Se New York piange, Londra non ride

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Parafrasando quanto venne detto con riferimento alla guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta, potremmo dire che se New York, alle prese con l’estemporaneo tycoon eletto da poco Presidente, piange, certo Londra non ride.

Nel bel mezzo del complicato processo di uscita dall’Unione Europea, che ha reso evidente anche ai più convinti antieuropeisti inglesi come non sia stato un buon affare per le casse britanniche abbandonare l’Europa, Londra sta attraversando un periodo decisamente critico.

Non c’è alcun dubbio che l’esito del referendum, con la sventurata decisione di abbandonare l’Unione, sia stato l’evento che ha fatto piombare il Regno Unito all’ultimo posto – in termini di tasso di crescita – fra le grandi economie mondiali. Gli indicatori statistici sono tutti quanti coerenti con questo quadro desolante.

 

Nel primo trimestre del 2017, il PIL britannico è cresciuto del solo 0,2% rispetto all’anno precedente, il dato peggiore fra tutti quelli del G8.

Dal giorno prima del referendum (23/6/2016) a un anno più tardi, la sterlina ha perso il 15,3% del proprio valore rispetto al dollaro e il 13% rispetto all’euro. Se questo ha reso più competitive le merci inglesi facendo aumentare le esportazioni del 7%, l’effetto sulla bilancia commerciale è stato però pesantemente negativo perché le importazioni, quantitativamente ben più rilevanti essendo il Regno Unito grande importatore di materie prime, sono cresciute dell’8%.

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La conseguenza è stata un’impennata dell’inflazione, che dallo 0,8% del luglio 2016 si è attestata al 2,9% attuale, ben oltre gli obiettivi del Governo. Ciò ha comportato una pesante riduzione del potere d’acquisto e del valore reale dei salari e del reddito disponibile per le famiglie, che nel primo trimestre del 2017 ha mostrato una flessione del 2% rispetto all’anno precedente, il peggior valore dal 2011.

Dati molto peggiori delle previsioni a suo tempo diffuse dalla Bank of England, da molti tacciate di eccessivo pessimismo in funzione di sostegno al remain in occasione del voto.

E devono ancora essere fattorizzati i costi diretti che la Brexit comporterà per il Regno Unito, notoriamente un prenditore netto di risorse dalle casse comunitarie. Il conto finale sarà la conseguenza dell’accordo che il Governo di Sua Maestà dovrà definire con il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, stretto fra la tentazione istintiva di rigidità e la necessità razionale di essere flessibile, dato che comunque un dialogo con gli inglesi andrà mantenuto.

 

Vero è che Londra continua a rappresentare una piazza finanziaria di grande importanza, e che gli scambi si mantengono sostenuti; peraltro anche la borsa italiana è oggi gestita proprio dalla London Stock Exchange.

 

L’indice FTSE delle azioni inglesi è cresciuto dall’esito del referendum del 22%: ma si tratta di un dato solo apparentemente contraddittorio, in quanto il listino di Londra è in gran parte popolato di multinazionali che proprio grazie al crollo del pound sono riuscite a fare ottimi profitti.

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Per molti aspetti, la situazione dell’Inghilterra di oggi è simile a quella che si trovò a fronteggiare Margaret Thatcher alla fine degli anni ’70 quando venne chiamata a servire come premier: economia in recessione, elevata inflazione, drastico peggioramento del potere di acquisto delle classi medie, austerity e proteste generalizzate della classe operaia che vedeva molte fabbriche chiudere o delocalizzare e in ogni caso peggioramento netto delle condizioni di vita e di lavoro.

A complicare il quadro, intervenne poi nel 1982 la guerra delle Falkland (o Malvinas), e come spesso succede la crisi presentò anche un’ottima opportunità di riscatto per il Regno Unito, che la Lady di ferro colse al volo.

Oltre a costituire un volano per la ripresa economica, con l’aumento di domanda da parte dello Stato indotto dalla guerra, la vicenda compattò intorno alle istituzioni britanniche l’opinione pubblica interna e internazionale e rappresentò l’inizio del riscatto, guidato dalla decisa e concreta politica economica e industriale messa in atto dalla Thatcher, senza dubbio uno dei leader europei più importanti dello scorso secolo.

