In Marcia?

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Proseguiamo l’analisi dello scenario europeo iniziata la scorsa settimana, come al solito nell’ottica di capire i possibili trends dei mercati in termini di prezzi, tassi, variabili finanziarie e reali.

Avevamo visto come possiamo ritenere sostanzialmente conclusa la prima fase dell’Europa unita, quella a trazione congiunta franco-tedesca con il forte supporto britannico. Una fase sicuramente con molti problemi e molte imperfezioni, ma anche un periodo di sessant’anni di pace e sviluppo economico senza precedenti.

Il giudizio su questo ciclo che si chiude è ovviamente articolato, con molti pros ma anche alcuni cons certamente non trascurabili, come non trascurabili sono le tensioni populiste anticomunitarie emerse in molti paesi dell’Unione (in primo luogo il Fronte Nationale in Francia, la Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, altri di minore portata in Austria, Olanda, Spagna).

Sui punti di forza abbiamo già detto. Vediamo ora quali sono i punti di debolezza e soprattutto cerchiamo di capire se la fase che si apre potrà portare al loro superamento.

Il maggior punto critico, dal nostro punto di vista, è l’evidente strapotere tedesco sui meccanismi decisionali. La Germania sta attraversando un periodo di consistente crescita economica trainata dalle esportazioni; mantiene un bilancio pubblico in equilibrio ed ha una politica economica tradizionalmente improntata al rigore ed al controllo rigido dell’inflazione. Il suo interesse è pertanto quello di favorire misure restrittive e di forte attenzione al pareggio di bilancio.

 

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I paesi più deboli (non solo Italia, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma ora anche Francia e Spagna) devono invece ancora uscire dal tunnel della grande crisi iniziata nel 2007: hanno quindi necessità di politiche monetarie espansive e di bilanci pubblici flessibili.

 

Il fattore che fino ad oggi ha tenuto insieme le due “anime” dell’unione è stata la grande capacità e visione strategica di Mario Draghi che, con determinazione e diplomazia, è riuscito ad impostare i giusti programmi di sostegno, guidando con sapienza anche i vascelli più lenti fuori dalle secche della recessione. Ha usato tutti gli strumenti a sua disposizione (“whatever it takes”), in primo luogo il quantitative easing, ovvero il programma di acquisto di titoli sul mercato, finalizzato a fornire liquidità al sistema e quindi ad agevolare credito alle imprese e alle famiglie.

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Questo programma è già stato ridimensionato, e nell’arco di qualche mese verrà concluso: facile aspettarsi dunque un aumento dei tassi in Eurozona.

D’altra parte le banche non sempre hanno trasformato l’abbondante liquidità in crediti all’economia; molto spesso hanno preferito fare carry trading ovvero impiegare fondi facili ottenuti a tassi negativi in più redditizi investimenti finanziari.

 

Il parallelo aumento dei tassi negli Stati Uniti compenserà il prevedibile conseguente rafforzamento dell’euro: per questo motivo il cambio del dollaro non è atteso in sostanziale modifica rispetto ai livelli attuali.

 

Se dovessimo dare un’indicazione di investimento, ciò che appare più ragionevole sembrerebbe dunque la preferenza verso obbligazioni a tasso variabile, anche a scadenza medio lunga e anche di paesi periferici dell’eurozona. Sull’azionario, come più volte detto, suggerirei invece prudenza perché dopo la corsa degli ultimi mesi ci aspettiamo una fase riflessiva, se non un vero e proprio ridimensionamento.

Proseguendo nella nostra analisi dei fattori strutturali deboli dell’Europa, non possiamo non fare riferimento alla mancanza di una politica estera comune e, soprattutto, di una politica fiscale unitaria. In entrambi i casi, però, l’ingresso sulla scena di Macron porterà buone notizie: il neo presidente transalpino ha già detto che sui flussi migratori è stato un errore lasciare l’Italia da sola ed ha proposto l’idea di un “superministro” delle finanze, che questa volta la Merkel ha definito “ragionevole e fattibile”.

