L’A B C dell’economia: risparmiare e investire

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Dopo una breve parentesi dedicata ai mercati azionari e alla volatilità con la quale dovremo imparare a convivere, proseguiamo il nostro viaggio fra i fondamentali dell’economia.

Parlando delle funzioni di base, abbiamo cantato le lodi del risparmio, virtù dal sapore antico che ci ricorda la prudenza della formica contro le tentazioni consumistiche della cicala. Rinunciare a godersi oggi una parte di reddito per essere in grado di fronteggiare bisogni futuri è senz’altro una buona norma di vita.

Una volta si usava regalare ai bambini il primo salvadanaio, invitandoli a rinunciare a qualcosa per infilarci una monetina appena possibile. Avrebbero presto imparato che al bisogno si poteva rompere il salvadanaio e ritrovare il frutto delle loro rinunce: un piccolo sacrificio immediato per una soddisfazione più grande in futuro.

 

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Tuttavia talvolta succedeva che gli anni passavano e, quando il bimbo diventava grande, si rendeva conto che la somma messa da parte negli anni era ben poca cosa rispetto alle piccole rinunce quotidiane che gli era toccato sopportare.

Ma intanto aveva imparato il senso della rinuncia, la capacità di reprimere le voglie e quindi, tutto sommato, la moderazione. Da noi il risparmio è sempre stato molto importante e la quota di reddito che ad esso veniva (e tuttora viene) destinata è sempre stata relativamente grande.

In altri sistemi economici non è così: al contrario viene invece favorito il consumo, la spesa, finanche il debito. In tal modo così si forniscono risorse al sistema produttivo e si favorisce produzione e reddito, che a loro volta alimentano altra domanda ed innescano il circolo virtuoso della crescita.

Il risparmio da noi è talmente importante da essere l’unica funzione economica degna di menzione e tutela costituzionale, eredità di un mondo antico gravato da povertà e ristrettezza.

Allora dove sta la verità: risparmiare è bello oppure serve solo a sottrarre risorse a produzione e sviluppo? Si potrebbe addirittura dire, estremizzando in senso provocatorio, che il risparmio è un atto egoista perché alla fine si risolve nel tenere per sé il denaro ed impedisce di “far lavorare” risorse finanziarie che potrebbero invece essere il volano del sistema.

Di provocazione, appunto, si tratta.

Infatti, come abbiamo visto in un precedente articolo, risparmio e investimento sono due facce della stessa medaglia tanto che a livello macroeconomico le due grandezze si uguagliano in ogni momento.

 

In un sistema che funziona, infatti, ogni euro risparmiato viene dirottato verso il sistema produttivo per finanziare gli investimenti. La domanda per beni di investimento è il fondamento della crescita dal lato delle imprese. Un sistema produttivo che funziona non può fare a meno di investire, sia per la fisiologica sostituzione di impianti e attrezzature che con l’uso si deteriorano – e che anche per il solo trascorrere del tempo diventano obsoleti-, sia per realizzare nuovi processi e nuovi prodotti.

L’impresa è un organismo dinamico che vive e prospera in quanto cresce e si evolve: chi si ferma è perduto. Crescere vuol dire aumentare le quantità di beni prodotti e di servizi prestati, oppure – a parità di fatturato – aumentare la produttività riducendo le risorse impiegate, e quindi i costi.

Il solo fatto di aumentare il volume di attività richiede il finanziamento del capitale circolante e già questa è una forma di impiego del risparmio. Quando un’impresa aumenta il fatturato, anche il suo magazzino di materie prime e prodotti finiti dovrà crescere in proporzione e così i crediti e la liquidità. Tipicamente è la banca che finanzia il circolante, anticipando – rispetto alla vendita dei prodotti – i flussi in entrata necessari a pagare materie prime, personale, servizi.

Il ciclo produttivo è infatti caratterizzato da un disallineamento fra circuito economico e circuito finanziario. A tal proposito i lettori ricorderanno che il circuito economico è quello dei beni e servizi, mentre il circuito finanziario quello del denaro e simili.

