Pillole di Finanza: sell in may and run away!

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Un detto molto popolare fra gli operatori di borsa negli Stati Uniti, che in lingua originale suona in rima, dice: vendi a maggio e scappa. È una di quelle indicazioni che non hanno una ragione finanziaria effettiva, ma che si basano sull’osservazione empirica e statistica. È stato infatti rilevato che il mercato azionario americano presenta con grande frequenza un picco stagionale in alto a Maggio, per poi discendere spesso repentinamente e in modo verticale fino all’estate. Solo ad Agosto i corsi ricominciano a risalire, per cui, appunto, il consiglio è di vendere in maggio ai massimi, per poi eventualmente tornare a comprare a fine estate.

Ne abbiamo parlato anche in altre pillole: siamo a metà strada fra analisi empirica e superstizione o cabala, della serie “non ci credo ma non si sa mai”. E poi sfidare le superstizioni non è mai facile.

Allora che fare? Se il detto valesse anche per l’Europa converrebbe ora fare gli ultimi acquisti in chiave tattica per poi vendere a maggio e incassare la plusvalenza.

Cerchiamo di ragionare.

Intanto stiamo parlando di azioni italiane, perché per quanto riguarda il mercato obbligazionario abbiamo davanti un pressoché certo aumento di tassi e restrizione monetaria da parte della banca centrale europea. Questo porterà i prezzi dei titoli a scendere, per cui meglio tenersi liquidi.

Per le azioni è diverso. In effetti può valere la pena fare qualche incursione in un mercato che sembra ancora intonato alla crescita e soprattutto caratterizzato da molta liquidità, ma seguendo alcuni accorgimenti di buon senso.

Innanzitutto è bene impiegare una parte non grande del proprio patrimonio, diciamo il 10/15 per cento, in modo da limitare il rischio.

Poi scegliendo i titoli in modo razionale, ovvero di aziende con business solidi e operanti in settori in trend positivo: a mio parere in questo momento i settori interessanti sono il farmaceutico, l’elettronico, il retail, l’energetico; quelli che a me ora non piacciono i finanziari e le Telecom. Naturalmente qui ogni opinione è lecita e parlando di previsioni nessuno possiede la verità assoluta.

Azienda solida significa almeno non troppo indebitata e in utile.

Poi dovremmo preferire quei titoli che non si trovano in trend di crescita verticale: da evitare quindi le azioni che sono cresciute di oltre il 10% nell’ultima settimana.

Infine scegliere titoli con rapporto prezzo/utili non molto alto, sia in assoluto sia in relazione al proprio settore. In assoluto, ad esempio, significa un rapporto inferiore almeno a 15. Ciò significa che il prezzo dell’azione equivale a meno di 15 annualità di utile lordo per azione (ovvero che l’azione si ripaga con gli utili in 15 anni), supposto che l’utile per l’anno in corso si mantenga su quel livello anche per gli anni a venire.

Se riusciamo a trovare titoli che soddisfino contemporaneamente queste condizioni, potremo tentare un acquisto, pronti a vendere se il prezzo supera del 10% il costo da noi pagato, e comunque a riconsiderare l’investimento a fine aprile.

Se il mercato si mantiene tonico, investendo ad esempio 20.000€ in questo tipo di incursione tattica, è ragionevole attendersi di portare a casa 1.000/1.500€ di plusvalenza lorda, quelle giuste per una bella vacanza.

Se le cose andassero male, avremmo comunque limitato il rischio e magari non avremmo guadagnato, ma avremo la possibilità di incassare i dividendi (se decidessimo di tenerli a maggio), in questo caso però mettendo in conto un calo dell’azione, fisiologico dopo lo stacco.

Lavoro femminile e banche: non è più un lavoro per uomini!

Continuiamo questa settimana il nostro viaggio nel mondo del lavoro femminile qualificato per capire se e cosa cambia con l’economia digitale, la globalizzazione, la new economy.

Dopo l’incursione nel settore della tecnologia, le occasioni sprecate per il capitale umano femminile e le “infiltrate” che devono rinunciare alle prerogative femminili per lavorare e farsi strada, con il pregnante articolo di Chiara Falletti della scorsa settimana, è ora la volta delle banche, osservate da un’amica che le conosce molto bene dall’interno, Alessandra Orlando.

Come cambia il ruolo delle donne in banca e il loro accesso alle funzioni manageriali, cosa implica la loro sempre maggiore presenza nel mondo del credito, quali sono le loro retribuzioni: questo e altro nell’articolo di questa settimana, da non perdere.

La prossima settimana sarà la volta del ruolo femminile in finanza, delle problematiche di genere e dell’educazione finanziaria, con il contributo di Claudia Segre.

Buona lettura!


 

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In un Paese come l’Italia, in cui le donne in politica sono ancora una percentuale piuttosto bassa rispetto alla media europea, la finanza sembra essere invece in controtendenza rispetto al dato nazionale.

Una ricerca effettuata dal Sole 24 Ore, in collaborazione con le banche italiane, mette infatti in evidenza come le donne manager, nel mondo della finanza, ricoprano più spesso che in passato ruoli chiave.

I dati analizzati nel periodo successivo alla crisi sulla composizione dei Board delle banche italiane ha evidenziato come sia cresciuta l’incidenza della componente di genere femminile (in media dal 5% al 20% contro una media delle banche europee del 22%)

E in un momento in cui si parla sempre più frequentemente di contrazione degli sportelli bancari, reputati ridondanti ed inutili con la diffusione delle piattaforme digitali, l’occupazione femminile nelle banche italiane è sostanzialmente alla pari rispetto a quella maschile.

Ma come mai, un’attività per molti anni prettamente maschile (ricordiamo gli impiegati con le sopramaniche nere degli anni 50 e 60) è così decisamente virata al femminile?

