Nessuno è più troppo grande per fallire: il caso Lehman Brothers

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Nei due articoli precedenti abbiamo visto quanto la grande o grandissima azienda (Amazon e Walmart, nei casi esaminati) siano invasive nei rapporti sociali ed economici tradizionali, ma anche nei confronti del potere politico.

Oggi ci occupiamo di un aspetto diverso e comunque significativo dell’era post-industriale: anche la mega impresa può fallire, non esistono più realtà too big to fail, ovvero troppo grandi per poter fallire.

 

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Fino ad una decina di anni fa, si riteneva che la grande banca o la grande impresa garantissero totale sicurezza ed affidabilità a dipendenti, fornitori, clienti, stakeholder, quasi fossero uno Stato. Chi entrava a lavorare in queste realtà aveva risolto il problema del posto di lavoro fino alla pensione e la rete di protezione che assicuravano si estendeva a molti aspetti della vita: dalla casa alla tutela della salute (con le polizze sanitarie), dall’accesso al credito e ai servizi bancari alla sistemazione dei figli.

 

Addirittura abbiamo visto come, nel caso Walmart, i dipendenti accettino di fatto di scambiare la stabilità e la sicurezza del posto di lavoro con condizioni peggiorative rispetto al passato ed inferiori a quelle praticate da altre aziende ai loro collaboratori.

 

Oggi tuttavia, specialmente nel settore bancario, la dimensione dell’impresa non è più da sola garanzia di sopravvivenza dell’azienda: dopo il fallimento del colosso statunitense Lehman Brothers, avvenuto nel settembre 2007, le cose sono decisamente cambiate.

Non ci sono più santuari intoccabili, al sicuro da tempeste e terremoti, ma spesso ci si rende conto di trovarsi davanti a veri e propri giganti dai piedi d’argilla.

La grande crisi iniziata proprio nel 2007 non ha fatto sconti a nessuno ed ora siamo tutti più deboli, comprese le grandi banche. Di certo le difficoltà dei sistemi produttivi e finanziari mondiali sono state di un’entità fino ad allora sconosciuta, ma ci si sarebbe aspettati che istituzioni ritenute il simbolo dell’affidabilità potessero resistere al terremoto limitando i danni a qualche crepa e qualche scossone.

Invece è successo il contrario: i primi sinistri boati dei mutui subprime[1] erano solo il nucleo originario della valanga globale che in breve tempo si sarebbe formata travolgendo privati, banche, istituzioni.

 

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Perché si è verificata questa situazione di fragilità di gran parte del sistema bancario? I motivi sono diversi, vediamo di sintetizzarli.

Innanzitutto ha giocato un ruolo decisivo la forte pressione per la redditività del capitale, attuata in modo da rendere le azioni delle banche sempre più appetibili per gli investitori e più apprezzate sul mercato, a tutto beneficio delle stock option detenute dai manager e delle loro elevate remunerazioni.

Affinché si realizzi un aumento della redditività del capitale impiegato ed investito dagli azionisti, vengono infatti ricercati – in modo talvolta ossessivo –  maggiori margini e significativo contenimento del capitale assorbito nel business bancario[2].  Quindi la percezione della rischiosità del portafoglio tende ad affievolirsi, a fronte di elevati margini di profitto.

Per avere un rendimento più alto, del resto, è sempre necessario aumentare il rischio: per questo si ricercano i clienti subprime, meno affidabili e quindi meno esigenti e disposti a pagare maggiori commissioni, e si mettono in piedi operazioni di finanza strutturata sempre più ardite e lontane dall’economia reale.

I requisiti minimi di capitale, definiti e controllati dalle banche centrali ed inizialmente non troppo stringenti, alle prime avvisaglie di crisi sono stati prontamente e sensibilmente aumentati, innescando così una spirale di difficoltà per la banca stessa, spesso costretta a richiedere il rientro dai fidi dei propri clienti.

Come in tutte le situazioni di “bolla”, le attività finanziarie che prima aumentavano continuamente di valore nel passaggio da un intermediario all’altro, dando vita a derivati sempre più complessi, hanno cominciato a diminuire, innescando brusche retromarce.