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Il fattore decisivo di sviluppo, sul quale forse si giocherà il futuro politico dell’Unione, riguarda però il rapporto con gli altri protagonisti dei mercati mondiali, in primo luogo gli Stati Uniti di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin.ì

Nel primo caso occorrerà confrontarsi con la chiusura dell’orizzonte americano ai confini nazionali. Il mantra “America first”, se coerentemente perseguito, porterà infatti ad una concentrazione di risorse all’interno dei confini USA ed al rallentamento dei processi di apertura a beni e servizi esteri.

A partire dalle politiche di sicurezza, l’Europa dovrà quindi essere sempre più capace di gestire con mezzi propri i problemi di difesa ed a superare le incertezze del recente passato.

 

Nei confronti della Russia, il più importante mercato vicino all’Europa, sarà indispensabile invece superare le contrapposizioni dell’era Obama che hanno avuto il culmine nella crisi ucraina e prima possibile rimuovere l’inutile ed anacronistico blocco commerciale che danneggia solo le imprese europee.

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Anche verso l’Asia, l’Unione dovrà rendersi protagonista: Cina ed India sono mercati potenzialmente importanti, sull’apertura dei quali si deve lavorare.

Ed infine dovranno essere a pieno titolo nell’agenda della nuova Unione anche l’attenzione verso l’area mediterranea, con le tensioni politiche sulla cui origine l’Europa della prima fase ha più di una responsabilità, e verso il sud del mondo, fornitore del flusso migratorio più consistente della storia moderna.

Sicuramente sarà quindi un’Europa “in marcia”, e l’occasione di una rifondazione comunitaria sotto l’egida di Emmanuel Macron è un’opportunità da non perdere. Il futuro dovrà quindi vedere necessariamente l’Unione Europea in grado di rapportarsi da pari a pari con le grandi potenze e con i grandi temi politici del ventunesimo secolo.

 

L’Europa prossima ventura

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Torniamo ad occuparci di scenari di politica internazionale, come al solito nell’ottica di capire i possibili trends dei mercati in termini di prezzi, tassi, variabili finanziarie e reali.

Il focus resta ancora l’Europa, dove molto sta accadendo: alcune dinamiche si confermano, molte sono invece in fase di cambiamento. E’ bene ogni tanto alzare lo sguardo dal nostro microcosmo italiano, dove talvolta ci illudiamo che succeda tutto ciò che ci serve sapere senza tener conto che spesso siamo solo il terminale di onde che si originano altrove.

E così, mentre nel Belpaese ci dilettiamo a discutere di alti e nobili temi quali la riforma elettorale, lo ius soli, la governance di Consip che molto appassionano politici e giornalisti, altrove si consumano cambiamenti talvolta epocali che, prima o poi, avranno conseguenze importanti anche per noi.

 

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Probabilmente il 2017 segnerà un importante punto di svolta per le vicende politiche ed economiche dell’Unione Europea, come se la scomparsa del gigante Helmut Kohl, avvenuta la scorsa settimana, fosse il simbolo della fine di una fase che il cancelliere aveva fortemente contribuito a costruire.

Per come la vedo io, i primi sessanta anni dell’Europa unita hanno visto un’Unione a doppia trazione: nella locomotiva di testa la motrice era rappresentata dal tandem franco-tedesco, affiancato a fasi alterne dagli inglesi.

La coppia di testa ha attraversato negli anni cicli diversi: dalle certezze delle ere Mitterrand, Kohl, Schroeder, alla forte intesa del ticket Sarkhozy-Merkel fino alle incertezze di Hollande ed alla straripante posizione di predominio di Angela Merkel. Quanto ai britannici, dopo il forte committment di Tony Blair, hanno dovuto subire i danni prodotti da Cameron, che non è certamente stato tra i migliori premier della storia inglese, fino alla masochistica e folle chiamata del referendum che ha decretato la Brexit. Per non parlare di Theresa May, degna epigone della fase dei governi tory sul Regno di Albione, che ha indetto elezioni anticipate a stretto giro e le ha miseramente perdute.

