La quadrilogia del Capitale: da Karl Marx al capitale erotico

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Da quando Karl Marx scrisse la sua opera più famosa, “Das Kapital”, molta acqua è passata sotto i ponti.

Il libro primo del testo base del materialismo storico vide infatti la luce ad Amburgo nel 1867, quando il gigante di Treviri era ancora in vita. Gli altri libri vennero pubblicati dopo la sua morte: il secondo e il terzo a cura di Friedrich Engels ed il quarto ad opera di Karl Kautski nel 1910 col titolo “Teorie del plusvalore”.

La pubblicazione dell’enciclopedico testo impiegò quindi ben 43 anni e già in questo intervallo di tempo – quasi due generazioni in piena rivoluzione industriale – il mondo era cambiato.

 

Il concetto di capitale (K), pur restando sempre centrale nella teoria economica e nell’organizzazione sociale del mondo occidentale – non a caso definito “capitalista” -, è venuto assumendo significati sempre diversi e più complessi.

 

Da un’accezione esclusivamente materialistica e fisica, gradualmente il termine passò a comprendere aspetti più immateriali e quasi evanescenti, quali i diritti sulle opere d’ingegno, i brevetti, le competenze professionali, il complesso di relazioni e rapporti. Ogni elemento suscettibile in astratto di intervenire nel processo produttivo può ragionevolmente costituire un “capitale” che diviene dunque, da espressione materialistica con connotato contabile, un concetto del tutto funzionale. La società produttrice diventa liquida, se non virtuale tout-court.

Facciamo ancora un passo avanti e spingiamoci fino al “capitale erotico”. Forse l’ultima arrivata fra le accezioni di “capitale”, certamente la più curiosa e intrigante.

In questa serie di articoli “La quadrilogia del capitale” parleremo infatti dei quattro concetti a cui qui abbiamo accennato: il capitale economico, il capitale sociale, il capitale umano e il capitale erotico. Poco da dire di nuovo sui primi tre, che comunque può essere utile richiamare almeno sommariamente, più che altro per evidenziare una sorta di continuità evolutiva: questo articolo e i prossimi due si occuperanno di questi concetti.

Chiara Falletti ci parlerà poi del capitale erotico, prendendo spunto da un libro uscito nel 2011 e scritto da Catherine Hakim, sociologa della London School Of Economics e che a suo tempo fece scalpore[1]. In Italia fino ad ora se ne è parlato poco, almeno nel contesto economico di cui ci occupiamo, ma il concetto è interessante e innovativo.

 

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IL CAPITALE ECONOMICO

Iniziamo allora dal significato più tradizionale, quello economico, con il quale Karl Marx si sarebbe trovato sicuramente più a suo agio.

Senza entrare troppo negli aspetti teorici, sui quali sono stati scritti fiumi di parole, il capitale è strettamente connesso al concetto di produzione (e scambio), e al concetto di accumulazione fisica, ovvero di stock. Del processo produttivo, il capitale è uno dei tre fattori classici, oltre a terra e lavoro. A parte la terra (alla quale comunque prima o poi dovremo tornare), il capitale costituisce lo strumento attraverso il quale, col lavoro dell’uomo (quello delle macchine fa ancora parte del capitale), si producono e si scambiano beni e servizi, ovvero si genera ricchezza.

 

Il capitale è esso stesso ricchezza, stock di beni materiali o immateriali, che serve quindi a generare altra ricchezza, attraverso la combinazione col lavoro.

 

Il capitale senza un collegamento produttivo è pura accumulazione, risorsa sottratta allo sviluppo del sistema. Si tratta quindi del complesso di beni, risorse, diritti che servono alla produzione. Questo collegamento può essere diretto, come nel caso di un macchinario adibito a una fase del processo produttivo di un’impresa; oppure indiretto, come nel caso del capitale finanziario che viene indirizzato al circuito produttivo attraverso la funzione dell’intermediazione finanziaria, in particolare dalle banche.

