IL CAPITALE ETICO (1)

IL CAPITALE ETICO (1)
Logos, bene comune e interesse generale

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Sarebbe bello se la nostra quadrilogia potesse diventare una “pentalogia”, ovvero se dopo il capitale economico, il capitale sociale, il capitale umano e il capitale erotico, anche il capitale etico si potesse includere nel novero.

In questo articolo esaminiamo i fondamenti filosofici e storici del concetto, seppure in estrema sintesi, e la prossima settimana proveremo a fotografare “lo stato dell’arte”.

La sollecitazione è venuta da un attento lettore del blog, Marco Falletti, che in margine agli articoli sul capitale erotico, suggeriva di prendere in considerazione la dimensione etica del concetto di capitale, descrivendolo in questi termini:

Un insieme di correttezza, gentilezza, riservatezza, umiltà, parsimonia di parole, capacità di ascolto. Una sorta di propensione all’altro, di apertura, in netto contrasto con la tendenza alla separazione, alla affermazione di sé, classiche manifestazioni di quel “potere”. Dunque uno strano capitale umano, che porta ad unire, più che a dividere, che ti porta a vedere tali persone come montagne, che però non ti sovrastano, ti accolgono, ti abbracciano.

Proviamo dunque a vedere se è possibile concepire, accanto a quelle ricordate all’inizio, una tipologia etica del capitale.

Per sua natura, la dimensione etica si colloca fra quella intimamente personale, ove sono compresi il capitale umano e quello erotico, e quella sociale, incentrata sui rapporti della persona (che qui esaminiamo come soggetto economico) con l’ambiente che la circonda. “L’uomo è animale politico” (politikòn zôon), diceva Aristotele, e in quanto tale è portato per natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità; ovvero si esprime e agisce in un contesto di altre persone: la famiglia, la polis, lo Stato, in senso ampio il mercato.

 

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Lo stagirita affermava che caratteristica peculiare dell’uomo è di essere provvisto di logos (in greco: λόγος), che deriva dal greco λέγω (légο) e letteralmente significa scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare. Questa parola è venuta poi nel tempo assumendo un significato sempre più complesso: i corrispondenti termini latini (ratio, oratio) si rifanno con il loro significato di calcolo, discorso a un concetto più esteso di stima, studio (come suffisso), apprezzamento, relazione, legame, proporzione, misura, ragion d’essere, causa, spiegazione, frase, enunciato, definizione, argomento, ragionamento, ragione, disegno (1) .

Attraverso il logos si stabilisce un rapporto e confronto con gli altri uomini, rendendo così naturale organizzarsi in comunità, e quindi dare vita allo Stato, che risponde ai bisogni naturali dell’individuo. Come afferma ancora Aristotele nelle primissime righe del Libro I della “Politica”, ogni Stato è una comunità (koinonia) e ogni comunità si costituisce in vista di un bene (2).

La sequenza logica del pensiero aristotelico su questo punto è pertanto:

RAGIONE → STATO → BENE COMUNE

Da qui, secondo me, conviene partire per verificare l’esistenza del capitale etico. In particolare, dal concetto di bene comune, che è alla base della dottrina cattolica, insieme a quello di solidarietà.

Senza entrare troppo sul terreno religioso, e limitandoci ai soli aspetti economici, possiamo definire il bene comune come uno specifico bene che è condiviso da tutti i membri di una specifica comunità: proprietà collettiva e uso civico. In quanto tale, si differenzia dal bene privato che è invece di proprietà individuale e di uso esclusivo.

Come si vede, in questi termini (interesse generale, proprietà collettiva) la teoria cristiana e quella marxista trovano un formidabile terreno di convergenza.

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Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, scritta intorno al 1270, affermava che la legge non è che una prescrizione della ragione, in ordine al bene comune, affermando che il bene comune è anche il fine comune e che costituendosi la legge innanzitutto per riferimento al bene comune, qualsiasi altro precetto sopra un oggetto particolare non ha ragione di legge sino a quando non si riferisce al bene comune.

Dopo questo excursus filosofico, e per tornare sul terreno dell’attività economica, possiamo quindi stabilire che il profilo etico nasce dalla razionalità dell’uomo (quello che abbiamo definito logos o ratio) ed è orientato a perseguire il bene comune, ovvero l’interesse collettivo: tale interesse si pone su un piano diverso, forse superiore, rispetto a quello privato ed esclusivo.