Nel vagone di testa resiste sempre più forte e autorevole Angela Merkel, anche se la parabola del suo consenso in patria sembra aver imboccato una fase discendente.

 

Ma è nei vagoni di coda, e soprattutto è nei rapporti con l’esterno – in primo luogo con gli Stati Uniti di Trump, con la Russia dello zar Putin, con le tigri asiatiche e con il nuovo mondo fornitore di immigrati e nuove tensioni – che ci sono stati e ci saranno i cambiamenti più importanti.

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Mentre nella prima fase dell’Unione il “pacchetto di mischia” era più o meno omogeneo con paesi che, pur nelle diverse dimensioni e nei cicli economici spesso disallineati, si tenevano a buona distanza ma sostanzialmente sulla scia dei paesi leader. Italia, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Irlanda: chi più chi meno erano tutti stabilmente ancorati al gruppo di testa.

Con l’allargamento dell’Unione ai paesi dell’ex cortina di ferro, la situazione si è complicata: sistemi con notevoli carenze strutturali, si pensi a Romania e Ungheria, si sono seduti a tavola partecipando alla ripartizione di risorse che venivano via via diminuendo. Problemi nuovi e grandi, come l’impatto del flusso migratorio nei paesi del versante sud e soprattutto la fragilità dei sistemi economici stretti fra le rigidità di bilancio e la concorrenza asiatica, hanno portato a un graduale scivolamento dei paesi più deboli verso aree di crisi che spesso hanno lambito il default.

 

Con la recessione globale del 2007, la situazione è divenuta ingestibile: paesi come l’Italia, la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo e soprattutto la Grecia (i cosiddetti PIIGS) hanno gradualmente perso il contato con i primi della classe, rischiando di precipitare.

Lo strapotere della Germania, tradizionalmente attenta all’inflazione e poco sensibile ai problemi dello sviluppo, quindi poco propensa a orientare le politiche monetarie e di bilancio a sostegno del reddito, ha portato ad aumentare il divario fra paesi dell’Unione ed a trovarsi di fronte crisi conclamate come quella greca dei primi anni duemila.

L’euro si è mantenuto tendenzialmente forte nei confronti del dollaro, rendendo difficile la competizione da parte delle imprese europee; i mercati emergenti hanno continuato a correre e nuovi sistemi, come quello turco, sono diventati concorrenti temibili.

Il principale mercato europeo, la Russia, è stato chiuso dall’embargo conseguente alle vicende ucraine; l’area mediterranea, grazie in primo luogo alle devastanti iniziative del duo Cameron-Hollande in Libia e Siria, è divenuta una polveriera pronta ad esplodere alle porte di casa. E mentre la Germania continuava a crescere, recuperando prima degli altri un trend espansivo, gli altri Paesi si agitavano nelle sabbie mobili della stagnazione e della deflazione.

E adesso: cosa c’è dietro l’angolo (come diceva Maurizio Costanzo)? Cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi mesi o anni? E soprattutto: cosa succederà ai nostri risparmi?

Purtroppo non c’è molto da stare allegri: il new deal di Trump allontanerà gli Stati Uniti dall’Europa e probabilmente li avvicinerà alla Russia; il fronte sud continuerà ad essere critico; i disavanzi dei paesi deboli continueranno a crescere.

Se la ragione prevarrà (e qui sono ottimista), la situazione in Ucraina si normalizzerà con la divisione dell’ex repubblica sovietica ed i rapporti con la Russia torneranno ad essere costruttivi. Ma se non si riformeranno i sistemi dei paesi deboli, il divario è destinato a crescere con l’aumento dei tassi e la graduale cessazione della politica monetaria espansiva, il cosiddetto quantitative easing, da parte della Banca Centrale Europea di Mario Draghi.