 

Il capitale deve comunque rappresentare un valore economico, ovvero deve poter essere misurato e valutato in termini monetari: deve in altre parole esistere un mercato in cui sia possibile scambiarlo con moneta o con altri beni. Quindi i beni che lo compongono non possono essere disponibili liberamente per chiunque, ma solo acquistabili su quel mercato. L’aria è un bene prezioso, ma non può costituire capitale: è liberamente disponibile per tutti.

In termini contabili, si parla di capitale netto o proprio intendendo il valore di tutti i beni posseduti, che costituiscono le attività, al netto dei debiti, le passività, ovvero dei diritti degli altri. Quest’ultimo passaggio logico indica la circostanza che del capitale si possa disporre liberamente, che sia a titolo di proprietà, di possesso, di diritto di utilizzo.

Abbiamo così individuato una serie di elementi sostanziali che connotano il capitale e che ritroveremo nelle accezioni di cui parleremo nei prossimi articoli:

ACCUMULAZIONE ®  VALORE ® PRODUZIONE ® DISPONIBILITA’

Se vogliamo allora azzardare una definizione di capitale, in questo percorso logico che ci porterà a inquadrare il capitale erotico, possiamo dire che:

 

Capitale è il complesso di beni, servizi o diritti accumulati che incorporano un valore e che sono a vario titolo disponibili, finalizzati in via diretta o indiretta alla creazione di ricchezza.

 

A ben guardare in questa definizione possono rientrare tutte le accezioni di capitale che la teoria ha via via elaborato e su questa traccia risulta ora facile interpretare il capitale sociale, il capitale umano e, perfino, il capitale erotico.

 


[1] C. Hakim “Capitale erotico. Perché il fascino è il segreto del successo”, Penguin Books London, 2011

 

Il Fiscal Compact rischia di uccidere l’Europa

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Il futuro dell’Italia, come quello di tutti i paesi più deboli dell’Unione, è strettamente legato all’Europa: se c’erano pochi dubbi prima, ora è ancora più chiaro, dopo che nelle tornate elettorali di quest’anno i partiti e i movimenti populisti e anticomunitari sono stati notevolmente ridimensionati.

Inoltre, sempre negli ultimi mesi, l’evidente recupero della situazione greca e il ritorno “in bonis” della Repubblica Ellenica come emittente di titoli di debito ha chiaramente mostrato che con uno sforzo comune di istituzioni e BCE anche le situazioni più critiche si possono risolvere brillantemente.

Negli ultimi mesi il vento europeo è tornato a soffiare con rinnovato vigore, grazie soprattutto alla netta affermazione nelle presidenziali francesi di Emmanuel Macron, che ha posto la scelta comunitaria al centro del suo programma politico contro la sua antagonista Marine Le Pen, fautrice dell’uscita della Francia dall’Unione.

Tuttavia si deve rilevare che un mostro si aggira per l’Europa: il fiscal compact, e che se non verrà almeno reso inoffensivo, se non decisamente depotenziato, rischia di far naufragare le buone intenzioni e provocare disastri.

Anche chi non nutre particolari simpatie per l’ex premier Matteo Renzi deve riconoscere che la sua posizione di decisa critica al “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance” firmato dai 25 paesi dell’Unione il 2 marzo 2012 (noto appunto come fiscal compact) è corretta e condivisibile.

Questo Trattato, insieme ai suoi predecessori – il “Trattato di Maastricht” del 1993 e il “Patto di stabilità e crescita” del 1997)- rischia infatti, se non radicalmente rivisto nel senso della flessibilità, di imbrigliare gli Stati europei in una camicia di forza a cui specie i sistemi più deboli difficilmente riusciranno a resistere.

Non è qui il caso di addentrarci nei tecnicismi del Trattato, basti ricordare che fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:

– l’inserimento del pareggio di bilancio di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012)

– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL

– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht

– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20 all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico a fine 2016 era pari a 2.217,9 miliardi di euro, intorno al 133 per cento del PIL

 

In primo luogo va sottolineata la colpevole scarsa attenzione della classe politica nazionale per quello che succede a Bruxelles: a suo tempo il Trattato non solo venne firmato dall’Italia (sotto il governo Monti), ma venne approvato in Parlamento a larga maggioranza, come pure la modifica costituzionale sopra citata che ha accolto il principio del pareggio di bilancio.