Gli immobili concessi in garanzia dei prestiti, messi in vendita dalle banche per recuperare i loro crediti, hanno trovato un mercato non recettivo per assenza di compratori, in quanto la crisi si è velocemente trasferita dal settore finanziario all’economia reale. E così il circolo vizioso si è alimentato, scaricando il peso delle insolvenze sulle spalle delle banche stesse.

Pochissime le banche che si sono salvate dallo tsunami: più o meno tutti i maggiori istituti, di qua e di là dall’Atlantico, hanno ricorso a massicci aumenti di capitale sul mercato o alla protezione dello Stato: anche in Europa, dove questo sarebbe formalmente vietato dalle norme dell’Unione Europea.

 

 

 

Il salvataggio di una banca da parte dello Stato, nonostante il sentiment fortemente avverso di gran parte della pubblica opinione, è un’operazione in realtà indispensabile per salvaguardare la fiducia nel sistema bancario e, in ultima analisi, l’affidabilità dello Stato stesso. Ne abbiamo parlato su questo blog in uno dei precedenti articoli.

Molte grandi banche, negli anni della grande crisi del primo decennio di questo secolo, sono state salvate dall’intervento pubblico in modo diretto o indiretto, con interventi di risorse a titolo di capitale o di prestito. In molti casi gli interventi si sono dimostrati alla fine redditizi ed hanno consentito alle pubbliche amministrazioni interventiste di recuperare i capitali impiegati, talvolta realizzando anche buoni guadagni e senza onere finale per i contribuenti.

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Nel caso di Lehman Brothers il governo USA decise invece di lasciar fallire la banca: le conseguenze di questa scelta furono enormi non solo negli Stati Uniti, ma su tutti i sistemi bancari mondiali.

Se è fallita Lehman, allora anche qualunque grande banca che si trovi in difficoltà potrà fallire. Di questo dovranno tenere conto dipendenti, azionisti, clienti delle banche, ma non solo loro.

 


[1] Si tratta di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

[2] Uno degli indici più seguiti dagli investitori è infatti il ROE, ovvero la redditività del capitale proprio impiegato, dato dal rapporto fra utile netto e capitale. Il suo aumento, determinato dall’aumento del reddito e/o dalla diminuzione del capitale, contribuisce ad attrarre gli investitori e far crescere il valore dell’azione.

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La lotta di classe fra operai e consumatori: il caso Walmart

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Abbiamo visto nel precedente articolo come il colosso statunitense Amazon eserciti una forma di potere e di pressione enorme nei confronti delle comunità in cui si insedia, al punto da emanare, come detto, una sorta di “atipico” bando per le pubbliche amministrazioni, sulla cui evoluzione sarà interessante tenersi aggiornati.

Vediamo oggi un caso un po’ diverso, ma di impatto se possibile ancora maggiore sui meccanismi alla base dei rapporti sociali ed economici del mondo post-industriale: si tratta del gigante della grande distribuzione Walmart, probabilmente la più grande azienda del mondo, sicuramente quella con il maggior fatturato.

La sua influenza sulla vita quotidiana, le abitudini e l’economia della popolazione è così forte che è stato coniato il termine “effetto Walmart[1] per significare il condizionamento operato dalla multinazionale non solo su dipendenti, clienti, fornitori, ma anche sulle comunità in cui è insediata ed in quelle esterne.

 

Solo un quarto di secolo fa tuttavia, Walmart era una delle tante catene di supermercati, presente in 9 stati degli USA, e quindi certamente importante, ma non molto diversa da tutte le altre. Oggi ha circa 260 milioni di clienti; 11.600 punti vendita in 28 paesi di tutto il mondo; 2,2 milioni di dipendenti e fattura quasi 500 miliardi di dollari all’anno. Dimensioni che si fatica perfino a comprendere in una realtà come quella italiana: più simili a quelle di uno stato che di una singola azienda.

