Pillole di Finanza: il Risiko

 Risiko

Si sente spesso parlare di “risiko bancario”: vediamo di capire di che si tratta, non solo in relazione alle banche ma ad ogni tipo di società quotata in borsa. E soprattutto cerchiamo di capire come comportarsi con le azioni delle società interessate.

Innanzitutto per “risiko bancario” si intende il processo di fusioni e acquisizioni che ha interessato il settore delle banche italiane a partire dagli anni 90.

Il primo concetto da esaminare è quello di premio o sconto, intesi con riferimento al valore di borsa (o quotazione) di un certo titolo. In un mercato teoricamente perfetto, la quotazione di borsa esprime il valore di una società ovvero il valore ad oggi di tutti i redditi futuri che il possesso di quel titolo determinerà.

Se una certa società quotata in borsa, che chiameremo per semplificare Alfa Spa, ha in circolazione 100 milioni di azioni e il loro prezzo sul mercato è di 10 euro l’una, si dice che la capitalizzazione di borsa di quella società è 1 miliardo di euro (ovvero il numero delle azioni -100 milioni- moltiplicato per il prezzo di ognuna -10 euro). Ebbene nel mercato perfetto, che esiste solo sui libri di scuola, si assume che la somma di tutti i denari che saranno distribuiti ai soci di Alfa a qualunque titolo, da oggi al momento in cui la società cesserà di esistere, attualizzata a oggi (ovvero scontata, cioè diminuita dell’interesse “a ritroso” anno per anno fino ad oggi al tasso prevedibile di sconto per le rispettive scadenze) sia appunto 1 miliardo.

Rispetto ai 10 euro che l’azione Alfa vale in borsa, si parla dunque di premio per indicare il sovrappiù che l’azionista richiede per cedere le sue azioni a un terzo se la società viene indicata come possibile preda; si parla invece di sconto per indicare il minor valore che un azionista subisce in relazione ad un’offerta di acquisto lanciata su un’altra società.

Tipico evento societario che influenza il prezzo (price sensitive) è appunto quello che origina il risiko, ovvero l’acquisizione di una società da parte di un’altra più grande, come nel caso di Atlantia S.p.A. che ha confermato di avere in corso l’acquisto di Abertis S.A., oppure di Vivendi S.A. che ha invece tentato senza successo di acquisire Mediaset S.p.A. Si tratta di operazioni cosiddette di fusione e acquisizione (merger and acquisition).

 

mergers-acquisitions

Perché dunque una società dovrebbe comprarne un’altra? Evidentemente perché i suoi manager pensano che le due realtà unite, mettendo insieme le forze, potranno realizzare sinergie di costo e di ricavo e, così, esprimere un valore superiore a quello delle due entità separate. Quindi, nel caso della nostra società Alfa Spa, chi pensasse di acquisirla – supponiamo la Beta Spa – ritiene che integrata nella stessa Beta, Alfa S.p.A. potrebbe valere ben più di 1 miliardo, ovvero più della sua capitalizzazione di borsa se considerata singolarmente: il futuro acquirente è quindi disposto a pagare agli azionisti di Alfa un premio rispetto ai 10 euro per azione che esprime il mercato.

Per fare ciò, Beta deve però reperire mezzi finanziari adeguati, i quali a loro volta hanno un costo, e deve comunque esporsi per pagare il valore di Alfa S.p.A. più di quanto lo stesso vale in Borsa (se infatti un’azione di Alfa sul mercato borsistico vale 10, Beta deve essere in grado di pagarla, ad esempio, 12).

Questo però normalmente non piace agli azionisti di minoranza di Beta S.p.A., che hanno un orizzonte di investimento breve e, saputa la notizia, probabilmente tenderanno a vendere le azioni Beta, determinandone una diminuzione di prezzo.

Se poi le valutazioni industriali di chi lancia l’offerta saranno confermate, nel tempo il valore di Alfa S.p.A. (ora incorporata in Beta S.p.A.)aumenterà: è per questo che operazioni del genere sono definite “strategiche” e vengono sostenute dagli azionisti stabili.

 

Dunque, per restare al caso ipotizzato, quando il risparmiatore medio viene a sapere che Beta Spa sta preparando un’offerta su Alfa Spa, normalmente vende azioni Beta e compra azioni Alfa. E’ per questo che le azioni Atlantia S.p.A. hanno subito un calo quando la notizia è uscita, al contrario delle azioni della spagnola Abertis che sono invece cresciute ed è sempre per questo motivo che il titolo Mediaset S.p.A. si è impennato appena si è diffusa la notizia dell’offerta dei francesi di Vivendi.

In questo sistema è evidente dunque l’importanza della corretta informazione che deve essere paritetica per tutti gli investitori: chi avesse infatti la “dritta giusta” potrebbe avvantaggiarsi a danno degli altri che non hanno questa informazione. Se poi l’informazione stessa si rivelasse sbagliata (la cosiddetta “bufala”), ne subirebbe invece un danno.

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Ucraina: guerra alle porte di casa

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Si dice che oggi l’informazione sia eccessiva e che il problema non sia tanto che le notizie non si trovano, ma che ce ne sono troppe. Ebbene, sorprendentemente ci sono invece fatti, anche importanti e potenzialmente devastanti, su cui viene fatta calare una coltre di assordante silenzio. Per infrangere il muro di omertà, è necessario andare a cercare blog e social al di fuori dei media tradizionali.

E’ il caso della guerra che abbiamo alle porte di casa, di cui da noi nessuno parla e che avrebbe pesanti conseguenze economiche per tutti gli stati interessati e per l’Unione Europea: la guerra civile in corso da anni in Ucraina.

