dovrà essere riconosciuta una certa percentuale dei fondi direttamente raccolti.

Negli altri due casi, invece, la soluzione giusta é quella di investire in risorse umane e creare una struttura dedicata al fund-raising, in quanto occorre tornare a sollecitare periodicamente la donazione, e quindi stabilire con il ‘cliente’ un rapporto continuo e privilegiato, che nel tempo si trasforma in vera e propria partnership.

É buona regola che il donatore possa trovare punti di riferimento stabili nella struttura e un flusso informativo sistematico grazie al quale possa conoscere i risultati ottenuti con il  suo contributo. In tal modo egli diventa a pieno titolo uno stakeholder[1] dell’ente.

Come abbiamo detto, la base per una strategia di raccolta fondi efficace é la piena trasparenza: occorre quindi predisporre con regolarità e chiarezza tutti i documenti che espongono la situazione dell’ente, sia sotto il profilo contabile che gestionale. La comunicazione dovrà anche comprendere i principali aspetti strategici, nonché indicare per i progetti, che siano conclusi o in corso o avviati, lo stato dell’arte e i risultati raggiunti. Quando siamo in presenza di donazioni rilevanti da parte di aziende, previo accordo con le stesse, si dovrà pensare anche a dare adeguato risalto pubblico ai contributi ricevuti.

E’ evidente lo stretto collegamento fra attività di comunicazione e fund-raising, e, di conseguenza, la necessità che le due funzioni siano fortemente coordinate. All’esterno, la fondazione è quello che comunica: il primo passo è sempre quello di una completa trasparenza sui numeri e sulle spese istituzionali sostenute poiché in genere i bilanci non sono pubblicamente disponibili.

Affinché la ricerca di fondi all’esterno sia efficace, è necessario:

  • Individuare chi potrebbe donare
  • Capire quali sono le motivazioni che inducono il donatore a una donazione.

 

Quanto al primo punto, il bacino dei potenziali donatori deve essere segmentato con attenzione, in modo da effettuare sollecitazioni mirate alle categorie e ai soggetti in grado di rispondere positivamente.

Ma il vero fattore di successo è il secondo: capire perché un soggetto dovrebbe elargire parte della sua ricchezza ad un terzo senza apparente o immediata contropartita.

Al di là dell’aspetto fiscale, che a mio avviso può essere un forte moltiplicatore o acceleratore della donazione ma non può mai costituirne la spinta iniziale, il punto vero è che c’è sempre una motivazione personale alla base della scelta filantropica.

I motivi in astratto per cui donare possono essere molteplici: per  qualcuno che si conosce, per avere un impatto positivo sulla propria comunità locale, perché ci si sente fortunati e vogliamo restituire, perché fa sentire bene, perché fa sentire leader, perché rafforza gli ideali o la fede, e così via (si veda, al proposito, l’interessante articolo di J. Koch “Why people donate and what it means for fundraisers”)

Comprendere a fondo i motivi della donazione dà modo di calibrare e personalizzare il messaggio in maniera efficace e, soprattutto, consente di acquisire donatori stabili, in quanto convinti della coerenza dell’attività della fondazione con le proprie motivazioni.

 

 


 

[1] Per stakeholder si intende ogni categoria di persone che hanno un interesse diretto o indiretto nell’attività dell’azienda

https://marcoparlangeli.com/2016/08/02/il-valore-aggiunto-come-concetto-guida/

Pillole di Finanza: quando è meglio vendere o comprare?

Si pone spesso la domanda, rispetto ad un titolo che abbiamo in portafoglio e che ha avuto una buona performance tanto da incorporare una plusvalenza teorica, se e quando venderlo per “passare alla cassa” e portare a casa il guadagno. Oppure, rispetto a un titolo che ci piace e sta invece diminuendo di valore, se e quando comprare.

Intanto una premessa: in finanza si guadagna soprattutto COMPRANDO BENE. Quindi è necessaria massima attenzione soprattutto nella scelta dei titoli e nel timing (ovvero il momento) in cui effettuare l’acquisto.

