L’ A B C dell’economia

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Se nel corso di una cena fra amici uno dei commensali chiedesse qual è la disciplina o la materia che più influisce sulla vita delle persone, sulla qualità delle loro esistenze, sulla loro felicità o infelicità, le risposte che otterrebbe sarebbero probabilmente le più disparate.

Le più “gettonate” sarebbero di sicuro la medicina, ma anche la ricerca chimica e biomedica: senza di loro non sarebbe possibile curare gli ammalati, debellare le malattie, migliorare le condizioni di salute della gente.

Qualcuno potrebbe però rispondere che senza risorse economiche pubbliche sufficienti la medicina sarebbe solo privata e quindi riservata a pochi eletti, mentre la ricerca scientifica resterebbe confinata nei laboratori delle multinazionali farmaceutiche e finalizzata esclusivamente al profitto. Certamente un altro commensale proporrebbe invece l’ingegneria o la meccanica, in grado di costruire strade, case, città, fabbriche, alta tecnologia.

Ma anche in questo caso determinante sarebbe la dinamica degli investimenti, legata ai cicli produttivi e quindi alle funzioni di domanda, di consumo, ai tassi di interesse e così via.

Inevitabile che qualcuno metta sul tavolo il “peso” della cultura: senza valori morali e ideali, senza le basi e le radici che solo una solida conoscenza e la formazione possono fornire, non si va da nessuna parte. Sarebbe però naturale controbattere che si comincia a pensare alla cultura solo quando i bisogni primari sono stati soddisfatti, quando la sopravvivenza è assicurata.

Potrebbe sembrare un’impostazione materialista e forse lo è. Ma l’economia è oggettivamente alla base della nostra vita, ne condiziona pesantemente – in senso positivo o negativo – molte delle sue fasi ed ha un rilievo tale che non è possibile prescindere da essa.

A parte l’eterno dilemma se i soldi possono dare la felicità o meno – meandro nel quale è bene non addentrarci – è chiaro che scopo, se non principale, quanto meno sicuramente molto importante dell’impegno nel lavoro, degli sforzi per la carriera e per il successo è senza dubbio il denaro.

Non solo, ma la possibilità stessa di svolgere proficuamente ogni tipo di lavoro è connessa a fattori economici. E inoltre: una volta ottenute le risorse finanziarie e soddisfatti i bisogni immediati di consumo, si pone il problema di come investire, proteggere e far crescere il patrimonio.

Per non parlare di chi le risorse deve invece reperirle per fare un investimento, per finanziare un’iniziativa o un’azienda o semplicemente per sopravvivere.

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Lavorare tutta una vita per poi vedere polverizzati i risparmi da un investimento sbagliato oppure finanziare un investimento aziendale in modo non corretto ed esporre l’impresa a oneri prolungati ed evitabili, oppure lasciare il denaro (i talenti della parabola evangelica) improduttivo: tutto questo, e altro ancora, è il risultato della carenza di educazione finanziaria.

O meglio, dell’enorme divario (o gap, come direbbero quelli bravi) fra complessità degli strumenti finanziari e conoscenze specifiche di chi quegli strumenti deve utilizzare. Come se pensassimo di guidare una Ferrari senza aver mai preso in mano neanche una Cinquecento, o se volessimo andare per mare in barca a vela sapendo a mala pena nuotare.

In questo blog, e con i diversi canali a disposizione, abbiamo spesso fornito elementi di base che consentissero anche al risparmiatore inesperto di orientarsi in questa giungla, ma ci siamo quasi sempre limitati al solo aspetto finanziario.

Una vera conoscenza deve invece affondare le radici nell’economia reale, nella dinamica delle funzioni di produzione, consumo, risparmio, investimento, che sono poi quelle che influiscono sulla vita reale di tutti i giorni.

Come si muove il mercato? Come si formano i prezzi? Perché si crea inflazione? Quali sono le forze che guidano il mercato del lavoro? Cosa influisce sul commercio? Che ruolo ha lo Stato? Perché pagare le tasse e quanto sarebbe giusto pagarne? Sono solo alcuni degli interrogativi che stanno alla base della scienza economica e coi quali ci dobbiamo confrontare continuamente, anche se non ce ne rendiamo conto.