Per sapere cosa succede, bisogna andare sui siti specializzati, perlopiù in lingua russa. Qui da noi, in occidente, è silenzio assoluto, anche di fronte a un numero di vittime soprattutto civili molto superiore a quello di tutti i recenti fatti di terrorismo sui quali si sono (pur giustamente) versati fiumi di inchiostro e ore di riprese TV.

Da quando nel 1998 l’allora governo D’Alema autorizzò in Kosovo il primo intervento militare offensivo italiano dal dopoguerra, mai la guerra era stata così vicina al nostro paese. Dopo 20 anni si ricomincia a percepire il pericolo di un nuovo conflitto planetario, divenuto ancor più incombente con le recenti notizie che provengono dalla Siria e dalla Corea del Nord.

La distanza fra Roma e Kiev è di circa 2.300 Km, tre ore di volo, ma la distanza fra Trieste e Berehove, i due punti più vicini fra i due stati, è di soli 900 km, più o meno quella fra Torino e Palermo. Dall’Italia verso l’Ucraina, e viceversa, partono diversi autobus al giorno, Gran Turismo e minibus, che trasportano persone e merci da un paese all’altro. In molte case italiane i vecchi e i disabili sono assistiti da donne ucraine che hanno lasciato figli e affetti nel paese in guerra e sono venute da noi a svolgere lavori ingrati di cui gli italiani non vogliono sapere.

 

Da anni gli ucraini si illudono di poter entrare nell’Unione Europea ed avere uno status simile a quello dei romeni o dei polacchi che, proprio in quanto membri dell’Unione, hanno libertà di stabilimento nei paesi UE.

 

Fino al crollo del muro di Berlino, l’Ucraina era una delle Repubbliche Sovietiche, in cui era cresciuto fra l’altro Nikita Chruščëv (benché nato a Kalinovka, nell’attuale Russia
e vicino al confine con l’Ucraina, dove poi si trasferì dall’età di 14 anni), e prima ancora celebri scrittori quali Nikolai Gogol e Mikhail Bulgakov, come pure atleti famosi quali Valerij Borzov, Sergij Bubka e Andrij Shevchenko.

URSS

 

Era una delle repubbliche più ricche dell’URSS, con terra fertile e produttiva, materie prime abbondanti e sottosuolo generoso, tanto da essere al centro dei programmi di sviluppo economico del passato regime. All’epoca aveva infatti fabbriche all’avanguardia, scuole soprattutto tecnologiche fra le migliori, infrastrutture funzionanti e, compatibilmente col resto del paese, un elevato livello di vita, senza disoccupazione e con assistenza sanitaria estesa ed efficiente.

Se confrontiamo la situazione di trenta anni fa con quella di oggi, troviamo un paese distrutto, istituzioni politiche corrotte e oligarchiche, lavoro inesistente e prezzi dei servizi irraggiungibili per la maggioranza della popolazione. Basti pensare che il prezzo del gas, materia di prima necessità in un’area con clima invernale rigido, è aumentato quest’anno di sette volte.

Veramente un destino crudele per la martoriata popolazione ucraina, passata senza soluzione di continuità dal regime dittatoriale sovietico, che d’altra parte garantiva servizi e lavoro ma al prezzo di una povertà diffusa e di una mancanza di libertà democratiche, all’oligarchia che quella povertà ha accentuato, alla vera e propria guerra civile. Non c’è stato il tempo di consolidare attitudini ed istituzioni democratiche, né la volontà di costruire un’efficiente economia di mercato, come accaduto in altri paesi dell’orbita ex sovietica, quali la Polonia, l’Ungheria o la Repubblica Ceca.

 

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Oggi la regione si trova ad essere teatro di un conflitto che rischia seriamente di contagiare l’intera Europa e non solo, in cui le grandi potenze si fronteggiano e l’Unione Europea, miraggio ed illusione di gran parte della popolazione, assiste inerme dopo aver contribuito, insieme agli Stati Uniti, a innescare una rivolta che dopo oltre tre anni non ha ancora trovato una soluzione.

 

Cerchiamo allora di capire come si è creato questo stato di guerra continua e cruenta e soprattutto che tipo di evoluzione è ipotizzabile.

Il 24 agosto 1991, crollato da tempo il muro di Berlino, l’Ucraina proclama l’indipendenza dall’ormai dissolta URSS ed avvia il suo cammino, pieno speranze ma soprattutto di illusioni, verso la democrazia. Nel 1996, grazie soprattutto all’ala riformatrice del Parlamento, viene emanata la nuova costituzione e nel dicembre 2004 la nazione è dichiarata Repubblica parlamentare.

Da questo momento, anziché procedere spedita verso il consolidamento di autonome istituzioni democratiche, inizia la via crucis di radicalizzazione e scontri aperti che condurrà il paese alla situazione attuale. I personaggi attorno ai quali si polarizza il confronto sono l’ex funzionario della banca centrale e filo-occidentale Viktor Juscenko e il politico filo-russo appartenente all’oligarchia ex sovietica Viktor Janukovyc, leader del Partito delle Regioni.

Nei prossimi due articoli ripercorreremo gli eventi che si sono susseguiti lungo il decennio successivo, cercando di capire i motivi della deriva bellica e le prospettive che si possono aprire.

 

 

Pillole di Finanza: e quindi uscimmo a veder le stelle

Stelle

La Borsa non è solo Mib30, blue-chip o grandi società e public company ad azionariato diffuso, ma sempre più, in Italia, il luogo in cui è possibile valorizzare le eccellenze produttive del nostro paese, le aziende medie di nicchia e di vera e propria eccellenza.

Stiamo parlando del segmento STAR (acronimo di “Segmento Titoli Alti Requisiti”), creato nel 2001 e che attualmente comprende circa 70 titoli con capitalizzazione, ovvero valore di borsa data dal corso del titolo per il numero di azioni emesse, compresa fra 40 milioni e 1 miliardo di Euro.