Credo che anche il dollaro nei prossimi mesi dovrà crescere, insieme con l’aumento dei tassi USA ed il consolidamento della buona fase economica statunitense. I mercati asiatici torneranno a correre, trainati dal ticket Cina-India, mentre il Giappone avrà difficoltà a riprendersi.

La speranza per l’Europa è rappresentata dall’ingresso a bordo di Emmanuel Macron, finalmente un leader in grado di raccogliere il testimone da Angela Merkel, forte di un consenso importante in patria e molto orientato verso l’Europa.

 

Nonostante tutto, si può tornare a scommettere sull’Europa.

Non cadere in tentazione (teniamoci la liquidità che tra poco arriva l’Orso)

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Ormai giunti a metà di questo strano 2017, se non di veri e propri bilanci può essere tempo almeno di una verifica e aggiornamento della nostra asset allocation.

 

Dopo i primi due/tre mesi scoppiettanti e molto generosi per gli investitori e un secondo trimestre di cabotaggio ordinario, stretti fra Trump e le elezioni francesi, fra i tassi americani che (ancora) non crescono e il quantitative easing che (per ora) diminuisce molto lentamente, cosa ci aspetta nella seconda parte dell’anno?

 

I lettori fedeli di questo blog, che avessero avuto la voglia di seguirne le indicazioni, a questo punto avranno i portafogli molto liquidi, conseguenti al realizzo di investimenti plusvalenti. Il problema ora, come avrebbe detto il buon Vladimir Il’ič Ul’janov, é: che fare?

 

Certo, se la cuccagna del mercato azionario in costante crescita dovesse continuare ancora per molto tempo, tutto sarebbe bellissimo e molto facile. Il rischio é quello di restare con il cerino acceso in mano se i mercati, per un qualunque motivo, dovessero invertire la tendenza. L’esperienza insegna che in quel caso vendere diventa psicologicamente sempre più difficile: intanto i movimenti al ribasso sono in genere piuttosto rapidi; e poi si fa molta fatica a decidere di far fuori un titolo alla pari o in perdita, quando poche sedute prima lo stesso titolo presentava una ghiotta (ma solo teorica ahimè) plusvalenza.

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Vediamo intanto di dare qualche indicazione, che possiamo ritenere ormai condivisa dai più autorevoli analisti.

 

  1. Azionario USA: anche se molti ritengono che ci sia ancora spazio per una crescita, i multipli sembrano alti e quindi i titoli piuttosto cari. Il consiglio è di ridurre.

 

  1. Azionario Europa: soprattutto dopo i recenti successi del fronte europeista in Olanda, Germania e Francia, molti vedono il comparto in miglioramento, ma dopo le forti crescite degli ultimi anni è più prudente non fidarsi e pertanto è meglio rimanere fermi o rientrare soprattutto dove ci sono plusvalenze, anche se modeste, da monetizzare;

 

  1. Azionario Italia: i multipli non sono esagerati, rispetto ad esempio all’azionario Europa, ma il mercato ha corso tanto, forse troppo, da qualunque parte lo si guardi. E’ ragionevole aspettarsi un forte ridimensionamento. Fa eccezione il mercato STAR dove spesso i multipli sono invece ormai fuori misura ma ciò nonostante continua a crescere per effetto, credo, della liquidità abbondante del sistema e dell’entrata a regime dei PIR (Piani Individuali Risparmio). Il consiglio è quindi uscire dall’investimento laddove è possibile farlo in utile, salvo singole posizioni su titoli in cui si crede: in ogni caso, meglio non prendere nuove esposizioni, a parte lo STAR ma con molta selezione;

 

  1. Obbligazionario Euro e USA: in entrambi i casi i tassi sono destinati a crescere, anche se il premio al rischio resiste. Meglio non fare nuovi acquisti, salvo qualche buon variabile High Yield;