Da qui l’idea di partire dall’A B C dell’economia, di costruire un percorso che cerchi di fornire non solo le nozioni, ma soprattutto i ragionamenti che ne stanno alla base, per una consapevole comprensione dell’homo oeconomicus: di colui che, con i suoi comportamenti, determina il campo di gioco, la cornice in cui si svolgono i fatti e gli eventi della vita.

L’idea è di sviluppare questo progetto a settimane alterne con gli articoli del blog, in modo tale che anche i lettori più esperti continuino a trovare interesse in argomenti a un livello più complesso. Se poi, come speriamo, il discorso avrà un senso compiuto e unitario, questo potrebbe fornire la base per un’autonoma pubblicazione monografica.

Questo è il mio regalo di Natale per i lettori del blog: vorrei che fosse parte di un dialogo in cui anche il lettore possa fornire via via le indicazioni per farci comprendere se ci stiamo muovendo sulla strada giusta o no, se i concetti e il linguaggio sono abbastanza chiari o se è il caso di tornarci sopra.

Inizieremo la serie il primo giorno del 2018 parlando delle differenze fra economia e finanza, fra circuito reale e circuito monetario, fra beni e servizi – da una parte – e denaro dall’altra.

Nel frattempo, buon Natale a tutti i lettori!

 

 

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Famolo strano: uno sguardo sugli strumenti più complessi

 

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Concludiamo questa miniserie che abbiamo chiamato “cosa c’è dietro l’angolo” con una rapida incursione nel segmento dei titoli un po’ più inusuali e complessi, per cercare ci capire se può valere la pena aumentare il rischio per ottenere un rendimento maggiore.

Pur essendo forme di impiego ampiamente trattate sui mercati specializzati e molto diffuse, si tratta pur sempre di titoli non adatti a chi non abbia un minimo di conoscenze tecniche e non sia in grado di comprenderne l’effettivo livello di rischiosità.

 

In effetti, come avrebbe detto il protagonista del film di Carlo Verdone: “famolo strano”…

 

Per quanto riguarda gli investimenti in valuta, i lettori di questo blog dovrebbero aver acquisito elementi sufficienti per valutare l’opportunità di tenere impiegata in valuta estera una parte del proprio patrimonio finanziario, tendenzialmente compresa fra un quinto e un sesto.

Stiamo parlando in via principale di titoli obbligazionari, ma anche – per gli investitori più smaliziati – di qualche sporadica incursione nel mondo delle opzioni su valute.

Le obbligazioni in valuta corrispondono infatti tassi di interessi che, per le rispettive valute, sono in genere diversi da quelli in Euro. Ad esempio, un titolo di Stato USA a 10 anni rende oggi intorno al 2,35% mentre un titolo di Stato tedesco di pari scadenza rende lo 0,37%: quasi due punti percentuali di differenza che, su tassi così contenuti, sono davvero tanti.

Naturalmente il titolo in valuta darà luogo a cedole e rimborsi di capitale nella stessa valuta in cui è denominato, per cui se al momento di incassare tali flussi si volesse convertire il ricavo in Euro, il risultato dell’operazione sarà dato, oltre che dal rendimento del titolo, anche dalla differenza fra il cambio all’inizio e alla fine.

Se in questo periodo la valuta in cui abbiamo investito si apprezza rispetto all’Euro, avremo fatto un guadagno ulteriore rispetto alla cedola; se invece si deprezza, il rendimento ne sarà ridotto, fino a configurare una perdita.

Se ad esempio confrontiamo in un anno l’investimento di 10.000 Euro in Bund tedeschi a 10 anni con l’investimento in Treasury Bond americani, supponendo che i tassi di interesse nel periodo non cambino, avremo:

Euro: investiamo 10.000 € oggi e ricaviamo 10.037 Euro a scadenza

Dollari: investiamo (al cambio Euro/Dollaro odierno di 1,18)11.800 $ oggi e ricaviamo 12.077 $ a scadenza.

Se ipotizziamo che il cambio Eur/Usd resti quello odierno, avremo dunque fra un anno € 10.235, cifra ben superiore a quella realizzata investendo in Bund.

Se il dollaro a scadenza fosse invece diminuito a 1,20, i due investimenti sarebbero equivalenti.

