Palazzo Butera: da Palermo un progetto di apertura e accoglienza

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Incredibile la determinazione e il commitment di Massimo Valsecchi e della moglie Francesca Frua de Angeli nei confronti della città di Palermo per il progetto di restauro di Palazzo Butera (“la mia prigione” dice scherzando il mecenate di origini liguri e di illustri ascendenze imprenditoriali marittime), nell’ambito di una grande idea di inclusione e contaminazione culturale.

Palermo è infatti, fin dall’antichità, tradizionale punto di arrivo di uomini, idee, arte e talento. Lo è stato in passato con i greci, con gli arabi, con i normanni, con gli spagnoli; lo è oggi molto meno con l’Università, con Leoluca Orlando sindaco “di ritorno” e il Cerisdi ora in disarmo del compianto già potentissimo Padre Pintacuda che sullo stesso Orlando ebbe influenza decisiva; lo sarà domani con Palazzo Butera, in questo momento il maggiore cantiere culturale d’Europa, con 9.000 metri quadri di spazi espositivi e la passeggiata che domina il Foro Italico e l’intero Golfo.

 

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In tempi di muri, che anziché essere abbattuti per impedire di fuggire, vengono eretti per impedire di entrare, Massimo si pone in modo silenzioso ma deciso contro corrente. La Brexit è stata poi la prova che la sua scelta di lasciare l’Inghilterra per la Sicilia è quella giusta, lungimirante e illuminata.

Il mare, che attraverso il nuovo ingresso del Palazzo sarà la strada ideale per entrare in Italia, farà di Palermo il centro di accoglienza di culture e sensibilità diverse che, ci auguriamo, si contamineranno e fonderanno, com’è avvenuto per la costruzione della splendida Cappella Palatina.

Se ha ancora un senso oggi essere mecenati, i coniugi Valsecchi ne rappresentano il senso vero, lo sforzo per insegnare a volare alto e indicare la direzione che va ben oltre il mero restauro dei muri e degli ambienti.

Massimo si illumina quando parla del suo progetto culturale, rispetto al quale i tanti milioni di euro stanziati per il restauro hanno una funzione meramente strumentale. Se non si capisce questo, non si capisce il personaggio, che evita visibilità e clamore mediatico e si è imposto una vita da “recluso” per respirare e modellare il cantiere, che unisce il passato al futuro, il mare alla terra.

Il passato è quello del palazzo che fu teatro delle ultime ore di vita del Principe di Salina, protagonista del celebre romanzo il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, e, prima ancora, del matrimonio nel 1718 del duca Ettore Michele Branciforte con la cugina Caterina Branciforte, principessa di Butera, quando il palazzo assunse il nome e la configurazione attuale.

Il futuro è quello che i Valsecchi – con il suo esercito di circa cento operai, trenta restauratori, decine di ebanisti, stuccatori, falegnami con ampia componente femminile, guidati e coordinati dal Marco Giammona– stanno costruendo dando corpo e materia alla loro visione illuminata.

 

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Due terzi del progetto, e tutti gli spazi espositivi, saranno ultimati entro il 2018, anno di Palermo capitale italiana della cultura e di “Manifesta12”, biennale d’arte contemporanea di livello internazionale che verrà ospitata proprio nel capoluogo siciliano.

Palazzo Butera sarà la casa della collezione Valsecchi, prestigioso patrimonio familiare che i Valsecchi hanno iniziato ad accumulare fin dai primi anni Settanta, e accoglierà i capolavori dei musei universitari di Cambridge e Oxford, con i quali sono stati stipulati accordi di partnership. Ci saranno poi spazi ad uso privato, con funzione mista residenziale e museale, collocati al piano nobile del Palazzo, che si rifaranno all’esperienza delle case-museo. Ci sarà anche lo spazio per ospitare sedi o filiali di organismi internazionali o comunitari, la cui funzione dovrà comunque essere coerente con le finalità di integrazione culturale e ideale del progetto.

 

Attraversare i saloni del piano nobile o la cavallerizza, la grande sala al piano terra con le colonne di pietra grigia che accoglieva le carrozze, passeggiare nel lungo corridoio esterno che sovrasta la “Passeggiata delle Cattive” a mare e da cui si vede il palazzo del principe di Tomasi di Lampedusa, salire le scale e ammirare i soffitti e controsoffitti settecenteschi: già da solo tutto questo vale una visita a Palermo.

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Ma riuscire a farlo scambiando idee, progetti, entusiasmi con persone di provenienza diversa, ammirando opere d’arte mai viste prima, organizzare cenacoli e occasioni d’incontro, creare momenti di studio e formazione, magari pensare a spettacoli e concerti da camera: ecco, questo è il valore aggiunto di Massimo e della sua visione.

 

Io credo che se il progetto, come tutto lascia supporre, andrà in porto, esso dovrà essere raccontato e fatto conoscere perché si possano magari attivare processi di emulazione da parte soprattutto delle amministrazioni pubbliche, visto che impegni di questa portata per i privati saranno difficilmente ripetibili in futuro. E questo non tanto per carenza di fondi, ma per mancanza di visione e tensione culturale.

 

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In effetti iniziative del genere, se correttamente gestite, possono avere un impatto economico sul territorio non trascurabile e di questo potranno rendersi conto le stesse amministrazioni pubbliche. Certo, forse con la cultura non si diventa ricchi, ma si può vivere e, soprattutto, far vivere pezzi di patrimonio, come il palazzo Butera che, senza questo progetto, sarebbe diventato uno dei tanti contenitori urbani in palese decadenza e quindi un problema anziché una risorsa.

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Magari è un sogno, ma senza sogni non si vive. E i Valsecchi stanno trasformando un sogno in realtà concreta, fatta di stanze, colonne, scale, soffitti. E di muri, che finalmente non dividono ma uniscono.

 

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