Azioni: lascia o raddoppia?

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Non più tardi di tre o quattro anni fa, se qualcuno ci avesse detto che avremmo acquistato un titolo azionario con rapporto P/E (prezzo/utili)[1] sopra a 25, in un settore non brillantissimo e in trend rialzista da 6 mesi e con apprezzamento a doppia cifra nell’ultimo anno, due sarebbero state verosimilmente le reazioni: o siamo impazziti noi o è impazzito chi ce lo ha detto.

Eppure è proprio quello che è successo. Per policy di questo blog non facciamo nomi di singoli titoli, ma credeteci sulla parola. E il bello è che abbiamo rivenduto lo stesso titolo dopo due giorni portando a casa oltre il 5% di capital gain. Ancora più bello è che quel titolo non è stato l’unico, ma si trova in buona compagnia di ottime performance, in quasi tutti i settori ad eccezione di quello delle comunicazioni da rete fissa, che – c’è da scommetterci – prima o poi si uniranno anche loro alla vendemmia.

Sono almeno sei/sette mesi che gli analisti e gli strategist più prudenti mettono in guardia da brutte sorprese, che possono andare da brevi ma intensi ritracciamenti[2] per prese di beneficio a vere e proprie previsioni catastrofiche di bolle finanziarie e tsunami sul mercato azionario.

Ad onor del vero bisogna riconoscere che gli elementi per attendersi un crollo dei prezzi c’erano (e ci sono) tutti: periodo di crescita prolungato, multipli molto alti e sempre sopra le medie, liquidità di cui si attende una consistente riduzione per effetto delle dichiarazioni dei banchieri centrali.

Tuttavia, come un  cavallo impazzito, il mercato continuava (e continua) a correre. Uscirne o ridurre le esposizioni, come molti hanno fatto ascoltando gli analisti prudenti di cui sopra, ha significato rinunciare a ghiotte plusvalenze. Noi stessi, da questo blog, avevamo segnalato che anche in termini di cicli economici e parametri di riferimento, in primo luogo l’S&P500[3], tutto sembrava preludere a una nuova flessione dei mercati.

Il problema che si pone ora, come da qualche mese a questa parte, è quindi: che fare? Come avrebbe detto il compianto e l’indimenticato Mike Bongiorno: lascia o raddoppia?

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Cerchiamo di mantenere la calma ed essere razionali. In primo luogo dobbiamo osservare che per l’investitore azionario è comunque un bel dilemma, nel senso che è sempre bello ragionare “a pancia piena”, averne di questi problemi … .In fin dei conti il punto è: accontentarsi di quanto guadagnato fino ad ora, incassare e tenersi liquidi, oppure mantenere l’investimento e magari aumentare anche l’esposizione, seppure in modo mirato ed equilibrato?

Se avessimo la sfera di cristallo sarebbe molto facile; non avendola possiamo solo elencare – come dicono quelli bravi che parlano inglese – pros e cons, ovvero punto di forza e di debolezza; dar loro un peso (che dipende dalla nostra propensione e dalla situazione specifica di ciascuno, come abbiamo detto più volte parlando di asset allocation) e vedere da che parte pende la bilancia.

Fra gli elementi a favore dell’opzione stay, i più rilevanti a nostro avviso sono: i flussi sostenuti e crescenti di raccolta di risparmio da parte dei fondi azionari, in particolare quelli dedicati alle piccole e medie imprese nazionali, ad elevata tecnologia e modesta capitalizzazione; e la liquidità in circolazione che nonostante gli annunci si mantiene abbondante.

In realtà le autorità monetarie non mancano di annunciare aumenti dei tassi, ma alle dichiarazioni non corrispondono ancora azioni coerenti. Alzare i tassi rischia di frenare la crescita e nessuno vuole essere additato come il colpevole di un‘eventuale recessione. Tanto più in tempo di fine mandato e di rinnovo delle cariche di Governatore (in USA avvenuta da poco, a Francoforte non molto lontana).

Inoltre c’è il livello dei tassi, ancora molto basso e negativo sulle scadenze brevi, che scoraggia opzioni di investimento alternative e le obbligazioni sono decisamente care.