In quel caso l’orgoglio nazionalista e l’autorevolezza della classe politica riportarono la “perfida Albione” in testa alla classifica dei paesi industrializzati e la sua valuta ad essere stabile e forte come in passato.

Rispetto ad allora molte cose sono cambiate, e non in meglio per le possibilità di recupero inglesi, a parte lo scenario di guerra che per fortuna sembra oggi lontano.

Intanto è decisamente peggiorata la qualità della classe politica. Non solo di quella inglese, veramente: dei grandi leader europei del passato, oggi è rimasto poco più del ricordo. Theresa May pare più una disciplinata funzionaria intenta a svolgere il suo compito e a conservare il potere che non una stratega con visione e ideali, per non parlare di David Cameron, secondo me uno dei più disastrosi premier che il Regno Unito abbia avuto. A lui è imputabile la decisione di indire il referendum sulla Brexit, come pure in gran parte – d’intesa con François Hollande, l’ex Presidente francese – la politica mediorientale che tanti danni ha provocato all’Europa, e ancora continua a provocarne.

 

Cosa attendersi dunque dalla sterlina per i prossimi mesi? Una semplice evidenza statistica porterebbe a credere che dopo aver perso in un anno il 13/15% rispetto alle principali valute, il cambio possa rimbalzare, in analogia a quanto abbiamo visto per il dollaro.

 

E non è escluso che nel breve termine questo effettivamente accada. Ma, a differenza del biglietto verde statunitense, la sterlina è strutturalmente molto più debole e non rappresenta una valuta di riserva. E’ quindi molto probabile che il livello ormai mantenuto nell’ultimo anno sia un nuovo valore di equilibrio, attorno al quale il cambio con euro e dollaro tenderà ad oscillare nei prossimi mesi.

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Messico e Nuvole: Trump e la faccia triste dell’America

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La faccia triste dell’America è quella di Donald Trump che, in piena globalizzazione e apertura dei mercati, costruisce un muro al confine col Messico per impedire ingressi non graditi e riporta in vita obsolete pratiche di protezionismo doganale.

La chiusura delle frontiere è tanto più estranea alla cultura americana quanto è evidente che, senza emigrazione, gli Stati Uniti che conosciamo oggi non esisterebbero. Ogni americano “è” qualcosa: italiano, irlandese, latino, russo, asiatico e così via. La ricchezza americana è nata proprio dal lavoro, dall’ingegno e dalle contaminazioni di coloro che ha sempre accolto, come è scritto alla base della Statua della libertà:

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Di protezionismo poi, parlammo all’indomani dell’elezione di Trump: le considerazioni fatte allora restano ancora valide e, se possibile, destano ancora più preoccupazione.

Il biondo tycoon si è insediato in un momento di grande euforia dei mercati USA e di crescita sostenuta, con disoccupazione praticamente inesistente e sviluppo continuo del reddito.

Oggi, dopo circa 9 mesi, il sistema appare – nonostante Trump, verrebbe da dire – ancora tonico, ma i mercati finanziari stanno segnando il passo. Il cambio del dollaro rispetto all’euro ha perso oltre il 15% dall’inizio dell’anno: da 1,04 di allora a 1,20 di oggi e la Fed (Federal Reserve System, ovvero la Banca centrale statunitense) non può rinviare oltre un aumento di tassi che potrebbe insidiare il buon andamento dell’economia.

Per la verità molte delle idee alla base del programma elettorale di Trump si presentavano, in teoria, favorevoli ad un consolidamento della crescita e al rafforzamento del dollaro: questo è il motivo della consistente apertura di credito che i mercati hanno concesso al “biglietto verde” a inizio anno. Pensiamo alla riduzione delle tasse, al sostegno all’industria nazionale, alle infrastrutture promesse, alle maggiori spese per la difesa pur connesse al disimpegno in Europa e nella Nato.

