Dal sapere al lavoro: il caso Cambridge

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Continuando il nostro viaggio alla scoperta di casi di successo di piccole città che hanno saputo realizzare modelli di sviluppo sostenibili e duraturi nell’era post-industriale e tecnologica, dopo Bilbao andiamo a Cambridge, in Inghilterra.

Si tratta di un caso completamente diverso dal precedente: qui non c’era una situazione di declino e un’economia da ricostruire, ma un centro di eccellenza del sapere, una delle Università più prestigiose del mondo, attorno alla quale si era formata nel tempo una comunità di poco più di 100.000 persone.

Una città che si è sempre identificata col suo ateneo, o per meglio dire un’università-città, in cui tradizionalmente il lavoro era esclusivamente connesso alla presenza del college, in via diretta (insegnanti, impiegati, dipendenti) o come indotto (accoglienza, alloggi, fornitori).

 

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Pur essendo antichissima, di origini romane, e l’Università risalendo al 1284, Cambridge ha ottenuto lo status di città solo nel 1951: in passato era semplicemente un complesso di edifici e abitanti che gravitavano intorno all’ateneo. Anzi, a suo tempo venne costruita distante e tenuta mal collegata con Londra per evitare ai suoi studenti le distrazioni della metropoli.

Una vera e propria turris eburnea, una cittadella del sapere, impermeabile ai problemi del lavoro e alle tensioni sociali del mondo reale. Del resto, Cambridge è sempre stata un centro di eccellenza: l’ateneo è il secondo più vecchio del Regno Unito (dopo Oxford) e il quarto in Europa.

Oggi la University of Cambridge ospita quasi 20.000 studenti e più di 5000 fra ricercatori e professori. Offre corsi di laurea in numerose discipline, che spaziano dalle arti alla scienza, ed è articolata in una struttura collegiale. Nel 2005 è risultata seconda nella classifica accademica delle università mondiali e nel 2011 la prima all’interno del continente europeo. Cambridge detiene il record di vincitori di premi Nobel, 89.

Ma oltre a questo, a partire dagli anni 70 Cambridge è diventata anche un incubatore di nuove imprese, start-up tecnologiche, tanto che l’area circostante, denominata Silicon Fen in analogia alla Silicon Valley. Ospita alcune migliaia di imprese ad alta tecnologia, perlopiù piccole o micro, e un numero imprecisato ne sono sorte, si sono sviluppate e trasferite altrove.

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Artefice della creazione e del successo di questo modello di sviluppo è il parco scientifico e tecnologico, il Cambridge science park, sorto nel 1970 al fine di “avvantaggiarsi al massimo dalla concentrazione di expertise scientifica, attrezzature e biblioteche e incrementare il feedback dall’industria alla comunità scientifica di Cambridge”. Così recitava il report del Mott Committee, la commissione speciale istituita dall’ateneo – sotto la presidenza di Sir Nevill Mott, professore di fisica sperimentale – per rispondere a una sollecitazione del governo laburista del 1964.

L’idea del parco scientifico nacque negli anni 50 in USA, dove venne realizzato per la prima volta dall’Università di Stanford. A partire proprio dagli anni 70 ne nacquero molti un po’ dappertutto, come progetti delle università più avanzate e “visionarie”.

Parchi di eccellenza sono quelli costituiti in Canada e in Israele: in particolare in quest’ultimo caso, lo Stato interviene direttamente finanziando per due terzi i progetti. Con risorse molto contenute, lo Stato riesce così a diventare proprietario delle nuove iniziative, che possono talvolta assumere dimensioni economiche anche molto rilevanti, oltre a incorporare la titolarità dei brevetti.

Il progetto di un parco scientifico è la migliore sintesi di sapere, sfruttamento economico dei brevetti, sviluppo sostenibile. Ha impatto ambientale normalmente minimo ed è suscettibile di attrarre molte altre iniziative analoghe, attivando un vero e proprio circolo virtuoso.

Si tratta di imprese ad elevata tecnologia, e quindi assolutamente proiettate nel futuro, “leggere” in quanto – almeno nella fase di sviluppo delle business idea e dei prototipi –  non necessitano di grandi dotazioni di capitale e soprattutto in grado di attivare una dinamica di crescita molto forte.

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Il concetto è quello di predisporre un ambiente idoneo e facilitatore per la nascita e l’insediamento di nuove iniziative imprenditoriali ad alta tecnologia, in modo tale che lo start-upper possa concentrarsi sui soli aspetti della ricerca e non essere distratto da problematiche amministrative, finanziarie, legali, ecc.