Stiamo poi avvicinandoci allegramente alla stagione dei dividendi che, a sentire le previsioni sugli utili aziendali, dovrebbero essere ottimi e abbondanti, come si diceva un tempo della mensa truppa. Molte blue chips hanno annunciato utili importanti e dividendi in crescita, operazioni di buy back[4] e aumento di fatturati.

Infine è da tempo che non si verificano default aziendali di grandi realtà, dopo la selezione avvenuta con la grande crisi del 2007/2008. Come pure scandali eclatanti sul versante finanziario, che hanno sempre l’effetto di allontanare gli investitori dal mercato.

Fino a qui le notizie buone, ma come dicevamo all’inizio ci sono anche molti elementi negativi che non devono essere trascurati

Partiamo dal livello dei multipli, e in particolare dei rapporti P/E che hanno raggiunto un po’ in tutti i settori vette inesplorate. Abbiamo sempre sostenuto che un corretto multiplo P/E dovrebbe attestarsi tra 10 e 20. Oggi i multipli sopra a 20 sono la regola, e non è raro – specie fra le medie società – trovarne a 30,35 e anche oltre.

Dobbiamo essere consapevoli che questi livelli non possono reggere a lungo. Il punto è: fino a quando?

Anche i tassi di crescita che vediamo soprattutto nel segmento star del mercato italiano sono molto sostenuti e certamente riflettono più la domanda che continua a esserci che non la prospettiva di reddito delle aziende, molte delle quali sono nuove e ancora in pareggio se non in perdita.

Come si vede, luci ed ombre. In questi casi non è possibile dare consigli razionali. Certamente, per chi vorrà restare nell’agone, sarà necessario monitorare con attenzione e con una certa frequenza, riducendo al 5% il limite di guadagno per uscire dall’investimento. Ciò obbligherà a valutare di nuovo il titolo se decidessimo di rientrare e a usare prudenza. Fa guadagnare un po’ di più gli intermediari ma alla fine è una buona polizza assicurativa.

 


[1][1] Il rapporto fra prezzo e utili (P/E) è uno degli indicatori più importanti per valutare l’andamento di un titolo azionario. Esprime il numero di anni necessari affinché gli utili effettivi o previsti (a seconda che si prendano in esame quelli dell’anno in corso o del successivo) ripaghino il prezzo pagato per il suo acquisto

[2] Per ritracciamento si intende una temporanea flessione del prezzo di un’azione che avviene dopo un periodo di crescita prolungato o, più spesso, consistente, causato dalle prese di beneficio di chi ha guadagnato. Normalmente l’inversione di tendenza è breve e viene riassorbita velocemente se il trend è rialzista

[3] L’indice S&P500 sintetizza l’andamento dei prezzi delle azioni delle 500 maggiori società statunitensi quotate

[4] L’operazione di buy back consiste nel riacquisto di azione proprie da parte di una società quotata. Questo comporta la riduzione delle azioni effettive in circolazione con conseguente aumento – a parità di reddito – degli utili per azione e quindi, in prospettiva, della quotazione. Inoltre l’acquisto fa aumentare la domanda e quindi, direttamente, le stesse quotazioni.

L’ABC dell’economia: consumo e consumismo

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Per chi non ha studiato o praticato l’economia, il concetto di “consumo” ha spesso una connotazione negativa. Da un punto di vista strettamente etimologico, infatti, la parola richiama l’idea di qualcosa che viene distrutto, di risorse che vengono usate e diventano non più disponibili, di materiali che si esauriscono con l’uso.

A differenza del risparmio che, come abbiamo visto nel precedente articolo, equivale all’investimento e consente di costruire o incrementare patrimonio e ricchezza, il consumo ha una connotazione insieme edonistica e distruttiva: soddisfa in via immediata un bisogno ma sottrae contemporaneamente risorse all’investimento ed alla formazione del capitale.

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La vecchia favola della cicala e della formica insomma. Quando arriva l’inverno la cicala è destinata a soffrire – quasi una nemesi per lo sperpero estivo e il godimento sfrenato – mentre la formica vive il suo momento di gloria, potendo contare sulle riserve accumulate.

Il consumo alimenta i vizi, mentre il risparmio è indizio di virtù; il consumo distrugge, il risparmio costruisce; il consumo si esaurisce nell’hic et nunc, nel momento, il risparmio è proiettato al futuro.

