La banca di domani: leggera e digitale

Abbiamo visto come alla fine del primo decennio del nuovo millennio siano praticamente sparite le banche di medie dimensioni e il sistema delle aziende di credito si vada polarizzando fra due estremi.

Da un lato quelle molto grandi, che possono recuperare gli enormi costi di investimento in tecnologia grazie alle economie di scala consentite dalla dimensione. Dall’altro quelle molto piccole, che riescono a penetrare negli anfratti di mercato e a raggiungere la clientela tradizionale, per quanto in via di estinzione, o quella che punta sul rapporto personale e sulla fiducia. Trasversalmente, le banche 4.0, iperdigitalizzate e completamente online, basate sull’operatività a distanza e processi completamente standardizzati o automatici.

Queste tipologie corrispondono ai mestieri che oggi consentono di realizzare un livello accettabile di redditività.

Il primo di questi mestieri è la prestazione di servizi molto specializzati e standardizzati, da fornire a clienti di rilievo quali grandi imprese, pubbliche amministrazioni oppure a un gran numero di soggetti, in modo tale da recuperare gli enormi costi di investimento in tecnologia grazie alle economie di scala consentite dalla dimensione. Pensiamo ai servizi di banca depositaria, alle tesorerie delle grandi amministrazioni, ai grandi project finance per le operazioni infrastrutturali, alla gestione di fondi di investimento con miliardi di dollari di raccolta. A qualcosa, insomma, too big to fail.

Oppure, all’altro estremo, le vecchie casse rurali o banche popolari, a dimensione minima, presenti capillarmente anche nel borgo più sperduto per catturare quei (pochi) clienti ancora refrattari alla tecnologia, le persone anziane che non sanno muoversi fra le operazioni bancarie indispensabili. Oppure coloro che giustamente vogliono un rapporto umano diretto con l’interlocutore, vogliono dare un nome e un volto a chi tiene i propri soldi, cercano consigli, consulenza e rassicurazione. Tutte cose che si pagano, e per le quali ci vuole il personale.

 

A parte le micro aziende di credito ex (o ancora) popolari, nessuna banca può ormai prescindere da un nuovo modello di business più leggero e aggressivo, in linea con la multimedialità e la tecnologia digitale, a bassa intensità di lavoro e con margini di redditività molto più modesti. Un modello senza più filiali e con pochissimi dipendenti, dove la carta è molto ridimensionata nei cicli di lavorazione: dalle montagne di cambiali che richiedevano molto personale  per essere lavorate, si è passati a flussi digitali, più veloci, sicuri, meno costosi. Gli assegni come mezzi di pagamento sono praticamente scomparsi, l’uso del contante tende ad essere limitato anche per evitare casi di riciclaggio.

 

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Nella nuova banca 4.0, la clientela utilizza i servizi bancari da casa (home banking), attraverso strumenti oggi diventati di uso comune quali personal computer, tablet, smartphone. Difficilmente, dopo l’apertura del conto, il cliente tornerà a varcare le porte a consenso e a fare la fila in cassa.

 

Tutto abbastanza lineare finché si tratta di operazioni di raccolta, molto più complicato invece per quanto riguarda i prestiti alle imprese. In alcuni casi si potranno standardizzare i processi, ad esempio nel caso dei mutui ipotecari, dei prestiti personali, del credito al consumo. Anche sul credito commerciale di base (quello che finanzia le imprese) si ricorre spesso a  valutazioni attraverso scoring, talvolta affidate in outsourcing a società specializzate.

 

Ben più difficile pensare al credito industriale, quello che serve per finanziare gli investimenti, o alle operazioni complesse. In questi casi occorrono competenze specifiche (personale esperto) o piattaforme informatiche avanzate, che rendano possibile gestire aspetti quali il funding (il reperimento di risorse finanziarie da parte della banca), il mismatch delle scadenze (il disallineamento fra la scadenza della raccolta e quella degli impieghi), il risk management, ovvero il controllo di tutti i rischi di portafoglio.

 

Questo tipo di operazioni saranno quindi sempre più riservate a istituti attrezzati e specializzati, tendenzialmente appartenenti alla categoria delle banche grandi o molto grandi, uno dei due estremi che si diceva all’inizio.

In generale le operazioni che comportano erogazione di credito richiederanno sempre importante dotazione di capitale, dovendo rispettare requisiti patrimoniali molto più stringenti di quelli vigenti nel passato.

 

Abbiamo visto come la banca tradizionale fosse strutturalmente a leva, ovvero impiegasse per l’attività creditizia quasi esclusivamente le risorse acquisite a debito dai depositanti.

Il coefficiente patrimoniale tier 1, che misurava l’incidenza del capitale proprio “vero” cioè quello stabilmente ancorato alla banca sugli attivi ponderati per il rischio, ovvero sui prestiti, era considerato normale a livelli del 5/6%. Ovvero, a fronte di 100 euro di prestiti, la banca poteva permettersi di tenere un capitale netto di soli 5, il resto essendo debito.

Dopo la grande crisi e i numerosi fallimenti, la banca centrale europea richiede una dotazione di quasi il triplo. Non solo, addirittura richiede alla banca la capacità di resistere a situazioni teoriche di massimo stress, ovvero a scenari quasi catastrofici. E se si considera l’enorme volume delle grandezze in gioco, si vede come proprio il capitale sia una forte barriera all’entrata nel particolare business creditizio.

Il capitale costa, e richiede rendimenti sempre crescenti, perché il rischio è aumentato. Requisiti che limitano fortemente il numero di banche presenti sul mercato. Le altre o spariscono dal mercato (e infatti le banche medie tendenzialmente non ci sono più) o devono riconvertirsi a fare mestieri che non richiedono capitale.

La tendenza descritta può essere considerata ampiamente consolidata, e il prossimo futuro ne vedrà anzi una radicalizzazione. Quindi in Italia vedremo gli stessi campioni (Intesa San Paolo e Unicredit) magari ancora più forti, e ancora un gran numero di piccole e piccolissime banche. Ci sarà forse spazio per un terzo polo, che potrebbe emergere dalla fusione di più istituti di dimensioni contenute, una volta venuto meno il Monte dei Paschi come terza banca del paese.

Poche grandi o grandissime banche, molte micro aziende territoriali, poco credito, molti servizi e consulenze, modello “supermarket” con prevalenza dell’attività di vendita rispetto a quella di produzione, banca leggera con limitata dotazione di personale e di immobili, piattaforma digitale per il lavoro a distanza: questi saranno secondo me gli aspetti caratterizzanti della banca del futuro.

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Nel prossimo articolo vedremo come saranno i bancari di domani, ovvero come cambierà il lavoro in banca in seguito all’evoluzione del mercato, e quali saranno gli skills richiesti a chi sopravvivrà dalla decimazione in corso.

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