Il problema è che praticamente nessuno dei punti programmatici del Presidente è stato finora realizzato: sia perché egli non dispone di una solida maggioranza al Congresso e molte delle sue proposte sono state respinte, sia perché quelle più qualificanti – prima fra tutte l’attesa riforma fiscale – non sono state ancora poste all’ordine del giorno.

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Trump si è presentato agli elettori come sostanziale “elemento di rottura” con l’establishment politico e istituzionale: se questo da un lato gli ha portato consensi e popolarità, dall’altro lo ha posto ai margini del sistema parlamentare e dai suoi meccanismi tecnici e procedurali. Un po’ come successe in Italia con il primo governo Berlusconi, che spesso rimase impantanato e vittima delle “vecchie volpi” di Montecitorio e Palazzo Madama.

Dunque il successo politico si costruisce anche sapendo nuotare nel mare dei regolamenti e delle procedure.  E Trump lo ha sperimentato vedendosi respingere per ben due volte la proposta di legge che aboliva la riforma sanitaria del predecessore, la cosiddetta Obamacare.

In questa carenza di effectiveness, sicuramente un ruolo importante l’ha giocato la difficoltà di costruire una stabile, efficiente ed affidabile squadra di governo: licenziamenti lampo e azzeramento di deleghe si sono succeduti a un ritmo fino ad ora sconosciuto.

Per tutto questo pare proprio che la “luna di miele” del nuovo Presidente con i mercati sia giunta al termine e che l’opinione pubblica, non solo americana, non sia più disposta a rinnovargli credito e fiducia. Trump ha assoluto bisogno di segnare qualche punto a suo favore, per recuperare e rafforzare una credibilità di cui il Paese non può fare a meno sui mercati.

Il dollaro infatti non è una valuta come tutte le altre. Storicamente ha svolto, e continua a svolgere, una funzione di riserva di valore e quasi di bene-rifugio. Questo ha consentito agli Stati Uniti di coprire con relativa facilità il fabbisogno finanziario originato dal disavanzo pubblico.

Il meccanismo è semplice: se il bilancio pubblico presenta un aumento del disavanzo, le autorità statunitensi lo coprono semplicemente stampando dollari.  Fino a che sceicchi e mandarini si fidano del dollaro, di fatto coi loro investimenti in dollari finanziano il deficit USA. Ma se smettono di comprare il biglietto verde, il gioco non può durare. L’aumento dei tassi del dollaro, che come si diceva è già ampiamente previsto, è solo la prima misura, necessaria ma certamente non sufficiente se il trend dovesse continuare.

Ora, come si è visto, la credibilità americana è fortemente minata dagli errori e dal pressappochismo del suo Presidente, accentuati in questa fase storica dalla crisi coreana e dalla minaccia di guerra nucleare rappresentata dal tiranno di Kim Jong-un.

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Semplificando ed estremizzando, la situazione può essere riepilogata così: ci si aspetta che la politica economica del governo federale produca un maggior disavanzo del bilancio pubblico; per poterlo coprire è necessario che gli investitori acquistino i Treasury Bonds (Buoni del Tesoro) emessi dal governo americano; tuttavia, affinché ciò avvenga, il dollaro deve continuare ad essere considerato forte e affidabile e il suo tasso di interesse deve aumentare.

Ma se i tassi aumentano troppo, l’economia rischia di rallentare il suo trend di sviluppo e, al limite, anche di entrare in recessione perché i consumatori avranno più difficoltà a indebitarsi per i loro acquisti e le imprese dovranno rivedere i loro programmi di investimento. Inoltre, se il prodotto interno lordo smette di crescere o si contrae, il bilancio pubblico peggiora ulteriormente perché, diminuendo il reddito, anche le imposte dirette sul reddito e quelle indirette sui consumi daranno minor gettito.

Toccherebbe allora sconfessare il programma elettorale, ovvero aumentare le tasse e diminuire le spese pubbliche, comprese quelle per le infrastrutture e la difesa. La credibilità del Governo federale ne risulterebbe ulteriormente compromessa e il dollaro diminuirebbe ancora il suo valore sui mercati valutari.