Infatti talvolta vediamo un titolo, che pure ci piace ma che non abbiamo (ancora) in portafoglio, crescere in modo molto accentuato e – non volendo perdere ulteriori opportunità – saremmo tentati di comprarlo.

Quest’ultimo é il caso più rischioso, e quasi mai é consigliabile “salire sul treno in corsa”: troppe probabilità di farsi male entrando all’apice della quotazione. Quindi una prima indicazione é: evitiamo di mettersi in scia sugli acquisti con il rischio di restare col cerino acceso in mano al momento in cui il prezzo comincerà a diminuire.

Nei primi due casi sopra descritti, invece, non é certo facile fare la scelta giusta. Intanto, una volta scelto un titolo su cui investire, dobbiamo avere un’idea di quale sia il suo prezzo “normale” o “tendenziale”. In genere gli analisti definiscono un livello atteso considerato target, oppure un intervallo fra un valore minimo e un valore massimo, sulla base del valore che essi attribuisco all’azienda e ai flussi di cassa che quella società prevedibilmente realizzerà in futuro.

Se il prezzo di mercato è inferiore al target price, gli analisti dicono che quel titolo ha un potenziale di apprezzamento (upside) e ne consigliano l’acquisto con raccomandazione buy, in caso contrario prevedono un downside e la raccomandazione è sell.

Naturalmente le cose non sempre vanno come gli analisti prevedono, ammesso e non concesso che le loro valutazioni su un determinato titolo vadano almeno nella stessa direzione. Ma certamente se la maggior parte di essi consiglia l’acquisto e intravvede un buon upside, una volta verificato che i multipli (come descritti nella precedente pillola) siano ragionevolmente bassi  in relazione al settore di appartenenza, possiamo razionalmente procedere ad acquistare.

In merito alla vendita, un buon consiglio è quello di non lasciarsi ingolosire troppo da un andamento rialzista, nell’aspettativa che la plusvalenza possa crescere ancora. E’ buona regola darsi un obiettivo per ogni titolo che si acquista, coerente con l’obiettivo complessivo dell’asset allocation strategica, ma non necessariamente coincidente con esso: ad esempio considerare come obiettivo di apprezzamento un valore medio fra quelli indicati dagli analisti presi in considerazione. Inoltre è bene darsi una regola generale che ci consenta, anche in caso di rally rialzisti su un titolo in portafoglio, di portare comunque a casa un guadagno soddisfacente anche se il titolo continua a crescere: ad esempio vendere sempre quando abbiamo realizzato un utile del 20%. Saremo poi sempre in tempo a ricomprarcelo, più tardi, eventualmente anche ad un prezzo maggiore se le condizioni di mercato si sono nel frattempo modificate, ma avremo fatto l’utile esercizio di sottoporre quel titolo a una seconda valutazione.

A questo punto, rispetto a un titolo in utile, abbiamo indicazioni precise su quando vendere: se ad esempio un’azione X, che abbiamo comprato (prezzo di carico) a 100, ha un prezzo di mercato di 110 e un prezzo target medio 115, ogni prezzo di vendita compreso fra 115 e 120 può essere considerato un ottimo prezzo di vendita.

Analogamente, dobbiamo stabilire anche un livello massimo di perdita che possiamo ritenere accettabile, per evitare di farci travolgere da eventuali ed improvvise situazioni di crisi. Anche in questo caso, un ragionevole livello di stop loss può essere quello del 20%, per cui nel caso sfortunato di un crollo del nostro titolo, una volta che il prezzo dovesse arrivare a 80, è da vendere immediatamente.

Queste due  semplici regole, quella di vendere in modo quasi automatico una volta raggiunto un certo livello di plusvalenza  oppure una certa minusvalenza,  consentono di evitare quasi tutte le bolle speculative e di non restare con l’”uomo nero” in mano in caso di crolli imprevisti e violenti del mercato in generale o di un certo titolo in particolare.

 

 

 

Alla ricerca dei soldi

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Continuiamo a parlare di non-profit. Abbiamo visto nei precedenti articoli come una buona gestione finanziaria sia un fattore di successo per questo tipo di organizzazioni, come del resto per le imprese e anche per le famiglie, e possa permettere loro di svolgere con maggiore efficacia la propria attività istituzionale.