Si discute molto, e giustamente, della riforma elettorale, ma al tempo si discusse pochissimo di un corpus economico (il Trattato) e di un principio giuridico (il pareggio di bilancio) che avrebbero pesantemente messo le mani in tasca agli italiani. Esattamente come, qualche anno più tardi, venne approvata dai nostri rappresentanti – nel silenzio generale – la norma sul bail in delle banche, impedendo per il futuro di nazionalizzare le aziende di credito in crisi, dopo che tutti gli Stati (salvo l’Italia) erano pesantemente intervenuti nel giusto salvataggio delle banche in default.

Solo dopo, a danno fatto, ci si rende conto di cosa i nostri rappresentanti hanno combinato nelle istituzioni comunitarie. E a quel punto rimediare è molto difficile.

Le quattro regolette declinate nel fiscal compact significano molto semplicemente la rinuncia alla politica di bilancio e della spesa per un paese che si trovi in recessione, perché il loro rispetto implica che non si possa disporre di risorse in grado di sostenere il prodotto interno lordo.

In altri termini, con il fiscal compact un singolo stato nazionale non ha più strumenti  concreti per stimolare l’economia e lo sviluppo: la politica monetaria, ovvero la possibilità di ridurre i tassi di interesse per favorire investimento e reddito, è infatti già saldamente nelle mani della Banca Centrale Europea, e la riduzione delle tasse e la spesa pubblica non possono essere utilizzate per non infrangere le regole di bilancio.

Questo rigore risponde certamente agli interessi dei paesi che si sono lasciati alle spalle la crisi economica (in primo luogo la Germania) e che hanno conti pubblici in ordine, ma penalizza appunto i paesi deboli e con elevato debito pubblico come Italia e Grecia.

Si tratta allora di intendersi su cosa vogliamo perseguire in casa Europa, e quali obiettivi si deve porre il sistema dell’economia. Se l’obiettivo principale (o esclusivo) è il controllo dei conti e dell’inflazione, allora teniamoci il fiscal compact così com’è, altrimenti dobbiamo necessariamente renderlo flessibile e consentire ai paesi più deboli sforamento di bilancio e possibilità di aumentare il debito, pronti a garantirlo comunque col bilancio comunitario.

Questo vuol dire “solidarietà economica”, la stessa che alla fine sta consentendo alla Grecia di superare la crisi e tornare ad affacciarsi sul mercato di capitali. Questo vuol dire essere veramente un’entitá coesa e funzionale. Altrimenti l’Europa resterà solo un’espressione geopolitica vuota e burocratica.

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E siccome la storia ci ha insegnato che non si esce dalle crisi pesanti (e quella in cui è immersa l’Italia è ancora ben lontana dall’epilogo)senza un forte intervento dello stato e del bilancio pubblico, impedire politiche di sostegno ai paesi deboli significa di fatto uccidere l’Unione Europea.

Per questo ha ragione Renzi: cambiare il fiscal compact è la vera priorità della nostra politica economica, ma anche la condizione necessaria per la sopravvivenza dell’Unione.

E’ giusto che lo Stato salvi le banche?

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Dopo le recenti vicende che hanno interessato il Monte dei Paschi di Siena e le banche venete in difficoltà, si è discusso molto se fosse giusto e soprattutto “eticamente”, se non politicamente, corretto impiegare risorse pubbliche per evitare il fallimento degli istituti di credito.

 

In un periodo di crisi in cui i default aziendali si susseguono nel nostro paese al ritmo di diverse unità se non decine alla settimana, molti si chiedono se salvare una banca e, ad esempio, lasciare al suo destino un’azienda manifatturiera, magari di notevoli dimensioni e con molti dipendenti, non sia discriminatorio.