Il parco costituisce quindi un vero e proprio incubatore d’impresa, in cui le nuove iniziative si insediano e vi trascorrono i primi anni di vita, tipicamente fino al brevetto o alla realizzazione del prototipo, per poi insediare definitivamente l’impresa altrove, generalmente non molto lontano.

Viene fornita anche la possibilità di reperire finanziamenti attraverso il coinvolgimento di venture capital o business angels, società specializzate nel sostenere iniziative nuove e quindi ovviamente preparate ad un elevato grado di fallimenti.

Caratteristica delle start-up è infatti quella di presentare un notevole rischio trattandosi di iniziative nuove e molto spesso in ambiti con track record limitatissimo o inesistente.

Concludendo questo breve excursus, possiamo sicuramente affermare che se la società post-industriale e il mondo di internet hanno creato molte situazioni critiche e fatto crollare numerose imprese, tuttavia modelli nuovi e sostenibili di sviluppo economico sono possibili anche per città medio-piccole.

I requisiti sono però quelli di avere una solida e progressiva visione strategica e di saper catalizzare tutte le energie disponibili in loco, in modo da renderle coese e unitariamente impegnate in vista dell’obiettivo di migliorare la qualità della vita per le loro generazioni future.

 

Bilbao, l’Araba Fenice

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A metà anni ’80 Bilbao si presentava come una città soffocata da acciaierie ormai improduttive e container del porto fluviale e industriale, con una grande banca il cui baricentro si era ormai spostato a Madrid, New York e Città del Messico: oggi è una città moderna e tecnologica, a misura d’uomo, destinazione turistica e centro di vivace offerta culturale.

 

 

Cosa è successo intorno agli anni ‘90 da consentire a Bilbao di risorgere dalle sue ceneri e diventare un benchmark culturale ed un modello di riconversione ecologica per la modernità delle sue infrastrutture? E soprattutto: è possibile per altre città in situazioni di declino imitare l’esempio del capoluogo basco?

 

Il percorso seguito è stato quello di una ristrutturazione territoriale (infrastrutture), economica (settore terziario, polo informatico) e industriale (riconversione):il risultato è che oggi Bilbao è l’unica città spagnola con un Pil positivo nonostante il periodo di forte recessione del Paese.

 

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Certo, in questo periodo non tutto è stato rose e fiori: purtroppo gli ultimi decenni del secolo scorso hanno visto Bilbao tristemente protagonista anche degli atti terroristici da parte dell’Eta, il movimento per la liberazione e l’indipendenza della comunità basca. Oggi questa fase di sostanziale guerra civile è stata fortunatamente superata, proprio mentre analoghe problematiche stanno interessando la Catalogna.

 

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Il progetto è nato ufficialmente nel 1991 con la creazione dell’associazione “Bilbao Metropoli 30”, promossa dal sindaco della città, dal Presidente della Provincia e dal Governo basco, impegnati insieme a rilanciare la città.

L’Associazione riuniva centri produttivi, università, organizzazioni non-profit, enti pubblici locali, camere di commercio, banche e fondazioni,: in breve, quasi tutte le componenti della società civile. Aveva come scopo lo sviluppo di piani, ricerche ed eventi promozionali finalizzati al recupero e alla rivitalizzazione dell’area urbana della città e la gestione delle iniziative contenute nel Piano Strategico, in vista di una collaborazione sempre più proficua tra settore pubblico e privato.

Sono stati così realizzati una serie di interventi urbanistici, i cui punti più qualificanti sono il recupero delle aree del vecchio scalo marittimo e l’ampliamento del nuovo, nonché il miglioramento dei trasporti metropolitani.

 

Il fiume è stato valorizzato come una vera e propria infrastruttura, individuando per le sue sponde delle nuove attività, prevalentemente a carattere ludico, commerciale, culturale e residenziale.

 

Soprattutto però, fondamentale è stata la costruzione del Museo Guggenheim, su progetto dell’architetto statunitense F. Gehry, inaugurato nel 1997 nell’ambito di una politica di rivitalizzazione economica incentrata sugli aspetti culturali. L’opera suscitò scalpore a livello internazionale sia per le forme avveniristiche dell’edificio, sia per gli alti costi della sua realizzazione. E’ stato però calcolato che nel triennio 1999/2001 il museo abbia generato un indotto di 635 milioni di dollari e che la somma di denaro spesa per la sua realizzazione, in un solo anno di esercizio a pieno regime, sia stata completamente ripagata.