Il lavoro bancario è ancora attrattivo o si è verificato un suo downgrade nella scala delle attività lavorative dotate di appeal?

Negli Stati Uniti il lavoro bancario è sempre stato sostanzialmente relegato ai margini della scala sociale, affidato in gran parte ad immigrati reclutabili con un basso salario.

In Europa lo status sociale del bancario ha mantenuto invece per molti anni una notevole solidità.

Ora questa solidità è venuta meno. Il lavoro in banca ha perso l’aura del posto fisso sicuro, la retribuzione si è mediamente abbassata, il lavoro si è fatto in gran parte ripetitivo, le pressioni commerciali sono aumentate, i conflitti con i clienti anche.

E, proprio in questo scenario, le donne sono state assunte copiosamente nei ranghi dei bancari italiani, dirigono spesso agenzie sopportandone oneri ed onori, fanno anche carriera, con retribuzioni sempre più basse rispetto ai colleghi uomini.

Il divario in busta paga nelle banche rimane del 20% secondo i dati raccolti dall’Osservatorio JobPricing, facendo proprio il lavoro del World Economic Forum, che da una decina d’anni pubblica una delle rilevazioni più complete e puntuali sul tema: il Global Gender Gap Report.

In questa classifica l’Italia si posiziona al 50° posto su 144 Paesi analizzati, con un indice di 0,725 (0 significa la totale disuguaglianza, 1 la totale uguaglianza tra i sessi); questo significa che l’Italia colma per il 72% circa le differenze di genere di qualsiasi tipo all’interno del proprio Paese.

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Insomma le cose sono molto cambiate da vent’anni a questa parte e in particolare negli ultimi dieci anni. Se un tempo l’attività bancaria non era un’attività per donne, ora si è decisamente femminilizzata.

Ed è stata scoperta la grande attitudine delle donne per il problem solving, capacità ritenuta per molto tempo assente nel mondo femminile, secondo le analisi psicosociologiche che venivano somministrate nei corsi di formazione aziendale all’inizio degli anni 90.

Ed è aumentata notevolmente l’istruzione femminile. Nel nostro Paese ogni 100 uomini che si laureano ci sono ben 144 donne che fanno altrettanto e ciò corrisponde a un numero di donne laureate che ogni anno supera quello degli uomini di oltre 50.000 unità: una enormità.

Guardando gli atenei, solo alla Bocconi la partita finisce in parità, e bisogna andare nei politecnici per trovare più laureati che laureate, ma anche qui le donne stanno rimontando in fretta guadagnando rapidamente posizioni anche tra le materie scientifiche, da sempre territorio maschile.

Ma, tornando all’inizio: le donne sono numerose in banca perché sono più brave o perché il lavoro bancario è meno desiderato dagli uomini?

Forse la risposta sta a metà. Le donne sono riuscite a dimostrare maggiori regolarità e disciplina rispetto ai colleghi che sempre meno ambiscono al classico “posto in banca”. O meglio, è talvolta un “ripiego” in attesa di una posizione più ambita e non la prima scelta.

Le donne invece, caparbie e precise, si accaparrano postazioni nei sempre più rari sportelli aperti ma avanzano anche tra le figure che maneggiano la banca del futuro.

E in questo panorama vagamente desolato delle banche che tagliano posti di lavoro e filiali, convertendosi sempre più al digitale, quale futuro è ipotizzabile per le donne?

Se da una parte c’è la frammentazione del lavoro – spesso occorre lavorare in posti diversi tra mattina e pomeriggio – dall’altra c’è l’opportunità, o percepita tale, dello smart working,  il lavoro agile, che tanto attira le donne che lavorano perché fa pensare di riuscire a conciliare tempi di vita e tempi di lavoro, autentica araba fenice dell’universo di madri, figlie, mogli e compagne.

Salvo poi verificare che sono gli uomini che, molto più delle donne, colgono la possibilità di lavorare da casa, o dalla postazione lavorativa più a portata di mano in quel momento.

La digitalizzazione può offrire autentiche possibilità alle donne che lavorano in banca? Potenzialmente si, anche perché può perdere importanza  il fattore tempo nel rapporto di lavoro. Le donne sono sempre state nemiche del lavoro straordinario, incompatibile con le loro mille attività. Ed è invece sul tempo passato in banca che si sono molto spesso misurate le maggiori o minori  disponibilità nei confronti dell’azienda,  stabiliti aumenti economici, dispensati premi e superminimi.

La digitalizzazione, le nuove piattaforme informatiche, la possibilità di lavorare a distanza dal posto di lavoro, consegnano altre possibili modalità per “misurare” e valutare la prestazione lavorativa. Si  può provare a slegare la performance  da quanto tempo si dedica al lavoro cercando di spostarla sulla qualità della prestazione, sulla competenza e sulle capacità dimostrate.

Almeno potenzialmente, salvo anche qui verificare che il rischio che si misurino i “pezzi” lavorati continua a sussistere, mettendo in crisi la possibilità di un lavoro svolto in relativa tranquillità tra un colloquio con gli insegnanti, la preparazione della cena e un briefing aziendale .

Certo le donne hanno dalla loro la grande duttilità ed elasticità con cui sono abituate a gestire la propria vita e quella degli altri.

Mi piace immaginare che anche nella banca digitale sapranno trovare nuovi spazi e costruire nuove possibilità.

Riusciranno ad inventarsi un nuovo lavoro, a “misura di donna”?

 

 

ALESSANDRA ORLANDO (*)

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(*)

Alessandra lavora nelle banche da 37 anni e si è occupata di processi organizzativi, di consulenza legale e di erogazione del credito. Da quasi 20 anni è impegnata nella contrattazione e nelle ristrutturazioni aziendali. Vive tra Milano e il resto d’Italia.
Ha tre figli tra i 20 e i 30 anni alle prese con la costruzione del loro futuro.