Ancora peggio: dal consumo al consumismo è un attimo. Dall’impiego di risorse per la legittima soddisfazione dei bisogni al piacere, quasi all’ossessione compulsiva di comprare, il passo è breve.

Il consumismo è quasi la malattia infantile del capitalismo; la frenesia di possedere l’ultimo modello di dispositivo tecnologico o l’abito griffato all’ultimo grido è considerata – e oggettivamente non del tutto a torto – la manifestazione estrema del materialismo, a sua volta elemento distintivo delle civiltà occidentali.

Tutto male allora? Non proprio.

Come sa bene ogni bravo studente del primo anno di economia, il consumo è il primo motore del sistema. La domanda per beni di consumo spinge la produzione di quei beni ed alimenta l’offerta delle aziende che li producono. Queste, per soddisfare le maggiori richieste della clientela, dovranno assumere personale e gli stipendi pagati andranno ad alimentare altra domanda.

Non solo: quelle stesse imprese dovranno aumentare la quantità di materie prime utilizzate e generare altra domanda; prima o poi dovranno mettere mano agli investimenti e, anche per questa via, stimolare la domanda.

La decisione di consumare – più precisamente di spendere per acquistare beni di consumo o servizi – fa partire un circolo virtuoso di crescita che spinge la produzione di beni di consumo, di beni di investimento, l’occupazione e, di nuovo, la possibilità di consumare ancora di più.

 

E’ il meccanismo che i keynesiani (i seguaci del noto economista britannico del secolo scorso John Maynard Keynes, l’inventore della macroeconomia) hanno chiamato “moltiplicatore del reddito”, molto più semplice di quanto sembri.

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Per spiegare come questo sia stato il rimedio che ha consentito al mondo occidentale di superare la terribile crisi del 1929, occorre però fare un passo avanti sulla definizione di reddito.

Fino ad ora abbiamo considerato il reddito come semplice somma della domanda di beni e servizi di consumo e di quella per investimenti, come se il sistema fosse del tutto privato e senza scambi con l’estero. In realtà ci sono altre due componenti del reddito molto importanti: la spesa pubblica e le esportazioni o meglio la differenza fra esportazioni e importazioni.

Anche la Pubblica Amministrazione e l’estero sono due canali importanti di formazione del reddito, rispettivamente attraverso la spesa pubblica e gli acquisti effettuati da parte di residenti all’estero di beni e servizi prodotti all’interno del paese, questi ultimi ovviamente al netto delle risorse consegnate ai produttori stranieri per poter acquistare i loro prodotti.

L’espressione che avevamo visto nello scorso articolo:

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento)

 

Può allora essere completata nella seguente:

 

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento) + G (spesa pubblica) + X (esportazioni) – M (importazioni)

 

E’ infatti evidente che le risorse impiegate dallo Stato per pagare gli stipendi pubblici, per acquistare beni e servizi (spesa corrente) oppure per realizzare opere pubbliche e infrastrutture (investimenti pubblici) hanno l’effetto di aumentare il reddito del paese, ovvero la quantità di beni e servizi richiesti e prodotti.

Analogo effetto ha il saldo delle partite correnti, come viene definita la differenza fra esportazioni e importazioni in un determinato periodo di tempo.

Ai tempi della grande crisi, o almeno di quella che veniva così chiamata fino alla depressione epocale iniziata nel 2007 e dalla quale il nostro Paese sta uscendo solo ora e con gran difficoltà, si fece leva proprio sul meccanismo del moltiplicatore applicato alla spesa pubblica.

Il moltiplicatore consiste quindi nel fenomeno secondo il quale un dato aumento di una componente della domanda (nel nostro caso la spesa pubblica) determina un aumento più che proporzionale del reddito complessivo. Se ad esempio facciamo aumentare di dieci miliardi la spesa pubblica, il reddito complessivo aumenterà di ben oltre quei dieci miliardi. Infatti quelle risorse incrementali si trasformeranno immediatamente in stipendi per gli statali, che a loro volta col nuovo reddito andranno a fare nuovi acquisti per consumi, oppure in nuova domanda per acquisti o per opere pubbliche da parte della Pubblica Amministrazione.