Se infine il dollaro diminuisse attestandosi a 1,22, a scadenza avremmo 9.899 Euro e quindi saremmo penalizzati, subendo addirittura una perdita rispetto al capitale iniziale investito. Se invece il cambio dopo un anno vedesse il dollaro rafforzato a 1,16, il nostro capitale diventerebbe 10.411 € ed avremmo fatto dunque un buon affare.

Da questo si capisce come, investendo in valute che hanno tassi superiori all’Euro, possiamo guadagnare se tale valuta cresce o, al massimo, si riduce fino a compensare il differenziale dei tassi: nel nostro caso da 1,18 a 1,20.

Affinché l’investimento in titoli in valuta estera sia redditizio, dovremmo quindi cercare valute che hanno tassi superiori all’Euro ma che soprattutto riteniamo non si possano deprezzare.

Oggi queste condizioni sono presenti, a parte che in relazione al dollaro su cui torneremo fra un attimo, in alcune divise minori dei paesi emergenti quali Brasile, Messico e Sudafrica. In Europa può valere la pena guardare con attenzione sterlina inglese, corona svedese e slotzy polacco anche se i tassi non sono molto diversi da quelli in Euro.

 

Gli analisti per i prossimi mesi si aspettano che il dollaro resti nell’intervallo 1,15-1,20 senza grandi scossoni. Le aspettative di apprezzamento del biglietto verde si sono infrante sugli errori e le indecisioni dell’amministrazione Trump, mentre l’attesa riforma fiscale del sistema americano, sulle quali i rialzisti riponevano grandi aspettative, è andata in gran parte delusa.

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Investire nelle altre valute citate è oggettivamente piuttosto rischioso, sia perché in genere sono molto volatili ed espongono a rischi di notevoli oscillazioni dei cambi, sia perché devono essere trovati emittenti affidabili, in situazioni in cui talvolta anche gli stessi stati sovrani lo sono poco.

Se poi qualcuno dei più esperti volesse cimentarsi in operazioni più ardite, potrebbero essere tentate – cercando però di ridurre al massimo l’impiego di capitale e quindi utilizzando la leva del debito – le opzioni su cambi. Si tratta di un’operatività molto particolare, sulla quale non ci dilunghiamo. Diciamo solo che se dovessimo scommettere oggi, punteremmo qualche fiche sull’apprezzamento della sterlina inglese, delle valute europee sopra ricordate e sul deprezzamento del franco svizzero.

 

Esistono poi strumenti di investimento “alternativi”, anche in questo caso di un certo livello di complessità e rischio. Potrebbe però valere la pena di prenderli in considerazione, anche se per frazioni limitate del proprio portafoglio, perché potrebbero dare un buon contributo alla redditività in tempi di tassi molto magri.

Si tratta delle cosiddette commodities, ovvero le materie prime per le quali esistono mercati regolamentati. Fra tutte le materie scambiate, quelle sulle quali può essere interessante fare una riflessione sono il petrolio e l’oro.

I prossimi mesi, per tutto quello che abbiamo detto anche in questa miniserie, dovrebbero vedere un certo aumento del prezzo del petrolio, che è tornato a crescere dopo un periodo di flessione durante il quale sono state praticamente esaurite le scorte in precedenza accumulate.

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Viceversa, se la situazione dei mercati continua ad essere positiva e il dollaro non si indebolisce, è ragionevole attendersi una certa debolezza nel prezzo dell’oro.

In questa logica, l’investitore più dinamico potrebbe quindi acquistare opzioni call sul petrolio oppure, più semplicemente, titoli il cui valore aumenta al crescere del prezzo, come gli energetici. Parimenti, si potrebbero comprare opzioni put sull’oro oppure attivare una qualunque operazione che possa realizzare lo stesso risultato.

Si tratta tuttavia di operazioni di una certa complessità che richiedono un buon livello di conoscenza della materia e che, dunque, non sono consigliabili agli investitori meno specializzati.

 

Tassi e debito: i mercati obbligazionari nell’anno che verrà

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Se la settimana passata abbiamo affrontato il tema delle previsioni del nuovo anno per il mercato azionario, proseguiamo ora questa breve rassegna ad uso dell’investitore accorto e razionale parlando delle obbligazioni.

Questi titoli, che tradizionalmente rappresentano la parte prevalente di ogni portafoglio, quest’anno non hanno dato tuttavia grandi soddisfazioni. I rendimenti continuano a mantenersi molto bassi, nonostante le aspettative di rialzo dei tassi da questa e dall’altra parte dell’Oceano.