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Dimensioni che forse neanche il fondatore Sam Walton poteva concepire quando nel 1962 dette vita alla società a Betonville, in Arkansas, un borgo con 36.000 anime.

Sarebbe interessante ripercorrere le fasi e le modalità della crescita iperbolica, che continua anche oggi al ritmo di 1.000 nuove location all’anno: una storia da manuale tipicamente americana, a base di dedizione al lavoro, sconfinato ottimismo, mission aziendale chiara e determinazione ferrea.

Quello che però vogliamo qui sottolineare è la natura sociale dell’effetto Walmart. La ricerca ossessiva del contenimento dei costi per essere in grado di “garantire al consumatore ogni giorno il prezzo più basso” (come recita la mission dell’azienda) ha portato il gruppo a pratiche sostanzialmente vessatorie nei confronti di dipendenti e fornitori, sfruttando la sua forte posizione commerciale.

 

Anche se i dipendenti vengono graziosamente ma in modo farisaico definiti “associates” e i fornitori “partners”, Walmart di fatto strizza entrambi come limoni, fino al punto di rottura ed oltre.

 

Nei confronti dei fornitori, produttori di ogni dimensione in ogni parte del mondo, naturalmente Walmart rappresenta un cliente di primaria importanza, in grado non solo di fare ordini molto consistenti e pagare puntualmente ma di contribuire all’immagine stessa dell’azienda che può vantare nel proprio portafoglio un nome così altisonante. Infatti annoverare Walmart fra i propri clienti è, per qualsiasi azienda, una patente di serietà, affidabilità e qualità che certamente giova al suo buon nome.

Per molte imprese infatti, il gigante della distribuzione USA è uno dei principali clienti, talvolta addirittura l’unico. Anche grandi gruppi si sono attrezzati per servire Walmart in modo dedicato ed esclusivo: è il caso di Procter & Gamble ha una divisione in cui lavorano 250 persone che si occupa solo di gestire il rapporto con Walmart.

L’ovvia conseguenza è che la trattativa con i fornitori non è un normale negoziato commerciale, ma diventa alla fine una vera e propria imposizione sia in termini di prezzo che di condizioni di vendita. Infatti, ad esempio, Walmart obbliga i fornitori a consegnare la merce direttamente ai suoi punti vendita anziché a pochi centri logistici come succede in genere, ribaltando così integralmente il costo della distribuzione e del trasporto sui fornitori stessi.

Ha fatto scuola poi l’obbligo imposto di fornire la merce senza confezioni esterne e imballaggi, in modo da poterla collocare direttamente sugli scaffali risparmiando costo del materiale e del lavoro. I due cent risparmiati in media per ogni dollaro acquistato vengono ripartiti a metà col fornitore stesso

Nonostante tali imposizioni, la dinamica del rapporto fra Walmart e i suoi fornitori può tuttavia ancora dirsi una componente fisiologica, seppure inusuale, di un accordo commerciale, nel quale una parte guadagna (Walmart) e l’altra perde.

 

 

Quello che rischia davvero di influire sui meccanismi sociali, e che testimonia un radicale cambiamento della società postindustriale, è invece il rapporto con i dipendenti.

 

Il gruppo statunitense è stato infatti accusato di comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori, paventando una situazione di sfruttamento massiccio della mano d’opera. Questo ovviamente al fine di consentire prezzi di vendita in continua riduzione ed attrarre, per tale via, un numero sempre maggiore di clienti.

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Dal punto di vista dell’azienda si tratta di una politica di forte contenimento dei costi di produzione e di ricerca di maggiore produttività. Dal punto di vista dei dipendenti significa invece barattare la sicurezza del posto di lavoro, in una grande azienda in continua espansione, con l’accettazione di condizioni penalizzanti in termini di orari, salari, flessibilità e la rinuncia a molte delle garanzie faticosamente ottenute da generazioni di lavoratori.

Dal punto di vista sociale, invece, non può che prendersi atto che la lotta di classe che abbiamo conosciuto dai tempi della rivoluzione industriale ha ormai cambiato radicalmente i connotati: non più operai contro padroni, ma dipendenti contro consumatori.