Per assurdo, senza la dimensione etica o sociale, anche il capitale economico servirebbe a ben poco: è proprio l’attività economica che consente all’individuo di far crescere, valorizzare e godere il proprio capitale. Se un individuo possedesse una grande ricchezza ma si trovasse su un’isola deserta senza poterne uscire, il suo capitale sarebbe del tutto inutile.

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Mi è capitato di riflettere sull’etica in economia alla fine degli anni 80, in seguito a un convegno che si tenne a Bologna nell’aprile 1987 (3) e alla pubblicazione dell’enciclica Solicitudo rei socialis, emanata nel 1987 da Giovanni Paolo II, che anticipò solo di qualche anno le vicende di Tangentopoli.

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In quella stagione il tema dell’etica (o meglio della sua negazione) si pose con forza al centro del dibattito politico, rendendo evidente che un sistema incentrato su corruzione diffusa, perseguimento ossessivo dell’interesse privato e spregio quasi ostentato dei canoni della più elementare correttezza non avrebbe potuto mai sopravvivere e crescere.

A distanza di quasi un quarto di secolo, bisogna purtroppo constatare che i problemi emersi in quel contesto sono ben lungi dall’essere risolti e che i comportamenti illeciti non sono mai cessati, anzi hanno sempre trovato forme e strumenti nuovi per affermarsi.

Va anche detto che quella fase storica fu caratterizzata da sensazionalismo giustizialista e da manie di protagonismo mediatico da parte dei pubblici ministeri, che in poche occasioni riuscirono a veder confermate in giudizio le accuse.

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti ma per certi aspetti sembra che non sia successo niente. Per questo è lecito chiedersi se ha senso parlare di capitale etico e se questo concetto possa essere in qualche modo valorizzato. Lo vedremo nel prossimo articolo.

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(1) W. Cavini in Enciclopedia Garzanti di Filosofia, 1981, pag. 535

(2)  Aristotele, Politica, Libro I, 1252a

(3) “Danaro e coscienza cristiana”, i cui atti sono pubblicati da EDB, Centro Editoriale   Dehoniano, Bologna 1987

 

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IL CAPITALE EROTICO (2) “Come l’intelligenza, dispiega il proprio valore in tutti gli ambiti della vita, dalle camere di consiglio alle camere da letto”

 

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Proseguendo quanto detto la scorsa settimana, abbiamo visto che il capitale erotico non dovrebbe essere considerato secondo un’accezione totalmente negativa o totalmente positiva, ma come risorsa da utilizzare in maniera spontanea, personale ed equilibrata come fino ad oggi non è stata.
Un ‘vantaggio’ che la natura ha messo a disposizione e che è stato, solo per le donne, additato/reietto/svalutato nei secoli dalla società maschilista. Un vantaggio scomodo per chi deve imbrigliarlo, un vantaggio difficilmente inquadrabile e per questo rifiutato, un vantaggio così soggettivo e personale da destare timore.
Eppure è luogo comune che ‘la prima impressione è quella che conta’. Dunque al contatto iniziale con l’altro ci abilitiamo, seppur con una vaga coscienza, ad apparire interessanti; forniamo istintivamente uno stimolo all’interlocutore per far sì che ci ascolti, per renderci visibili, funzionalmente appetibili per la relazione che si intende intraprendere (sociale, lavorativa, di coppia …). Questo è il nostro capitale erotico. Quindi, per quale motivo non bisognerebbe usarlo? Per quale motivo non bisognerebbe addirittura allenarlo?
Anzi, visto che ogni nostra sfaccettatura contribuisce a creare una persona diversa e unica, si potrebbe suggerire a chi si affaccia sul ‘mercato’ delle relazioni sociali, di coppia, di lavoro, di non lesinare sul suo uso. Chi pensa per natura di esserne meno dotato, lo dovrebbe invece educare e sviluppare, perché spendere il proprio capitale erotico è una necessità, al pari di spendere il proprio capitale sociale, umano ed economico.