 

La mia opinione è che non solo sia giusto salvaguardare il sistema creditizio, ma che sia anche necessario farlo presto, in modo da evitare danni ancora maggiori. Se un appunto può essere indirizzato al Governo che è intervenuto, è di averlo fatto troppo tardi, facendo così lievitare il costo del salvataggio e diminuire la sua efficacia: vediamo perché.

Una banca non è un’azienda come le altre e il sistema bancario non è un settore economico qualunque. Le banche rappresentano infatti la spina dorsale di un sistema economico evoluto e in Italia, in cui esse hanno tradizionalmente un peso notevole e sicuramente eccessivo sul comparto produttivo, la loro funzione è ancora più rilevante.

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I mezzi finanziari di cui le banche si servono per svolgere la loro funzione derivano in primo luogo dalla clientela depositante, solo in minima parte dagli azionisti a titolo di capitale e, in misura crescente, dagli obbligazionisti ovvero investitori che prestano loro denaro a scadenze generalmente lunghe. Alcuni di questi obbligazionisti hanno inoltre sottoscritto titoli cosiddetti ‘subordinati’, ovvero strumenti che in caso di default vengono rimborsati dopo tutti gli altri debiti e prima solo del capitale.

Le obbligazioni subordinate presentano quindi un grado di rischio superiore a quello delle altre obbligazioni e, ovviamente, dei depositi e di poco inferiore a quello delle azioni.

Altra fonte di finanziamento importante della banca è oggi rappresentata dai prestiti, in varia forma e a vario titolo, da parte della Banca Centrale. Quindi se ci chiediamo chi ha da perdere in caso di fallimento della banca, l’elenco è composto, nell’ordine, da: i depositanti, gli obbligazionisti, gli obbligazionisti subordinati, gli azionisti, la Banca Centrale (ed eventualmente altre banche che l’avessero finanziata).

I depositanti sono certamente il soggetto più debole, perché non possono immaginare che i loro depositi siano a rischio. Il primo terminale del risparmio in Italia è del resto proprio il deposito bancario e questo consente di mettere in circolo risorse che altrimenti resterebbero inutilizzate, a tutto svantaggio del sistema produttivo.

È certamente vero che esiste un’assicurazione che tutela i depositi fino a 100.000 €, ma va considerato anche che essa, il cosiddetto “Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi”, interviene solo di fronte a crisi conclamate (quando la frittata è ormai fatta) e inoltre ha un costo che nominalmente viene addossato alle stesse banche ma che, in pratica, è ribaltato su depositanti e clienti affidati.

Inevitabile che, alla notizia di un probabile fallimento bancario, il risparmiatore che ha depositi in quella banca corra a cercare di ritirarli ma a quel punto certamente non ci riuscirà.

La fila agli sportelli bancari è il peggior nemico di un sistema produttivo: non è un caso che la rappresentazione della grande crisi del 1929 sia data sempre dalle code infinite di depositanti inferociti alle banche.

Se una banca è insolvente, la crisi di fiducia investe tutto il sistema ed a seguire tutto il paese. La banca è infatti un soggetto vigilato, quindi si presuppone che la sua gestione sia controllata e verificata dall’Autorità di Vigilanza; inoltre il business bancario è basato pressoché integralmente sulla fiducia: venendo meno questa, tutto il castello crolla.

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La funzionalità del sistema dei pagamenti è inoltre assicurata dalla fiducia sulle posizioni dei singoli operatori: se anche uno solo di essi risulta inadempiente, tutto il meccanismo va in crisi. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda le compensazioni di tesoreria e dei titoli. È vero che chi detiene un dossier titoli in amministrazione presso una banca fallita non rischia i propri asset, ma se nessuna banca accetta transazioni o pagamenti con quella in difficoltà, anche l’intestatario del dossier inevitabilmente ne risentirà e da lì alla crisi di fiducia su tutto il sistema il passo è davvero breve.