Produrre vuol dire trasformare le materie prime, attraverso il ciclo di lavorazione, per ottenere prodotti finiti. Ma le materie prime, come pure il lavoro, si pagano prima che il prodotto sia venduto e a maggior ragione prima che il relativo ricavo sia incassato o accreditato in conto.

La banca anticipa quindi all’impresa il denaro necessario a remunerare i propri fattori produttivi e, quando arriva il flusso di denaro della vendita, il finanziamento viene estinto. La stessa azienda di credito, a sua volta, utilizza il risparmio dei depositanti – e qui torniamo al nostro discorso – per prestarlo alle imprese. Possiamo rappresentare i due circuiti (economico e finanziario) nel seguente schema:

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Il circuito rosso è quello dei beni e servizi: l’impresa riceve da clienti e fornitori lavoro, materie prime e servizi e cede ai clienti i prodotti finiti. Il circuito azzurro è quello finanziario, in cui entra anche la banca: la banca riceve dai depositanti il risparmio e paga gli interessi e eroga credito alle imprese ricevendo interessi; infine riceve dalle stesse il rimborso dei finanziamenti; l’impresa paga a dipendenti i salari e ai fornitori il prezzo dei materiali e riceve dai clienti il ricavo della vendita.

Questo è il ciclo, ovviamente semplificato, del cosiddetto “credito a breve”, ovvero del finanziamento della gestione corrente.

Ma le imprese, come si diceva, devono anche investire sulla sostituzione, rinnovo e miglioramento di impianti e attrezzature e, soprattutto, in nuovi processi e nuovi prodotti a seconda delle esigenze del mercato.

Quando i bisogni dei consumatori cambiano, anche l’impresa più efficiente può andare fuori mercato se non riesce a fornire ai clienti ciò di cui essi hanno bisogno.

Un’azienda che produceva calcolatrici elettromeccaniche e macchine per scrivere, con l’avvento dei computer non ha più senso di esistere: se il mercato vuole hardware, processori e software, produrre bellissime macchine da scrivere come la “Lettera 23” o addizionatrici “Divisumma” può servire magari a rifornire i musei del design e della tecnologia ma non a fare affari. O l’impresa riesce a trasformarsi o esce dal mercato: è quello che in Italia è successo alla Olivetti, una delle realtà industriali di assoluta eccellenza del secolo scorso.

Dunque l’azienda deve investire per non morire: nuovi prodotti, ma anche nuovi processi. E questo vuol dire acquistare nuovi impianti, nuovi macchinari, nuovi sistemi informatrici, assumere tecnici qualificati, spendere in pubblicità e promozione.

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Non si tratta più di coprire il fabbisogno per la gestione corrente, ma di ricercare finanziamenti a medio e lungo termine per coprire gli investimenti.

In tal modo, mettendo in circolazione le risorse generate dal risparmio, l’azienda sarà in grado di soddisfare meglio i bisogni dei propri clienti, di produrre di più e/o diversificare l’offerta, di svolgere il proprio ruolo con maggiore efficacia. E ne risulterà beneficiato l’intero sistema paese, perché ci saranno maggiori redditi da spendere o risparmiare per i lavoratori, per i fornitori di beni e servizi, per la pubblica amministrazione che vedrà aumentare il suo gettito fiscale.

Risparmio e investimento sono quindi entrambi motori di sviluppo, come lo è il reddito. Una politica economica che voglia far crescere il sistema dovrà quindi favorire la formazione del risparmio e agevolare la sua canalizzazione verso gli investimenti produttivi. Lo strumento tradizionale per realizzare questo obiettivo è un prezioso animaletto che abbiamo più volte incontrato nei nostri articoli: il tasso (di interesse).

Lo vedremo nella prossima puntata.

 

 

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In carrozza! Scelta dei singoli titoli e timing

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Concludiamo la carrellata sull’investimento azionario con l’ultima fase, in ordine logico e cronologico, del processo decisionale ed attuativo del nostro investitore.