Pillole di Finanza: inflazione, che fare quando si prevede l’aumento

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Se la deflazione è il sintomo di un’economia che ristagna, è allora normale porsi un obiettivo di ragionevole incremento del livello generale dei prezzi che rappresenti un sistema che si sviluppa naturalmente e senza distorsioni. Tale livello “fisiologico” è generalmente indicato nel 2%, il livello da poco raggiunto in Eurozona.

Questo livello è considerato di equilibrio, ovvero non distorsivo. L’inflazione infatti produce anche un effetto di redistribuzione della ricchezza dai creditori, coloro che possiedono attività finanziarie in genere, ai debitori. Poiché crediti e debiti sono espressi in moneta, e sono al nominale, una riduzione del potere d’acquisto della moneta riduce di pari importo anche il valore reale dei crediti (titoli, depositi, contanti, ecc.) e dei debiti.

Non a caso il classico percorso di rientro dall’enorme debito pubblico di un paese è proprio la grande inflazione che ne polverizza il valore. Così come molti che hanno comprato casa con un mutuo a tasso fisso negli anni ’70, prima della forte inflazione di quel periodo, di fatto si sono ritrovati con il bene immobile rivalutato e il debito quasi azzerato, realizzando notevoli guadagni.

Al contrario di chi aveva tenuto il denaro in forma liquida o investito in titoli a tasso fisso, che ne ha subito un simmetrico danno.

Che fare dunque se si prevedesse un ritorno in grande stile dell’inflazione?

Il primo accorgimento è spostarsi dalle attività finanziarie (denaro, titoli) a quelle reali (immobili, metalli preziosi, e anche azioni in quanto rappresentative della proprietà di aziende), considerate in questo caso come “beni rifugio”.

Inoltre spostarsi dagli investimenti a tasso fisso a quelli a tasso variabile o indicizzato, che periodicamente viene adeguato ai nuovi livelli di mercato. Per chi si indebita, simmetricamente, preferire il tasso fisso a quello variabile: in tal modo l’onere reale del debito, a parità di quello nominale, tenderà a diminuire.

Al tempo delle valute nazionali, e quindi prima dell’Euro, quando un paese registrava nel tempo tassi di inflazione sistematicamente superiori agli altri, l’esito naturale era la svalutazione della moneta, come accadeva con la lira. Anzi, la svalutazione era proprio una modalità competitiva del paese in quanto in tal modo si favoriva l’esportazione verso paesi a moneta forte, tipicamente il dollaro e il marco tedesco, ma anche il franco svizzero e la sterlina.

Allo stesso modo oggi un mezzo per difendersi dall’inflazione può essere rappresentato dall’investire in valute forti, come il dollaro o il franco svizzero. Ma si deve tener presente che la dinamica dei tassi di cambio non dipende solo dalle inflazioni dei rispettivi paesi, ma da una serie di altre cause, fra le quali stabilità dei sistemi e tassi di interesse.

La vera domanda allora è: quanto crescerà l’inflazione nei prossimi anni? Naturalmente esistono le stime degli economisti, che però non sono sempre azzeccate (qualcuno dice quasi mai). Comunque fino a quando il trend rimarrà sui livelli attuali, il 2% o meno, sono da escludere effetti distorsivi rilevanti.

 

Capitale umano femminile nell’era digitale: un’occasione da non perdere

Per la prima volta questa settimana il blog ospita il contributo di un’amica, con la quale abbiamo condiviso uno scambio di idee su un argomento fino ad ora mai trattato qui: il rapporto fra donne e economia digitale, o meglio l’enorme spreco di risorse e di capitale umano – quello femminile – che neanche la new economy sembra riuscire a scalfire.

Il concetto è quello delle “infiltrate”, ovvero delle donne che per infrangere il “tetto di cristallo” rinunciano più o meno consapevolmente alle prerogative femminili per acquisire quelle tipicamente maschili. E così facendo tutti quanti perdiamo qualcosa.

A questo intervento seguiranno, nelle prossime due settimane, altri due contributi sullo stesso argomento da parte di due donne impegnate in campi diversi: in banca e in campo di educazione finanziaria.

Buona lettura!


 

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Nel mondo del lavoro (e non solo) esiste ancora una sostanziale disparità tra le possibilità e le energie spese e spendibili da parte di una donna e quelle da parte di un uom.

In particolare nel mondo della tecnologia: è vero che i generi hanno la possibilità di coprire gli stessi ruoli impegnando uguali energie? E vero che fin dai primi anni di età alle donne vengono proposti stessi input, stessi schemi di cultura, impegno, intelligenza? O piuttosto è vero che i condizionamenti sono già evidenti e radicati sin dalla scuola materna? Da noi il contrasto tra le possibilità dell’avvicinamento al mondo tecnologico tra una donna e un uomo è molto più subdolo, a confronto della evidenza in cui si consuma nella gran parte del resto del mondo. Una volta nelle scuole si insegnavano discipline tenute distinte e queste avevano un forte imprinting di genere. Raramente una donna si avvicinava alla matematica; nella fisica non poteva eguagliare il compagno di giochi che aveva già assorbito, per emulazione paterna, esperienza sul campo di lavoretti domestici e piccole riparazioni su automobili e motorini di casa.