 

  1. Obbligazionario Italia: alla luce della nuova debolezza del Governo, gli spread saranno prevedibilmente in crescita e pertanto meglio stare alla larga;

 

  1. Alternatives: interessante il private equity e non male anche il settore degli hedge funds;

 

  1. Emergenti: aspettative di crescita per Cina, Russia e forse Turchia; negative su Brasile e India;

 

  1. Immobiliare: potrebbe essere una buona chiamata quello residenziale e direzionale area Euro, forse anche Italia e Spagna;

 

  1. Beni rifugio: positivo sull’oro, a medio termine sarà in ripresa se lo scenario ribassista si verificherà;

 

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  1. Valute: è decisamente una fase di relativa forza per l’Euro; potrebbe essere il momento giusto per comprare. In ordine di preferenza: Franco Svizzero, Rublo Russo, Lira Turca e Peso Messicano. Sul dollaro la previsione é più complessa: molti ritengono che debba scendere a 1,15 dall’attuale livello di 1,12. Può essere venuto il momento di iniziare a costruire una posizione nella valuta USA, fino ad arrivare al 15/20% del portafoglio.

 

 

 

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Alla fine dunque, a parte qualche modesto ritocco, il portafoglio dell’investitore prudente é destinato a mantenersi in buona parte liquido.

 

 

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Tenere i risparmi liquidi e vedere i mercati che ancora salgono naturalmente non fa un bell’effetto, ma l’esperienza insegna che dopo una fase prolungata di crescita (e ormai di tempo ne é passato molto), inevitabilmente arriva il crollo.

 

Anche il tempo dei tassi mignon o negativi ormai tende ad esaurirsi e con l’annunciato aumento dei tassi, i valori degli asset si ridimensioneranno.

A quel punto il nostro investitore modello tornerà ad affacciarsi in denaro sui mercati azionari e obbligazionari e certamente potrà fare buoni affari.

Il consiglio é quindi: non cadere in tentazione e resistere alle sirene dei colpi di coda della crescita

Alfabetizzazione finanziaria: ripartiamo dall’ABC!

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Ancora nel secondo dopoguerra si parlava in Italia di alfabetizzazione, intendendo con tale termine il complesso ma indispensabile processo che avrebbe dovuto portare prima possibile tutta la popolazione a saper leggere e scrivere, ovvero a maneggiare l’alfabeto.

Con l’obbligo scolastico, negli anni’60 e ’70 del secolo scorso, almeno la licenza elementare consentì alla quasi totalità della popolazione, salvo la parte allora molto anziana e chi evase l’obbligo stesso, di poter apprendere gli elementi di base di scrittura e lettura. Tuttavia, in quegli anni e nei successivi, si parlava anche di “analfabetismo di ritorno”, il fenomeno consistente nella perdita nel tempo di quelle stesse competenze a causa del mancato esercizio di quanto imparato. Un analfabeta di ritorno, dunque, ha dimenticato quanto aveva appreso, perdendo così la capacità di utilizzare il linguaggio scritto o parlato per formulare e comprendere messaggi e, in senso più ampio, di comunicare con il prossimo e con il mondo circostante.

 

Oggi si parla invece di “alfabetizzazione digitale”, con particolare riferimento agli anziani, a voler significare la necessità di fornire a tutti quelle competenze che consentano, almeno nelle funzioni elementari, di usare correntemente tecnologia e dispositivi informatici. Anche in questo caso, dunque, chi non sa o non può accedere a tali strumenti si trova tagliato fuori da gran parte della comunicazione e dalla possibilità di essere autonomo in molte operazioni che oggi si fanno solo col computer o con lo smartphone.

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Un’ulteriore nuova frontiera sarà però anche quella dell’ ”alfabetizzazione finanziaria”: sempre più si rende necessario che in primo luogo i ragazzi possano comprendere le funzioni di base del comportamento economico e riescano a districarsi in modo autonomo almeno nelle più elementari operazioni bancarie, fiscali, aziendali o finanziarie.