Se un certo livello di debolezza della valuta è utile e gradito ai produttori interni e agli esportatori, certamente il declino del dollaro creerebbe, a lungo andare, un situazione molto difficile da governare.

Cosa succederà dunque al dollaro? Prima di rispondere alla domanda delle cento pistole, dobbiamo però esaminare alcune altre faccende che vedremo nelle prossime settimane.

E chi ha dollari in portafoglio cosa deve fare? Il buon senso direbbe: certamente non vendere ora.

 

 

 

Di mercanti, valute e altre storie

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Di moneta e valute estere abbiamo parlato spesso e oggi può essere interessante tornare in argomento, visto che si parla di super euro, di dollaro debole, di onda lunga della Brexit. Nell’ultima riunione della BCE, è stato deciso di modulare il ritmo degli interventi sul mercato dei titoli anche in considerazione della preoccupante forza dell’euro sui mercati valutari e, quindi, di rallentare il programma di cessazione del quantitative easing (QE, cioàè “alleggerimento quantitativo), annunciata e già avviata.

A questo punto i lettori meno esperti di finanza saranno fortemente tentati di interrompere la lettura, ma vorrei abusare ancora un po’ della loro pazienza per cercare di capire insieme di cosa si tratta e come quanto detto sopra può impattare sulle scelte di investimento dei risparmiatori.

Per farla breve, e a costo di qualche semplificazione che farà storcere la bocca ai più raffinati, la politica monetaria espansiva di QE consiste nell’acquistare, da parte della banca centrale (nel nostro caso europea, la BCE), titoli di stato in modo tale da immettere moneta nel sistema facendone crescere la quantità in circolazione, e quindi la sua liquidità, fornendo “carburante” e “lubrificante” al motore dell’economia. L’effetto sarà quello di far diminuire i tassi di interesse, favorendo gli investimenti e l’inflazione, ma penalizzando l’euro rispetto alle altre valute.

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Chi ha capitali da investire, infatti, sceglierà sulla base dell’affidabilità della valuta e del suo tasso di interesse, che ne definisce il rendimento. Quanto maggiore è il tasso di interesse di una certa divisa (o valuta, i termini sono sinonimi), supponiamo l’euro, tanto più il nostro “sceicco” o “mandarino” sarà invogliato a investire in euro. Se la BCE facesse crescere i tassi, egli dovrebbe tendenzialmente continuare a vendere dollari ed acquistare euro. Per il banale meccanismo della legge della domanda e dell’offerta, l’effetto sarà quello di far salire ancora l’euro rispetto al dollaro. Quindi se ad esempio supponiamo che il cambio €/US$ di partenza sia 1,18 prima della manovra, con l’aumento dei tassi USA dovremmo aspettarci un cambio magari a 1,20.

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Se il dollaro continua a diminuire, sarà più facile per le imprese USA esportare i loro beni e servizi in Eurozona, e sarà invece più difficile per le imprese europee vendere all’estero, perché per gli acquirenti risulteranno più care. E se le imprese di un paese non esportano, per quel paese sarà molto difficile far crescere economia e ricchezza.

Questa premessa per dimostrare come valute, tassi, liquidità, politica monetaria e crescita siano concetti intimamente connessi. Si diceva una volta che un battito d’ali di farfalla a Hong Kong crea una tempesta a Londra; e oggi, col mondo globalizzato e interconnesso, gli effetti sono ancora maggiori.

Con l’euro molto forte su tutti i mercati, come nell’attualità, le imprese europee trovano grande difficoltà ad esportare: per questo le autorità monetarie non possono permettersi – come forse vorrebbero, o come almeno vorrebbe Frau Merkel – di aumentare i tassi, perché l’euro si rafforzerebbe ancora di più, e quindi il proposito di ridurre gradualmente il QE deve necessariamente essere valutato anche in relazione al cambio €/US$. Questa è la spiegazione di quanto affermato in premessa.

In questo semplice meccanismo, si scontrano le due diverse visioni della politica monetaria dell’Unione: quella tedesca che vorrebbe conti in ordine,  bilanci pubblici in attivo e bassa inflazione (e quindi tassi in crescita) e quella dei paesi più deboli che ritengono invece prioritario lo sviluppo dell’economia e la crescita dei loro sistemi, attraverso l’aumento di produzione e posti di lavoro.