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Nella storia ci sono stati mirabili esempi di donne meritevoli, ingegnose, scopritrici, eroine. Ma certamente ancora troppo pochi. Le poche che qualcuno ha definito ‘infiltrate’ (Nicola Palmarini – “Le infiltrate. Ragazze e tecnologia, stereotipi e opportunità” – Ed. EGEA 2016). Perché la donna ha dovuto omologarsi a uomo per entrare, da ‘infiltrata’ appunto, nel mondo del lavoro, per vedere riconosciuti forse gli stessi meriti? Anche qui l’uomo, o meglio l‘umanità tutta, ha forse perso un’occasione d’oro? Non bisogna essere delle infiltrate, baciate dalla fortuna, dai soldi, da un maestro presente, da una tenacia fuori dal comune, da una genialità superiore, da un genitore sensibile. Quanti geni ci siamo persi, quanto buon lavoro ci siamo giocati, quanto capitale umano (di genere femminile) andato in fumo? Perché nessuno ha mai misurato l’entità di questa perdita? Si creano algoritmi per tutto: perché non proviamo a pensare alle donne scolarizzate che non hanno raggiunto le stesse mete dei fratelli parimenti scolarizzati, come a know how e valore totalmente dispersi? Il contributo geneticamente diverso apportato dalla donna, avrebbe dovuto/potuto apportare valori diversi e in aggiunta a quelli conosciuti, che avrebbero ben potuto, nel tempo, cambiare e migliorare il profilo economico della società.

Si tratta allora di provare a riscoprire questi valori, e di vedere se e come è possibile recuperare il tempo, le risorse e le energie perdute.

 

 

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Il modo giusto, l’approccio anche solo economicamente più efficiente non può certo essere quello di appiattire e uniformare i generi: una sorta di genus laborans che poi è diventato genius… Non si possono riconoscere le differenze di genere come capitale, vero e proprio, per sviluppare una nuova economia della produzione e del lavoro? In definitiva il mondo del lavoro nei sistemi occidentali è stato creato dal genere maschile e su quella falsariga continua a crescere e a profilarsi: stesse leggi, dettami, regole. La donna in carriera deve diventare un uomo, abbandonare la propria indole materna, organizzatrice, contenitrice, perdonatrice.

Prendiamo l’e-commerce, il commercio e la tecnologia digitale. Un trading completamente diverso rispetto a quello tradizionale: si abbattono barriere di luoghi e di tempo, si viene a creare un mercato rivoluzionato e imprevedibile, per le sue applicazioni potenziali, per i suoi apporti. Qualsiasi cosa, parola, fatto appartiene al mondo, e ne fa il giro più volte in pochi secondi. Qui possono, a pieno titolo, entrare le donne: uno spazio vuoto che può essere disciplinato da regole nuove dove ci sia uno spazio per i deboli, per i piccoli, per i vecchi, per chi cresce e per chi muore, per chi vuole imparare. Spazio per idee diverse rispetto a quelle usuali: nuova comunicazione, nuovi modi di imparare. Le donne e la società si sono perse tutto questo? Si sono perse la possibilità di cambiare le leggi basate sui violenti profitti a tutti i costi? Non si tratta di inventare qualcosa di nuovo, ma di riconoscere e sfruttare il talento, la conoscenza, la capacità, il merito, la diversità a beneficio di tutti senza guardare la fotografia del proprietario. Invece ci ostiniamo a reiterare lo stesso modello: le donne pur di entrare nel mondo del lavoro hanno abbracciato una sorta di omologazione a quanto già in atto, non apportando nulla del femminile, ma anzi appiattendone il genere. Il vero dramma è che abbiamo ormai alle spalle  decine di anni di mondo tecnologico che doveva migliorarci la vita, e così non è stato. L’occasione per la svolta può essere ora, nel vuoto totale del commercio digitale: le donne possono emergere come ‘donne’ a riempire il gap che vuole il mondo diviso in due società.

Vengo da un campo in cui si studiano concetti applicabili al benessere del pianeta in termini di risorse naturali riproducibili; diversi anni fa sono state inventate una serie di leggi per valutare un progetto in termini di impatto ambientale e, una possibilità prevista, ma che viene perlopiù scartata, è l’opzione zero. Sarà la deformazione ingegneristica che considera tutto fattibile, tutto costruibile, che non può proprio accettare la NON realizzazione di un progetto; come se la stessa fosse una sconfitta per l’uomo, anziché sfida a creare di meglio o comunque  una tutela dell’umanità e delle risorse naturali. Occorre invece rivalutare l’“opzione 0”, cioè interventi di ammodernamento e messa a norma con impianti di mitigazione e interventi mirati alla risoluzione dei punti critici, senza però un ampliamento spropositato e ingiustificato, può talvolta essere la scelta vincente. Curiosamente l’opzione zero é una formula politica con cui si è indicata la volontà di raggiungere il disarmo totale. (ipotesi negoziale, proposta dal presidente statunitense R. Reagan nel 1981, in base alla quale USA e URSS avrebbero ritirato dall’Europa tutte le rispettive forze missilistiche). L’ipotesi del disarmo totale è quella che più mi affascina. Disarmiamo da una parte il femminismo ormai concettualmente vetusto e il maschilismo dominante, che con le sue rigidità apporta solamente visioni ridotte, per costruire, non un ‘mostro’, ma piccole snelle realtà. Disarmarsi vuol dire annientarsi come ipotetici antagonisti in un risparmio di energie teso verso la conoscenza.

L’uomo e la donna, secondo un best seller mondiale di qualche anno fa (“Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere” di John Gray), provengono da due pianeti diversi che non si chiamano Terra. Dunque siamo ospiti. Entrambi. Ed entrambi possiamo inventare le nuove regole del gioco. Ovviamente la scelta di Gray era basata sull’inganno di non dare per scontato l’altro/a perché viene da un altro pianeta, prova sentimenti in modo diverso e si esprime in modo diverso. Sapendo di aver davanti uno alieno/a saremmo più propensi a farci capire e a capire l’altro/a. L’inganno funziona, ha funzionato e l’inventore di questo teatro è ormai in voga da decenni.

Chiara Falletti

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Chiara è geologa, lavora all’Acquedotto del Fiora e vive a Grosseto. Di origine torinese, è cresciuta a Siena dove si è laureata, ha mosso i primi passi nel mondo del lavoro e ha messo su famiglia. Ha due bellissimi figli, Ambra e Matteo, ed è una curiosa del mondo.