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E’ chiaro che il fascino ha sempre connessioni, seppur non manifeste, con la sessualità.
Incitare ad usare il capitale erotico di ognuno di noi in maniera cosciente e fattiva è un incoraggiamento a non perdere le chances della vita, ma anzi ad ‘aggredirle’ utilizzando tutte le capacità a nostra disposizione.
Personalmente amo molto questa visione senza con ciò entrare nel piano morale: mi sembra la giusta aggressività per vivere l’esistenza in modo reattivo. Questo introduce a un concetto più profondo di partecipazione che è quasi empatico e comprende un coinvolgimento totale dei nostri sensi e una conoscenza più profonda delle nostre particolarità personali che sono poi le nostre ricchezze e, in ultima analisi, il nostro capitale personale. Mi sembra l’invito a un succulento banchetto il cui slogan potrebbe essere ‘partecipazione con consumazione’.

 

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Nella storia dell’umanità il capitale erotico si è incontrato diverse volte con quello economico e ha fruttato alle donne una possibilità di ascesa sociale tramite la ‘formula’ del matrimonio. In parte questa associazione esiste ancora, ma preferisco pensare alle donne come esseri culturalmente sessuati e non succubi di una morale che confina il sesso nel solo ambito matrimoniale, ignorando il valore degli aspetti piacevoli e giocosi.
L’altro incontro tra capitale erotico ed economico riguarda il mestiere più antico del mondo …’ai posteri l’ardua sentenza’, se i posteri sapranno sviluppare la nostra futura civiltà in una cultura sessuata. In questo sviluppo verso una crescita matura dell’umanità giocano sicuramente tutte le comunità gay che, seppure numericamente inferiori, parecchio contribuiscono a far parlare di qualità della vita sessuale, di soddisfazione dei rapporti, di accettazione dell’altro, di armonia e completamento.

 

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Tra l’altro, nel grande sviluppo dell’economia del sesso avvenuto negli ultimi decenni, si parla più spesso di erotismo, di capacità di seduzione, di bellezza, di richiamo sessuale, di sessualità, di fantasia, di socialità, cultura e intelligenza (si pensi alle geishe), insomma di capitale erotico.
Basterebbe pensare alla prostituzione insistendo sull’importanza dell’identità sessuale maschile e femminile e sulla capacità di sedurre. L’identità sessuale, che era uno dei cavalli di battaglia di alcuni gruppi femministi europei, andrebbe effettivamente rivalutata in chiave ‘moderna’.

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Le attuali tendenze infatti propongono uomini che sono stati capaci di sviluppare il proprio capitale erotico, in modo da essere più attraenti per le donne (o anche per altri uomini), creando così un’uguaglianza di genere. Le ex femministe esulteranno di gioia? Non saprei, dato che avevano proposto nuovi modelli di femminilità opponendo al maschilismo una sorta di mix tra lesbismo, castità e bruttezza.
Senza nulla togliere ai movimenti culturali che si occupavano di genere, e che comunque hanno sviluppato discussioni, cultura e crescita intorno ai delicati temi della questione femminile, sembra veramente che questa sia la nuova tendenza, stimolata in parallelo dalla scalata delle donne alla parità nel mondo del lavoro.
Sia gli uomini che le donne sembrano apprezzare le doti di seduzione: perché negarlo?
La bellezza, come il capitale erotico, è un bene apprezzato e richiesto e, siccome scarseggia, assume un grande valore: la domanda resta sempre e ancora maggiore dell’offerta. Quindi questa quarta risorsa personale – la quarta tipologia di capitale – è in grado di trasformare lo status e l’interazione dei processi economici e sociali.

Spero che ora, ‘Il capitale erotico’, abbia riguadagnato il posto in prima fila, e non solo nelle librerie, così come si merita, senza ipocrisie limitanti che, dietro inutili veli, evitano che si parli di cose che conosciamo perché appartengono al quotidiano di tutti, ma delle quali solo pochi hanno coscienza.

 

CHIARA FALLETTI

IL CAPITALE EROTICO

La quadrilogia del capitale si conclude con un nuovo contributo di Chiara Falletti, che ci parla del capitale erotico dal punto di vista femminile, con l’acume e la grazia che abbiamo già apprezzato nei suoi articoli precedenti.

L’argomento è intrigante e sicuramente non scontato. 