Le caratteristiche che le società devono avere per essere ammesse a questo comparto sono:

  • Trasparenza per quanto riguarda le comunicazioni sociali e i dati di bilancio;
  • Alta liquidità, essendo richiesto che i titoli in circolazione al di fuori dei pacchetti di controllo siano almeno pari al 35% del totale;
  • Corporate governance, che deve essere coerente ai maggiori standard internazionali.

Queste caratteristiche assicurano di avere di fronte società serie, ben strutturate, trasparenti e governate secondo regole corrette. Ne consegue che l’investimento nel segmento STAR di Borsa Italiana è un’ottima opzione di investimento anche per piccoli risparmiatori: dall’inizio dell’anno l’indice FTSE STAR ha espresso una performance del 21,18%, certamente non facile da reperire altrove.

Si tratta in genere di vere e proprie realtà di eccellenza nei rispettivi settori produttivi, dalla meccanica ai trasporti all’alimentare al fashion, al finanziario.

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È vero che le quotazioni sono cresciute molto ed in alcuni casi moltissimo, assicurando ottimi guadagni a chi ci ha creduto, e che non sarà certo facile replicare i brillanti risultati degli scorsi mesi. Ma è altrettanto vero che in generale si tratta di società che realizzano buoni profitti e si sviluppano in modo costante.

Inoltre i flussi di investimento nel comparto saranno garantiti dai PIR (Piani Individuali Risparmio), il nuovo strumento introdotto dalla Legge di Stabilità, del quale credo che torneremo molto presto a parlare, perché rischia di diventare un caso di vero successo.

Si tratta di un contenitore fiscale che offre al risparmiatore – solo persona fisica – la totale esenzione da imposte del risparmio conferito a patto che l’investimento venga mantenuto per almeno 5 anni ed entro un massimale di 30.000 Euro l’anno per 5 anni (che porta l’entità massima per ogni risparmiatore a 150.000 Euro).

Ne sono già stati lanciati 18 dalle maggiori SGR, altri 9 sono sulla rampa di lancio; a breve entreranno nel mercato anche gli intermediari, in primo luogo le banche, e la diffusione dello strumento crescerà in modo rapido. La relazione tecnica alla stessa legge prevede una raccolta per il 2017 di 1,8 miliardi di Euro, destinata ad arrivare a 5,4 nel 2021, per un totale di raccolta nei 5 anni di 18 miliardi, un importo di tutto rilievo. Importo di cui, dovendo essere indirizzato a piccole e medie imprese, non è difficile prevedere l’ingresso fra l’altro proprio nel segmento STAR di Borsa Italiana.

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Finalmente, come avrebbe detto il sommo poeta, anche il piccolo risparmiatore italiano, dopo anni di vacche magre, potrà “uscire a riveder le stelle”.

Finanza Facile: i podcast delle trasmissioni

Questa settimana, nello spazio del martedì, anziché il consueto articolo pubblichiamo i podcast delle ultime trasmissioni di “Finanza facile”, il format che va in onda su Radio Siena TV ogni venerdì mattina alle 9, e che si può vedere in versione televisiva sulle frequenze di Siena TV e in streaming sul sito dell’emittente. Le trasmissioni precedenti sono reperibili anche su questo stesso blog.

 

Da alcuni mesi, abbiamo riservato alla finanza il venerdì, con la “pillola” settimanale e la trasmissione radio televisiva. Gli argomenti più strettamente finanziari, che vengono presentati sempre in chiave didascalica e con l’intento di favorirne diffusione e comprensione in un pubblico non specializzato, sono riservati alla “pillola” che viene commentata e discussa in studio nella seconda parte della trasmissione, la “Lente di ingrandimento” attraverso una serie di domande poste da Matteo Borsi, giovane e bravo direttore dell’emittente senese.

 

La trasmissione contiene poi una prima parte, “Si dice in giro”, in cui sono scelte e commentate alcune domande pervenute in redazione e vengono poi individuati gli argomenti di carattere finanziario di cui più si è parlato nei giornali e media nella settimana che va a concludersi. Ne viene scelto uno, quello ritenuto di interesse più generale, che si discute e si approfondisce in studio.

 

Il format ha riscosso molto successo e in effetti non sono molte le iniziative radiofoniche o televisive finalizzate all’educazione finanziaria e a favorire investimenti consapevoli per risparmiatori razionali e prudenti. Un obiettivo sempre più importante, anche alla luce delle recenti disposizioni legislative, e per il quale si sta adoperando al massimo la Fondazione Global Thinking guidata da Claudia Segre, che é stata ospite in una delle trasmissioni qui riportate.

 

In conseguenza della “pillola” e delle trasmissioni del venerdì, il piano editoriale del blog ha visto i tradizionali articoli del martedì spostarsi più verso argomenti di carattere generale, anche se sempre improntati ad indagare gli aspetti dell’economia, del lavoro, dell’organizzazione, del non-profit. Ultima della specie, l’interessante serie sulla condizione della donna e del suo lavoro in epoca digitale, sia in tecnologia (con l’articolo di Chiara Falletti di martedì 14 marzo), sia in banca (con Alessandra Orlando il 21 marzo), sia in finanza (con Claudia Segre il 28 marzo). L’ultimo intervento é ancora di Chiara Falletti il 4 aprile e ha fornito un “decalogo” per le donne; seguirà ancora, nelle prossime settimane, il “decalogo” per gli uomini e un contributo sul “capitale erotico”, assolutamente da non perdere.

 

Si parlerà anche di politica ed economia internazionale (dell’Europa e dell’Euro, ad esempio, ci siamo occupati più volte), in particolare delle situazioni di tensione e conflitto che si stanno purtroppo moltiplicando in molte aree del mondo, dall’Ucraina alla Siria, dalla Corea alla Turchia.

