Il Fiscal Compact rischia di uccidere l’Europa

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Il futuro dell’Italia, come quello di tutti i paesi più deboli dell’Unione, è strettamente legato all’Europa: se c’erano pochi dubbi prima, ora è ancora più chiaro, dopo che nelle tornate elettorali di quest’anno i partiti e i movimenti populisti e anticomunitari sono stati notevolmente ridimensionati.

Inoltre, sempre negli ultimi mesi, l’evidente recupero della situazione greca e il ritorno “in bonis” della Repubblica Ellenica come emittente di titoli di debito ha chiaramente mostrato che con uno sforzo comune di istituzioni e BCE anche le situazioni più critiche si possono risolvere brillantemente.

Negli ultimi mesi il vento europeo è tornato a soffiare con rinnovato vigore, grazie soprattutto alla netta affermazione nelle presidenziali francesi di Emmanuel Macron, che ha posto la scelta comunitaria al centro del suo programma politico contro la sua antagonista Marine Le Pen, fautrice dell’uscita della Francia dall’Unione.

Tuttavia si deve rilevare che un mostro si aggira per l’Europa: il fiscal compact, e che se non verrà almeno reso inoffensivo, se non decisamente depotenziato, rischia di far naufragare le buone intenzioni e provocare disastri.

Anche chi non nutre particolari simpatie per l’ex premier Matteo Renzi deve riconoscere che la sua posizione di decisa critica al “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance” firmato dai 25 paesi dell’Unione il 2 marzo 2012 (noto appunto come fiscal compact) è corretta e condivisibile.

Questo Trattato, insieme ai suoi predecessori – il “Trattato di Maastricht” del 1993 e il “Patto di stabilità e crescita” del 1997)- rischia infatti, se non radicalmente rivisto nel senso della flessibilità, di imbrigliare gli Stati europei in una camicia di forza a cui specie i sistemi più deboli difficilmente riusciranno a resistere.

Non è qui il caso di addentrarci nei tecnicismi del Trattato, basti ricordare che fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:

– l’inserimento del pareggio di bilancio di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012)

– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL

– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht

– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20 all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico a fine 2016 era pari a 2.217,9 miliardi di euro, intorno al 133 per cento del PIL

 

In primo luogo va sottolineata la colpevole scarsa attenzione della classe politica nazionale per quello che succede a Bruxelles: a suo tempo il Trattato non solo venne firmato dall’Italia (sotto il governo Monti), ma venne approvato in Parlamento a larga maggioranza, come pure la modifica costituzionale sopra citata che ha accolto il principio del pareggio di bilancio.

Si discute molto, e giustamente, della riforma elettorale, ma al tempo si discusse pochissimo di un corpus economico (il Trattato) e di un principio giuridico (il pareggio di bilancio) che avrebbero pesantemente messo le mani in tasca agli italiani. Esattamente come, qualche anno più tardi, venne approvata dai nostri rappresentanti – nel silenzio generale – la norma sul bail in delle banche, impedendo per il futuro di nazionalizzare le aziende di credito in crisi, dopo che tutti gli Stati (salvo l’Italia) erano pesantemente intervenuti nel giusto salvataggio delle banche in default.

Solo dopo, a danno fatto, ci si rende conto di cosa i nostri rappresentanti hanno combinato nelle istituzioni comunitarie. E a quel punto rimediare è molto difficile.

Le quattro regolette declinate nel fiscal compact significano molto semplicemente la rinuncia alla politica di bilancio e della spesa per un paese che si trovi in recessione, perché il loro rispetto implica che non si possa disporre di risorse in grado di sostenere il prodotto interno lordo.

In altri termini, con il fiscal compact un singolo stato nazionale non ha più strumenti  concreti per stimolare l’economia e lo sviluppo: la politica monetaria, ovvero la possibilità di ridurre i tassi di interesse per favorire investimento e reddito, è infatti già saldamente nelle mani della Banca Centrale Europea, e la riduzione delle tasse e la spesa pubblica non possono essere utilizzate per non infrangere le regole di bilancio.

Questo rigore risponde certamente agli interessi dei paesi che si sono lasciati alle spalle la crisi economica (in primo luogo la Germania) e che hanno conti pubblici in ordine, ma penalizza appunto i paesi deboli e con elevato debito pubblico come Italia e Grecia.

Si tratta allora di intendersi su cosa vogliamo perseguire in casa Europa, e quali obiettivi si deve porre il sistema dell’economia. Se l’obiettivo principale (o esclusivo) è il controllo dei conti e dell’inflazione, allora teniamoci il fiscal compact così com’è, altrimenti dobbiamo necessariamente renderlo flessibile e consentire ai paesi più deboli sforamento di bilancio e possibilità di aumentare il debito, pronti a garantirlo comunque col bilancio comunitario.

Questo vuol dire “solidarietà economica”, la stessa che alla fine sta consentendo alla Grecia di superare la crisi e tornare ad affacciarsi sul mercato di capitali. Questo vuol dire essere veramente un’entitá coesa e funzionale. Altrimenti l’Europa resterà solo un’espressione geopolitica vuota e burocratica.

Ausgterity

E siccome la storia ci ha insegnato che non si esce dalle crisi pesanti (e quella in cui è immersa l’Italia è ancora ben lontana dall’epilogo)senza un forte intervento dello stato e del bilancio pubblico, impedire politiche di sostegno ai paesi deboli significa di fatto uccidere l’Unione Europea.

Per questo ha ragione Renzi: cambiare il fiscal compact è la vera priorità della nostra politica economica, ma anche la condizione necessaria per la sopravvivenza dell’Unione.

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