Buona lettura

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Nei precedenti articoli, sono stati esaminati, sia pure in modo sommario, i tre capitali che ognuno può possedere fin dalla nascita e sviluppare durante il proprio percorso di vita:
il capitale economico

La quadrilogia del Capitale: da Karl Marx al capitale erotico
il capitale sociale

Il Capitale Sociale: relazioni e fiducia decisive per il successo
e il capitale umano
(link dell’articolo in uscita l’8 agosto)

 

I tre concetti, come abbiamo visto, si articolano secondo la sequenza

ACCUMULAZIONE→VALORE→PRODUZIONE→DISPONIBILITA’

Fin qui nulla di nuovo, finché nel 2011, 2012 per l’Italia, non entra in scena Catherine Hakim con il suo capitale erotico .
La sociologa della London School of Economics, ha avuto la faccia tosta, in un mondo che ancora si porta appresso una buona dose di maschilismo, con tutti i suoi effetti rebound in qualsiasi sfera della vita, di aggiungere una quarta risorsa, che esorta a coltivare senza imbarazzo, il capitale erotico.
L’autrice lo definisce come una miscela di avvenenza, bellezza, eleganza, vitalità, integrate ad abilità sociali e capacità di autopresentazione (abbigliamento, trucco, ornamenti, accessori, acconciatura…), punto determinante per i meccanismi relazionali, economici e psicologici delle dinamiche della nostra società.

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Attenzione sembrano parole dette e ridette ma ecco il colpo di scena, espresso in una sua frase: “Una carta di credito accettata dappertutto che spalanca le porte del successo a chi sa utilizzarla” (Hakim, cit).
E’ qui, in quest’accezione, con la quale ce lo restituisce chi più di tutti l’ha studiato (non si può dire ‘inventato’ perché bagaglio speciale di ogni individuo), che il capitale erotico prende quota e si valorizza. Stiamo parlando infatti di una merce universale, dotata di flessibilità e facilità d’uso al pari di quella del denaro….
Nel 2011 queste affermazioni, degne di una teenager tosta, le hanno fatto guadagnare il retro delle librerie, così come suggerito allora dal Sunday Times, anziché un posto in prima linea. Già questo la dice lunga sul come, pur in occidente, siamo attaccati a vecchi moralismi, aiutati anche dalla pretesa uguaglianza e libertà di genere che il movimento femminista avrebbe dovuto facilitare e invece ha affossato. La negazione della femminilità vista anche come erotismo e sex appeal, ha di fatto danneggiato lo sviluppo cosciente del capitale erotico nelle donne, naturalmente portate ad esserne le maggior depositarie.
In questo gioco di opposti donne/uomini questi ultimi hanno saputo negli anni sfruttare di più il loro minor capitale erotico, corroborando il primato di successo maschile nelle sfere lavorative e sociali. Mentre la donna è rimasta in posti di lavoro mediocri o bassi con, caso mai si fosse smarcata da queste postazioni, etichette poco nobili a colpevolizzarle per aver messo a frutto il proprio capitale erotico.
Come a dire: l’uso del capitale erotico all’uomo è permesso, anzi incoraggiato, alla donna negato.

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Tra l’altro anche molti uomini politici hanno lavorato sul proprio capitale erotico, chi dimagrendo, chi mettendosi i tacchi, chi facendosi ritocchi, chi ancora studiando gestualità, pause interlocutorie, abbigliamento, etc., pur di vincere gli avversari. Ma quando si parla di donne il potere erotico viene discriminato e disprezzato, perché la rivoluzione sessuale, invece di liberarlo, l’ha svalutato.
Per i dettami del fu-femminismo la bellezza non contava, anzi era considerata una cosa da ‘massacrare’ sotto larghi gonnoni, facce con apposite occhiaie, portamento tra lo sciatto e il maschile. Ma perché una donna intelligente non può anche essere bella? E viceversa? Truccarsi, sapersi vestire, non considerare il proprio corpo come un ‘involucro’ inutile, ma curarlo e valorizzarlo sono gesti che fanno parte di una globale valorizzazione di se stessi. Non sono una perdita di tempo durante la quale meglio sarebbe stato far pascolare il proprio cervello. Il cervello gode e cresce anche attraverso i sensi. Siamo un’espressione globale che non va in onda a compartimenti stagni.

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Carino è quel trait d’union che qualcuno ha fatto notare tempo fa sulle pubblicità. Prima del femminismo, erano piene di casalinghe che sprizzavano felicità da tutti i pori, ora la fanno da padrone le immagini erotiche. Entrambe le visioni hanno suscitato l’ira delle ‘femministe’ (SIC!). Che dire…
Non solo nel mondo della politica a cui prima si accennava ma anche nel mondo della comunicazione pubblicitaria, della televisione e della musica, quasi tutti i modelli proposti sono icone di bellezza.