 

Pillole di Finanza: inflazione, la misurazione e i polli di Trilussa

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Esisteva in passato una teoria economica, che a un certo punto ebbe anche una discreta popolarità, in base alla quale si sosteneva che l’inflazione non esistesse, essendo l’aumento dei prezzi la semplice conseguenza dell’aumento di valore dei beni o servizi.

In effetti è difficile che dopo qualche anno un certo prodotto resti esattamente uguale, da un punto di vista qualitativo. Molto spesso viene migliorato, aggiornato o magari solo abbellito nella confezione o nell’immagine (ma anche questo è un incremento di valore, almeno di quello percepito). E pochi, dopo anni, tornerebbero a comprare prodotti obsoleti o anche solo passati di moda, allo stesso prezzo del prodotto nuovo.

Questo dimostra quanto sia difficile misurare l’inflazione, a partire dalla corretta individuazione del paniere di beni e servizi da osservare. L’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, è il soggetto istituzionale incaricato, fra l’altro, della misurazione ufficiale dell’inflazione nel nostro paese. Ha individuato un paniere di beni e servizi che dovrebbe essere rappresentativo di un livello medio di consumi e i cui prezzi, monitorati mensilmente, servono appunto a capire come si muove questo fenomeno.

I panieri vengono ogni tanto aggiornati, alcuni beni non più rappresentativi vengono tolti e altri inseriti. Già questa è un’operazione soggettiva, anche se inevitabile, e incorpora anche l’evoluzione dei consumi e dello stile di vita che niente hanno a che vedere con i prezzi.

C’è poi il problema dei prezzi settoriali: a seconda dello stile di vita per alcuni può essere molto più importante il livello dei prezzi in un singolo settore che in tutti gli altri, e naturalmente la media non rende ragione delle singole parti, come nel famoso pollo di Trilussa per cui se uno digiuna e l’altro si mangia due polli, in media hanno mangiato un pollo a testa.

A parte tutto questo, l’inflazione specie in alcuni momenti della storia è un fenomeno di tutta evidenza. Se non altro, per confrontare due paesi diversi o due epoche diverse, a patto che i criteri di rilevamento siano omogenei.

Supponiamo quindi che i dati ufficiali siano anche quelli reali. Con una inflazione del 10% all’anno, in cinque anni il potere di acquisto della moneta si dimezza, ovvero con i 100 Euro di del primo anno, al quinto anno si possono acquistare solo la metà dei beni. Ciò significa che, a parità del valore nominale 100, corrisponde un valore reale della metà.

Esistono modi molto semplici di “sterilizzare” questo effetto dovuto alla svalutazione monetaria, in modo da vedere come si muovono i valori “reali”: nell’esempio di prima, se i salari restano uguali in termini nominali, il salario reale potere dei lavoratori si dimezza, come pure il loro potere d’acquisto.

Quando il reddito cresce, cresce anche la domanda e, a meno che non cresca anche l’offerta e la disponibilità di prodotti e servizi sul mercato nella stessa misura o in misura maggiore (cosa difficile nel lungo periodo  in quanto i beni resterebbero invenduti), i prezzi naturalmente tendono a crescere. Già questo dà una prima idea del perché quando i prezzi calano, e si ha deflazione, certamente siamo di fronte a un’economia stagnante o recessiva.

 

I bancari di domani:lavorare in banca nel terzo millennio

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Se il futuro riserva al nostro mercato del credito poche grandi o grandissime banche, molte micro aziende territoriali, poco credito, molti servizi e consulenze, modello “supermarket” con prevalenza dell’attività di vendita rispetto a quella di produzione, banca leggera con limitata dotazione di personale e di immobili, piattaforma digitale per il lavoro a distanza, come dovranno essere coloro che in questo mercato si troveranno a lavorare.

Il mestiere del bancario è rimasto sostanzialmente lo stesso fino a una ventina d’anni fa. Ovviamente sono cambiati nel tempo gli strumenti, le procedure, la considerazione sociale di chi lavorava in banca, ma il contenuto del lavoro e la sua organizzazione sono rimasti pressoché gli stessi.

Entrare in banca è stato il sogno di molte generazioni di ragazzi, fino a quella nata negli anni 70, oggi ultra quarantenni. Lavoro tranquillo, stipendio sicuro, week end liberi, avanzamenti di carriera quasi automatici, elevata considerazione sociale. Si cominciava dai servizi di base, lo sportello o la cassa, poi si passava ai servizi più specialistici: l’estero, i titoli, la segreteria fidi, lo sviluppo. Col tempo si arrivava a dirigere una filiale, poi una filiale più grande e così via; e ad ogni passaggio una promozione.

Si imparava dall’esperienza, si ascoltavano i colleghi più anziani cercando di rubare il mestiere, si studiavano le procedure interne e i manuali di istruzioni. La carriera si faceva all’interno della stessa azienda, scalando le diverse posizioni.

Con gli anni 90, e più ancora dal 2000, tutto cambia. Da sistema protetto e sostanzialmente oligopolistico, il mercato bancario si apre alla concorrenza; con le privatizzazioni si deve poter rispondere a chi investe capitali di rischio e richiede redditività e profitto. Si studia il mercato, la competizione, il cliente. Il focus si trasferisce dall’interno della banca all’esterno: il mercato, le aziende, le convenzioni.

Alla fine si arriva alla situazione che abbiamo descritto in premessa, e con la quale sicuramente dovremo fare i conti per diversi anni a venire.

 

Mentre una volta si diceva che “la filiale la fanno le persone, e soprattutto il direttore”, oggi il fattore umano è considerato un costo, un peso da cui liberarsi appena possibile, un freno per la redditività aziendale.