L’enorme liquidità presente nel sistema è stata solo marginalmente scalfita da politiche monetarie delle banche centrali che, a dispetto delle dichiarazioni di intenti, si mantengono espansive. La Banca Centrale Europea, in particolare, sembra che non proceda ad aumenti di tassi neanche nel 2018, mentre la Federal Reserve statunitense dovrebbe approvare un aumento frazionale in dicembre e poi altri nei mesi successivi, ma comunque molto più timidamente di quanto pareva qualche mese fa, prima del cambio al vertice.

 

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Se i tassi non salgono e anche l’inflazione si mantiene debole, non si vede perché il risparmiatore dovrebbe accanirsi a sottoscrivere titoli che rendono poco e incorporano comunque, specie i titoli corporate, un rischio di credito. Rischio per rischio, tanto vale allora prendersi le azioni…

I bond governativi poi (BTP, Treasury Bond del governo USA, Bonos spagnoli, per non parlare dei Bund della Merkel) hanno rendimenti talmente risicati che solo per scadenze pluriennali raggiungono qualche punto percentuale. Addirittura per scadenze inferiori all’anno i rendimenti sono negativi, ovvero è necessario riconoscere interessi all’emittente anziché incassarli.

Se vogliamo avere un minimo di soddisfazione, dobbiamo rivolgerci ai cosiddetti high yield (titoli ad alto rendimento, ma più rischiosi in quanto emessi da soggetti con rating basso) e, in particolare, a quelli perpetui o comunque a scadenza molto lontana. In ogni caso, in vista dei fantomatici aumenti dei tassi, meglio il tasso variabile di quello fisso.

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E tutto questo per portare a casa magari il 6 o 7%, sperando che gli emittenti non falliscano o i tassi non aumentino troppo. Questo è il motivo per cui i mercati azionari stanno raccogliendo il successo di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente.

Va tenuto presente che c’è una correlazione inversa fra tassi di interesse e prezzi dei titoli: quando i tassi aumentano, i prezzi di mercato delle obbligazioni diminuiscono e chi le ha in portafoglio – se vuole venderle prima della scadenza – subisce una perdita di capitale concettualmente analoga alla penalizzazione di tenere investiti i propri soldi ad un tasso divenuto più basso di quelli correnti.

La prospettiva che i tassi aumentino, anche se poi questo non succede, tiene quindi lontani gli investitori dai mercati obbligazionari. Se ci si aspetta che i prezzi diminuiscano, meglio rinviare l’investimento e comprare a prezzi più bassi.

 

Ciò non significa ovviamente che dobbiamo uscire dal mercato obbligazionario, sia perché le previsioni sono appunto previsioni e non certezze e quindi potrebbero non rivelarsi azzeccate, sia soprattutto perché è bene tenere un profilo equilibrato e una asset allocation strategica orientata al medio periodo.

Come abbiamo più volte ripetuto, le scelte strategiche di portafoglio devono essere in funzione della propria situazione patrimoniale e reddituale, degli obiettivi e della propensione al rischio e sicuramente dei macro trends dell’economia. Gli scostamenti contingenti devono invece essere alla base dell’asset allocation tattica: quindi se abbiamo una minusvalenza teorica su un determinato titolo ma riteniamo che possa recuperare, è bene tenerlo in portafoglio.

C’è inoltre un altro fattore che a nostro avviso è destinato ad acquisire sempre più importanza: la volatilità. Questi ultimi anni hanno visto livelli di volatilità insolitamente contenuti, ma non è detto che la cuccagna duri all’infinito.

Se i mercati dovessero tornare ad una instabilità strutturale, l’investimento premiante sarebbe quello in titoli flessibili e in primo luogo in quei fondi di investimento che lavorano e guadagnano appunto sulla volatilità. Fino ad ora hanno avuto rendimenti molto bassi, ma è plausibile attendersi che presto possa tornare anche il loro momento di gloria.

Se così è, una buona scelta potrebbe essere quella di indirizzare parte delle proprie risorse su questo tipo di asset, approfittando degli attuali prezzi bassi.

Quello che abbiamo detto sulle obbligazioni vale, ovviamente, solo per i titoli in Euro: degli investimenti in valuta, come pure in altri strumenti, parleremo nel prossimo articolo. Come vedremo infatti, nel caso della valuta la principale componente di reddito, oltre che il maggior tasso offerto rispetto a quello in Euro, sta proprio nella prospettiva di un apprezzamento della valuta medesima.