 

Segnalo anche, fra le prossime uscite, la presentazione di un fantastico progetto culturale e di restauro a Palermo, col cantiere di Palazzo Butera, destinato a diventare, fin dal prossimo anno con la città siciliana capitale della cultura, un formidabile centro di produzione di eventi e momento di apertura, sintesi e contaminazione fra popoli e sensibilità diverse. Così come Palermo é stata storicamente il punto di ingresso e di apertura, in Italia e in Europa, di persone e idee.

 

Sono tutti argomenti che rientrano in pieno negli obiettivi iniziali del blog, e che hanno effetti diretti e importanti sull’economia, sul lavoro, sulle condizioni di vita delle persone.

I primi feed-back che ho avuto sono molto positivi, gli argomenti scelti sono risultati di interesse per i lettori. Naturalmente se ci sono proposte, in questa chiave, per trattare aspetti particolari, sono sempre ben accolte.


Pillole di Finanza: e le valute?

Cerchiamo di fare un passo in avanti rispetto all’impostazione di base di un buon portafoglio di investimento: valutiamo se può convenire, o almeno avere un senso, impiegare parte delle proprie risorse in valuta estera.

Ai tempi della lira, tipica valuta debole, era pressoché indispensabile – al fine di difendere il valore del portafoglio – tenere investita una parte delle proprie disponibilità in valute forti, in primo luogo il dollaro USA, ma anche franco svizzero, marco tedesco, sterlina inglese. La lira era infatti periodicamente soggetta a svalutazioni anche consistenti, per effetto proprio della sua debolezza. La svalutazione era vista con estremo favore da parte delle imprese esportatrici, in quanto i prezzi di beni e servizi prodotti in Italia potevano essere venduti all’estero a prezzi più bassi in termini di valuta locale.

Dal punto di vista della ricchezza, però, tutti i beni e gli asset patrimoniali espressi in lire, ogni volta che questa veniva svalutata, vedevano ridursi il loro valore espresso in valuta forte. A prima vista, per chi svolge un’attività nella sola valuta di riferimento, questo effetto potrebbe sembrare irrilevante, ma non è così.

A lungo andare, un patrimonio espresso totalmente in una divisa (termine sinonimo di “valuta”) che si svaluta in modo sistematico, tende inevitabilmente a depauperarsi. Il paese si impoverisce e diventa più facilmente “acquistabile” da chi detiene valute forti. Proprio per mantenere il valore dei propri beni, chi al tempo della lira non aveva fiducia nello stato e nell’assetto istituzionale italiano, li trasformava in valuta forte (ad esempio dollari o franchi svizzeri) oppure in beni rifugio (ad esempio oro, il cui valore in lire infatti cresceva nel tempo).

Oggi l’Euro ha superato questi problemi, annoverandosi di diritto fra le valute forti. Se guardiamo infatti al valore di un Euro in termini di dollari o di oro, notiamo che nei sedici anni di vigenza della moneta unica grandi variazioni monodirezionali non ci sono state. Il cambio col dollaro e la quotazione dell’oro sono infatti soggetti a oscillazioni, anche importanti, ma queste oscillazioni non vanno in un’unica direzione: talvolta l’Euro si deprezza, ma altre volte il suo valore aumenta.

E già questo, in termini di mantenimento del valore del portafoglio, rende meno pressante la necessità di diversificare il patrimonio con impieghi in valuta rappresentando così una delle principali ragioni che mi portano a ritenere che un’eventuale uscita dall’Euro per l’Italia sarebbe un disastro.

Bisogna poi distinguere fra chi per la propria attività lavorativa  e personale è totalmente euro-based, ovvero ha solo flussi in Euro, sia in entrata che in uscita, e chi invece riceve o deve fare pagamenti anche in altre valute: ad esempio chi importa o commercia comunque con l’estero (qui inteso extra UE), chi ha beni o persone importanti all’estero. Potrebbe essere il caso, ad esempio, di chi ha acquistato una casa a Miami oppure a Cape Town, di chi ha figli che studiano in USA, di chi viaggia sistematicamente in Asia o Africa. In questi ultimi casi tenere una parte di risorse investite in valuta diversa dall’Euro è senz’altro utile, magari sotto semplice forma di conto corrente valutario che consente di risparmiare i costi di conversione.

La mia opinione è però che anche chi non ha o non prevede di avere flussi in valuta, dovrebbe valutare di impiegare una parte del proprio portafoglio (mai superiore al 20%) in altre valute sia per esigenze difensive che per sfruttare buone opportunità di guadagno.

In particolare le esigenze difensive sono evidenti laddove, impiegando in valute forti (dollaro, franco svizzero, ecc,) ci si cautela contro un difficile ma non impossibile deprezzamento dell’Euro.

Ma l’investimento in divisa, ad esempio in forma di obbligazioni, può anche consentire di impiegare a tassi di interesse più alti, qualora i tassi di quelle divise siano superiori ai tassi Euro, come accade per il dollaro. Infatti ciascuna divisa ha propri tassi di interesse, in quanto dà vita ad un mercato finanziario diverso.

E soprattutto potrebbe darci qualche soddisfazione se quella valuta si apprezza, anche solo temporaneamente, rispetto all’Euro. Ad esempio, chi avesse seguito la nostra indicazione di maggio dell’anno scorso di acquistare rubli in previsione di un aumento del prezzo di petrolio, investendo 100 €, avrebbe ottenuto 7.500 Rubli circa, essendo all’epoca il cambio del rublo 75. Quei 7.500 Rubli varrebbero oggi 123 €, quindi in meno di un anno avremmo guadagnato il 23%, certamente un risultato non disprezzabile.

 

 

 

Valorizzare il capitale umano femminile nell’era digitale: le 10 regole della donna

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Continuiamo a occuparci di donne, e ad ascoltare la loro voce.