A loro volta, le aziende che producono i beni oggetto della nuova domanda dovranno pagare maggiori stipendi e acquistare nuove materie prime e nuovi beni di investimento che andranno a incrementare il reddito complessivo del Paese.

Una volta avviata la macchina, il sistema complessivo si autoalimenta e siccome la via percorsa passa dai consumi, che a loro volta dipendono dal reddito, quanto maggiore è la propensione al consumo, tanto maggiore sarà l’effetto espansivo totale.

Abbiamo detto nell’articolo della scorsa settimana che la propensione al consumo è tanto maggiore quanto meno abbiente è il percettore del reddito e questo spiega il successo della manovra sulla spesa pubblica in una società divenuta povera e bisognosa quale era quella degli anni ‘30.

A tale proposito rimase celebre l’affermazione di Keynes che, ad un giornalista che gli chiedeva cosa avrebbe fatto per risanare l’economia se fosse stato al governo, rispose che avrebbe preso dei disoccupati, avrebbe fatto loro scavare delle buche e poi riempirle: in tal modo il prodotto nazionale lordo sarebbe aumentato.

L’ ABC dell’economia: consumo, risparmio, investimento

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Il reddito serve a soddisfare i bisogni: ogni singolo Euro percepito a qualunque titolo è destinato ad essere speso per le necessità immediate (consumo) oppure tenuto da parte per quelle future (risparmio), ovviamente quando non venga impiegato per rimborsare debiti fatti in precedenza. In quest’ultimo caso la soddisfazione dei bisogni è stata anticipata rispetto al momento in cui si sarebbe percepito il reddito.

A parte l’ipotesi del debito, quanto detto sopra viene normalmente rappresentato con l’espressione sintetica:

Y (reddito)= C (consumo)  +  S (risparmio)

Ovvero il reddito è la somma di consumo e risparmio. Questo vale sia per le famiglie, sia per le aziende, sia per gli Stati. Come si vede, il fondamento dell’economia è alla fine una semplice espressione aritmetica di addizione: gli economisti tutto sommato sono gente semplice…

Dal punto di vista della famiglia, il meccanismo economico è semplice: quando viene accreditato lo stipendio, oppure quando si incassano cedole o interessi su titoli, la somma può essere spesa per acquistare beni o servizi, oppure risparmiata per essere in grado di acquistare beni o servizi in futuro.

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Se spendiamo, da un punto di vista economico non facciamo altro che alimentare la domanda per beni di consumo, ovvero ci presentiamo sul mercato (fisicamente o virtualmente) richiedendo un particolare tipo di bene o di servizio.

 

Se invece risparmiamo, le nostre risorse a livello di sistema – a parte quelle che eventualmente teniamo sotto forma di banconote – vengono trasferite al settore produttivo attraverso l’intervento degli intermediari finanziari.

Gli intermediari finanziari sono soggetti che professionalmente mettono in contatto chi ha risorse eccedenti le proprie necessità immediate con chi ha invece bisogno di reperire finanziamenti per svolgere la propria attività produttiva o commerciale. In genere si tratta delle imprese che devono fare i necessari investimenti oppure coprire il fabbisogno per la gestione corrente.

Abbiamo introdotto sopra il concetto di “domanda”: si tratta di un concetto chiave in economia, sul quale si sono basate anche molte teorie che hanno fatto scuola e continuano a farla. Il mercato è il luogo, fisico o virtuale, dove domanda e offerta si incontrano; chi richiede un bene o un servizio entra in contatto con chi lo offre e dal loro incontro si forma il prezzo.

 

Tradizionalmente si ritiene che se la domanda aumenta, ovvero se di un certo bene viene richiesta una maggiore quantità, il prezzo cresce perché alcuni dei richiedenti saranno disposti a pagarlo di più. Viceversa, se la domanda diminuisce, alcuni commercianti o produttori saranno disposti a praticare prezzi più bassi pur di vendere comunque.

Questa è, in estrema semplificazione, la “legge della domanda e dell’offerta”. Mentre l’offerta è determinata essenzialmente da aspetti tecnici inerenti la produzione (capacità produttiva, efficienza degli impianti, reperimento di materie prime, ecc.), la domanda guida il mercato a seconda del reddito e delle preferenze dei consumatori.