Si pensi a cosa è successo quando il governo USA nel 2007 ha deciso di non intervenire in difesa di Lehman Brothers, fino ad allora una delle maggiori banche d’investimento del mondo. La crisi finanziaria che si è innescata ha coinvolto tutto il sistema bancario mondiale; l’incertezza sulla capacità degli intermediari di adempiere le proprie obbligazioni ha di fatto bloccato gli scambi e, da quel momento, il crescendo è stato impressionante.

Il mancato salvataggio di Lehman è stato un errore molto grave che alla fine è costato al contribuente USA ben più di quanto sarebbe costato intervenire su una banca che tutti credevano “too big to fail”, ovvero tropo grande per poter fallire.

Se correttamente gestito, il salvataggio di una banca generalmente si rivela un ottimo affare per lo Stato, sebbene a distanza di anni. Basti pensare a quanto è successo con la Commerzbank in Germania o con Royal Bank Of Scotland nel Regno Unito, oppure con Bankia in Spagna. In tutti questi casi, e in altri meno importanti, il pronto intervento governativo ha consentito di evitare implosioni del sistema e, a distanza di anni, ha visto iniziare a recuperare le risorse spese. Logica vorrebbe infatti che, una volta risanata, la banca venisse nuovamente collocata sul mercato: in questi casi, generalmente, lo Stato incassa sempre ben più di quanto ha speso.

Salvare una banca non significa però dare un colpo di spugna agli errori gestionali commessi dal management: evidentemente gli azionisti avranno tutte le ragioni per far valere la responsabilità di chi ha mal gestito l’azienda di credito, per non parlare di eventuali implicazioni penali che comunque saranno perseguite indipendentemente da come verrà risolta la crisi.

Per questo una banca non è come tutte le aziende ed anche per questo la tutela del risparmio ha, nel nostro ordinamento, rilievo costituzionale (art. 47 della Costituzione).

 

CONOSCERE LA FINANZA: Un percorso per acquisire le conoscenze di base

Si è parlato spesso di educazione finanziaria e certamente diffondere la conoscenza di strumenti e processi è un passaggio indispensabile per un corretto ed efficiente funzionamento dei mercati.
Proviamo oggi ad individuare un percorso che metta in grado chi è digiuno di finanza di comprenderne almeno i meccanismi di base, di orientarsi fra i diversi prodotti disponibili sul mercato e di essere pienamente consapevole dei rischi che ogni decisione di investimento inevitabilmente comporta.

 

In rete oggi si trovano molte informazioni, anche se, attendibilità a parte, molto spesso si tratta di informazioni per un pubblico non completamente digiuno di nozioni finanziarie. Se è relativamente facile trovare approfondimenti su alcuni aspetti particolari che consentano di conoscere tutto o quasi su uno specifico prodotto, ciò che è difficile è invece reperire informazioni di base in un paese in cui il sistema scolastico licenzia dalla scuola dell’obbligo cittadini a cui non ha insegnato come poter gestire un conto corrente o una carta di credito.

Cosa dovrebbe dunque fare una persona di media cultura che non ha nessuna nozione di base economica e tuttavia non vuole delegare totalmente le proprie funzioni di risparmio, spesa, gestione di patrimonio e degli strumenti finanziari più comuni?

Questo blog ha spesso affrontato il tema dell’educazione finanziaria, cercando di dare consigli anche a chi avesse poche o nessuna nozione di base. Abbiamo anche pubblicato una mini-serie sull’investimento consapevole, iniziata il 13/9/2016 con “La scelta degli investimenti”:

La scelta degli investimenti

Per molte settimane ci siamo occupati del processo di investimento di un risparmiatore medio, individuando un percorso che parte dall’esame delle condizioni patrimoniali e reddituali, del modello di vita, della propensione al rischio. Si individuava una corretta asset allocation, ovvero una ripartizione ideale del patrimonio fra diverse classi o categorie di strumenti, per arrivare alle modalità di scelta del singolo titolo.