 

Riepilogando: l’investimento obbligazionario in Euro, anche se in questo momento meno redditizio rispetto a quello in azioni, può essere consigliabile a tasso variabile e con una quota riservata agli high-yield, ovvero titoli a tasso più elevato anche se più rischioso e alle scadenze più protratte. Da valutare sicuramente l’ingresso in un fondo obbligazionario flessibile per trarre vantaggio dall’eventuale aumento di volatilità dei mercati.

 

 

 

 

Cosa c’è dietro l’angolo?

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Nella fortunata trasmissione televisiva di metà anni ’70 “Bontà loro”, il conduttore Maurizio Costanzo coniò una domanda che ebbe molto successo: cosa c’è dietro l’angolo?

 

Rivolgeva questa domanda a tutti gli ospiti che si presentavano al suo cospetto, in quella che è stata riconosciuta come l’antesignana di un genere diventato in seguito molto popolare, il talk show. Ognuno cercava di dare risposte che fossero originali, simpatiche, non banali. Così – nel nostro piccolo – cercheremo di fare in questo articolo, ovviamente con riferimento ai temi di cui ci occupiamo, ovvero gli investimenti finanziari.

Quando un anno volge al termine, esercizio diffuso è quello di fare un bilancio e di formulare delle previsioni. Nel nostro caso le previsioni servono a prefigurare gli scenari più probabili per poter effettuare scelte di portafoglio razionali e, possibilmente, redditizie.

Con l’occasione, forniamo ai lettori anche qualche piccola indicazione per aggiornare l’asset allocation sulla base degli scenari macroeconomici prevedibili. Iniziamo dunque con il comparto azionario, per poi vedere nei prossimi articoli cosa ci aspetta invece per le obbligazioni, le valute, le commodities, ovvero le materie prime sia agricole che estrattive scambiate sui mercati.

Il bilancio di questo 2017 è ovviamente diverso da persona a persona, a seconda delle “scommesse” fatte nel corso dell’anno.

 

Chi ha puntato sui mercati azionari, ivi inclusa Piazza Affari, potrà brindare contento. Chi ha investito sui titoli star del mostro mercato, le aziende a media capitalizzazione e ad alto tasso di innovazione, può tranquillamente stappare qualche bottiglia pregiata, grazie soprattutto al successo dei PIR, i Piani Individuali di Risparmio.

 

Del mercato star di Borsa Italiana e dei PIR abbiamo parlato diffusamente in precedenza. Eravamo stati facili profeti nel prevedere la continuazione ed il consolidamento della crescita del mercato star. La sua performance è stata in effetti impressionante, nonostante il rimbalzo degli ultimi due mesi. L’indice FTSE Italia star, che raggruppa i titoli più rilevanti del settore, ha infatti mostrato il seguente andamento:

 

Performance a 1 anno: + 48,26%

Performance da inizio anno: + 36,25%

Performance a 6 mesi: + 4,96%

Performance a 3 mesi: + 6,00%

Performance a 1 mese: – 2,60%

 

 

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Per quanto riguarda i PIR, il cui principale sbocco di investimento è proprio il mercato star, basti dire che a fronte di una previsione iniziale di raccolta complessiva nei 5 anni di 16-18 miliardi di Euro, in settembre eravamo già a 7,5 e, per il solo anno in corso, si stima di raccoglierne oltre 10. La nuova previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze per i 5 anni si attesta ora nell’ordine di 50-70 miliardi.

Un successo ogni oltre previsione, che assicurerà un flusso di investimenti consistente e in crescita sul mercato star, e in generale verso le piccole e medie imprese nazionali. Solo questo basterebbe ad aspettarsi – nonostante i possibili cicli negativi dell’economia e dei mercati – quotazioni in aumento sui titoli del listino.

I titoli del segmento star del mercato italiano sono ancora pochi e sottili (bassa capitalizzazione e flottante[1] limitato), ma si dovrebbe assistere a un notevole incremento delle quotazioni: si parla di 30/40 aziende che sarebbero già pronte per entrare nel listino.