 

Maggiore è il reddito, maggiore sarà la domanda, ovvero la spesa per beni di consumo. E’ intuitivo che chi ha redditi più alti spende di più e quindi consuma di più. Si dice però che la propensione al consumo diminuisce al crescere del reddito: un milionario che abbia un reddito aggiuntivo di 1.000 Euro probabilmente spenderà di quel reddito meno di quanto spende un pensionato (al livello del minimo sociale) che si trovi a percepire la stessa somma. Questo perché inizialmente si dovranno soddisfare i bisogni primari e solo oltre una certa soglia, e a ritmi via via crescenti, ci potremmo permettere di risparmiare.

Il consumo è quindi uno dei motori di un sistema produttivo; l’altro è tipicamente l’investimento. Infatti la domanda aggregata è divisa in domanda per beni di consumo e domanda per beni di investimento.

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Ci si rivolge al mercato per acquistare beni di consumo (siano essi necessari o voluttuari) e servizi di varia natura, ma anche per dotarsi di beni di investimento, attrezzature, macchinari, impianti, ovvero tutti quei beni che servono a produrne altri e che hanno una durata pluriennale.

Poiché il reddito altro non è che la domanda aggregata, ovvero la somma di tutti i beni e servizi che sono stati prodotti e scambiati in un certo periodo, possiamo esprimere la sua composizione – sempre in via di prima approssimazione – nella seguente espressione:

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento)

 

Che è come dire che la domanda complessiva, e quindi il reddito, è dato dalla somma fra domanda di beni e servizi di consumo e domanda di beni di investimento.

Dal confronto fra le due espressioni riportate, emerge chiaramente che in una situazione di equilibrio

S (risparmio) = I (investimento)

 

Ovvero che il risparmio è uguale all’investimento. Ogni risorsa risparmiata, in altre parole, trova impiego in una forma di investimento; significa che quanto più un sistema economico riesce a risparmiare, tanto più è teoricamente in grado di far crescere, migliorare, rendere più efficiente e diversificare la sua capacità produttiva.

Un sistema ideale è dunque quello che “trasforma” ogni euro non consumato per la soddisfazione immediata dei bisogni in crescita della produzione, alimentando un circuito virtuoso di sviluppo. Risulta chiaro dunque il ruolo fondamentale delle banche e degli altri intermediari finanziari: ogni euro depositato in conto corrente o impiegato in altre forme viene “fatto lavorare” attraverso il finanziamento del sistema produttivo.

Abbiamo quindi individuato tre attività fondamentali dell’homo oeconomicus: il consumo, il risparmio, l’investimento. Ognuna di queste funzioni ha un ruolo chiave in economia ed influenza direttamente il reddito, ovvero – come abbiamo visto – la qualità della vita delle persone.

 

Ne parleremo nei prossimi articoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’A B C dell’economia: reddito e felicità

 

Robert Kennedy

 

Nel suo celebre “discorso sul prodotto interno lordo” del 1968, Robert Kennedy disse che

“il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Si riferiva naturalmente alla misura della felicità, che non può essere rilevata dal PIL. A prescindere da alcuni tentativi, francamente velleitari se non del tutto inutili, di individuare un indice che rappresenti il grado della felicità (chiamato “Felicità Interna Lorda”)[1], il PIL è un dato esclusivamente numerico che non riflette aspetti qualitativi.

Il PIL è la somma del valore in termini monetari di tutti i beni prodotti ed i servizi prestati in uno Stato in un certo intervallo di tempo. Quando si dice che il PIL in Italia del 2016 è stato pari a 1.680,5 miliardi di Euro, significa che  quello è il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti e scambiati nel paese in quell’anno.

 

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Tale misura serve a confrontare l’andamento della produzione nel tempo e nello spazio: ad esempio il PIL in Italia nel 2017 è aumentato dell’1,4% e (dati 2016) l’Italia è all’ottavo posto nella classifica dei paesi più industrializzati, prima del Brasile e dopo l’India.