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È statisticamente provato che il bello ‘vende’ – in senso lato – di più, in qualsiasi ambito.
Ma se il capitale erotico é una combinazione di attrattiva estetica, visiva, fisica, sociale e sessuale che genera potere, e il potere, come si sa, genera soldi, potrebbe sembrare un tantino limitante, in quanto estrometterebbe i meno belli in partenza; invece, a pensarci bene, parlando di qualità come avvenenza e fascino, l’aspetto fisico non è la sola carta da giocare. Va saputa accompagnare da un insieme di abilità che possono essere sia innate che imparate e, perché no, acquisite tramite un training.
Il capitale erotico è a disposizione degli uomini come delle donne, eppure queste ultime, che ne posseggono in quantità maggiore, essendo da sempre abituate a coltivarlo, ne beneficiano in minor misura. Pregiudizi maschilisti e teorie femministe per troppo tempo ci hanno inculcato l’idea che sfruttare il fascino femminile sia sbagliato: ma perché le donne non dovrebbero approfittare del proprio vantaggio?
Nel lavoro, se si hanno esperienza e competenze accertate, l’avvenenza è un plusvalore, non un inconveniente. Per chi ha scarse qualifiche, invece, può diventare la risorsa personale più importante. E nel privato, imparare a sfruttare il capitale erotico è fondamentale per stabilire un rapporto vantaggioso con il partner.
La ‘capitalizzazione’ dell’erotismo, pareggerebbe i conti economici tra uomini e donne. La teoria sembra azzardata e buttata un po’ là per far scalpore, ma in realtà il ragionamento è raffinato e ci porta nei meandri della storia delle donne, rivista in chiave moderna, recuperando la capacità di espressione del proprio erotismo allo scopo di raggiungere un’evoluzione sociale culturale economica più soddisfacente e remunerativa, possibilmente portando al pareggio le chances tra i due generi.


CHIARA FALLETTI 

IL CAPITALE UMANO: La misura di tutte le cose

Se, come diceva Protagora, l’uomo è misura di tutte le cose, allora – parlando più prosaicamente di capitale – possiamo affermare che il capitale umano è esso pure misura di tutte le cose.

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Senza scomodare la filosofia greca, mai come oggi – pur nel mondo tecnologico e iperconnesso del ventunesimo secolo – é necessario enfatizzare la centralità dell’uomo (e della donna, ovviamente) anche nel sistema economico e finanziario. Giá nel precedente articolo abbiamo visto come evento decisivo per il successo sia il complesso di relazioni, fiducia e credibilità che costituisce il capitale sociale.

Anche in questo caso elemento centrale resta sempre l’uomo, con le sue competenze, le sue inclinazioni, i rapporti che intrattiene e anche le sue visioni, nel senso di vision, che consentono la creazione e lo sviluppo di ogni iniziativa imprenditoriale.

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Tutte le volte che il sistema si allontana dall’uomo, si producono disastri. Si pensi alla vicenda dei sub-prime, che innescò la drammatica crisi del 2007, oppure ai tanti dissesti provocati dall’uso speculativo degli strumenti derivati. In entrambi i casi la finanza si è sviluppata in modo tumultuoso perdendo ogni rapporto con l’economia reale sottostante.

Del capitale umano c’eravamo già occupati circa un anno fa:

Il fattore umano (parte seconda): Il capitale umano

In quel contesto lo avevamo visto come fattore della produzione, e in particolare come contributo originale e insostituibile al processo produttivo, soprattutto quando l’uomo è considerato parte di un gruppo. La dimensione produttiva, come abbiamo visto, è presente in ogni concetto di capitale.

Oggi cerchiamo di vedere il concetto da un punto di vista sociologico, in coerenza con le caratteristiche già evidenziate della definizione di “capitale” e con la sequenza ormai nota:

ACCUMULAZIONE→VALORE→PRODUZIONE→DISPONIBILITA’

Con il termine capitale umano si intende l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni e altri attributi acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. Secondo l’OCSE, cui si deve questa definizione, tutti questi elementi facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico.

Conoscenze, competenze e abilità si accumulano negli anni attraverso la formazione (dalla scuola all’università ai corsi di perfezionamento e specializzazione) e soprattutto con l’esperienza lavorativa e professionale.