Ancora Chiara Falletti ci accompagna in questo viaggio, completando la riflessione che aveva avviato tre settimane fa, con l’articolo pubblicato il 21 marzo.

Avevamo visto in particolare i problemi di accesso delle donne ai lavori ad elevata tecnologia da parte delle donne, a partire dal sistema scolastico, e lo spreco di risorse che comporta il rinunciare alle loro prerogative costringendole ad essere “infiltrate” e a fare come gli uomini per avere successo.

Neanche l’economia digitale, che pure può offrire occasioni importanti per migliorare la qualità della vita, pare cogliere questa opportunità, non tanto e non solo per le donne quanto per tutta la società.

Con l’articolo di oggi, passiamo alla fase “operativa”: Chiara cerca di fornire alle donne un decalogo, dieci semplici (ma non tanto) regole da leggere ogni giorno, perché loro per prime comincino la costruzione di una società più equa.

 

La prossima settimana cercheremo di fornire un decalogo per gli uomini, con lo stesso obiettivo.

Buona lettura!


 

Per iniziare vi vorrei raccontare una storia che è quella di tante donne; anche se molte non lo sanno.

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C’era una volta una ragazza, ormai donna che, per farsi rispettare dalle altrui invasioni, fuggì in un’altra città, lontano da tutti. Ma non servì a nulla perché si portava dietro il fagotto, dentro e fuori, come un’aura dalla quale non riusciva a smarcarsi.

Bussò a varie porte, dove c’era scritto con altre parole che qualcuno può aiutarti. Porte tutte chiuse, percorsi lunghi, tortuosi, burocratici, tra avvocati, dottori e impostori.

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Finché s’imbatté in una porta aperta: ‘il centro antiviolenza’ che si occupava anche delle donne maltrattate. Il titolo non le sembrava consono perché non pensava di aver subito delle violenze, quanto piuttosto controversie, incomprensioni, litigate; anzi a dirla tutta pensava fosse colpa sua, del suo carattere, della sua ingenuità, del suo essere mai cresciuta del tutto, nonostante figli, lavoro, famiglia, cani, casa. Ma cosa le mancava per crescere, lei proprio non lo sapeva. Eppure la pietra dentro lo stomaco rimaneva, sempre. La sensazione che qualcuno le rubasse la propria vita, anche.

Aprendo la porta trovò due donne che si presentarono come operatrici qualificate, una delle quali avvocato. Attraverso il primo colloquio esplicativo sulla sua situazione personale, capì di rientrare nella ‘categoria’ di donna maltrattata.

Negli altri colloqui che seguirono vuotò il sacco e, a poco a poco, si sentì più leggera ma soprattutto più determinata e capì che in effetti  aveva proprio subito reali e pesanti violenze psichiche e non solo.

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Le due donne le consegnarono un decalogo per riconoscere queste forme di violenza e fermarle subito, isolarle, cacciarle lontano dalla sua vita. Per attuare veramente tutto ciò, avrebbe dovuto leggere quotidianamente queste 10 regole, altrimenti la sua vita sarebbe ricominciata come prima.

Leggere tutti i giorni delle cose che vorremmo cambiare ci aiuta a rafforzarci nell’intento, a riconoscere le violenze ‘subdole’, a non provare sensi di colpa, ma ad affermare noi stesse allontanando abitudini di assuefazione alle sopraffazioni psicologiche, in modo tale da permetterci di cercare la nostra felicità e poterla perseguire con dignità.

Non dimentichiamoci che dalla presunzione, che a qualcuno potrà sembrare egoistica, di volerci bene per prime, deriverà una felicità condivisa che ricadrà a pioggia su tutti i nostri cari.

 