Se una fondazione è “un patrimonio per uno scopo”, e quindi può esistere solo se esiste un seppur minimo elemento patrimoniale, si è visto come spesso il poter contare su un cofinanziamento da parte di terzi consenta di finanziare progetti più ambiziosi e/o sostenerne un maggior numero. Ancora più rilevante l’apporto di fondi di terzi per un’associazione, in cui l’elemento base è invece quello personale, rappresentato dai soci.

L’attività di ricercare fondi di terzi per i propri obiettivi statutari ha quindi un rilievo spesso strategico nella gestione degli enti del terzo settore, e va sotto il nome di fund raising.

Nelle fondazioni più grandi, come nelle associazioni più organizzate, esistono strutture specializzate e focalizzate nella ricerca di fondi da parte di privati o aziende, e spesso vediamo nei mezzi di comunicazione inserzioni pubblicitarie e vere e proprie campagne promozionali per attrarre donazioni e offerte.

In primo luogo, si possono ricercare donazioni sia per un singolo progetto, sia in generale per lo scopo istituzionale dell’ente non profit.

La prima modalità é quella preferita dalle fondazioni erogative, che selezionano i diversi progetti pervenuti in base ai bandi tempo per tempo emanati. In questo caso il soggetto non profit richiedente dovrà predisporre una richiesta completa e circostanziata seguendo le indicazioni contenute nel bando, quanto ai requisiti soggettivi ed oggettivi. Sarà vincente la capacità di realizzare un business plan credibile e ben fatto, con obiettivi il più possibile coincidenti con quelli della fondazione finanziatrice. In questo caso sarà necessario attivare anche altre forme di finanziamento, poiché il grant-maker non copre mai al 100% la spesa prevista.

Per quanto riguarda invece le tipologie di donatori, essi possono essere distinti in due macro categorie, a seconda del regime fiscale:

  • imprese
  • persone fisiche private

 

Le donazioni delle imprese sono deducibili, entro certi limiti quantitativi, dal reddito di impresa, mentre quelle dei privati danno luogo ad una detrazione di imposta del 26%, ma entro limiti massimi molto contenuti a seconda della tipologia di beneficiario, per ogni contribuente e per ogni anno.

 

Le potenzialità di erogazione liberale di un’impresa sono molto maggiori rispetto al privato: intanto i limiti di massima deducibilità sono molto più alti e proporzionati alla dimensione operativa dell’azienda, e soprattutto l’aliquota é molto superiore, ed é pari a quella complessiva sul reddito d’impresa: oltre il 40% della donazione viene infatti pagata dallo Stato.

Ma il beneficio fiscale non può essere l’unica leva per reperire fondi da parte di un ente non-profit che fa fund raising. Fondamentale deve essere la condivisione col potenziale donante della finalità che si intende perseguire, e questo comporta che il mercato debba essere efficacemente segmentato.

Le aziende usano spesso le loro donazioni per finalità di immagine o promozionale, e molto spesso questa é proprio la leva che le spinge a donare, oltre al risparmio fiscale. Si pensi alle società che sponsorizzano grandi interventi di restauro monumentale richiedendo come contropartita l’esposizione di gigantografie pubblicitarie sui ponteggi dei cantieri. Oppure le erogazioni di parte del prezzo di un prodotto in favore di ospedali pediatrici in Italia o all’estero.

Nel caso dei privati, é invece nettamente prevalente la ‘consonanza ideale’ e la spinta solidaristica, soprattutto nelle società di matrice cattolica come la nostra. Diversa é invece la spinta etica prevalente nei paesi protestanti, in cui la filantropia é considerata una sorta di restituzione alla società della ricchezza generata.

In tutti i casi condizione indispensabile per un’efficace azione di fund raising é la trasparenza assoluta dei bilanci e dei meccanismi di governance, quella che con termine anglosassone si chiama accountability. Chi dona, sia esso impresa o privato, vuole la certezza che i suoi soldi siano utilizzati in modo congruo e finalizzati allo scopo di utilità sociale dichiarato.