Il concetto di “prodotto” equivale a “reddito”: ogni bene che viene prodotto e venduto incorpora il valore di tutti i fattori intervenuti nel processo: terra, lavoro, capitale, ma anche imposte ed organizzazione imprenditoriale. Per chi ha fornito questi fattori, il prodotto rappresenta dunque reddito, in quanto equivalente alla remunerazione ottenuta ed alle risorse acquisite.

Maggiore è il reddito, maggiore è la creazione di ricchezza per l’intero sistema. Più risorse sono a disposizione, più la gente è disposta a spendere per consumare ed investire. Questo crea necessità di aumentare la produzione dei maggior i beni e servizi richiesti e quindi più lavoro, più servizi pubblici, più occupazione.

L’aumento del reddito è quindi associato ad una situazione positiva per un sistema e ne determina lo sviluppo. Una situazione che naturalmente da sola non comporta – come diceva Kennedy nel discorso citato all’inizio – la felicità, ma che a parità di altre condizioni rende possibile un maggior benessere.

In primo luogo “felicità” è un concetto molto individuale, non generalizzabile. Non ha senso parlare di una “nazione felice”: piuttosto dovrebbe farsi riferimento ad una situazione di benessere diffuso che può costituire terreno fertile affinché le persone possano trovare la loro felicità.

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La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776 stabiliva a questo proposito che a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità come prerogativa inalienabile del cittadino. Si trattava di un principio costituzionale innovativo e rivoluzionario: le tavole della legge non imponevano solo obblighi e divieti ma, per la prima volta, stabilivano il diritto a ricercare la felicità.

Dal punto di vista dello Stato, questo comporta però l’obiettivo di ricercare le migliori condizioni sia materiali che di giustizia sociale affinché ciascuno possa perseguire il suo legittimo ed inviolabile diritto a ricercare la felicità.

E dal punto di vista delle condizioni materiali, non c’è alcun dubbio che l’ambiente più favorevole è quello in cui si sviluppa il reddito. Più risorse a disposizione, maggiori probabilità di soddisfare i propri bisogni. Ciò succede quando la produzione aumenta e la distribuzione del reddito avviene secondo criteri di equità e giustizia.

Produzione e distribuzione del reddito sono due concetti da tenere collegati: la crescita dell’uno non può essere disgiunta dal miglioramento dell’altro per avere uno stato efficiente ma anche giusto. L’aumento di produzione e di ricchezza senza una giusta distribuzione porta a concentrare le risorse in poche mani e, similmente, meccanismi di distribuzione assolutamente equi hanno poco senso se il reddito è inesistente.

 

Il viaggio nell’economia non poteva dunque che cominciare col concetto di reddito, che sta alla base dell’attività dell’homo oeconomicus.

 

Abbiamo parlato di reddito e ricchezza, ma è necessario fare una precisazione, in quanto i due termini sono concettualmente vicini ma non coincidenti.

Il reddito infatti è un flusso, mentre la ricchezza è uno stock.

Un flusso si misura in relazione ad un determinato periodo di tempo: si parla di reddito giornaliero, mensile, annuo. Uno stock invece fa riferimento ad un preciso istante: la sua valutazione è una fotografia scattata in un determinato momento.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere i meccanismi fondamentali dell’economia. Il flusso misura, ad esempio, la quantità di acqua che esce da un rubinetto in un’ora (intervallo temporale); lo stock la quantità di acqua contenuta in un recipiente in un certo momento.

Flussi e stock sono intimamente e funzionalmente collegati, ma sono entità diverse: il flusso d’acqua in un’ora riempie il catino; la quantità di acqua contenuta nel recipiente è la risultante del flusso.

Il flusso è quindi un concetto dinamico, lo stock un concetto statico.

Il reddito (non consumato) va a incrementare o costituire la ricchezza di una persona, di un’azienda, di uno Stato. Esso si misura attraverso il conto economico, che espone il valore dei flussi di reddito (ovvero di costi e ricavi) in un anno. La ricchezza, e dunque il patrimonio, si valutano invece in un preciso momento, ad esempio alla fine dell’anno, attraverso lo stato patrimoniale, ovvero l’elenco degli elementi attivi (titoli, immobili, denaro, crediti…) e quello degli elementi passivi (debiti di ogni natura).