Fino a qui siamo nella fisiologia. La situazione dei mercati valutari di oggi è però complicata da almeno tre o quattro fattori diversi: l’effetto Trump in USA, l’onda lunga della Brexit, l’andamento dei pezzi del petrolio e – sullo sfondo – la situazione dei mercati asiatici e dei paesi emergenti.

Ognuno di questi fattori merita almeno un articolo a parte, e nelle prossime settimane proveremo ad analizzarli, sempre nell’ottica degli effetti che essi comportano sull’economia reale e sulle scelta di portafoglio.

A complicarci la vita, intervengono inoltre altri due aspetti che influiscono su questo panorama: la situazione geo-politica, e in particolare i venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord e le conseguenze degli eventi atmosferici devastanti in Florida e sulla costa atlantica degli Stati Uniti.

Il primo aspetto ha a che vedere con la funzione di riserva di valore e di bene-rifugio che il dollaro ha tradizionalmente svolto nel mondo, e che oggi può essere seriamente messa in discussione se le minacce coreane dovessero materializzarsi.

Il secondo riguarda invece i costi necessari alla ricostruzione, l’effetto sul bilancio pubblico USA – il cui disavanzo viene coperto semplicemente stampando nuovi dollari, a patto che qualche sceicco o mandarino o fondo pensione scandinavo  poi li compri – e le scorte di petrolio che prevedibilmente diminuiranno, facendone aumentare il prezzo.

Ci sarà da divertirsi a seguire il mercato nei prossimi mesi. Nel frattempo la domanda è: chi ha dollari in portafoglio deve venderli o è meglio che se li tenga? E chi non ne ha dovrebbe comprarli in vista di un possibile aumento del cambio del dollaro? Al termine di questa serie di articoli, vedremo la risposta corretta. O almeno quella “razionalmente” corretta, che non è detto che sarà quella che si verifica, perché i mercati, ahimè, non sempre sono razionali.

Il Capitale Etico (2)

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Nel precedente articolo avevamo visto i fondamenti filosofici e storici della business ethics, l’etica degli affari, e ci eravamo lasciati chiedendoci se ha senso oggi parlare di capitale etico e se questo concetto possa essere in qualche modo valorizzato.

Nella serie sulla “quadrilogia del capitale”, avevamo indicato quali possono essere considerati gli elementi costitutivi comuni dei diversi concetti di capitale (il capitale economico, quello sociale, quello umano e quello erotico):

 

ACCUMULAZIONE ®  VALORE ®  PRODUZIONE ®  DISPONIBILITA’

 

Si tratta quindi ora di vedere se il capitale etico, come lo abbiamo descritto nell’articolo della scorsa settimana, possiede questi elementi e in che misura.

Nessun dubbio in merito all’accumulazione e alla produzione.

Certamente il capitale etico è suscettibile di accrescersi e svilupparsi, qualora – partendo da una base di valori generalmente condivisa nell’ambito di una comunità – vengano favoriti comportamenti improntati alla correttezza e alla tutela del bene comune e siano invece puniti, con sanzioni rigorose e soprattutto certe, atti illeciti di ogni tipo, chiunque ne sia l’artefice.

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Non soltanto: un sistema fondato su tali principi risulterà alla lunga più efficiente e funzionale per la collettività rispetto ad un sistema in cui sono diffusi e tollerati comportamenti immorali e border line. Basti pensare ai paesi o regioni in cui la corruzione imperversa e non esiste certezza del diritto: sicuramente un bengodi per i corrotti, ma è ben difficile che imprenditori seri e capaci siano disponibili ad investirvi risorse.

Solo un sistema etico e fondato sulla legalità garantisce pari opportunità e può pertanto premiare i migliori, quelli più efficienti, e non i favoriti che traggono profitto dall’illegalità in virtù di rapporti preferenziali o dell’uso di violenza tout-court.