 

Secondo i dati della First-Cisl, i bancari erano 316.360 nel 2011: sono poi scesi a 306.607 nel 2013, a 299.684 nel 2014 e ancora nel 2015, toccando quota 298.575. 18.000 bancari in meno in 4 anni. E si parla ancora di circa 50.000 esuberi nel sistema nazionale, di cui alleggerirsi nei prossimi anni, il 16% dell’attuale forza lavoro. E c’è chi ha detto che in dieci anni il numero dei bancari sarà dimezzato a 150.000 unità.

Il numero degli sportelli è calato dai 34.000 del 2010 ai 30.000 scarsi di oggi, circa il 12% in meno, e la tendenza continuerà. Cosa dovranno saper fare i pochi sopravvissuti, e i pochissimi nuovi entrati nel sistema? Fino a ieri le competenze richieste erano di natura tecnica: si dovevano conoscere bene prodotti, procedure, regolamenti. Tecnica bancaria e ragioneria, manuali di procedure e analisi di bilancio. Ma oggi?

Oggi quel tipo di competenze non servono, sono anzi spesso considerate un intralcio. Prodotti e procedure sono totalmente informatizzate, se si sbaglia il computer si blocca e non fa procedere. Basta sapersi muovere all’interno dei sistemi informatici, peraltro resi sempre più user friendly, facili da usare e intuitivi.

Si dovrà invece essere capaci di vendere, qualunque cosa a qualunque cliente. Faranno comodo coloro che vengono dal retail, dalla grande distribuzione, dalla telefonia. Mentalità diverse, senza orpelli e condizionamenti. Gente abituata a “vendere frigoriferi agli eschimesi”.

Oppure ci vorranno gli specialisti delle operazioni complesse di finanza, ingegneri o matematici, e poi sistemisti e programmatori, quelli faranno sempre comodo. Per le grandi o grandissime banche che resteranno nei business caratterizzati da elevata tecnologia e forte dotazione di capitale.

Nel futuro non vedo più il travet dalle 9 alle 5, il bancario che il venerdì pomeriggio abbassa la saracinesca e se ne riparla dopo il week end. Forse potrà lavorare, almeno in parte, da casa, ma certamente dovrà essere disponibile H24, festivi compresi. Se c’è bisogno, la domenica dovrà andare a trovare un cliente oppure il sabato sera mettere un tavolino in un centro commerciale e fermare chi passa, chiedendo se vuole aprire il conto. A ben vedere, si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, che assimilerà sempre di più il lavoro di banca a qualunque altra attività commerciale.

Gli stipendi, già in flessione da anni, diventeranno ancora più bassi e molto più correlati ai risultati di vendita conseguiti. Della crescente precarietà abbiamo già detto.

L’accesso ai livelli alti di carriera sarà sempre più difficile e selettivo: molte posizioni dirigenziali sono già scomparse o stanno scomparendo, attribuendone le relative funzioni, quando non siano scomparse anch’esse, a personale di grado inferiore. Lo stipendio sarà composto sempre più da voci concordate e concesse ad personam rispetto a quelle fisse contrattuali. Nonostante tutto questo, molti ancora ambiscono a entrare in banca, in primo luogo perché anche negli altri settori la situazione non è in genere più brillante. Va detto inoltre che, come sempre, la crisi nasconde anche qualche opportunità.

Intanto, con molte meno persone, la concorrenza all’interno dell’azienda sarà certamente più gestibile: quelli veramente in gamba, di cui le aziende avranno sempre bisogno, avranno più spazio per mettersi in luce ed emergere. Il contenuto del lavoro sarà sicuramente meno ripetitivo e prevedibile, con più spazio all’iniziativa e alla creatività, superando così uno dei limiti classici del lavoro in banca.

 

 

 

 

 

 

Pillole di Finanza: inflazione, spauracchio oppure obiettivo?

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Chi oggi ha più di quarant’anni non può non stupirsi quando legge affermazioni del tipo: “purtroppo l’inflazione è ancora bassa” oppure “il nostro obiettivo è far risalire l’inflazione”. In effetti per noi che abbiamo vissuto gli anni del faticoso rientro dall’inflazione a doppia cifra, e in alcuni momenti sopra il 20%, risulta molto difficile associare questo concetto a qualcosa di positivo.

E d’altra parte lo stesso obiettivo dichiarato della politica monetaria della Banca Centrale Europea è la stabilità e il contrasto, appunto, dell’inflazione. Questo obiettivo è stato mutuato da quello della Deutsche Bundesbank, che ha sempre considerato questo fenomeno come l’origine di tutti i mali. In effetti chi conosce la storia, e in particolare la vicenda della Repubblica di Weimar che con la crisi economica e la grande inflazione spalancò le porte al nazismo, si rende conto dell’ossessione tedesca per la svalutazione monetaria.

Sono ancora vivi i figli di coloro che in Germana, in quel periodo, andavano a comprare il pane e i wurstel con le valige piene di cartamoneta, pagando milioni di marchi.

Ancora all’inizio degli anni 80, mi ricordo una copertina del settimanale “Mondo economico” che ora credo non esca più da tempo, che riportava il disegno di un mostro e la scritta: l’inflazione è morta, e ricordo il mio scetticismo perché consideravo questo fenomeno impossibile da estirpare in modo definitivo. Ma quel giornale aveva visto giusto.

E allora perché oggi l’inflazione è considerata una cosa positiva, anzi da perseguire, e il suo basso livello un problema? La risposta non è facile né immediata.

La cosa giusta da fare intanto è capire che cosa è l’inflazione, come si determina, quali effetti produce. Quando tutti questi elementi saranno chiari, risulterà meglio comprensibile anche il dilemma del titolo: spauracchio o obiettivo?

Il termine deriva dal latino inflare, che significa gonfiare, soffiare. L’etimologia aiuta già a capire di cosa si tratta: un fenomeno che “gonfia” appunto il livello generale dei prezzi senza che ad esso corrisponda un pari aumento di valore. Ovvero, il valore di un determinato paniere di beni e servizi rimane invariato anche se il suo prezzo aumenta.