Ciò che assume valore non è tanto il contributo alla produzione quanto il contributo al consumo. Le persone valgono e sono degne di tutela sociale in quanto consumano, spendono e fanno girare il sistema. Non è più questione di ricchi e poveri (operai poveri e padroni ricchi, come in passato), in quanto i consumatori possono essere anche più poveri dei dipendenti di una grande azienda, che tutto sommato hanno almeno lavoro stabile e retribuzione assicurata, anche se in calo.

Nella scala sociale la vera fonte di ricchezza è il cliente che spende e non il dipendente che costa. I clienti non sono mai abbastanza e si fa di tutto per incrementarne il numero; di dipendenti invece c’è ampia offerta. Coerentemente, l’immagine aziendale è tutta proiettata a presentare un soggetto attento all’ambiente, impegnato nella filantropia e in linea con i principi di Corporate social responsibility[2] che i clienti mostrano sempre di apprezzare.

Un po’ paradossale che si risparmi sulle condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti all’interno dell’azienda per spendere in beneficienza e a favore dell’ambiente esterno. In quanto dipendente Walmart, un ipotetico quanto sconosciuto John Smith è vessato e sfruttato, ma in quanto cittadino e potenziale consumatore è corteggiato e ricercato.

Inutile chiedersi se questa tendenza sia per la società indice di progresso oppure di barbaro arretramento, oltre al fatto che sembra molto difficile capire dove potremo arrivare: occorre piuttosto fare i conti con la nuova realtà e, per quanto possibile, attrezzarsi.

 


[1] Charles Fishman, “The Wal-Mart effect. How an Out of Town Superstore became a Superpower”, Penguin Books, London 2006.

[2] Con il termine Corporate Social Responsibility (CSR), in italiano “responsabilità sociale d’impresa”, si intende il complesso delle politiche aziendali, delle misure intraprese e dei rapporti attivati da parte delle grandi, piccole e medie imprese per gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.

Il mondo all’incontrario

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All’inizio di settembre il gigante dell’e-commerce Amazon pubblicò sul proprio sito un comunicato stampa che non poteva passare inosservato fra coloro che studiano i fenomeni sociali connessi all’attività economica dei nostri giorni. Si tratta di un vero e proprio bando rivolto alle amministrazioni pubbliche ed ai governi locali del Nord America (in pratica Stati Uniti e Canada), con il quale si invita a presentare proposte per favorire l’insediamento della seconda direzione generale di Amazon, denominata HQ2 (headquarter 2 appunto).

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Nel bando si elencano i vantaggi che la nuova sede porterebbe per la comunità che la ospiterà in termini di nuovi posti di lavoro, di sviluppo del reddito indotto, di popolazione ad altro reddito che vi si trasferirebbe.

 

Il termine usato nel bando è request for proposal (RFP, richiesta di proposte) e non il tradizionale call for proposal, (bando, nell’accezione corrente), forse per una forma di rispetto lessicale nei confronti dei destinatari, gli enti pubblici, abituati ad essere loro a emanare i bandi ed attendere che siano i privati a rispondere. Ma la sostanza non cambia: le parti si sono invertite ed oggi è la grande impresa a dare le carte.

 

Anche il termine di apertura del bando è piuttosto stretto: poco più di un mese, dal 7 settembre – data di pubblicazione sul sito aziendale – alla scadenza, fissata per oggi 17 ottobre 2017.

Nel mondo della produzione è del resto da tempo iniziata una vera e propria rivoluzione copernicana con un palese rovesciamento di ruoli. Già da tempo le amministrazioni pubbliche – a causa dei vincoli di bilancio – hanno dovunque grandi difficoltà a realizzare grandi infrastrutture e la modalità più frequente, almeno in Italia, è quella del project finance, ovvero della collaborazione fra ente locale, privati investitori e soggetti realizzatori (imprese di costruzione, global coordinator, ecc.).