 

Molti di loro sono assolutamente in grado di fare acquisti online, magari con una carta di debito prepagata, ma non sanno come funziona tutto il meccanismo che parte dal deposito del risparmio sul conto corrente bancario al trasferimento del denaro attraverso la carta. E se al primo lavoro vengono pagati con un assegno o viene loro chiesto l’IBAN per l’accredito dello stipendio, non sanno neanche di che cosa si tratta.

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La carenza delle nozioni finanziarie di base, quelle necessarie per svolgere in tranquillità e sicurezza le operazioni correnti, diventa poi un grande problema quando, qualche anno più tardi, dovranno valutare come investire i loro risparmi o come richiedere un prestito per comprare l’auto o il mutuo per la casa. Non ci si può poi sorprendere se dovessero incappare in scelte sbagliate, come ad esempio l’acquisto di titoli spazzatura, quando non in vere e proprie truffe.

Nel corso di un recente convegno tenutosi all’OCSE a Parigi, sono stati resi noti i risultati di un’indagine, denominata “Pisa” (Programme for International Student Assessment) svolta nel 2015 e che ha coinvolto circa 48.000 ragazzi di 15 anni, al fine di valutare le conoscenze degli adolescenti in materia di denaro e di finanza personale, come la gestione dei conti bancari e delle carte di credito.

 

A parte il posizionamento dei nostri ragazzi rispetto a quelli degli altri paesi partecipanti all’indagine, che è più o meno a metà classifica e che indica l’esistenza di ampi margini di miglioramento, è emerso che circa il 20% degli studenti in Italia non riesce a raggiungere il livello di base per le competenze finanziarie e solo il 6% di essi si può considerare al livello qualitativo ottimale nella scala Pisa.

Da un’indagine Word Bank del 2014, risulta inoltre che in Italia, anche qui collocata all’incirca a metà del ranking rispetto agli altri paesi, circa il 54% dei ragazzi di età compresa fra 15 e 24 anni ha fatto pagamenti online usando Internet.

Se incrociamo i due dati sopra riportati, a parte il disallineamento temporale, vediamo come oltre un terzo dei ragazzi disponga acquisti online senza avere le necessarie competenze finanziarie di base e questo non può non rappresentare un fattore di potenziale rischio per l’uso improprio degli strumenti finanziari e per la facile esposizione a truffe.

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Del resto, la scuola secondaria italiana, con la sola eccezione di alcuni istituti tecnici, non fornisce alcun elemento di conoscenza e formazione agli studenti che dopo l’esame di Stato, ormai maggiorenni, possono tranquillamente aprire un conto corrente in banca o alla posta o effettuare qualunque tipo di operazione. Non solo: molti di essi scelgono poi di intraprendere studi universitari di economia e finanza senza realmente sapere di cosa si tratta.

Naturalmente la prima formazione culturale avviene in famiglia e infatti la stessa indagine OCSE sopra menzionata riporta che circa l’84% dei ragazzi (media fra tutti i paesi) parla di argomenti di finanza coi genitori almeno una volta al mese. Bisogna vedere però qual è il grado di conoscenza dei genitori stessi, perché altrimenti anziché diffondere educazione finanziaria si rischia di fornire elementi sbagliati.

Si torna quindi al punto di partenza iniziale: è necessario progettare un percorso di educazione finanziaria di base almeno per gli studenti di tutte le scuole secondarie superiori in modo tale che, al termine dell’obbligo scolastico oggi posto a 16 anni, i ragazzi possano svolgere consapevolmente le funzioni correnti dei conti bancari, delle carte di credito e del risparmio.

Solo così potranno tranquillamente gestire un conto, disporre pagamenti, avviare una piccola impresa artigianale o anche solo scegliere una facoltà universitaria a indirizzo economico sapendo almeno cosa andranno a studiare.