Riepilogando: nella fase dell’asset allocation abbiamo individuato la componente di portafoglio da impiegare in titoli azionari.

Successivamente abbiamo valutato quale o quali settori produttivi ed aree geografiche privilegiare, grazie alle informazioni che abbiamo raccolto ed alla valutazione dei consigli di esperti, analisti e consulenti. Poi abbiamo scelto la tipologia di strumento: quote di fondi o ETF da una parte (se preferiamo delegare la gestione a professionisti specializzati o a algoritmi statistici) oppure singoli titoli azionari dall’altra.

Nel primo caso il processo di investimento è praticamente terminato: non resta che seguire l’andamento dei prodotti acquistati, tenendosi pronti a fare qualche cambiamento o fine tuning (così si chiama in gergo la “sincronzzazione”, ovvero l’adattamento attraverso piccole modifiche fino ad arrivare a una situazione ideale) in corso d’opera.

Se invece siamo amanti del rischio ed abbiamo deciso di cimentarci nel cherry picking, non resta che entrare in pista e dare avvio alle danze, sperando di scegliere le ciliegie migliori, ovvero di indovinare i titoli che potranno darci le maggiori soddisfazioni.

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Nel caso di quest’ultimo approccio “autarchico”, la prima cosa da fare è calcolare il numero di stakes, ovvero di lotti, da comprare. Questo dipende naturalmente dell’entità delle risorse a disposizione per l’investimento azionario e dalla dimensione del singolo stake. Se ad esempio abbiamo deciso di riservare a questa categoria di strumenti 100.000 Euro e vogliamo avere lotti della grandezza di circa 10.000 Euro l’uno, potremmo inserire in portafoglio non più di 10 lotti.

La dimensione del singolo lotto (size) è un concetto importante e va tenuta in debita considerazione. Se vogliamo tenere un profilo prudente e privilegiare una certa diversificazione del nostro portafoglio, dovremo avere singoli lotti piuttosto contenuti. Se invece abbiamo buona fiducia nelle nostre scelte e preferiamo concentrare l’esposizione su pochi titoli, in modo da massimizzare l’effetto positivo in caso di successo, ci orienteremo su stakes relativamente più consistenti.

Va anche considerato il lotto minimo di investimento che ciascun titolo prevede: alcuni titoli possono essere negoziati solo in pacchetti di dimensioni ben precise o multipli di essi. Ad esempio, se un titolo prevede un lotto minimo di 3.000 azioni, non potremmo avere pacchetti di 1.000 o 2.000 titoli, ma solo di 3.000, 6.000, 9.000 e così via.

Una buona soluzione è quella intermedia, che ci consenta di avere una certa diversificazione ma anche di fare singoli investimenti significativi, al di sotto dei quali anche aumenti consistenti dei corsi di borsa porterebbero benefici trascurabili. Come avrebbe detto Shakespeare, “much ado for nothing”. Il taglio giusto del singolo investimento, a nostro avviso, è di 10.000, 20.000 o 50.000 Euro, a seconda della dimensione del nostro portafoglio complessivo.

 

Ad esempio, se abbiamo un portafoglio di 500.000 Euro e la nostra asset allocation prevede per le azioni un impiego del 20% del totale, ovvero di 100.000 Euro, un taglio giusto del singolo lotto potrebbe essere di 10.000 Euro. Con un portafoglio da 2 milioni, la size potrebbe essere di 50.000 Euro; con livelli intermedi potremmo ragionevolmente attestarci sui 20.000.

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Una volta definito il numero di lotti da comprare, nel nostro primo caso 5, dobbiamo costruire la cosiddetta watchlist, ovvero la lista di osservazione. Una buona watchlist contiene un numero di titoli da monitorare di almeno 3 o 4 volte i lotti da acquistare. Nel nostro caso, con 5 stakes da comprare, l’elenco potrebbe comprendere una ventina di titoli.