Questo é un aspetto non sempre adeguatamente considerato da chi cerca di ottenere donazioni, ma é la base per ogni efficace campagna di raccolta fondi.

Ci sono alcune  informazioni minime che vanno fornite quando si chiedono soldi:

  • come si ha intenzione di spenderli;
  • come sono state spese in passato le risorse;
  • da dove provengono i fondi;
  • come sono suddivise le spese fra spese di funzionamento (personale, spese generali, ecc) e spese direttamente connesse allo scopo di utilità sociale;
  • quali sono i risultati conseguiti e quelli previsti;
  • quali controlli sono previsti sull’attività e di quali strumenti si dispone;
  • chi gestisce l’ente (CEO, componenti del CDA) e che track record (ovvero quali esperienze professionali e risultati raggiunti) ha nel settore.

 

In genere l’organizzazione che decide di intraprendere un’attività strutturata di fund raising, predispone un “year book” nel quale, oltre alla mission dell’ente, sono descritti i progetti realizzati con i risultati conseguiti, i progetti avviati o quelli che si intendono intraprendere, gli organi e i meccanismi di governance, i principali dati di bilancio.

Nel prossimo articolo vedremo come si può intraprendere un’attività strutturata ed efficace di raccolta fondi da parte di un ente non-profit.

Pillole di Finanza: corsi e ricorsi

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Non c’è niente che abbia maggior successo, in finanza, delle suggestioni cabalistiche o di quelle basate sui corsi e ricorsi storici, spesso senza alcun evidente motivo razionale, ma sempre molto seguite, del tipo “non sarà vero ma ci credo”. Un po’ come gli oroscopi, cui pochi ammettono di credere ma che tutti leggono con curiosità.

Sell in may and go away: il vecchio adagio riferito alla borsa americana, ad esempio, è ancora uno dei più popolari nel nostro Circo Barnum della finanza. Poi magari succede, come in Italia nell’anno appena finito, che a maggio-giugno sarebbe invece convenuto comprare per vendere ora dopo il rally autunno-inverno.

La cabala, ma anche l’evidenza statistica, indicano che ora i portafogli azionari dovrebbero essere alleggeriti e le gradite plusvalenze di chi ha comprato, appunto, in primavera, realizzate. Nelle prossime settimane (o mesi) chi ci crede dovrebbe chiudersi in difesa e praticare un bel catenaccio. Alcuni parlano di “apocalisse finanziaria prossima ventura”, e comunque quasi tutti mettono in guardia dalla probabile inversione del ciclo, nonostante che i multipli di borsa e i fondamentali possano far prevedere ancora un’ulteriore possibile prolungamento della crescita dei mercati azionari.

Se stiamo alla cabala, non c’é dubbio che il 17 sia un numero che fin dall’antica Roma é stato ritenuto portatore di sventura (XVII sarebbe infatti  l’anagramma di vixi, ho vissuto, ovvero ero e non sono più).

Non solo, ma ciclicamente gli anni che terminano con il 7 si ricordano per eventi finanziari catastrofici o comunque infausti: il 1987 del crollo di Wall Street con il celebre venerdì nero, il 1997 con il quasi default della Russia, il 2007 con l’inizio della grande depressione mondiale originata dai subprime e  culminata col fallimento Lehman Brothers.

Più degno di fede é però l’andamento storico dell’indice S&P 500, il paniere formato dalle 500 maggiori società quotate USA e indicatore principe del mercato azionario statunitense e, per estensione, mondiale.

