Pillole di Finanza: quando è meglio vendere o comprare?

Si pone spesso la domanda, rispetto ad un titolo che abbiamo in portafoglio e che ha avuto una buona performance tanto da incorporare una plusvalenza teorica, se e quando venderlo per “passare alla cassa” e portare a casa il guadagno. Oppure, rispetto a un titolo che ci piace e sta invece diminuendo di valore, se e quando comprare.

Intanto una premessa: in finanza si guadagna soprattutto COMPRANDO BENE. Quindi è necessaria massima attenzione soprattutto nella scelta dei titoli e nel timing (ovvero il momento) in cui effettuare l’acquisto.

Infatti talvolta vediamo un titolo, che pure ci piace ma che non abbiamo (ancora) in portafoglio, crescere in modo molto accentuato e – non volendo perdere ulteriori opportunità – saremmo tentati di comprarlo.

Quest’ultimo é il caso più rischioso, e quasi mai é consigliabile “salire sul treno in corsa”: troppe probabilità di farsi male entrando all’apice della quotazione. Quindi una prima indicazione é: evitiamo di mettersi in scia sugli acquisti con il rischio di restare col cerino acceso in mano al momento in cui il prezzo comincerà a diminuire.

Nei primi due casi sopra descritti, invece, non é certo facile fare la scelta giusta. Intanto, una volta scelto un titolo su cui investire, dobbiamo avere un’idea di quale sia il suo prezzo “normale” o “tendenziale”. In genere gli analisti definiscono un livello atteso considerato target, oppure un intervallo fra un valore minimo e un valore massimo, sulla base del valore che essi attribuisco all’azienda e ai flussi di cassa che quella società prevedibilmente realizzerà in futuro.

Se il prezzo di mercato è inferiore al target price, gli analisti dicono che quel titolo ha un potenziale di apprezzamento (upside) e ne consigliano l’acquisto con raccomandazione buy, in caso contrario prevedono un downside e la raccomandazione è sell.

Naturalmente le cose non sempre vanno come gli analisti prevedono, ammesso e non concesso che le loro valutazioni su un determinato titolo vadano almeno nella stessa direzione. Ma certamente se la maggior parte di essi consiglia l’acquisto e intravvede un buon upside, una volta verificato che i multipli (come descritti nella precedente pillola) siano ragionevolmente bassi  in relazione al settore di appartenenza, possiamo razionalmente procedere ad acquistare.

In merito alla vendita, un buon consiglio è quello di non lasciarsi ingolosire troppo da un andamento rialzista, nell’aspettativa che la plusvalenza possa crescere ancora. E’ buona regola darsi un obiettivo per ogni titolo che si acquista, coerente con l’obiettivo complessivo dell’asset allocation strategica, ma non necessariamente coincidente con esso: ad esempio considerare come obiettivo di apprezzamento un valore medio fra quelli indicati dagli analisti presi in considerazione. Inoltre è bene darsi una regola generale che ci consenta, anche in caso di rally rialzisti su un titolo in portafoglio, di portare comunque a casa un guadagno soddisfacente anche se il titolo continua a crescere: ad esempio vendere sempre quando abbiamo realizzato un utile del 20%. Saremo poi sempre in tempo a ricomprarcelo, più tardi, eventualmente anche ad un prezzo maggiore se le condizioni di mercato si sono nel frattempo modificate, ma avremo fatto l’utile esercizio di sottoporre quel titolo a una seconda valutazione.

A questo punto, rispetto a un titolo in utile, abbiamo indicazioni precise su quando vendere: se ad esempio un’azione X, che abbiamo comprato (prezzo di carico) a 100, ha un prezzo di mercato di 110 e un prezzo target medio 115, ogni prezzo di vendita compreso fra 115 e 120 può essere considerato un ottimo prezzo di vendita.

Analogamente, dobbiamo stabilire anche un livello massimo di perdita che possiamo ritenere accettabile, per evitare di farci travolgere da eventuali ed improvvise situazioni di crisi. Anche in questo caso, un ragionevole livello di stop loss può essere quello del 20%, per cui nel caso sfortunato di un crollo del nostro titolo, una volta che il prezzo dovesse arrivare a 80, è da vendere immediatamente.

Queste due  semplici regole, quella di vendere in modo quasi automatico una volta raggiunto un certo livello di plusvalenza  oppure una certa minusvalenza,  consentono di evitare quasi tutte le bolle speculative e di non restare con l’”uomo nero” in mano in caso di crolli imprevisti e violenti del mercato in generale o di un certo titolo in particolare.

 

 

 

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2 pensieri su “Pillole di Finanza: quando è meglio vendere o comprare?

  1. Quindi potremmo dire che una prima regola è quella di porsi degli obbiettivi e dei limiti (quale anche il capitale max da destinare).
    Quindi, partendo dai fondamentali dei settori economici e delle aziende, che sono la base reale di ciò su cui andremo ad investire, andremo a comporre una nostra lista di titoli. Confrontando poi l’analisi tecnica di più specialisti individueremo i ns. Prezzi e Capitali di ingresso, che potrebbero essere spalmati temporalmente anche in più soluzioni, dato che sui mercati nessuno conosce il prezzo minimo/massimo.
    Quindi individuare il prezzo indicativo di uscita per rendere reale il proprio guadagno.
    Io suggerirei, per chi è entrato in più soluzioni e segue l’analisi tecnica, di uscire anche in più momenti in considerazione dei singoli prezzi di carico.

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    • Grazie per il commento Fabrizio.

      Il suggerimento di uscire (o entrare) da un titolo in più soluzioni è sempre un buon suggerimento orientato alla prudenza, e in generale mi sento di sottoscriverlo. Questo non cambia ovviamente le indicazioni fornite nell’articolo.

      Sul resto, condivido quanto lei dice, con una importante aggiunta, che ho esposto nella mini-serie sul risparmio consapevole, che troverà negli articoli precedenti il lancio delle “pillole di finanza”.

      Il primo passo, per un investitore razionale e prudente ma anche efficiente, é la costruzione della propria asset allocation, in funzione del patrimonio complessivo, delle previsioni di entrate e uscite e degli impegni, e delle propensioni soggettive, nonché degli obiettivi.

      Solo dopo, e magari con l’ausilio di un buon consulente, ci si potrà dedicare alla scelta dei singoli titoli (quella che ho chiamato “cherry picking”).

      Grazie ancora per l’attenzione con cui mi segue.

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