IL DECALOGO

  1. RESTIAMO NOI STESSE, OSSIA DONNE, QUALSIASI COSA SUCCEDA. TANTO SE A POCO A POCO DIVENTIAMO COME GLI UOMINI, POI STAREMO PEGGIO.
  1. NON VERGOGNAMOCI DEI NOSTRI SENTIMENTI POSSIBILISTI, ELASTICI E AMOREVOLI VERSO LE DIVERSITA’; NON VERGOGNAMOCI DI PROVARE EMPATIA, CONDIVISIONE, ACCOGLIENZA PERCHE’ QUESTE SONO QUALITA’, NON COSE BRUTTE O DA PERSONA DEBOLE.
  1. NON VIVIAMO LA GRAVIDANZA COME UN’OSTACOLO ALLA CARRIERA O ALLA FIDUCIA CONQUISTATA CON DEDIZIONE E DISPONIBILITA’. LA GRAVIDANZA E’ UNA SCELTA ASSOLUTAMENTE PERSONALE CHE NON DEVE INTERFERIRE CON IL LAVORO, ED ANZI CI AIUTERA’ A LAVORARE MEGLIO.
  1. NEL MONDO, DEL LAVORO E NON, LE QUALITA’ DI CUI AL PUNTO 2 E 3 DEVONO ESSERE UN PLUS NON UN MINUS. SE COSI’ FOSSE NON SAREMMO DELLE ‘INFILTRATE’, MA SEMPLICEMENTE DELLE PERSONE NEL POSTO GIUSTO.
  1. CONTINUIAMO A PIACERCI, NON PERDIAMO LA NOSTRA SENSUALITA’, LA NOSTRA DOLCEZZA, PER SENTIRCI ACCETTATE O ACCETTABILI. PER LAVORARE O FARE CARRIERA SUL POSTO DI LAVORO LE DONNE NON DEVONO DIVENTARE UOMINI MA RIMANERE SE STESSE. DONNE. SEMPRE. A QUALSIASI CONDIZIONE. ALTRIMENTI E’ COME UN RINNEGARE LA PROPRIA CONDIZIONE DI GENERE. PERCHE’ NON V’E’ NESSUNA CONDIZIONE SE NON IL FATTO CHE SIAMO DI GENERI DIVERSI. (“Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” –scritta dall’eroina e drammaturga che visse durante la rivoluzione francese – Olympia de Gouges nel 1791, il cui punto di partenza era il ‘semplice’ principio in virtù del quale “la donna nasce libera e resta uguale all’uomo nei suoi diritti”, primo trattato in cui si dichiarava l’uguaglianza politica e sociale tra uomo e donna. I suoi scritti femministi e abolizionisti ebbero grande risonanza. Fu ghigliottinata nel 1793 “perché si era dimenticata le virtù che convengono al suo sesso”.)
  1. IL GENERE FEMMINILE PORTA CON SE UNA INTRINSECA SENSIBILITA’ CHE E’ UN VALORE AGGIUNTO, ANCHE NEL MONDO DEL LAVORO. SE FIN’ORA QUESTO PATRIMONIO NON E’ STATO SCOPERTO, ABBIAMO UNA BUONA OCCASIONE PER FARLO. ADESSO. SUBITO.
  1. QUANDO PER ESPRIMERE UN’IDEA/LAVORO/STUDIO/ETC. DOBBIAMO FARLO SFODERANDO LE UNGHIE PER ESSERE ASCOLTATE E APPREZZATE, ABBIAMO GIA’ SPRECATO MOLTE PIU’ ENERGIE DI QUELLE CHE AVREBBE DOVUTO FARE IL COLLEGA ACCANTO A NOI. TIRIAMO FUORI LE NOSTRE BELLISSIME ARMI E RISPARMIAMO LE ENERGIE. AGLI STESSI RISULTATI DOBBIAMO ARRIVARCI IMPIEGANDO LE MEDESIME ENERGIE DELL’ALTRO GENERE. ALTRIMENTI SAREMO ANCORA DELLE ‘INFILTRATE’. E SOPRATTUTTO, SE CI SUCCEDE PROPRIO COSI’, NON SCORAGGIAMOCI, NON PENSIAMO DI ESSERE INFERIORI O DI NON AVERE BUONE IDEE O DI NON SAPER AFFRONTARE LE SITUAZIONI. ANDIAMO BENE COSI’. IL PROBLEMA NON SIAMO NOI: E’ IL NOSTRO INTERLOCUTORE, CHE VUOL METTERCI IN DIFFICOLTA’
  1. CERCHIAMO DI RICONOSCERE SUBITO LE DISUGUAGLIANZE DI TRATTAMENTO, PERCHE’ SE NON LO FACCIAMO, QUESTE SI RAFFORZERANNO NEL TEMPO. RICONOSCERLE E’ DIFFICILE; NEL NOSTRO MONDO SONO VERAMENTE MOLTO SUBDOLE. E CI CASCHEREMO FACILMENTE…PERCHE’ SIAMO IL ‘SESSO DEBOLE’ O COMUNQUE CE L’HANNO FATTO CREDERE SIN DA SUBITO. I COMPORTAMENTI PARTICOLARI VERSO UNA DONNA SONO SEMPRE ACCETTATI DI BUON GRADO, ANCHE DA NOI. SAPETE PERCHE’ SIAMO IL SESSO DEBOLE? PERCHE’ CE L’HANNO FATTO CREDERE. E’ UN’IPNOSI PREPOTENTE. MEGLIO EVITARLA. QUELLO CHE L’ALTRO CI FA CREDERE E’ GIA’ VERO.
  2. BUONA REGOLA E’ L’ASCOLTO, L’ACCOMPAGNAMENTO, L’ACCOGLIENZA FRA DONNE CHE AIUTA COME SOSTEGNO E CORROBORAZIONE DELLA PRESA DI COSCIENZA. PARLARE FRA DONNE, CREARE UNA VERA E PROPRIA CATENA DI INFORMAZIONI AIUTA AD ISOLARE I CASI DI DISUGUAGLIANZA O VIOLENZA. LA METODOLOGIA DELL’ACCOGLIENZA, TIPICAMENTE FEMMINILE, E’ FONDATA SULLA RELAZIONE FRA DONNE E BASATA SUL RIMANDO POSITIVO DEL PROPRIO SESSO O GENERE. SULLA BASE DI TALE RELAZIONE OGNI DONNA ACCOLTA E ASCOLTATA DA ALTRE DONNE HA L’OPPORTUNITA’ DI INTRAPRENDERE UN PERCORSO DI AUTONOMIA, CONSAPEVOLEZZA, EMPOWERMENT.
  3. LEGGERE TUTTE LE MATTINE QUESTO DECALOGO NON E’ STUPIDO. CI AIUTERA’ A RICONOSCERE LE DISUGUAGLIANZE (‘COMPORTAMENTI PARTICOLARI’) CHE SUBDOLAMENTE CI ABBINDOLANO AFFASCIANANDOCI E, SOPRATTUTTO, AD AFFRONTARLE FACENDO CAPIRE PRIMA DI TUTTO A NOI STESSE E POI AGLI ALTRI CHE NON TROVERANNO DEL MORBIDO E CHE NON CI ADEGUEREMO

CHIARA FALLETTI

foto tessera bella

Pillole di Finanza: i tassi

tassi

Come argomento per la ventesima pillola scelgo ancora una volta i tassi di interesse. Questi numerini rivestono una grande importanza in finanza, sono senz’altro la grandezza se non più rilevante certamente la più citata, anche se da tempo la loro capacità di muovere le leve economiche si è molto ridimensionata.