Ebbene, il grafico di questo indice mostra chiaramente che periodi di crescita intensa che durano 4/5 anni sono seguiti da 2/3 anni di crollo. Dal 1996 e 1997 (anno di minimo, come si diceva sopra) fino alle torri gemelle nel 2001, l’indice é cresciuto di circa il 110%. Dopo essersi dimezzato, dal 2002 lo S&P 500 é tornato a crescere fino al 2007 di un altro 121%. Con la grande crisi il crollo è arrivato al 55% e infine dal 2009 a tutto il 2016 l’impennata é stata di quasi il 300%. Se gli scricchiolii che si sono avvertiti nell’anno da poco concluso (rallentamento della crescita in Cina, flussi calanti del commercio mondiale, correzioni anche importanti dei mercati avvenute nella prima parte dell’anno) sono le prime avvisaglie di una nuova imminente crisi, allora i timori possono non essere ingiustificati.

É vero che l’inflazione può (e dovrebbe) ancora crescere, e che le previsioni sugli utili aziendali non sono così preoccupanti, ma ridimensionare a questo punto la componente azionaria dei portafogli a vantaggio della liquidità o – al limite – di obbligazioni a tasso variabile potrebbe essere un comportamento prudente e razionale per evitare brutte sorprese. Come dire: meglio aver paura che buscarne.

Scalate ostili, OPA et similia

E’ notizia di qualche settimana fa la scalata dei francesi di Vivendi a Mediaset, azienda quotata italiana e gigante delle comunicazioni. La cosa ha suscitato interesse e scalpore, e sui media nazionali – non sempre completamente neutrali sul tema – è stata descritta come un assalto da parte dell’invasore straniero che viene a depredare il paese di uno dei suoi asset più importanti.

La scalata (bid) é in realtà un’operazione connaturata al sistema di mercato, incentrato sulla borsa. Ciò che da noi la rende inusuale  é piuttosto il fatto che in genere si é preferito, in casi analoghi del passato, aggirare il mercato e ricercare operazioni “amichevoli” attraverso accordi diretti con gli azionisti di maggioranza.

Questo tipo di operazioni sono forse più eleganti e anche meno dispendiose per gli scalatori, ma certamente meno “amichevoli” nei confronti degli azionisti di minoranza. La legge che rende obbligatoria l’offerta pubblica di acquisto (OPA) al raggiungimento della soglia di partecipazione del 30% serve proprio a tutelare questi ultimi, in genere definiti come “parco buoi”, e come tali normalmente trattati nel nostro mercato. Vediamo di che si tratta, mantenendoci sulla sostanza e lasciando da parte i tecnicismi giuridici ed economici.

Il mercato delle azioni (la borsa) ha una duplice funzione:

  • per le società serve a reperire capitali di rischio e a limitare le risorse da impiegare da parte del soggetto economico (l’imprenditore);
  • per i risparmiatori serve a trovare forme di impiego del loro denaro che siano prontamente liquidabili all’occorrenza e contando (oltre che sul dividendo) soprattutto su un aumento di valore nel tempo dell’azienda.

 

Un’azienda brillante e di successo consegue redditi, e distribuisce profitti agli azionisti, ma principalmente aumenta di valore, ovvero tende a incorporare nel prezzo delle proprie azioni i flussi di cassa futuri che andrà a distribuire. Non solo: dal punto di vista di un’azienda concorrente o di una che opera nello stesso settore o in settori analoghi magari all’estero, il valore di quella società può essere anche maggiore, nella convinzione che una fusione fra le due realtà possa generare sinergie individualmente non realizzabili. Oppure che il cambio di management renda l’oggetto del desiderio (target) ancora più redditizio.

Abbiamo detto in un precedente articolo che il prezzo di un’azione rappresenta il valore che il mercato attribuisce in un certo momento a quella società, ovvero la sua capitalizzazione di borsa (valore totale delle azioni emesse). Se supponiamo che una Società X abbia dieci milioni di azioni in circolazione e ciascuna azione é quotata 10 Euro, significa che il mercato “valuta” quella società 100 milioni. Se un concorrente estero, supponiamo Y, é convinto che fondendo X ed Y, il valore della nuova realtà sia 150 milioni oltre al valore corrente di Y, egli sarà disposto a pagare quelle azioni fino a 15 Euro l’una.

Come può muoversi allora il nostro Y (lo “scalatore” o raider) per acquisire il controllo di X (lo “scalato” o target), ammesso che abbia le risorse necessarie (o sia in grado di procurarsele, ad esempio attraverso il debito o un aumento di capitale)?