Ma in genere l’iniziativa e il ruolo guida è sempre del soggetto pubblico, che, sulla base di un programma approvato dagli elettori, definisce le politiche di sviluppo del territorio, quindi ricerca i potenziali partner, stanzia le risorse necessarie e licenzia gli strumenti urbanistici e regolatori relativi.

Nel caso di Amazon, è invece l’azienda che, individuato un suo bisogno di investire e realizzare un nuovo insediamento e, rendendosi conto dell’attrattiva che questo può rappresentare, invita le amministrazioni pubbliche a dichiarare quali e quanti incentivi – non solo finanziari – è disposta ad accordare.

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Già molte comunità risulta che abbiano manifestato interesse e intenzione di aderire al bando con proposte idonee e aggressive: Dallas, Baltimora, Toronto.

Mi ricorda un episodio di cui sono stato testimone diretto oltre una decina di anni fa, in una delle mie esperienze lavorative precedenti. Come direttore generale di una grande fondazione privata orientata essenzialmente allo sviluppo del territorio, ricevetti insieme al mio presidente di allora il numero uno di una grande azienda farmaceutica multinazionale che aveva un grande polo produttivo e di ricerca nella zona. Il sito impiegava alcune migliaia di occupati e rappresentava una realtà importante della regione.

Con molta franchezza, quel CEO ci informò che il suo gruppo stava valutando un investimento per il polo locale e che aveva ricevuto l’offerta dalla municipalità di Singapore di un incentivo a fondo perduto di un milione di dollari per trasferire il tutto in quell’area. La società era soddisfatta dell’andamento del sito attuale e, a parità di condizioni, certo avrebbe preferito mantenere in Italia la divisione. In caso contrario, non avrebbe avuto alcun problema a trasferire il tutto in Asia.

Dopo le nostre (in verità un po’ azzardate) rassicurazioni, il polo produttivo venne mantenuto ed è ancora là ed anzi arrivarono regolarmente anche gli investimenti aggiuntivi. Qualche anno dopo la divisione a cui apparteneva venne acquisita da un’altra multinazionale e alla fine la nostra strategia si rivelò vincente.

Questo per dire che, ovviamente, la problematica di attrarre insediamenti produttivi e investimenti di sviluppo è da tempo presente anche da noi. Fino ad ora tuttavia era confinata in rapporti ed accordi bilaterali: Amazon ha fatto outing, rendendola oggetto di un bando pubblico.

Questi episodi dimostrano che sono profondamente cambiati i meccanismi alla base della vita economica delle comunità: la presenza di realtà produttive importanti, in tempi di crisi e di mancanza di lavoro, costituisce un formidabile concentrato di potere e di pressione sui governi e sulle amministrazioni pubbliche.

Non che si tratti sempre di un fattore positivo: la legittimazione di tale potere non deriva dal voto degli abitanti, ma dalle risorse economiche messe in campo. E certamente l’identificazione di un territorio con valori e mission di un singolo gruppo aziendale non è sintomo di democrazia, oltre all’impatto sull’aumento del costo della vita e delle abitazioni che probabilmente un insediamento del genere produce.

Legati al tema sono poi anche i fenomeni del trasferimento del ruolo di gruppo sociale da difendere e tutelare dalla classe operaia a quello dei consumatori, come nel caso Walmart, ed il declino del principio too big to fail (troppo grande per fallire) soprattutto nel settore bancario, come è successo per Lehman Brothers: di essi ci occuperemo, infatti, nei prossimi due articoli.

 

 

Talleri, fiorini e baiocchi

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Quando parlammo di asset allocation ottimale, ovvero di scelta su come investire le proprie risorse finanziarie fra le diverse categorie di strumenti (azioni, obbligazioni, liquidità, ecc.), dicemmo che buona regola poteva essere l’impiego di una certa parte del proprio portafoglio, non superiore al 15/20%, in attività in valuta estera.

Negli articoli delle scorse settimane, abbiamo cercato di capire come si possono muovere le valute nei prossimi mesi e abbiamo visto che sono sensibili a diverse variabili sia di natura strettamente economico-finanziaria che politica. Ne risulta un quadro molto volatile ed instabile che certamente espone l’investitore a rischi non trascurabili.