Il progetto di riqualificazione urbana ha prodotto, nel corso degli anni, un netto miglioramento della qualità della vita, l’aumento esponenziale dei posti di lavoro, nuove attività economiche e culturali in grado di attirare turisti da tutto il mondo; ha rafforzato l’identità regionale ed ha portato ai suoi abitanti benessere diffuso e un ambiente più sano in cui vivere.

Lo skyline di città moderna è caratterizzato dai grattacieli eleganti e avveniristici del suo centro. Di grande valore architettonico sono anche le infrastrutture aeroportuali, che portano la firma dell’architetto Santiago Calatrava, e le stazioni della metropolitana, opera di Sir Norman Foster, altro grande dell’urbanistica a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

Si è lavorato, inoltre per la rigenerazione ambientale ed urbana attraverso la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti urbani e industriali, l’ampliamento dei parchi e delle zone verdi e la riqualificazione dei quartieri degradati.

 

Abandoibarra ne è un esempio. Area situata nel cuore della città che si estende su una superficie di 348.500 metri quadrati, è stata per anni destinata all’attività portuale, senza possibilità di accesso per il pubblico. Ora dei complessivi 348.507 metri quadrati, 115.714 ospitano vegetazione.

Il progetto per il quartiere Barakaldo – Galindo invece è consistito nel recupero delle aree dismesse lungo il fiume, un tempo sede degli altoforni. Il piano prevede la costruzione di edifici residenziali, spazi per il tempo libero e uno stabilimento per attività commerciali. Metà dell’area sarà inoltre lasciata verde, mentre per l’infrastruttura stradale sono previsti collegamenti tra i diversi quartieri e l’autostrada.

Un altro dei pilastri della “vecchia Bilbao” era infine la sede del gigante del credito Banco di Bilbao Vizcaya y Argentaria (BBVA), oggi uno dei due campioni del settore bancario iberico. Pur mantenendo le radici in territorio basco, oltre che il nome della città e della provincia nella propria ragione sociale, la banca è ormai una multinazionale con centro nevralgico a Madrid e fatturato per oltre un terzo proveniente dall’America Latina.

La riconversione ha quindi interessato anche il ridimensionamento dell’istituto, con conseguente riduzione dei posti di lavoro nella sede basca.

 

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Ci siamo chiesti all’inizio dell’articolo se il modello Bilbao possa essere imitato da comunità che attraversano crisi analoghe a quella brillantemente risolta nella città basca. I requisiti per realizzare un percorso del genere sono fondamentalmente due: una chiara e forte visione strategica da parte degli amministratori locali e una totale coesione fra tutte le componenti della società economica, civile e politica della città e fra queste e lo stato. Naturalmente è indispensabile anche la collaborazione di professionisti e tecnici di grande livello, ma se esistono queste due condizioni, non è difficile catalizzare l’interesse delle migliori intelligenze disponibili a livello nazionale e internazionale.

Nel prossimo articolo parleremo di un caso leggermente diverso, sia per la situazione di partenza che del modello di sviluppo attuato, ma ugualmente significativo di come possa essere progettata la “città del futuro”, economicamente prospera e con trend di sviluppo sostenibile: il caso di Cambridge.

 

 

 

 

 

 

 

Tempo di software: il futuro liquido

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Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, scomparso all’inizio di quest’anno, ha parlato di “società liquida” e la definizione – pur non bellissima ma indubbiamente suggestiva – ha riscosso enorme popolarità.

Nella sua logica la parte “solida” in dissoluzione era in qualche modo l’ordine costituito e il tessuto connettivo dei rapporti sociali, che nella società “post-moderna” sono stati rimpiazzati da individualismo, consumismo e alienazione. A ben vedere, questo processo è riscontrabile anche nei rapporti economici e produttivi.

Se infatti il secolo scorso e quello ancora precedente sono stati caratterizzati dal peso dell’industria manifatturiera e dall’incombenza delle grandi fabbriche, dalla produzione a elevata intensità di capitale e di lavoro, oggi la situazione è radicalmente cambiata.

 

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Quando la più grande azienda alberghiero-ricettiva del mondo (AirB&B) non possiede neanche una singola stanza e quando la maggiore impresa di trasporto di persone (Uber) non ha neanche un’automobile di proprietà, significa che siamo passati dalla prevalenza dell’hardware a quella del software: che in un certo senso il mondo post-moderno si è, appunto, liquefatto.