Potremmo, a mero titolo esemplificativo, orientarci sul settore tecnologico, farmaceutico, dell’energia, di alcune materie prime e trascurare le telecomunicazioni, i finanziari, i trasporti, la distribuzione retail e così via.

Oppure potremmo privilegiare l’azionario Italia, quello europeo e quello di alcuni paesi emergenti rispetto all’azionario USA e quello di altri paesi in via di sviluppo.

Una volta effettuate queste scelte primarie, è necessario valutare in quali singole società investire. Per questo è indispensabile avere informazioni sul loro andamento economico attuale e più ancora prospettico e indirizzare la scelta verso quelle realtà che reputiamo capaci di conseguire buoni profitti e di far aumentare nel tempo il loro valore.

Ancora una volta è importante considerare i fondamentali dell’economia e quindi reperire report, analisi, studi, articoli di stampa, che possano aiutarci in questo percorso conoscitivo.

A questo punto costruire la watchlist è facile: basta poter disporre di un comune foglio elettronico (spreadsheet) che si può trovare anche gratuitamente su internet, ma molto spesso già in dotazione ai pc, tablet o smartphone o – per i lettori più refrattari alla tecnologia – va benissimo anche un semplice quaderno con fogli a quadretti e magari una calcolatrice a portata di mano.

Per ogni titolo appartenente al settore (o ai settori) e all’area geografica scelti, occorre annotare alcune informazioni di base, in forma sintetica, facilmente reperibili sia sulla stampa specializzata che su internet.

Normalmente il periodo di osservazione comprende l’ultimo esercizio chiuso (nel nostro caso in questo momento il  2017) e quello in corso. Gli elementi di giudizio più significativi sono: la capitalizzazione di borsa[1], il fatturato, l’utile per azione, il dividendo per azione e alcuni indici che sintetizzano l’andamento di borsa, tipicamente la performance del titolo azionario nei mesi precedenti. Tutti questi dati sono riportati su quotidiani e periodici economici (Il Sole 24 ore, Milano Finanza e simili), sulle pagine dei loro siti WEB dedicate alle quotazioni azionarie e in modo più completo e dettagliato sulle piattaforme delle agenzie di informazione finanziaria (Reuters, Bloomberg) che però sono a pagamento.

Il più importante di questi è il rapporto fra prezzo e utili (il cosiddetto indice P/E), che esprime il numero di anni in cui l’utile aziendale ripaga il prezzo pagato per acquistare l’azione.

In genere si ritiene che un P/E ottimale per entrare sia quello compreso fra 10 e 20, mentre valori superiori rendono il titolo decisamente ipervalutato. Vero è che in periodi di borsa tonica, come l’attuale, ci si può trovare a comprare anche un titolo con rapporto 30 o superiore, contando che il trend continui a salire: molti analisti consigliano infatti di “seguire” il trend, ovvero di cavalcare l’onda. Si deve essere comunque consapevoli di aver pagato un prezzo molto alto.

Un altro indice interessante, soprattutto per i titoli appartenenti al settore finanziario ma non solo, è il rapporto fra patrimonio netto e prezzo del titolo, che esprime la misura del contenuto “patrimoniale” del valore di un’azienda. Più è basso, maggiore è la componente immateriale del valore del titolo.

A questo punto occorre mettere i titoli della lista in ordine decrescente di preferenza, partendo da quello che ci piace di più. I primi cinque titoli della lista sono ovviamente quelli che rappresentano il nostro target di investimento.

Supponendo di avere individuato n azioni del settore e dell’area geografica che ci interessa, il prospetto potrebbe avere una configurazione del genere:

 

  Market cap Fatt. Utile per azione 2017 Utile p.az.previsto 2018 Dividendo es. in corso Dividendo previsto Perform. 3 mesi Perform.6 mesi  

P/E

AZIONE X                  
AZIONE Y                  
………                  
AZIONE N                  

 

Quanto al timing, una volta individuato il titolo giusto e il P/E corretto, dobbiamo esaminarne con attenzione l’andamento nel recente passato (all’incirca negli ultimi 6-12 mesi). Meglio preferire titoli che sono rimasti stabili o addirittura si sono deprezzati e stare alla larga da quelli con progressione e tassi di crescita elevati. E per entrare, meglio aspettare il momento di una correzione (diminuzione di qualche punto percentuale) e mai comprare ai massimi.