Questo tipo di impiego è pertanto tendenzialmente da riservare a soggetti che abbiano una certa dimestichezza e conoscenza dei mercati e, soprattutto, una propensione al rischio se non elevata che quanto meno consenta di affrontare senza traumi una certa possibilità di perdita.

Tuttavia, pur non rinnegando l’impostazione decisamente prudente che abbiamo seguito fin dall’inizio, ci sentiamo di ribadire che investire una modesta parte del portafoglio in titoli denominati in valute estere, specie quelle più trattate sui mercati, può essere una buona opportunità, anche per chi è euro based (ovvero ha entrate e uscite solo in euro). Vediamo perché.

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Intanto chiariamo bene cosa intendiamo per “attività in valuta”. Non si tratta ovviamente di tenere banconote estere in forma liquida, sia perché l’uso del contante è soggetto a limitazioni di legge, sia perché non danno alcun interesse, ma soprattutto perché comportano costi di transazione e di gestione da parte delle banche, molto più elevati rispetto alla “moneta elettronica”.

Ciò si traduce, al momento della conversione delle banconote da una valuta all’altra, in un cambio più sfavorevole per chi le presenta in banca e in commissioni e spese da pagare.

Ma anche la detenzione di depositi o conti correnti in valuta è infruttifera e comporta spese: i conti in divisa possono essere utili per allocazioni transitorie ma non come strumenti di investimento.

Ci riferiamo piuttosto all’acquisto di titoli obbligazionari o anche azionari denominati in valuta estera. Questo complica un po’ il quadro perché oltre al rischio di cambio espone anche al rischio emittente e al rischio di tasso: tuttavia a ben guardare alcune di queste variabili si possono almeno parzialmente compensare, come il tasso e il cambio.

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Prendiamo ad esempio il rischio tasso. Si manifesta quando possediamo un certo titolo ad una determinata scadenza ed i tassi di mercato su quel segmento di scadenza crescono: il prezzo del nostro titolo inevitabilmente scenderà fino al punto in cui il suo rendimento non sarà allineato al nuovo tasso di mercato. Se volessimo vendere quel titolo, subiremmo una perdita. Viceversa se decidessimo di tenerlo fino alla scadenza (o magari fino a un successivo calo dei tassi), avremmo solo il costo opportunità di percepire fino ad allora un rendimento inferiore rispetto a chi comprasse ora quel titolo.

 

Ebbene se quel titolo è in valuta è molto probabile che il cambio di quella valuta aumenti se ne aumenta il tasso, andando così a compensare in tutto o in parte la perdita dovuta al tasso.

 

Ma torniamo al punto: perché mai un investitore razionale che ha entrate e uscite solo in euro dovrebbe investire in dollari o in sterline sobbarcandosi un ulteriore fattore di rischio? Per un motivo molto semplice: per avere un maggior profitto in quanto in quelle valute i tassi sono più alti. Inoltre, se la parte in divisa è comunque limitata, può trarre profitto dalle oscillazioni temporanee del cambio vendendo il titolo se si presenta una buona opportunità, ma evitando di sobbarcarsi la perdita se la flessione del cambio è solo temporanea.

 

Naturalmente, salvo che non operiamo su titoli perpetui, alla scadenza del titolo verremo rimborsati in dollari o sterline. Sarà sempre però possibile tenere la valuta estera facendola transitare da un conto valutario e reimpiegarla in altri titoli nella stessa valuta, così come gli interessi che periodicamente vengono liquidati.

In altre parole, la scelta di operare in valuta è consigliabile solo se prevedibilmente non avremo bisogno di vendere i titoli, perché in quel caso potremmo doverli smobilizzare in un momento sfavorevole per il cambio.