Una volta il mondo era certamente più semplice: abbiamo imparato dai modelli economici che quando l’economia rallentava, la banca centrale riduceva i tassi, le imprese aumentavano i loro investimenti (perché in banca spendevano meno per finanziarli), le famiglie facevano più mutui per la casa e più prestiti per le auto, così la domanda cresceva e l’economia tornava a crescere. Non solo: coi tassi inferiori la valuta nazionale (nel nostro caso la lira) si deprezzava perché gli stranieri compravano meno titoli italiani (che con tassi inferiori rendevano meno) e così le aziende esportavano più facilmente. E infine lo Stato spendeva meno di interessi sui BOT e BTP e si poteva permettere di aumentare la spesa pubblica che a sua volta faceva crescere la produzione.

In caso di surriscaldamento e inflazione troppo alta, il meccanismo era simmetrico, innescato da un aumento dei tassi che faceva diminuire la domanda e così pure la pressione sui prezzi.

Tutto bello, tutto facile, tutto sotto controllo.

Poi ci siamo accorti della “trappola della liquidità”, ovvero di quel livello dei tassi al di sotto del quale non si verifica nessun aumento di domanda. E’ il caso del Giappone di oggi dove i tassi sono negativi ma la ripresa è ancora lontana. Si diceva che in questo caso “il cavallo non beve”: nonostante il basso costo del credito le imprese (il cavallo) non prendono denaro a prestito, ovvero non si abbeverano alla fonte dello sviluppo anche se ha acqua abbondante e fresca (credito a basso costo).

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Poi in Europa è arrivata la BCE e la leva dei tassi si è trasferita da Roma a Francoforte, e il circolo virtuoso risulta molto difficile da attivare.

Ma per chi investe in titoli, i tassi sono ancora importanti, perché misurano il rendimento dei titoli che si comprano, oppure, visto da un’altra prospettiva, quello a cui si rinuncia se si investe in titoli che non pagano interesse, come le azioni (che pagano dividendi) o come i beni rifugio (che non pagano niente ma possono accrescere il proprio valore).

Il meccanismo da tenere bene a mente è quello che riguarda le obbligazioni, in particolare quelle a tasso fisso: quando i tassi aumentano, il loro valore scende, e viceversa. Siccome questi titoli pagano una cedola che rimane fissa, quando i tassi aumentano tenendo quei titoli si guadagna meno di quanto il mercato in quel momento esprime, e gli investitori tendono a venderli, facendone diminuire il prezzo.

Se un titolo è quotato 100 e paga una cedola di 3, il suo rendimento è il 3% annuo lordo. Se i tassi aumentano al 4%, quello stesso titolo, per poter rendere il 4% ovvero il nuovo tasso, deve essere pagato 75 in quanto chi lo compra a quel prezzo, con la cedola di 3, ottiene appunto il 4%. La relazione è quindi:

rendimento del titolo = cedola / prezzo

Che vuol dire anche

Prezzo = cedola / rendimento.

Naturalmente la relazione effettiva non è mai uguale a quella teorica, come accadrebbe se vivessimo in un mercato perfetto, ma il trend è comunque sempre rispettato.

Siccome si prevede che i tassi aumentino, chi vuol investire in titoli a reddito fisso dovrà quindi aspettare dopo l’aumento, perché potrà comprare quegli stessi titoli a un prezzo più basso. Se li compra ora, si espone al cosiddetto “rischio tasso”, ovvero il suo portafoglio subirà una diminuzione di valore.

La difficile relazione tra le donne e il denaro

Un’altra tappa alla scoperta del mondo della donna che lavora nel tempo dell’economia digitale, questa volta in finanza. Problemi vecchi, opportunità nuove, disparità e violenze.

Dopo la tecnologia, le occasioni sprecate per il capitale umano femminile e il tema delle “infiltrate” di cui ha parlato con passione e competenza Chiara Falletti; e il ruolo delle donne in banca, le disuguaglianze e le loro prospettive, di cui ha parlato con esperienza e cuore  Alessandra Orlando, è ora la volta di Claudia Segre che ci parla del difficile rapporto fra donne e denaro.

Un rapporto di cui traccia l’involuzione da fulcro della gestione delle risorse di casa a un ruolo defilato e secondario, quando non oggetto di strumentalità e violenza.

Il nostro viaggio continuerà prossimamente con un altro intervento di Chiara Falletti, una sorta di “decalogo” per donne e uomini per superare e risolvere i problemi che sono stati evidenziati, e con un contributo sul capitale erotico.

Buona lettura.


 

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Son diversi gli aspetti nei quali la relazione tra le donne e la finanza si sviluppa e così l’emancipazione femminile prima e l’ingresso nel mondo del lavoro poi hanno offerto alla donna la possibilità di uscire da certi stereotipi, che erano però il fondamento di una gestione del budget famigliare oculata ed efficiente. Infatti sino al deflagrare della seconda guerra mondiale la donna era il centro economico e finanziario più efficiente possibile, una governance e un senso dell’etica nell’economia familiare  annotata sui “libri di casa”, sulle agende, sulle buste sempre attenta a far quadrare i conti di casa.

Poi e’ arrivato il momento di mettersi in gioco per sostenere lo sviluppo del paese dopo il conflitto: con l’accesso al voto, alle Università e al mondo del lavoro nei suoi aspetti più vari e vasti le donne hanno cambiato il volto del Belpaese. Ma è uno scenario quello attuale fatto ancora di luci ed ombre e nel quale la nostra Fondazione Global Thinking Foundation cerca di dare il suo contributo sul filone della formazione e della diffusione dell’educazione finanziaria, per fare la differenza o per aiutare istanze di inclusione sociale che devono diventare imprescindibili per la società civile.

Vediamo quindi di seguito le casistiche che hanno evidenti impatti socio economici.

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CARRIERA IN FINANZA.  Se in molti settori come in magistratura, notariato, sanità, scuole ormai la presenza femminile e l’affrancamento salariale hanno ridotto notevolmente il differenziale di genere, in finanza questi divari ancora resistono imperterriti. E la recente crisi bancaria che ha colpito duramente il settore del credito ha provocato migliaia di perdite di posti di lavoro da un lato e perdite per migliaia di risparmiatori dall’altro.

