Nessuno è più troppo grande per fallire: il caso Lehman Brothers

Nessuno è più troppo grande per fallire: il caso Lehman Brothers

Mar, 10/31/2017 - 07:12
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Nei due articoli precedenti abbiamo visto quanto la grande o grandissima azienda (Amazon e Walmart, nei casi esaminati) siano invasive nei rapporti sociali ed economici tradizionali, ma anche nei confronti del potere politico.

Oggi ci occupiamo di un aspetto diverso e comunque significativo dell’era post-industriale: anche la mega impresa può fallire, non esistono più realtà too big to fail, ovvero troppo grandi per poter fallire.

 

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Fino ad una decina di anni fa, si riteneva che la grande banca o la grande impresa garantissero totale sicurezza ed affidabilità a dipendenti, fornitori, clienti, stakeholder, quasi fossero uno Stato. Chi entrava a lavorare in queste realtà aveva risolto il problema del posto di lavoro fino alla pensione e la rete di protezione che assicuravano si estendeva a molti aspetti della vita: dalla casa alla tutela della salute (con le polizze sanitarie), dall’accesso al credito e ai servizi bancari alla sistemazione dei figli.

 

Addirittura abbiamo visto come, nel caso Walmart, i dipendenti accettino di fatto di scambiare la stabilità e la sicurezza del posto di lavoro con condizioni peggiorative rispetto al passato ed inferiori a quelle praticate da altre aziende ai loro collaboratori.

 

Oggi tuttavia, specialmente nel settore bancario, la dimensione dell’impresa non è più da sola garanzia di sopravvivenza dell’azienda: dopo il fallimento del colosso statunitense Lehman Brothers, avvenuto nel settembre 2007, le cose sono decisamente cambiate.

Non ci sono più santuari intoccabili, al sicuro da tempeste e terremoti, ma spesso ci si rende conto di trovarsi davanti a veri e propri giganti dai piedi d’argilla.

La grande crisi iniziata proprio nel 2007 non ha fatto sconti a nessuno ed ora siamo tutti più deboli, comprese le grandi banche. Di certo le difficoltà dei sistemi produttivi e finanziari mondiali sono state di un’entità fino ad allora sconosciuta, ma ci si sarebbe aspettati che istituzioni ritenute il simbolo dell’affidabilità potessero resistere al terremoto limitando i danni a qualche crepa e qualche scossone.

Invece è successo il contrario: i primi sinistri boati dei mutui subprime[1] erano solo il nucleo originario della valanga globale che in breve tempo si sarebbe formata travolgendo privati, banche, istituzioni.

 

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Perché si è verificata questa situazione di fragilità di gran parte del sistema bancario? I motivi sono diversi, vediamo di sintetizzarli.

Innanzitutto ha giocato un ruolo decisivo la forte pressione per la redditività del capitale, attuata in modo da rendere le azioni delle banche sempre più appetibili per gli investitori e più apprezzate sul mercato, a tutto beneficio delle stock option detenute dai manager e delle loro elevate remunerazioni.

Affinché si realizzi un aumento della redditività del capitale impiegato ed investito dagli azionisti, vengono infatti ricercati – in modo talvolta ossessivo -  maggiori margini e significativo contenimento del capitale assorbito nel business bancario[2].  Quindi la percezione della rischiosità del portafoglio tende ad affievolirsi, a fronte di elevati margini di profitto.

Per avere un rendimento più alto, del resto, è sempre necessario aumentare il rischio: per questo si ricercano i clienti subprime, meno affidabili e quindi meno esigenti e disposti a pagare maggiori commissioni, e si mettono in piedi operazioni di finanza strutturata sempre più ardite e lontane dall’economia reale.

I requisiti minimi di capitale, definiti e controllati dalle banche centrali ed inizialmente non troppo stringenti, alle prime avvisaglie di crisi sono stati prontamente e sensibilmente aumentati, innescando così una spirale di difficoltà per la banca stessa, spesso costretta a richiedere il rientro dai fidi dei propri clienti.

Come in tutte le situazioni di “bolla”, le attività finanziarie che prima aumentavano continuamente di valore nel passaggio da un intermediario all’altro, dando vita a derivati sempre più complessi, hanno cominciato a diminuire, innescando brusche retromarce.

Gli immobili concessi in garanzia dei prestiti, messi in vendita dalle banche per recuperare i loro crediti, hanno trovato un mercato non recettivo per assenza di compratori, in quanto la crisi si è velocemente trasferita dal settore finanziario all’economia reale. E così il circolo vizioso si è alimentato, scaricando il peso delle insolvenze sulle spalle delle banche stesse.

Pochissime le banche che si sono salvate dallo tsunami: più o meno tutti i maggiori istituti, di qua e di là dall’Atlantico, hanno ricorso a massicci aumenti di capitale sul mercato o alla protezione dello Stato: anche in Europa, dove questo sarebbe formalmente vietato dalle norme dell’Unione Europea.

 

 

 

Il salvataggio di una banca da parte dello Stato, nonostante il sentiment fortemente avverso di gran parte della pubblica opinione, è un’operazione in realtà indispensabile per salvaguardare la fiducia nel sistema bancario e, in ultima analisi, l’affidabilità dello Stato stesso. Ne abbiamo parlato su questo blog in uno dei precedenti articoli.

Molte grandi banche, negli anni della grande crisi del primo decennio di questo secolo, sono state salvate dall’intervento pubblico in modo diretto o indiretto, con interventi di risorse a titolo di capitale o di prestito. In molti casi gli interventi si sono dimostrati alla fine redditizi ed hanno consentito alle pubbliche amministrazioni interventiste di recuperare i capitali impiegati, talvolta realizzando anche buoni guadagni e senza onere finale per i contribuenti.

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Nel caso di Lehman Brothers il governo USA decise invece di lasciar fallire la banca: le conseguenze di questa scelta furono enormi non solo negli Stati Uniti, ma su tutti i sistemi bancari mondiali.

Se è fallita Lehman, allora anche qualunque grande banca che si trovi in difficoltà potrà fallire. Di questo dovranno tenere conto dipendenti, azionisti, clienti delle banche, ma non solo loro.

 


[1] Si tratta di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

[2] Uno degli indici più seguiti dagli investitori è infatti il ROE, ovvero la redditività del capitale proprio impiegato, dato dal rapporto fra utile netto e capitale. Il suo aumento, determinato dall’aumento del reddito e/o dalla diminuzione del capitale, contribuisce ad attrarre gli investitori e far crescere il valore dell’azione.