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D’altra parte, invece, se parliamo di dollari, la scelta di tenere il biglietto verde in portafoglio può essere vista anche come un sorta di “assicurazione” contro l’eventualità di una recessione prolungata e intensa dell’Eurozona. Anche se abbiamo movimenti solo in Euro, è possibile che in quel caso si verifichino aumenti significativi di tassi di interesse e/o di inflazione, che avranno l’effetto di far diminuire il valore reale dei nostri titoli. In quel caso i dollari, come l’oro, gli immobili o le azioni, potrebbero rappresentare una sorta di bene-rifugio e vedremmo il loro cambio aumentare repentinamente.

 

Quanto detto vale per i dollari e, in minor misura, per la sterlina: parliamo comunque di valute ad ampia diffusione. Entrare nei mercati delle valute marginali, come ad esempio i rubli, i real brasiliani, i rand sudafricani, può avere un connotato molto più marcatamente speculativo.

Se ad esempio riteniamo che il prezzo del petrolio debba aumentare, l’acquisto di titoli in rubli russi può essere un buon mezzo per “scommettere” sul greggio, dato che il bilancio della Federazione Russa è molto influenzato dal valore dell’oro nero.

Oppure, se riteniamo che l’India abbia prospettive di sviluppo consistenti sui mercati, potremmo comprare quote di fondi espressi in moneta locale. Ugualmente per quanto riguarda la lira turca.

In tutti questi casi, però, non valgono le considerazioni di coerenza con il resto del portafoglio che, come abbiamo visto, sussistono per i dollari.

Se crediamo nelle economie di quei paesi, molto meglio orientarsi su quote di fondi specializzati ma espressi in euro (come si dice in gergo, hedgiati, dall’inglese hedging, coprire il rischio di cambio): in tal modo eviteremo l’ulteriore fattore di rischio rappresentato dal cambio.

 

 

 

 

Petrolio, sviluppo, guerre e uragani

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Nell’articolo iniziale di questa mini-serie dedicata ai mercati valutari, sempre nell’ottica delle scelte di investimento, avevamo visto come i cambi – oltre che dai normali scenari economici e dalle grandezze rilevanti in questi casi – fossero influenzati da una serie di altri fattori: l’effetto Trump in USA, l’onda lunga della Brexit, l’andamento dei pezzi del petrolio e, sullo sfondo, la situazione dei mercati asiatici e dei paesi emergenti.

Inoltre non vanno trascurati altri due importanti aspetti di natura geo-politica: i venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord e le conseguenze degli eventi atmosferici devastanti in Texas, in Florida ed in altre regioni degli Stati Uniti.

Di effetto Trump e situazione britannica abbiamo parlato nei due precedenti articoli, oggi ci soffermiamo sui restanti fattori, mentre la prossima settimana cercheremo di tirare le somme.

Dunque dicevamo: petrolio, sviluppo, guerre e uragani.

 

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Il petrolio è una variabile fondamentale nel panorama economico mondiale. Rappresenta tuttora la maggiore fonte energetica ed è normalmente pagato in dollari. La domanda di petrolio è alimentata soprattutto dalla grande industria, in particolare quella asiatica. Quando la produzione cinese o indiana crescono, il prezzo tende ad aumentare.

E’ vero che nel tempo sono state sviluppate anche fonti alternative quali il nucleare, le rinnovabili, il gas naturale, ma la dipendenza dell’industria mondiale dall’oro nero è ancora molto forte.

L’offerta è concentrata soprattutto nei paesi mediorientali, dove si trovano i maggiori giacimenti naturali, e in altre aree del mondo quali Russia, che usa però il petrolio soprattutto per l’industria interna, Africa e in misura minore Norvegia e Mar del Nord.

Essendo una risorsa naturale, essa è per definizione limitata anche se al momento non risultano problemi di scarsità e di approvvigionamento. I fattori che influenzano l’offerta sono di natura essenzialmente politica, in quanto gli stati produttori possono aumentare o diminuire la quantità riversata sul mercato a seconda delle proprie esigenze di bilancio e degli accordi finalizzati a mantenere elevato il prezzo.