In altre parole, comprare quando il mercato scende per poter poi vendere quando invece sale. Che è l’esatto contrario di quanto fanno gli investitori poco accorti (il cosiddetto parco buoi) che comprano sull’onda dell’entusiasmo quando il mercato continua a crescere e vendono travolti dalla paura quando scende a rotta di collo.


 

[1] Per capitalizzazione di borsa (market cap) si intende il valore che la borsa attribuisce alla società, calcolato moltiplicando il corso o prezzo della sua azione per il numero di azioni emesse

Le buone azioni: come scegliere i titoli azionari da comprare

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Nelle scorse settimane abbiamo cercato di capire se, dopo i rally degli ultimi mesi, sia ancora il caso di mantenere i propri investimenti in azioni (in particolare italiane), oppure sia meglio realizzare le plusvalenze ed uscire, del tutto o in parte, dal comparto: della serie “prendi i soldi e scappa”.

Non possiamo a questo punto fare a meno di un piccolo moto di autocompiacimento: il primo articolo di warning è uscito su questo blog proprio all’inizio della settimana borsistica che è poi risultata la peggiore degli ultimi anni. Dobbiamo però ribadire che la nostra opinione era, e resta, quella di non uscire dal mercato, ma al massimo di ridimensionare esposizione e rischi, prendendo profitto dove è possibile.

I motivi di tale orientamento sono stati ampiamente illustrati nei due articoli precedenti e non è il caso di ripeterli. Può essere invece utile fare un piccolo passo indietro per rispondere alla domanda: quali sono i titoli azionari su cui investire? Domanda che logicamente si pone su un piano temporale antecedente alla scelta che abbiamo discusso.

Non c’è dubbio infatti che una gestione proficua del portafoglio si costruisce comprando bene: se scegliamo buoni titoli e gestiamo con intelligenza (e un po’ di fortuna) il momento dell’ingresso – il cosiddetto timing – è molto probabile che, anche in caso di crollo generalizzato del mercato azionario, riusciremo a restarne indenni o solo leggermente danneggiati. Salvo che non ci dovessimo trovare nella situazione di dover liquidare in fretta l’investimento, situazione che è sempre da evitare per il risparmiatore accorto attraverso il mantenimento di una congrua riserva di liquidità.

Come scegliere dunque “le buone azioni” nel mare magnum di possibilità di acquisto che i mercati ci presentano?

Vediamo di definire un percorso razionale, dando per scontato che il comparto azionario sia già stato individuato nella nostra asset allocation e che quindi abbiamo già deciso quanto investire in azioni.

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I nostri lettori ricorderanno che l’ultima fase del processo, quella dell’implementazione, consiste nella scelta di quali titoli (o strumenti) acquistare e quando fare l’investimento. Due decisioni che influenzeranno in modo decisivo la performance del nostro portafoglio.

Intanto dobbiamo individuare il settore produttivo e l’area geografica che riteniamo suscettibili delle migliori performance. E questa non può che essere una valutazione sui fondamentali dell’economia, mediata dalle convinzioni personali.

Successivamente, il primo nodo da sciogliere è relativo alla tipologia di strumento: meglio una quota di fondo comune o un ETF[1]oppure meglio cimentarsi nel cherry picking, ovvero nella scelta dei singoli titoli proprio come quando si scelgono le ciliegie migliori?

Nel primo caso si tratta di strumenti più “impersonali” ovvero tendenzialmente svincolati dalle decisioni individuali perché delegati a gestori professionali (nel caso dei fondi comuni) oppure rivolte a strumenti sintetici (indici) che replicano l’andamento indici o parametri.