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Tutto questo, anche se difficilmente misurabile in senso assoluto, ha un evidente connotato di valore e di asset patrimoniale, ovvero di componente del capitale di ciascuna persona. Può essere oggetto di scambio sul mercato, in primo luogo quello del lavoro, così come può essere accresciuto mediante l’investimento: si impiegano delle risorse per aumentare ed “accumulare” il nostro capitale umano, ad esempio frequentando un corso o imparando una lingua, perché in futuro esso abbia un rendimento maggiore di quello che potrebbe avere oggi.

Ma oltre a questi elementi “oggettivi”, il capitale umano comprende anche una serie di componenti meno misurabili ma altrettanto, se non più, importanti: le emozioni, le sensibilità, le inclinazioni, le motivazioni, il talento. Tutti questi elementi difficilmente possono essere acquisiti dall’esterno, ma fanno parte della dotazione personale di ciascuno di noi, del corredo cromosomico di cui siamo forniti alla nascita e sono anche il risultato di come l’ambiente in cui siamo cresciuti ha plasmato o influenzato la nostra personalità.

In determinate condizioni si possono accrescere o sviluppare, ma se manca la base e la predisposizione difficilmente si possono ottenere. É il nostro potenziale, ovvero ciò di cui disponiamo “in potenza”, secondo la definizione di Aristotele che parlava di “potenza” e “atto”: solo quando il potenziale viene effettivamente realizzato, diventa effettivo, attuale.

Il processo che trasforma il nostro potenziale in risorsa di capitale é l’educazione, che consiste semplicemente nel portare fuori (dal latino ex ducere appunto), alla luce, quello che già abbiamo dentro allo stato latente o potenziale. Finché il nostro software non viene attivato, non influenza il capitale umano ma resta allo stato latente.

Una persona può essere molto competente o esperta, ma non necessariamente “educata”: può cioè disporre delle componenti visibili e misurabili del capitale umano ma non di quelle immateriali. Questo può accadere perché non le ha a disposizione o, più frequentemente, perché non le ha sufficientemente sviluppate, ma sono restate allo stato latente.

Pensiamo a un soggetto addetto alla vendita (in un negozio o in un’azienda). Se dispone di un grande bagaglio di conoscenze, ad esempio sui prodotti che deve vendere o sulle procedure da utilizzare, queste saranno certamente utili e necessarie; ma se non ha predisposizione ai rapporti con il pubblico, empatia con i clienti, capacità di anticipare i loro bisogni, certamente non sarà mai un grande venditore. La conoscenza si può acquisire con dei corsi o degli stage, anche la motivazione si può alimentare con premi di produzione o simili, l’inclinazione certamente no. Come avrebbe detto Don Abbondio, riferendosi al coraggio, “se uno non c’è l’ha, non se lo può dare”.

Nella selezione del personale, i migliori professionisti non si limitano a valutare le competenze e le conoscenze dei candidati o le loro esperienze pregresse, tutti elementi desumibili dai curriculum vitae, ma cercano di capire il loro potenziale, quello che la persona può esprimere nel contesto lavorativo se adeguatamente motivata.

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Esistono anche test specifici per valutare il potenziale di un candidato, che sono sempre più importanti in quanto un soggetto con buon potenziale può sempre acquisire sul mercato le competenze che gli mancano, ma se il suo potenziale é scarso ci sarà ben poco da fare.

 

 

 

Il Capitale Sociale: relazioni e fiducia decisive per il successo

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Proseguiamo la quadrilogia del capitale passando alla seconda delle sue configurazioni: il capitale sociale.

Intanto una premessa di metodo: non ci riferiamo in questa sede al concetto giuridico-societario di patrimonio aziendale conferito dai soci di un’azienda quale corrispettivo delle azioni sottoscritte.

 

In questa quadrilogia non ci occuperemo di aspetti di natura economico aziendale, che peraltro abbiamo per lo più esaurito nel precedente articolo. Il punto di vista sarà piuttosto quello sociologico e comportamentale, anche se finalizzato a indagare i comportamenti economici dell’uomo e della donna, o per meglio dire a cercare di capire come il complesso delle risorse materiali, immateriali, finanziarie, psicologiche, relazionali influenza l’attivitá dell’ “homo oeconomicus”.

 

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Il quadro risulterà chiaro al termine della serie. Occupiamoci ora della dimensione sociale, ovvero del contesto in cui vive ed agisce l’uomo, che del resto Aristotele aveva definito “animale sociale”.