Se ciò è vero per tutto il mondo, è vero all’ennesima potenza per l’Italia, dove il grande gruppo industriale ha dimensioni minime rispetto ad altri sistemi e dove c’è tradizionalmente scarsità di materie prime e il costo del lavoro è sempre stato molto alto.

Da noi il settore manifatturiero, se pure ha conosciuto momenti di gloria nell’età giolittiana, negli anni del miracolo economico e in alcuni distretti a marcata vocazione industriale, sta attraversando una crisi che ha tutte le caratteristiche per essere strutturale. E comunque, si tratta per lo più di piccola e media industria, di artigianato di alto livello, di settori il cui fattore di successo è la moda, il design, l’ingegno.

Come possiamo allora immaginare il futuro del nostro paese? E quali visioni strategiche possono perseguire comunità in declino che si pongano l’obiettivo di sviluppare lavoro, reddito e ricchezza?

 

Quanto al primo punto, esaurite o quasi le ambizioni industriali, dovremo concentrarci in quei settori per i quali disponiamo di risorse esclusive e competenze distintive, ovvero il turismo e l’agricoltura.

 

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Da un lato il nostro patrimonio culturale e artistico, le ricchezze naturali e l’eredità di una grande tradizione storica. Dall’altro le eccellenze dei materiali e il livello ampiamente riconosciuto della nostra enogastronomia. Questi sono i pilastri del futuro economico del nostro paese, insieme a tutto quello che valorizza il gusto estetico, l’ingegno, la creatività.

Dall’hardware delle macchine al software della bellezza. Come un cerchio ideale che, dopo aver abbandonato il settore primario (che comprende soprattutto l’agricoltura e l’industria estrattiva) per tuffarsi nel secondario (l’attività di trasformazione, cioè il settore manifatturiero), torna alle radici, ovvero alla terra e soprattutto all’uomo.

Il periodo industriale ha visto prevalere macchine, ciminiere, impianti, con la nascita di aree industriali, di città o quartieri dormitorio per la mano d’opera, di emigrazione verso i centri urbani dove sorgevano le fabbriche. Quello post-industriale dovrebbe invece favorire il percorso inverso: verso i piccoli centri e le città d’arte, verso le località di attrazione turistica per risorse naturali o culturali, verso i terreni più fertili e produttivi.

E soprattutto, la grande enfasi sull’uomo, sulla sua creatività, il suo genio, il suo gusto estetico per i quali la tecnologia può rappresentare un prezioso alleato e non un pericolo.

Magari dovremo convivere con margini di redditività più contenuti, ma certamente la qualità della vita dovrebbe migliorare. Naturalmente la disponibilità di risorse e materie prime, grazie alle risorse naturali che ci ritroviamo o al genio dei nostri antenati, non garantiscono da sole l’attivazione di flussi di reddito soddisfacenti.

Sarà sempre più necessario professionalizzare l’approccio al turismo, in modo da massimizzarne il valore aggiunto e non solo aspettare che i turisti vengano da soli.

Allo stesso modo, dovremo essere capaci di migliorare la produttività dell’agricoltura e valorizzare l’industria di trasformazione alimentare e conserviera,  l’offerta di eccellenza eno-gastronomica e tutto quello che ruota intorno al cibo e al vino.

 

Anche in questi settori “leggeri” sarà necessario contrastare la concorrenza e non sottovalutare la competizione di soggetti nuovi sul mercato. E’ vero che chi vorrà vedere dal vivo la Cappella degli Scrovegni dovrà per forza andare sempre a Padova, ma – ad esempio – l’offerta di turismo balneare della Versilia o della Sardegna non può essere più indifferente alla Croazia, alle Baleari oppure all’Egitto, che potranno compensare la minor tradizione e bellezza con prezzi più bassi.

 

Lo stesso, a maggior ragione, per quanto riguarda il turismo culturale: ormai eventi espositivi particolari riescono a muovere enormi quantità di persone e di denaro. E oltre tutto si tratta di un turismo di qualità e con alta capacità di spesa.

Le stesse considerazioni più o meno possono essere fatte per cercare di capire come città anche piccole che hanno avuto un passato importante nell’industria o nel terziario (il settore dei servizi, ad esempio nell’ambito del commercio o la finanza) possano riconvertirsi e intraprendere nuovi modelli di sviluppo.

Nel prossimo articolo vedremo esempi di successo, fra i quali i più evidenti sono Bilbao e Cambridge, che possono essere benchmark per centri italiani di analoghe dimensioni.