In entrambi i casi ci sono comunque scelte da fare:

  • Per il fondo quale prodotto, è necessario valutare sulla base del track record del gestore (serie storica dei risultati passati) e dello stile di gestione (più o meno aggressivo, long/short[2], specializzato o meno[3]), nonché sull’eventuale comparto da scegliere;
  • Per l’ETF, sulla base della solidità dell’emittente e delle modalità di costruzione dell’indice (settoriale, generale, long/short, con o senza leva[4])

 

Una volta fatte queste scelte preliminari, tuttavia, possiamo tranquillamente disinteressarci del nostro investimento, salvo verificarne periodicamente l’andamento, avendolo delegato, rispettivamente, a gestori professionisti oppure ad un algoritmo meccanico.

Questo tipo di scelta è consigliabile a chi non ha una conoscenza specifica del mercato azionario e preferisce affidarsi ad esperti oppure alla statistica. A fronte di questa maggiore comodità, e minore rischio, vanno messi in conto i costi commissionali da riconoscere ai gestori o agli emittenti degli ETF, anche se spesso abilmente camuffati e difficili da quantificare.

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La seconda opzione, il cherry picking, è invece più rischiosa e richiede maggiori conoscenze, ma anche indiscutibilmente più divertente.

Di questo parleremo nel prossimo articolo, col quale si concluderà questa breve ma intensa incursione nel variopinto mondo delle borse.

 

 


[1] L’ETF (Exchange traded fund) è una particolare tipologia di fondo di investimento, quotato in Borsa, che ha come obiettivo di rendimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce (benchmark) attraverso una gestione totalmente passiva. In altre parole è costituito da un algoritmo la cui quotazione  riflette l’andamento del benchmark: sale quando l’indice sale e viceversa.

[2] L’opzione long/short è quella che consente ad alcuni gestori di puntare sia sul rialzo dei titoli (posizione long) che sul loro ribasso (posizione short). In questo secondo caso lo stile di gestione è più aggressivo e comporta un rischio più elevato, ma dà la possibilità di guadagnare anche nelle fasi di calo dei mercati

[3] Un fondo azionario è specializzato quando investe solo in alcuni settori merceologici o in alcune aree geografiche o in determinate tipologie di imprese (ad esempio piccole e medie)

[4] La leva finanziaria consiste nella possibilità di investire anche risorse prese a prestito, anziché i soli mezzi propri, operando a leva, e quindi ricorrendo al debito, si aumenta la possibilità di ottenere buone performance ma aumenta anche il livello di rischio in quanto con la performance vanno coperti anche gli interessi sul debito

Mercati e politica: i mercati in tempo di elezioni

scheda elettorale

 

La scorsa settimana ci siamo soffermati sul dilemma (“lascia o raddoppia?”) relativo all’opportunità di mantenere o meno in piedi gli investimenti azionari prima che i mercati possano invertire, anche pesantemente, la fase di crescita sostenuta che sta durando ormai da diversi anni.

Abbiamo però volutamente trascurato due aspetti che pure sono importanti per la scelta giusta: uno di ordine generale ed uno contingente, relativo cioè all’attuale momento politico.

Nel primo caso, in realtà, stiamo parlando di una variabile che deve essere sempre tenuta presente quando ci si avvicina al mercato azionario non con intento speculativo ma per investire in modo razionale e corretto: si tratta dell’andamento attuale, e più ancora prospettico, dell’azienda in esame e del settore a cui essa appartiene.

Questa circostanza, a nostro avviso, deve essere una pre-condizione sempre verificata quando si vuole comprare un titolo azionario. In altre parole: a prescindere dal momentum di mercato, affinché il nostro investimento si possa rivelare vantaggioso, i titoli in cui decidiamo di investire devono essere di società in grado di portare avanti con successo il loro business e di generare profitti e ricchezza che consentano la distribuzione di dividendi e la crescita del valore dell’azione.