L’andamento del prezzo del petrolio nel tempo influenza il cambio del dollaro e, viceversa, la maggiore o minore forza del biglietto verde incide sul livello della domanda. Generalmente si riscontra quindi che l’andamento del prezzo del petrolio e quello del cambio del dollaro hanno una correlazione inversa, nel senso che quando aumenta il petrolio, il dollaro diminuisce e viceversa.

In effetti nelle ultime settimane il costo del brent (il tipo di petrolio più scambiato sul mercato) al barile è aumentato dai 45 dollari di fine giugno ai 55 di questi giorni, mentre nello stesso periodo il dollaro si è ulteriormente indebolito, contro l’euro, da 1,12 a 1,20.

Come tutte le grandi leggi dell’economia, anche questa della correlazione inversa fra petrolio e dollaro non va presa troppo sul serio, soprattutto quando si tratta di dover investire i risparmi personali e non di esercitarsi in eleganti teoremi accademici.

Una sintesi ragionevole che si potrebbe tentare sul punto è che il prezzo del petrolio probabilmente non aumenterà ancora molto (salvo eventi politici imprevisti) e che il dollaro dovrebbe recuperare sull’euro.

L’altro elemento di giudizio è l’andamento economico delle tigri asiatiche e dei paesi in via di sviluppo. In questo momento molti dei sistemi che eravamo abituati a veder crescere a doppia cifra hanno rallentato la loro corsa: non che siano entrati in recessione, ma stanno crescendo ad un ritmo inferiore a quello degli ultimi anni.

Se dovessero tornare a correre, è ragionevole attendersi che aumentino di valore le loro valute nazionali (renmimbi cinese, rupia indiana, rublo russo, lira turca, ecc.) e che cresca anche il dollaro. La maggior disponibilità di risorse da investire da parte di sceicchi e mandarini, infatti, dovrebbe far aumentare la domanda di dollari e quindi – a parità di altre condizioni – un apprezzamento della divisa USA sui mercati valutari.

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L’effetto dei venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord sulla valuta americana è invece molto più difficile da prevedere. Si può solo dire che in questa fase le incertezze di Trump e i messaggi ondivaghi che giungono dalla Casa Bianca, come pure le difficoltà nel dialogo con Cina e Russia, potrebbero minare la credibilità e la fiducia nel dollaro. Se, come abbiamo visto, il biglietto verde funge anche da riserva di valore, è ragionevole attendersi qualche perplessità da parte di chi dovrebbe investire risorse in un paese gestito da una classe politica incapace di giocare un ruolo stabilizzante sullo scacchiere mondiale, e ostaggio di personaggi improbabili come il giovane satrapo coreano.

 

Qualora la guerra dovesse effettivamente scoppiare, e si trattasse di una guerra nucleare come minacciato, tutti i nostri discorsi cadrebbero e il cambio del dollaro sarebbe davvero l’ultimo dei nostri problemi.

 

Infine, ultimo in ordine di tempo, il fattore rappresentato dalle calamità che si sono abbattute in questa fine estate sugli Stati Uniti: Harvey in Texas, Irma in Florida e ora sembra José in New Jersey, con concreta minaccia anche su New York.

 

 

E’ ancora presto per una stima dei danni, ma se pensiamo che l’ultimo uragano che si è abbattuto sulla Grande Mela (Sandy nel 2012) costò alle casse federali circa 70 miliardi di dollari, è facile rendersi conto dell’impatto che questi fenomeni avranno sui conti pubblici, come pure sulle compagnie assicuratrici per i danni che saranno chiamate a rimborsare.

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Sicuramente il disavanzo USA crescerà e il budget verrà sforato: questo comporterà la necessità di aumentare le emissioni di Treasury Bond per finanziarlo e c’è da aspettarsi una certa pressione sul cambio del dollaro.

In questa situazione complessa, capire come si muoveranno le valute per impostare una razionale strategia di portafoglio non è facile. Possiamo però indicare alcune azioni ragionevoli da valutare, perché proprio nell’incertezza si nascondono spesso buone opportunità di guadagno: le vedremo nel prossimo articolo.