Allo stesso modo, nella contabilità di uno Stato o di un’azienda, i concetti di deficit e debito sono diversi e distinti. Il debito pubblico è lo stock risultante da tutti i deficit, che sono i flussi delle uscite al netto delle entrate stratificatisi nel tempo.

Si tratta di una distinzione di estrema importanza nel mondo economico e ad essa faremo continuo riferimento nei prossimi articoli.

 


[1] Derek Bok The Politics of  Happiness: What Government Can Learn from the New Research on Wll-Being; Princeton University Press, 2010.

L’A B C dell’economia: economia e finanza

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Si fa spesso una grande confusione fra economia e finanza, come se i due termini i fossero sinonimi. Cominciamo allora col distinguere i due concetti.

Le funzioni economiche primarie dell’uomo sono da sempre la produzione e il consumo. Anzi, la principale è da sempre quella del consumo, legata alla soddisfazione dei bisogni. Prima per la sopravvivenza, poi per altre tipologie più evolute di necessità vitali, legati alla sfera emotiva e intellettuale.

Il consumo di beni liberamente disponibili in natura non è ancora una funzione economica: per combattere la fame bastava raccogliere i frutti da piante e alberi o cacciare gli animali e nutrirsi della loro carne, per soddisfare la sete bastava bere l’acqua che sgorgava dalle fonti.

 

Quando ci si rese conto che i terreni potevano essere coltivati e gli animali allevati, facendo sì che i prodotti potessero essere disponibili nel luogo e nel momento in cui servivano, iniziarono le prime funzioni produttive. Alcuni si specializzarono nelle forme primordiali di agricoltura, altri nella caccia agli animali, e i beni necessari alla sopravvivenza degli altri abitanti delle comunità primordiali potevano essere scambiati.

 

Cominciarono così a delinearsi le funzioni economiche di base: produzione e scambio da una parte e consumo dall’altra; per rendere possibile lo scambio nacque e si sviluppò la moneta. Inizialmente come strumento di misura del valore dei beni e riserva per rinviarne al futuro l’acquisizione, poi come vera e propria accumulazione di ricchezza e di mezzi da conservare per l’utilizzo successivo.

Ciò che non si spendeva per il consumo immediato, poteva così essere messo da parte per essere speso in un momento successivo: ecco la terza funzione economica, il risparmio.

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Parte della moneta o della ricchezza che si possedeva poteva infine essere utilizzata per acquisire i primi rudimentali attrezzi per la coltivazione o strumenti che rendessero più produttiva la caccia. In questo caso si poteva parlare delle prime forme di investimento.

Se con un salto ideale ci spostiamo ai giorni nostri, non è difficile a questo punto focalizzare e comprendere le funzioni economiche di base e il circuito dell’economia reale. Si tratta di tutto quello che ha a che vedere con la produzione e lo scambio di beni e servizi, con il consumo – sempre di beni e servizi –  per la soddisfazione dei bisogni, con il risparmio per l’accumulazione delle risorse destinate al consumo futuro e con l’investimento per l’acquisizione di mezzi di produzione.

Tutte queste attività costituiscono la parte reale di un sistema economico (dal latino res, ovvero “cosa”) e anche se la misurazione delle grandezze rilevanti è fatta in termini monetari, ciò che compone questo circuito sono i beni e i servizi.

L’altra “faccia della luna” è invece quella finanziaria, dove a circolare non sono i beni ma solo la moneta e i suoi derivati o sostituti. Il circuito finanziario nasce quindi idealmente come accessorio o strumentale a quello economico, ma col tempo acquisisce una sua marcata individualità e indipendenza, e si sviluppa in forme e sostanze che sempre meno hanno a che vedere con le funzioni economiche da cui è originato.

La cosiddetta “bolla finanziaria” è proprio l’eccesso di separazione della finanza dall’economia: una situazione in cui i flussi monetari non hanno più alcuna relazione con consumo, risparmio, investimento, ma vivono e si alimentano in maniera del tutto autonoma.