Il metodo “amichevole” consiste nell’accordarsi con gli azionisti di maggioranza di X, che per semplicità supponiamo controllino la società al 60% (in realtà basta molto meno per avere il controllo di una società quotata), ovvero possiedano 6 milioni di azioni delle 10 totali. Poiché il pacchetto attribuirebbe ai compratori la disponibilità dell’azienda, in teoria essi potrebbero offrire fino a 110 milioni di Euro per quel pacchetto (cioè 150 meno il prezzo delle altre azioni), che come abbiamo visto in borsa ne vale 60. Ciò significa che Y potrebbe pagare ai soci di maggioranza di X ben 18,3 Euro ad azione, contro i 10 della quotazione ufficiale.

Se le cose andassero così, per Y nessun problema (paga quanto sarebbe stata disposta a spendere comunque, e ogni Euro in meno che riesce a scontare ai venditori è minor costo), per i soci di maggioranza ci sarebbe un maxi guadagno, mentre i soci di minoranza (i detentori del residuo 40% del capitale di X) verrebbero in sostanza ingiustamente privati di un utile che avevano contribuito a generare con il loro investimento iniziale.

Per evitare questa asimmetria, la legge dispone che, al raggiungimento della soglia del 30% di partecipazione, lo “scalatore” debba obbligatoriamente comprare alla media degli ultimi prezzi pagati anche tutte le altre azioni che gli venissero offerte. Nel nostro caso, gli azionisti di minoranza potrebbero quindi consegnare i lori titoli all’offerente ricavando 18,3 Euro ad azione anziché i 10 che il mercato quotava prima della scalata.

Ovviamente l’esempio che abbiamo fatto è solo teorico, perché chi dispone della maggioranza assoluta di una società è al riparo da ogni scalata, salvo l’offerta di un prezzo talmente alto da non poter essere rifiutato. Ma poiché le società quotate di grandi dimensioni si possono controllare anche col 30% o anche meno di partecipazione (ed è per questo che il limite di OPA scatta a questa soglia), in tal caso si trovano contrapposti i due blocchi della maggioranza preesistente e degli scalatori, che in genere sono pressoché equivalenti in termini di partecipazione. E’ proprio qui che scatta l’ostilità.

A ben vedere, quindi, quanto più la scalata è “ostile” tanto più gli azionisti di minoranza possono guadagnare dal loro titolo. Viceversa, se un’operazione fosse fatta totalmente fuori borsa, in modo amichevole fra gli “scalatori” e gli “scalati”, il parco buoi neanche se ne accorgerebbe.

In questi casi poi le operazioni sovente si complicano perché sono ammesse e disciplinate “controopa”, ovvero offerte pubbliche concorrenti con prezzo al rialzo, e divieti per la società target di effettuare operazioni straordinarie in corso di OPA.

Ma la sostanza del discorso non cambia: solo con operazioni di mercato trasparenti si può estendere il beneficio della scalata anche agli azionisti di minoranza.

Poiché l’obbligo di OPA scatta alla soglia del 30%, e dato che questo tipo di scalata è molto onerosa, in genere chi vuole acquisire il controllo di un’azienda si ferma al 29,9% (è appunto il caso di Vivendi), e a quel punto l’operazione viene allo scoperto e il corso del titolo si allinea al presumibile prezzo di offerta.

Per rastrellare le azioni fino a quel punto, i raider (scalatori) accorti frazionano gli acquisti in un intervallo di tempo sufficientemente lungo perché non si producano aumenti improvvisi del prezzo non altrimenti spiegabili. Se trapelasse la loro intenzione in questa fase, molti operatori attenti potrebbero dar corso ad acquisti in borsa, col risultato che il prezzo dell’azione lievita fino a raggiungere, in casi estremi, il livello obiettivo, superato il quale l’acquisizione non risulta più conveniente.

Per questo è fondamentale, per il successo dell’operazione, un rigido controllo delle informazioni per evitare fughe di notizie che potrebbero pregiudicare l’esito del bid.