Nonostante i prezzi abbiano raggiunto livelli molto elevati, con rapporti P/E[2] oltre ogni ragionevole limite, il flusso di nuove risorse in cerca di impiego garantirà una buona tenuta del mercato.

Una prima indicazione di investimento, anche per coloro che non hanno beneficiato della “vendemmia” dell’ultimo anno, è quindi di riservare ancora molta attenzione a questo mercato, sia in via diretta che nell’incrementare le quote di PIR detenuti. Almeno per il prossimo anno, sarà quindi certamente conveniente sfruttare al massimo questa finestra.

Va però ricordato che il PIR è un impiego a lungo termine, poiché è prevista l’impossibilità di liquidarlo per 5 anni, e che si tratta pur sempre di investimenti azionari, e quindi a rischio. Inoltre, come si è detto, siamo ormai arrivati a prezzi molto alti rispetto all’andamento e alle prospettive delle aziende.

E’ vero che il prezzo vero è sempre quello che si forma dall’incontro di domanda e offerta, ma dobbiamo anche tenere presente che ogni volta che ci allontaniamo dai fondamentali dell’economia reale, e che le quotazioni non riflettono più le prospettive di reddito dell’azienda, il rischio di trovarsi in una bolla finanziaria comincia a prendere corpo.

Il sistema europeo ha ancora abbondanza di liquidità, favorita dalla politica monetaria espansiva che permarrà almeno per tutto il 2018 e, in condizioni di tassi di interesse bassi e di inflazione sotto al minimo, è normale che tale liquidità venga indirizzata sulle azioni.

Il suggerimento, quindi, è di affidarsi a gestori professionisti (ormai quasi tutti in Italia hanno aperto linee di investimento PIR compliant) guardando anche i risultati pregressi, quello che in gergo si chiama track-record, nel comparto azionario Italia piccole-medie imprese.

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Per chi invece vuole divertirsi a fare investimenti diretti, il cosiddetto cherry picking[3], il consiglio è di scegliere azioni che abbiano un rapporto P/E almeno non superiore a 30, fatturato in crescita e, una volta individuato il target, di effettuare l’acquisto nei momenti di flessione delle quotazioni.

Il mercato star è infatti molto volatile, avendo titoli sottili con volumi di scambi limitati, e vedere oscillazioni del 4/5% in più o in meno in una singola giornata non è affatto inusuale.

A parte il mercato star, quello che ci ha dato le maggiori soddisfazioni, anche gli altri comparti azionari dovrebbero mantenere una buona intonazione almeno per i prossimi 3-6 mesi.

Se dovessimo puntare al tavolo verde, preferiremmo posizionare le nostre fiches sull’Europa, mentre gli Stati Uniti dovrebbero comunque consolidare le buone posizioni già raggiunte, dato che la riforma fiscale ed i suoi benefici effetti si stanno facendo attendere e sembra che alla fine tali effetti siano meno marcati di quanto si sperava.

Potrebbe valere la pena tentare qualche incursione sulle azioni giapponesi e su qualche paese emergente che ultimamente ha rallentato un po’ la corsa.

Per quanto riguarda i settori produttivi, ci aspettiamo grandi cose dall’immobiliare, dall’energetico, dal farmaceutico e dalle telecomunicazioni, queste ultime fortemente penalizzate nei mesi scorsi.

Il primo tema di investimento per il 2018 è dunque secondo noi l’azionario, a patto di non lasciarsi spaventare da qualche arretramento come quello delle ultime settimane, sempre possibile quando si vola a quote alte ed a multipli talvolta esagerati.

 

 


[1] Con riferimento a un titolo azionario quotato, il flottante è la quantità di titoli effettivamente scambiabili, ovvero esclusi quelli detenuti da azionisti stabili che non intendono vendere.

[2] L’indice P/E (rapporto fra prezzo e utile per azione di un titolo quotato)  misura in quanti anni il profitto generato dalla società ripaga il prezzo. Quando l’indice è alto (in genere superiore a 20/25), il titolo è caro in termini di utile, perché occorrono molti anni per ripagare il suo prezzo; quando è basso significa invece che il mercato non riconosce nel prezzo il valore della redditività aziendale. Ciò può dipendere dall’aspettativa di una riduzione futura degli utili oppure da una sottovalutazione del titolo rispetto al suo valore teorico.

[3] Letteralmente “raccolta di ciliegie”, ovvero scelta dei singoli titoli su cui investire.