In tal modo la moneta, l’unità di misura del valore, subisce una svalutazione, ovvero una riduzione del suo potere d’acquisto. Supponiamo che oggi con 100 Euro posso comprare un certo insieme di beni e servizi e che fra un anno per comprare esattamente lo stesso insieme di beni e servizi, in quantità e qualità, occorrano 102 Euro. Significa che nell’anno si è verificata un’inflazione del 2%, ovvero che la moneta (l’Euro) si è svalutata, ha ridotto il suo potere d’acquisto, del 2%.

Infatti la definizione di inflazione è : l’aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo, che genera una diminuzione del potere d’acquisto della moneta.

La svalutazione è quindi un effetto dell’inflazione, ovvero la sua manifestazione monetaria.

Detto così, si tratta di un concetto quasi intuitivo. Ma una sua corretta misurazione è tutt’altro che facile. Intanto si deve trattare di beni e servizi della stessa qualità, e qui sorge il primo problema: molti beni da un anno all’altro cambiano, si evolvono, migliorano, e spesso si può ragionevolmente sostenere che quell’aumento di prezzo è in effetti un vero e proprio incremento di valore.

La banca di domani: leggera e digitale

Abbiamo visto come alla fine del primo decennio del nuovo millennio siano praticamente sparite le banche di medie dimensioni e il sistema delle aziende di credito si vada polarizzando fra due estremi.

Da un lato quelle molto grandi, che possono recuperare gli enormi costi di investimento in tecnologia grazie alle economie di scala consentite dalla dimensione. Dall’altro quelle molto piccole, che riescono a penetrare negli anfratti di mercato e a raggiungere la clientela tradizionale, per quanto in via di estinzione, o quella che punta sul rapporto personale e sulla fiducia. Trasversalmente, le banche 4.0, iperdigitalizzate e completamente online, basate sull’operatività a distanza e processi completamente standardizzati o automatici.

Queste tipologie corrispondono ai mestieri che oggi consentono di realizzare un livello accettabile di redditività.

Il primo di questi mestieri è la prestazione di servizi molto specializzati e standardizzati, da fornire a clienti di rilievo quali grandi imprese, pubbliche amministrazioni oppure a un gran numero di soggetti, in modo tale da recuperare gli enormi costi di investimento in tecnologia grazie alle economie di scala consentite dalla dimensione. Pensiamo ai servizi di banca depositaria, alle tesorerie delle grandi amministrazioni, ai grandi project finance per le operazioni infrastrutturali, alla gestione di fondi di investimento con miliardi di dollari di raccolta. A qualcosa, insomma, too big to fail.

Oppure, all’altro estremo, le vecchie casse rurali o banche popolari, a dimensione minima, presenti capillarmente anche nel borgo più sperduto per catturare quei (pochi) clienti ancora refrattari alla tecnologia, le persone anziane che non sanno muoversi fra le operazioni bancarie indispensabili. Oppure coloro che giustamente vogliono un rapporto umano diretto con l’interlocutore, vogliono dare un nome e un volto a chi tiene i propri soldi, cercano consigli, consulenza e rassicurazione. Tutte cose che si pagano, e per le quali ci vuole il personale.

 

A parte le micro aziende di credito ex (o ancora) popolari, nessuna banca può ormai prescindere da un nuovo modello di business più leggero e aggressivo, in linea con la multimedialità e la tecnologia digitale, a bassa intensità di lavoro e con margini di redditività molto più modesti. Un modello senza più filiali e con pochissimi dipendenti, dove la carta è molto ridimensionata nei cicli di lavorazione: dalle montagne di cambiali che richiedevano molto personale  per essere lavorate, si è passati a flussi digitali, più veloci, sicuri, meno costosi. Gli assegni come mezzi di pagamento sono praticamente scomparsi, l’uso del contante tende ad essere limitato anche per evitare casi di riciclaggio.

 

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Nella nuova banca 4.0, la clientela utilizza i servizi bancari da casa (home banking), attraverso strumenti oggi diventati di uso comune quali personal computer, tablet, smartphone. Difficilmente, dopo l’apertura del conto, il cliente tornerà a varcare le porte a consenso e a fare la fila in cassa.

 

Tutto abbastanza lineare finché si tratta di operazioni di raccolta, molto più complicato invece per quanto riguarda i prestiti alle imprese. In alcuni casi si potranno standardizzare i processi, ad esempio nel caso dei mutui ipotecari, dei prestiti personali, del credito al consumo. Anche sul credito commerciale di base (quello che finanzia le imprese) si ricorre spesso a  valutazioni attraverso scoring, talvolta affidate in outsourcing a società specializzate.

 

Ben più difficile pensare al credito industriale, quello che serve per finanziare gli investimenti, o alle operazioni complesse. In questi casi occorrono competenze specifiche (personale esperto) o piattaforme informatiche avanzate, che rendano possibile gestire aspetti quali il funding (il reperimento di risorse finanziarie da parte della banca), il mismatch delle scadenze (il disallineamento fra la scadenza della raccolta e quella degli impieghi), il risk management, ovvero il controllo di tutti i rischi di portafoglio.

 

Questo tipo di operazioni saranno quindi sempre più riservate a istituti attrezzati e specializzati, tendenzialmente appartenenti alla categoria delle banche grandi o molto grandi, uno dei due estremi che si diceva all’inizio.

In generale le operazioni che comportano erogazione di credito richiederanno sempre importante dotazione di capitale, dovendo rispettare requisiti patrimoniali molto più stringenti di quelli vigenti nel passato.

 

Abbiamo visto come la banca tradizionale fosse strutturalmente a leva, ovvero impiegasse per l’attività creditizia quasi esclusivamente le risorse acquisite a debito dai depositanti.