Per le donne che lavorano in finanza, gli stipendi così come i bonus e i premi “di produzione” in Italia non sono mai stati lontanamente paragonabili con quelli delle banche estere, soprattutto anglosassoni, e da qui sino a pochi anni fa la migrazione a Londra di molti “talenti”. Certe cifre son sempre state destinate ai manager di alto livello, che al 95% erano uomini, fino all’epoca della crisi globale.

Poi, come in tutte le guerre, le inevitabili perdite di risorse hanno lasciato maggiore spazio alle donne, che nella finanza italiana hanno iniziato ad occupare ruoli commisurati alla preparazione e all’esperienza professionale, anche se il retaggio di una certa mentalità che non vedeva di buon occhio le donne “in dolce attesa” in ruoli operativi  è stato duro a morire.

 

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In quest’era post crisi globale non vedo però molti spazi né opportunità per le nuove leve femminili, o meglio manca la volontà di accettare un maggiore equilibrio nell’accesso alla carriera in finanza.

Occorre constatare che i recenti casi che connotano il mondo bancario italiano sono forieri di pessimi esempi di un mondo della finanza bancaria legato a generazioni e a modalità di business in cui la discontinuità creata da una presenza femminile  avrebbe sicuramente mitigato gli effetti nefasti per le future generazioni.

 

ISOLAMENTO ECONOMICO. Poi ci sono le donne che subiscono isolamento economico e quindi violenza economica. Un fenomeno questo che rientra nella violenza domestica decisamente più subdolo e difficile da far emergere se non quando è troppo tardi perché diventa impedimento alla richiesta di aiuto per le donne in difficoltà. Troppo spesso le donne  vengono private dei mezzi economici per non permettere loro di affrancarsi da uno stretto controllo dell’uomo anche quando si tratta di professioniste, donne che svolgono quindi attività professionali e che quando il rapporto non pone problemi sono più accondiscendenti nell’accettare il limitato accesso alle informazioni ed alle risorse economiche e finanziarie di famiglia.

L’occultamento dei mezzi finanziari passa da una normalità quasi ordinaria ove, come frutto di una cultura patriarcale, è l’uomo a gestire i conti correnti con firma congiunta: i pagamenti ordinari di  bollette e affitti sono gestiti interamente dal partner di sesso maschile. Da qui si passa nei casi estremi a livelli cosiddetti di violenza economica limitante per cui le donne hanno accesso solo a piccole somme per gestirsi, e poi controllante o addirittura delinquenziale quando si arriva a far firmare documenti come prestanome, assegni scoperti o peggio nel caso di imprese familiari.

 

Da questi esempi sembrerebbe tutto a sfavore della donna  ma se si vanno a guardare con attenzione le indagini che fotografano la capacità di dare esito corretto a domande di economia e finanza di base per Standard& Poor’s  & Gallup su 148 Paesi nel 2015 la differenza di genere si pone al 7%, mentre negli USA al 10%, ed in Italia al 15%. Mentre per Allianz sulla percezione del rischio e sul valore della diversificazione il gap sale addirittura al 35%.

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Questi risultati deludenti per il genere femminile nel nostro Paese non sono certo frutto di una mancanza di capacità intellettiva quanto di un’attitudine ad un maggiore senso etico e concreto della donna che, di fronte ad una domanda di cui non conosce appieno la risposta, preferisce farsi da parte piuttosto che sparare una risposta qualsiasi o facendo un bluff o mentendo.

 

Un problema di autostima quindi che arriva a condizionare le scelte economiche ma anche a cogliere le opportunità di carriera o a farsi valere sulle richieste salariali quando il divario è chiaramente discriminante. Ma è anche consapevolezza dei propri limiti e mancanza di coraggio, un grido di aiuto che non deve passare inascoltato e che la società deve fare suo per non arrivare poi al degenerare di situazioni che vedono le donne sempre di più isolarsi nella società, fino a diventare talvolta vittime di una catena di violenze tristemente attuali.

Un fenomeno che come si sa rappresenta la prima causa di morte per le donne tra i 18 e 44 anni, ove per gli uomini della stessa età è l’incidente stradale la causa paragonabile. In parole povere il femminicidio uccide più delle malattie e degli incidenti stradali, con un costo sociale abnorme che già nel 2013 superava i 17 miliardi di euro.

Le critiche sulla mancata erogazione degli stanziamenti relativi la Legge 119/2013 sul femminicidio che si sono accumulate negli anni hanno penalizzato l’azione di molti centri anti violenza e case rifugio e speriamo che la riflessione porti più voci della società civile a dare  un fattivo contributo ad un aspetto della vita sociale del Paese nel rispetto della Convenzione di Istanbul  vincolante per il nostro Paese che ribadisce la priorità di intervenire in prevenzione e sensibilizzazione per un reale cambiamento.

 

CLAUDIA SEGRE (*)

Claudia Segre

 


(*)

Claudia è presidente di Global Thinking Foundation, impegnata nello sviluppo dell’educazione finanziaria. Ha incentrato la sua carriera specializzandosi sui mercati finanziari internazionali e nell’approfondimento delle dinamiche geopolitiche globali ricoprendo ruoli di responsabilità  manageriali nelle capogruppo di Gruppo Intesa, Unicredit e Credem.  Direttore Responsabile delle Pubblicazioni e Membro del Consiglio Direttivo di ASSIOM FOREX. Membro del Comitato Tecnico Scientifico di Adiconsum Lombardia. Ha collaborato con diverse Università italiane e attualmente è docente per ASSIOM FOREX, per il Master CIBA Eraclito 2000 e per la Fondazione per l’Educazione e il Risparmio (FEDUF)  dell’ABI.