 

In questo caso, ovviamente, il concetto di “produzione” va allargato in modo tale che possa comprendere anche i beni comuni e non solo beni e servizi privati. Forse avremo qualche difficoltà a misurarne il valore, ma concettualmente è del tutto evidente che un sistema a eticità diffusa renda più facile migliorare risorse della collettività e qualità della vita.

Anche sotto il profilo della disponibilità, non ci sono particolari ostacoli a comprendere come il capitale etico, ovvero il complesso dei valori e dei comportamenti orientati al perseguimento del bene comune, sia disponibile e anzi lo sia per tutta la comunità e anche per chi vi entra in contatto da fuori. Ancora una volta si pensi all’investitore estero oppure all’esportatore che sicuramente sarà avvantaggiato potendo operare in un mercato di regole certe, trasparenti e improntate all’etica.

 

Il problema sta invece nel valore: quanto vale l’etica dei diversi soggetti che fanno parte di una comunità? E vale di più un operatore corretto e scrupoloso oppure uno spregiudicato e di dubbia moralità?

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L’esperienza di Tangentopoli, a cui si faceva riferimento nell’articolo precedente, ha mostrato come sia ancora possibile praticare corruzione e immoralità, perché questa genera – in sistemi che lo consentono – masse enormi di denaro che a loro volta alimentano connivenze o complicità.

 

Un’impresa che abbia ottenuto illecitamente un appalto pubblico, ad esempio, avrà molta più facilità di corrompere soggetti (pubblici e privati), assicurandosene la collaborazione, rispetto un’impresa ligia ed osservante delle regole.

In mancanza di un senso diffuso di giustizia sociale, la forza economica di chi può permettersi di ignorare le regole, o peggio ancora di dettarle a proprio uso e consumo, diventa inarrestabile. E’ naturale che se un sistema non tutela le condizioni dei lavoratori, chi può utilizzare forza lavoro a basso o bassissimo costo ha un vantaggio importante rispetto a chi osserva contratti e paga i contributi.

 

Purtroppo il sentiment prevalente tende quasi ad ammirare chi ottiene successo personale ed economico e realizza ingenti profitti, talvolta muovendosi ai limiti della legalità o quanto meno dell’etica. In altri termini, si tende a giustificare chi, per conseguire il proprio successo personale, ricorre a comportamenti spesso discutibili sul piano etico e morale, quali l’elusione fiscale o la spregiudicatezza negli affari.

Siamo così arrivati alla sublimazione del machiavellismo, dove non solo “il fine (arricchimento) giustifica i mezzi”, ma addirittura si contrappone la furbizia, intesa come capacità di evitare situazioni negative e oneri, all’onestà e alla correttezza. Meglio essere furbi che onesti, insomma. Soprattutto nel nostro paese non sono mancati esempi di imprenditori e uomini d’affari che si sono imposti all’ammirazione generale, ottenendo anche consenso politico, nonostante le vaste zone d’ombra sul loro passato e sulle modalità di arricchimento.

Temo quindi che il complesso di prerogative che costituisce il capitale etico non sia considerato oggi un valore, quanto piuttosto un fastidioso e inevitabile ostacolo al libero dispiegarsi dell’iniziativa privata.

Il valore specifico dell’interesse particolare è oggi sensibilmente superiore a quello dell’interesse generale e il capitale etico, al di fuori di contesti religiosi o fortemente ideologizzati, più che un valore rischia di essere quasi un “disvalore”.

La giustizia, dopo avvisi di garanzia e imputazioni spesso di grande clamore mediatico e visibilità, fatica a irrogare pene certe e definitive. Il disprezzo sociale per corruzione e malaffare è ormai attenuato da una certa assuefazione a notizie eclatanti di arresti e indagini che spesso sono fuochi di paglia.

Nella scala dei valori sociali, per le nuove generazioni fa molta più presa il successo televisivo conseguito in breve tempo, che non il rispetto dell’etica del sacrificio, della fatica, della dura gavetta.

Per questo non credo che oggi si possa parlare di capitale etico in senso economico alla stregua delle altre tipologie di capitale descritte nella nostra “quadrilogia”.