Il coefficiente patrimoniale tier 1, che misurava l’incidenza del capitale proprio “vero” cioè quello stabilmente ancorato alla banca sugli attivi ponderati per il rischio, ovvero sui prestiti, era considerato normale a livelli del 5/6%. Ovvero, a fronte di 100 euro di prestiti, la banca poteva permettersi di tenere un capitale netto di soli 5, il resto essendo debito.

Dopo la grande crisi e i numerosi fallimenti, la banca centrale europea richiede una dotazione di quasi il triplo. Non solo, addirittura richiede alla banca la capacità di resistere a situazioni teoriche di massimo stress, ovvero a scenari quasi catastrofici. E se si considera l’enorme volume delle grandezze in gioco, si vede come proprio il capitale sia una forte barriera all’entrata nel particolare business creditizio.

Il capitale costa, e richiede rendimenti sempre crescenti, perché il rischio è aumentato. Requisiti che limitano fortemente il numero di banche presenti sul mercato. Le altre o spariscono dal mercato (e infatti le banche medie tendenzialmente non ci sono più) o devono riconvertirsi a fare mestieri che non richiedono capitale.

La tendenza descritta può essere considerata ampiamente consolidata, e il prossimo futuro ne vedrà anzi una radicalizzazione. Quindi in Italia vedremo gli stessi campioni (Intesa San Paolo e Unicredit) magari ancora più forti, e ancora un gran numero di piccole e piccolissime banche. Ci sarà forse spazio per un terzo polo, che potrebbe emergere dalla fusione di più istituti di dimensioni contenute, una volta venuto meno il Monte dei Paschi come terza banca del paese.

Poche grandi o grandissime banche, molte micro aziende territoriali, poco credito, molti servizi e consulenze, modello “supermarket” con prevalenza dell’attività di vendita rispetto a quella di produzione, banca leggera con limitata dotazione di personale e di immobili, piattaforma digitale per il lavoro a distanza: questi saranno secondo me gli aspetti caratterizzanti della banca del futuro.

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Nel prossimo articolo vedremo come saranno i bancari di domani, ovvero come cambierà il lavoro in banca in seguito all’evoluzione del mercato, e quali saranno gli skills richiesti a chi sopravvivrà dalla decimazione in corso.

Pillole di Finanza: lo Spread

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Abbiamo visto la scorsa settimana che lo spread è uno degli elementi che intervengono nel calcolo della cedola quando siamo di fronte a un tasso variabile.

“Spread” è da tempo diventato un termine diffuso e molto importante: per colpa del suo livello tropo elevato, nei titoli pubblici italiani rispetto a quelli tedeschi, nel 2011 cadde il secondo governo Berlusconi aprendo le porte al governo tecnocratico di Mario Monti.

Si tratta di due aspetti diversi dello stesso concetto, un concetto la cui fortuna nel dibattito economico è piuttosto recente: fino a una ventina d’anni fa, prima dell’introduzione dell’euro, dello spread si parlava solo in ambienti tecnici o bancari. Oggi è un protagonista delle prime pagine dei giornali. Vediamo perché.

Intanto proviamo a spiegarlo. Il termine deriva dall’inglese e significa “differenziale”.

Nella costruzione di un tasso variabile, rappresenta la percentuale che si aggiunge al tasso base (quello ufficiale che viene rilevato periodicamente) per formare il tasso finale. Quindi, ad esempio, se un titolo (un CCT) paga una cedola variabile pari al tasso Euribor a 6 mesi più lo spread di 0,75%, significa che per determinare l’interesse si deve rilevare nel giorno o nel periodo previsto quel tasso (che a ieri sarebbe stato pari a -0,237%), si aggiunge lo spread e si ottiene il tasso finale di 0,513%.

In questa accezione, si tratta quindi di uno strumento tecnico che serve a calcolare il tasso.

Il significato più rilevante è invece l’altro, anche se il meccanismo è lo stesso. Rappresenta la differenza di rendimento fra i titoli pubblici emessi da un paese a rischio zero o molto basso, tipicamente la Germania, e quelli emessi da paesi più deboli. Quanto maggiore è lo spread, tanto più rischioso risulta quel paese poiché gli investitori, quelli che comprano i titoli pubblici da questo emessi, richiedono un maggior interesse per remunerare il rischio.

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Lo spread viene misurato in punti base (basis points), ovvero in centesimi di tasso percentuale. Per cui, ad esempio, lo spread misurato ieri 2 marzo fra BTP e BUND a 10 anni era pari a 181,4, equivalente all’1,814%. Ciò significa che, dato il rendimento dei BUND di 0,327%, quello dei BTP era pari al 2,14%.

Ad esempio, sempre ieri, lo spread dei titoli francesi era 59,8 (tasso finale 0,92%); quello dei titoli portoghesi 365,3 (tasso finale 3,98%) e quello dei titoli greci 671,1 (tasso di 7,04%).

In tal modo lo spread misura il grado di affidabilità di cui un paese gode, ovvero del credito che ottiene sui mercati internazionali (si chiama infatti anche credit spread): più lo spread è basso, più affidabile è il paese; più è alto, più è rischioso il paese.

Al tempo delle diverse monete, ciascuna banca centrale guidava e talvolta definiva il tasso di interesse del proprio paese; oggi che i tassi vengono guidati dalla BCE, il mercato usa proprio lo spread per differenziare il grado di rischio di ciascun paese.

Naturalmente, poiché tutti i titoli pubblici sono emessi in euro, più alto è lo spread, maggiore il costo che lo stato sostiene per il servizio del debito, ovvero la sua spesa per interessi. Questo contribuisce ad alimentare il circolo vizioso per cui un paese già debole, se vuole finanziare il proprio deficit, deve pagare interessi alti e quindi aumentare quello stesso deficit.