Questo potrebbe essere un buon punto di partenza, anche se è incentrato più sulla persona che non sull’oggetto dell’investimento. Nel corso della mini-serie sono stati affrontati diversi argomenti, che potrebbero essere autonomamente approfonditi con ricerche mirate su Internet: basta digitare il titolo su Google o altri motori di ricerca, fare una rapida verifica dei siti che vengono proposti e, una volta trovato quello più adatto per il livello del lettore, utilizzarlo per tutte le ricerche.

Esistono anche testi di base che possono essere acquistati e consultati al bisogno. In verità sono piuttosto scettico sull’utilità di un percorso tradizionale di apprendimento basato su testi e programmi a modello delle materie scolastiche: senza una guida costante, rischia di essere un percorso noioso, lacunoso che, senza un interesse vero alla base, è quasi certo che venga abbandonato a metà.

Potrebbe essere utile invece un glossario o dizionario dei termini economici da consultare per le singole voci. Segnalo, per aver seppure in minima parte contribuito alla sua realizzazione, il “Glossario di educazione finanziaria: Parole di economia e finanza” della Global Thinking Foundation:

Guida all’investimento consapevole

Il percorso che suggerirei è quindi quello di partire da un articolo o intervento di carattere generale e poi approfondire, su Internet attraverso i motori di ricerca oppure su un glossario di pronta consultazione, i temi che interessano.

Altro punto di partenza è costituito dall’integrale lettura di contratti e prospetti dei prodotti che si intendono acquistare. Purtroppo è spesso una lettura noiosa e incomprensibile, ma ritengo che sia inevitabile. Le prime volte sarà un continuo ricorso al glossario o alla ricerca dei termini sul Web, ma mano a mano che si va avanti necessariamente una serie di concetti si riproporranno, saranno acquisiti e sarà più facile concentrarsi sulle parti non ricorrenti, che sono poi quelle dove spesso si annidano le insidie.

Con lo stesso sistema si può iniziare a leggere qualche articolo o contributo di stampa su argomenti specifici che possono interessare. È il caso degli articoli che ogni settimana vengono pubblicati su questo blog o anche della serie “Pillole di finanza” che, fino al mese scorso, ogni venerdì accompagnava le trasmissioni di “Finanza facile” su Radio Siena TV, i cui podcast sono facilmente reperibili sul sito dell’emittente oltre che su questo blog.

In questa fase consiglierei in ogni caso di consultare la stampa generalista, non quella specializzata, come ad esempio leggersi qualche buon articolo su settimanali o quotidiani che tratti di argomenti economici che possano interessare. Col glossario o lo smartphone a mano poi, ogni volta che si incontra un termine non chiaro, ricercarne la spiegazione.

Il passo successivo sono poi gli articoli di scenario che appaiono sulle sezioni economiche dei quotidiani, ad esempio Repubblica, il Corriere della Sera, il Quotidiano Nazionale. Oppure, a un livello maggiore, sul numero del sabato del “Foglio”: secondo me mantengono un buon rapporto fra leggibilità e comprensibilità e contenuti evoluti.

Si può iniziare a questo punto anche la consultazione di siti Web focalizzati e autorevoli quali: Lettera43, Formiche, Linkiesta.it, che spesso pubblicano newsletter diffuse gratuitamente con una semplice registrazione.

Questa fase secondo me può durare qualche settimana, al massimo due-tre mesi consultando queste fonti giornalmente. Se non è ancora sorta la crisi di rigetto, nel qual caso non resta che affidarsi “ai soldi sotto il materasso” (molto spesso neanche una scelta del tutto sbagliata!!), il nostro lettore modello può ora  iniziare a guardare la stampa specializzata per la quale c’è sempre ampia possibilità di scelta.

“Il sole 24 ore”, “Milano Finanza” e simili saranno ora alla portata anche del nostro investitore. Il metodo è sempre lo stesso, quello di approfondire i concetti che non sono chiari attraverso il glossario. Ma a questo punto ci si può avventurare, se questo percorso ha suscitato interesse, anche nella lettura di saggi o libri a carattere economico.