 

Quando è scoppiata la crisi dei subprime nel 2007, gli strumenti finanziari interessati erano i mutui ipotecari (mortgages) delle famiglie americane, nati per finanziare l’acquisto delle case di residenza. Le banche ed agenzie che avevano concesso questi mutui, per poter disporre di risorse aggiuntive ed aumentare ancora il volume dei loro prestiti, cedevano i crediti rappresentati da questi mutui ad altri operatori, che subentravano quindi nei confronti delle famiglie indebitate come creditori ai quali dovevano essere pagate le rate.

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Ma i passaggi di titolarità di questi mutui non si fermavano qui: potevano essercene due o tre, venivano costruiti portafogli di mutui (alcuni buoni, altri meno) che le società finanziarie specializzate cedevano sul mercato  trasformandoli in titoli di credito (ABS, asset backed securities, ovvero titoli con collaterale o garanzia di beni reali, in questo caso gli immobili), con l’operazione che tecnicamente è definita cartolarizzazione (securitization), ovvero trasformazione in titoli.

Sul mercato circolavano così titoli obbligazionari che – ormai molto alla lontana – incorporavano le iniziali operazioni di mutuo residenziale. A ogni passaggio il valore dei titoli si allontanava sempre di più dal mutuo originario, e le caratteristiche di solvibilità del prestito (valore dell’immobile a garanzia, percentuale finanziata, tasso di interesse, puntualità nel rimborso da parte dei debitori) tendevano ad annacquarsi nella statistica dei grandi numeri.

Se si considerava ‘fisiologica’ una percentuale di insolvenza del 30 per cento, ad esempio, tutte le agenzie finanziarie intervenute nella catena garantivano il regolare rimborso di interessi e capitale anche se, per ipotesi, il singolo mutuatario non pagava una rata. Al momento di valutare quel portafoglio, infatti, veniva fatto uno sconto sul valore per togliere proprio quella componente che si riteneva a rischio di default. Fintanto che gli insoluti restavano sotto quella soglia, il castello reggeva.

Quando successe che molti debitori avevano difficoltà a pagare le rate, e le insolvenze aumentavano a macchia d’olio, le banche detentrici dei mutui iniziarono a vendere le case a suo tempo ipotecate a garanzia del credito. Ma in una situazione di crisi, in cui era impossibile collocare sul mercato un così grande numero di abitazioni perché non c’erano risorse disponibili, l’unico risultato fu un crollo generalizzato dei prezzi, e quindi del valore delle garanzia stesse.

Si aggiunga che, sull’onda della precedente espansione, per aumentare il giro di affari, i mutui erano stati concessi per importi molto vicini, e talvolta superiori, al valore degli immobili ipotecati. Il risultato fu che molti dei titoli ABS non venivano onorati alla scadenza delle rate, e i possessori delle obbligazioni si trovarono a loro volta a veder polverizzato il valore del loro investimento, che avevano creduto pressoché sicuro in quanto garantito dagli immobili.

La catena dei fallimenti si sviluppò a grande velocità e travolse una gran parte delle istituzioni finanziarie coinvolte: le prime furono le agenzie governative USA Fannie Mae e Freddie Mac, specializzate proprio in concessione di mutui ipotecari, e a ruota finanziarie, compagnie di assicurazione, banche.

Il resto è storia: l’allontanamento della finanza dall’economia reale aveva fatto sì che non ci fosse ormai nessuna correlazione fra il circuito reale (l’acquisto della casa da parte delle famiglie) e quello finanziario (l’enorme sovrastruttura costruita sui mutui).

 

Analogamente funzionano le “bolle speculative” in borsa: quando il valore di un’azione si allontana dall’andamento economico della società che l’ha emessa, e il suo prezzo riflette più la domanda di investitori attratti dal continuo aumento che le prospettive di reddito dell’azienda, basta poco per riportare il tutto alla realtà.

È quello che successe con le prime dotcom: società nate sull’entusiasmo del fenomeno Internet, i cui titoli venivano richiesti a prezzi folli, totalmente decorrelati al valore effettivo delle aziende.

Per questo occorre essere estremamente cauti con i fenomeni finanziari che non hanno una base effettiva nella produzione e scambio di beni e servizi, ma danno l’illusione di poter crescere all’infinito sospinte dalla domanda di investitori avidi e creduloni. E il riferimento ai bitcoin e alle criptovalute, delle quali ci occuperemo prossimamente, è tutt’altro che casuale.