Da questo punto di vista, si può definire il capitale sociale come il complesso degli aspetti della vita sociale, quali le relazioni, i network di conoscenza, le norme, la reciproca fiducia, la considerazione, che consentono ai membri di una comunità di agire insieme nel modo più efficace per il raggiungimento degli obiettivi condivisi.

Questa la definizione che ne ha dato Putnam[1], anche se il termine apparve per la prima volta negli anni ’20 del secolo scorso, per poi essere rielaborato e portato a sistema solo negli anni ’70 e ’80.

 

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Nei termini sopra esposti, il concetto di capitale sociale ha una forte connotazione politica, tanto che è stato poi sviluppato anche come “capitale civico”[2].

 

In questo caso, più che le relazioni diventa rilevante la fiducia interpersonale, quando consente di portare a termine transazioni, ovvero rapporti economici, pur in ambienti in qualche modo squilibrati, per quelle che gli anglossassoni chiamano asimmetrie informative. Come dire che un gruppo sociale, grazie alla fiducia e alle relazioni esistenti fra i suoi membri, riesce a realizzare obiettivi comuni nonostante le imperfezioni del contesto socio-economico

 

Comunque sia, anche in questo caso – come per il capitale economico – quello che conta non è tanto il possesso teorico di determinati asset, quanto il loro utilizzo per finalità produttive.

 

La sequenza del concetto di capitale era infatti :

ACCUMULAZIONE ®  VALORE ® PRODUZIONE ® DISPONIBILITA’

 

Come si vede bene, tutti elementi ben presenti nel capitale sociale come lo abbiamo sopra descritto.

Il meno immediato è quello di valore o misurabilità, ma la teoria ha elaborato nel tempo diversi sistemi basati su una molteplicità di indicatori, tra i quali, accanto ai dati oggettivi, trovano posto anche misure soggettive di soddisfazione personale.[3]

Senza entrare nel dettaglio, basti sottolineare che anche il complesso delle relazioni e tutto quello che ci lega all’ambiente in cui viviamo e lavoriamo rappresenta una vera e propria ricchezza.

Due esempi possono aiutarci a capire l’entità e la portata del capitale sociale e il suo ruolo nel sistema economico di oggi.

Una delle cose a cui un’azienda di successo tiene maggiormente e di cui è più gelosa, giustamente, è il database dei clienti. Una volta era una semplice lista con nomi, cognomi, indirizzo e numeri di telefono, e già questo aveva un grande valore: basti pensare a cosa avrebbe potuto fare un concorrente che fosse entrato in possesso dell’”elenco clienti”.

Oggi rappresenta una vera e propria miniera di informazioni, che consente di conoscere abitudini, gusti, stili di vita, capacità di spesa e di fare cross selling, ovvero vendere altri prodotti agli stessi clienti, come pure di ricercare agevolmente altri potenziali clienti semplicemente attivando chiavi di ricerca mirate. Giganti come Amazon hanno fondato il loro successo proprio sulla conoscenza di chi entra in contatto con loro e trasferisce informazioni.

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Un altro esempio che può aiutarci a capire l’importanza del concetto è la reputazione o la fiducia di cui si gode in un determinato ambiente. Chi desidera avviare un’attività commerciale, ad esempio un bar, in una città, è intuitivamente molto avvantaggiato se è ben conosciuto e stimato sulla piazza, ed avrà molte più probabilità di successo – a parità di business – rispetto a chi arrivi da estraneo per la prima volta.

E d’altra parte, circoli sociali e sodalizi vari hanno sempre aiutato chi vuole inserirsi in un determinato mercato: classico esempio il direttore di banca appena arrivato in città che prende contatto con i circoli Rotary o i golf club del posto. Tanto che una volta, e forse ancora oggi, erano le stesse banche a farsi carico delle quote annuali di iscrizione a queste realtà.

Nel mondo iperconnesso in cui viviamo e lavoriamo, il network, la rete di relazioni, è una componente decisiva di valore. Anche il numero di amicizie di cui si dispone su Facebook, o il numero di contatti sul blog rappresentano elementi decisivi di successo per una qualunque attività economica.

Per questo, accanto al capitale tecnico, anche il capitale sociale è un fattore su cui investire risorse ed energie.

 


[1] R. Putnam “Making democracy work: civic traditions in modern Italy”, 1993

[2] G. Tabellini, 2010, L. Guiso, 2011 ed altri;

[3] D. La Valle “Capitale sociale e indicatori del benessere” in Quaderni di sociologia  n. 32, 2003