I bancari di domani:lavorare in banca nel terzo millennio

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Se il futuro riserva al nostro mercato del credito poche grandi o grandissime banche, molte micro aziende territoriali, poco credito, molti servizi e consulenze, modello “supermarket” con prevalenza dell’attività di vendita rispetto a quella di produzione, banca leggera con limitata dotazione di personale e di immobili, piattaforma digitale per il lavoro a distanza, come dovranno essere coloro che in questo mercato si troveranno a lavorare.

Il mestiere del bancario è rimasto sostanzialmente lo stesso fino a una ventina d’anni fa. Ovviamente sono cambiati nel tempo gli strumenti, le procedure, la considerazione sociale di chi lavorava in banca, ma il contenuto del lavoro e la sua organizzazione sono rimasti pressoché gli stessi.

Entrare in banca è stato il sogno di molte generazioni di ragazzi, fino a quella nata negli anni 70, oggi ultra quarantenni. Lavoro tranquillo, stipendio sicuro, week end liberi, avanzamenti di carriera quasi automatici, elevata considerazione sociale. Si cominciava dai servizi di base, lo sportello o la cassa, poi si passava ai servizi più specialistici: l’estero, i titoli, la segreteria fidi, lo sviluppo. Col tempo si arrivava a dirigere una filiale, poi una filiale più grande e così via; e ad ogni passaggio una promozione.

Si imparava dall’esperienza, si ascoltavano i colleghi più anziani cercando di rubare il mestiere, si studiavano le procedure interne e i manuali di istruzioni. La carriera si faceva all’interno della stessa azienda, scalando le diverse posizioni.

Con gli anni 90, e più ancora dal 2000, tutto cambia. Da sistema protetto e sostanzialmente oligopolistico, il mercato bancario si apre alla concorrenza; con le privatizzazioni si deve poter rispondere a chi investe capitali di rischio e richiede redditività e profitto. Si studia il mercato, la competizione, il cliente. Il focus si trasferisce dall’interno della banca all’esterno: il mercato, le aziende, le convenzioni.

Alla fine si arriva alla situazione che abbiamo descritto in premessa, e con la quale sicuramente dovremo fare i conti per diversi anni a venire.

 

Mentre una volta si diceva che “la filiale la fanno le persone, e soprattutto il direttore”, oggi il fattore umano è considerato un costo, un peso da cui liberarsi appena possibile, un freno per la redditività aziendale.

 

Secondo i dati della First-Cisl, i bancari erano 316.360 nel 2011: sono poi scesi a 306.607 nel 2013, a 299.684 nel 2014 e ancora nel 2015, toccando quota 298.575. 18.000 bancari in meno in 4 anni. E si parla ancora di circa 50.000 esuberi nel sistema nazionale, di cui alleggerirsi nei prossimi anni, il 16% dell’attuale forza lavoro. E c’è chi ha detto che in dieci anni il numero dei bancari sarà dimezzato a 150.000 unità.

Il numero degli sportelli è calato dai 34.000 del 2010 ai 30.000 scarsi di oggi, circa il 12% in meno, e la tendenza continuerà. Cosa dovranno saper fare i pochi sopravvissuti, e i pochissimi nuovi entrati nel sistema? Fino a ieri le competenze richieste erano di natura tecnica: si dovevano conoscere bene prodotti, procedure, regolamenti. Tecnica bancaria e ragioneria, manuali di procedure e analisi di bilancio. Ma oggi?

Oggi quel tipo di competenze non servono, sono anzi spesso considerate un intralcio. Prodotti e procedure sono totalmente informatizzate, se si sbaglia il computer si blocca e non fa procedere. Basta sapersi muovere all’interno dei sistemi informatici, peraltro resi sempre più user friendly, facili da usare e intuitivi.

Si dovrà invece essere capaci di vendere, qualunque cosa a qualunque cliente. Faranno comodo coloro che vengono dal retail, dalla grande distribuzione, dalla telefonia. Mentalità diverse, senza orpelli e condizionamenti. Gente abituata a “vendere frigoriferi agli eschimesi”.

Oppure ci vorranno gli specialisti delle operazioni complesse di finanza, ingegneri o matematici, e poi sistemisti e programmatori, quelli faranno sempre comodo. Per le grandi o grandissime banche che resteranno nei business caratterizzati da elevata tecnologia e forte dotazione di capitale.

Nel futuro non vedo più il travet dalle 9 alle 5, il bancario che il venerdì pomeriggio abbassa la saracinesca e se ne riparla dopo il week end. Forse potrà lavorare, almeno in parte, da casa, ma certamente dovrà essere disponibile H24, festivi compresi. Se c’è bisogno, la domenica dovrà andare a trovare un cliente oppure il sabato sera mettere un tavolino in un centro commerciale e fermare chi passa, chiedendo se vuole aprire il conto. A ben vedere, si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana, che assimilerà sempre di più il lavoro di banca a qualunque altra attività commerciale.

Gli stipendi, già in flessione da anni, diventeranno ancora più bassi e molto più correlati ai risultati di vendita conseguiti. Della crescente precarietà abbiamo già detto.

L’accesso ai livelli alti di carriera sarà sempre più difficile e selettivo: molte posizioni dirigenziali sono già scomparse o stanno scomparendo, attribuendone le relative funzioni, quando non siano scomparse anch’esse, a personale di grado inferiore. Lo stipendio sarà composto sempre più da voci concordate e concesse ad personam rispetto a quelle fisse contrattuali. Nonostante tutto questo, molti ancora ambiscono a entrare in banca, in primo luogo perché anche negli altri settori la situazione non è in genere più brillante. Va detto inoltre che, come sempre, la crisi nasconde anche qualche opportunità.

Intanto, con molte meno persone, la concorrenza all’interno dell’azienda sarà certamente più gestibile: quelli veramente in gamba, di cui le aziende avranno sempre bisogno, avranno più spazio per mettersi in luce ed emergere. Il contenuto del lavoro sarà sicuramente meno ripetitivo e prevedibile, con più spazio all’iniziativa e alla creatività, superando così uno dei limiti classici del lavoro in banca.

 

 

 

 

 

 

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