IL CAPITALE UMANO: La misura di tutte le cose

Se, come diceva Protagora, l’uomo è misura di tutte le cose, allora – parlando più prosaicamente di capitale – possiamo affermare che il capitale umano è esso pure misura di tutte le cose.

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Senza scomodare la filosofia greca, mai come oggi – pur nel mondo tecnologico e iperconnesso del ventunesimo secolo – é necessario enfatizzare la centralità dell’uomo (e della donna, ovviamente) anche nel sistema economico e finanziario. Giá nel precedente articolo abbiamo visto come evento decisivo per il successo sia il complesso di relazioni, fiducia e credibilità che costituisce il capitale sociale.

Anche in questo caso elemento centrale resta sempre l’uomo, con le sue competenze, le sue inclinazioni, i rapporti che intrattiene e anche le sue visioni, nel senso di vision, che consentono la creazione e lo sviluppo di ogni iniziativa imprenditoriale.

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Tutte le volte che il sistema si allontana dall’uomo, si producono disastri. Si pensi alla vicenda dei sub-prime, che innescò la drammatica crisi del 2007, oppure ai tanti dissesti provocati dall’uso speculativo degli strumenti derivati. In entrambi i casi la finanza si è sviluppata in modo tumultuoso perdendo ogni rapporto con l’economia reale sottostante.

Del capitale umano c’eravamo già occupati circa un anno fa:

Il fattore umano (parte seconda): Il capitale umano

In quel contesto lo avevamo visto come fattore della produzione, e in particolare come contributo originale e insostituibile al processo produttivo, soprattutto quando l’uomo è considerato parte di un gruppo. La dimensione produttiva, come abbiamo visto, è presente in ogni concetto di capitale.

Oggi cerchiamo di vedere il concetto da un punto di vista sociologico, in coerenza con le caratteristiche già evidenziate della definizione di “capitale” e con la sequenza ormai nota:

ACCUMULAZIONE→VALORE→PRODUZIONE→DISPONIBILITA’

Con il termine capitale umano si intende l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni e altri attributi acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. Secondo l’OCSE, cui si deve questa definizione, tutti questi elementi facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico.

Conoscenze, competenze e abilità si accumulano negli anni attraverso la formazione (dalla scuola all’università ai corsi di perfezionamento e specializzazione) e soprattutto con l’esperienza lavorativa e professionale.

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Tutto questo, anche se difficilmente misurabile in senso assoluto, ha un evidente connotato di valore e di asset patrimoniale, ovvero di componente del capitale di ciascuna persona. Può essere oggetto di scambio sul mercato, in primo luogo quello del lavoro, così come può essere accresciuto mediante l’investimento: si impiegano delle risorse per aumentare ed “accumulare” il nostro capitale umano, ad esempio frequentando un corso o imparando una lingua, perché in futuro esso abbia un rendimento maggiore di quello che potrebbe avere oggi.

Ma oltre a questi elementi “oggettivi”, il capitale umano comprende anche una serie di componenti meno misurabili ma altrettanto, se non più, importanti: le emozioni, le sensibilità, le inclinazioni, le motivazioni, il talento. Tutti questi elementi difficilmente possono essere acquisiti dall’esterno, ma fanno parte della dotazione personale di ciascuno di noi, del corredo cromosomico di cui siamo forniti alla nascita e sono anche il risultato di come l’ambiente in cui siamo cresciuti ha plasmato o influenzato la nostra personalità.

In determinate condizioni si possono accrescere o sviluppare, ma se manca la base e la predisposizione difficilmente si possono ottenere. É il nostro potenziale, ovvero ciò di cui disponiamo “in potenza”, secondo la definizione di Aristotele che parlava di “potenza” e “atto”: solo quando il potenziale viene effettivamente realizzato, diventa effettivo, attuale.

Il processo che trasforma il nostro potenziale in risorsa di capitale é l’educazione, che consiste semplicemente nel portare fuori (dal latino ex ducere appunto), alla luce, quello che già abbiamo dentro allo stato latente o potenziale. Finché il nostro software non viene attivato, non influenza il capitale umano ma resta allo stato latente.

Una persona può essere molto competente o esperta, ma non necessariamente “educata”: può cioè disporre delle componenti visibili e misurabili del capitale umano ma non di quelle immateriali. Questo può accadere perché non le ha a disposizione o, più frequentemente, perché non le ha sufficientemente sviluppate, ma sono restate allo stato latente.

Pensiamo a un soggetto addetto alla vendita (in un negozio o in un’azienda). Se dispone di un grande bagaglio di conoscenze, ad esempio sui prodotti che deve vendere o sulle procedure da utilizzare, queste saranno certamente utili e necessarie; ma se non ha predisposizione ai rapporti con il pubblico, empatia con i clienti, capacità di anticipare i loro bisogni, certamente non sarà mai un grande venditore. La conoscenza si può acquisire con dei corsi o degli stage, anche la motivazione si può alimentare con premi di produzione o simili, l’inclinazione certamente no. Come avrebbe detto Don Abbondio, riferendosi al coraggio, “se uno non c’è l’ha, non se lo può dare”.

Nella selezione del personale, i migliori professionisti non si limitano a valutare le competenze e le conoscenze dei candidati o le loro esperienze pregresse, tutti elementi desumibili dai curriculum vitae, ma cercano di capire il loro potenziale, quello che la persona può esprimere nel contesto lavorativo se adeguatamente motivata.

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Esistono anche test specifici per valutare il potenziale di un candidato, che sono sempre più importanti in quanto un soggetto con buon potenziale può sempre acquisire sul mercato le competenze che gli mancano, ma se il suo potenziale é scarso ci sarà ben poco da fare.

 

 

 

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