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La teoria aziendale moderna ritiene che il prezzo corretto di un titolo sia uguale al valore attuale dei flussi di cassa che verranno generati per l’azionista nel periodo di riferimento (orizzonte temporale), scontato ad un tasso che rappresenti correttamente il costo del capitale in quel lasso di tempo. Si tratta di un concetto estremamente tecnico e complesso, sicuramente difficile da comprendere da parte di chi non abbia solide basi di matematica finanziaria. E per di più anche difficile da determinare: sia per individuare il tasso giusto, sia per prevedere la dinamica degli utili aziendali negli anni a venire. Tutto ciò può essere tradotto, per chi non ambisca a prendere una laurea in matematica finanziaria, in due concetti, semplici ma fondamentali per qualsiasi imprenditore: equilibrio e buon senso.

Chiunque infatti può rendersi conto che investire in azioni vuol dire scommettere sul valore di un’azienda: allora è fondamentale che la nostra azienda (che chiameremo target) riesca a fare utili oggi e in futuro. Se questo accade, e se abbiamo stimato correttamente l’evoluzione prospettica della gestione aziendale, nessuno sconvolgimento di mercato potrà farci più male di una puntura di zanzara, ammesso che non ci troviamo a dover vendere in un tempo molto breve, perché magari abbiamo bisogno di soldi.

Se infatti non c’è necessità di smobilizzare rapidamente, siamo certi che, male che vada, riceveremo ogni anno i nostri dividendi e l’investimento comunque manterrà il suo valore intrinseco, valore che prima o poi il mercato dovrà riconoscere.

Il consiglio che regaliamo ai lettori del blog, valido per ogni forma di investimento, è quindi quello di comprare titoli che, anche nel peggiore dei casi (crollo di mercato, ciclo avverso, aumento imprevisto di tassi di interesse, ecc.), continuino a pagare la cedola o il dividendo atteso. In tal caso potremo difensivamente stare fermi e attendere tempi migliori – come dice un proverbio siciliano “chinati giunco che passa la piena” – oppure, se siamo propensi al rischio e crediamo nella società, approfittare del momento di prezzi bassi per aumentare la nostra esposizione.

Il secondo fattore è invece di ordine contingente per il mercato italiano e riguarda l’incombenza delle elezioni politiche, che si terranno fra meno di un mese. Molti analisti e consulenti consigliano infatti estrema prudenza nel gestire i portafogli azionari nell’imminenza di tornate elettorali di esito imprevedibile. E nel nostro caso prudenza può solo significare ridurre l’esposizione in azioni approfittando di questo periodo in cui i prezzi sono alti e il mercato viaggia ai massimi.

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In quest’ultimo caso però, ça va sans dire, dovremmo porci il problema di come impiegare le risorse che si ricaveranno dal disinvestimento, in un momento in cui i prrezzi dei titoli obbligazionari sono ancora alti.

 

Ma sarà poi vero che con le elezioni il mercato azionario è in pericolo? La nostra modesta opinione è che questo fattore di rischio sia generalmente sopravvalutato.

 

E’ vero che, qualora ci siano risultati inattesi e considerati “antisistema” – come ad esempio il successo di forze politiche che propugnano l’uscita dell’Italia dal sistema Euro – è probabile che il contraccolpo immediato sia una consistente generalizzata diminuzione dei corsi. E’ però ragionevole ritenere che il calo possa venire assorbito in tempi piuttosto brevi, al massimo attestando i valori su un livello un po’ inferiore.

Veri e propri tsunami finanziari in dipendenza di risultati elettorali sono stati in effetti molto rari nella storia recente: i mercati in genere riescono a trovare ben presto nuovi equilibri e se i fondamentali dell’economia sono solidi – come lo sono tutto sommato oggi in Italia – alla fine si torna da dove siamo partiti.

Del resto, anche in Europa abbiamo visto che dove si sono verificati risultati inattesi e non graditi dalle establishment di governo, tutto sommato grandi sconvolgimenti finanziari non si sono verificati. Anzi, molto spesso viene quasi il sospetto che lo spauracchio dei mercati venga evocato per fini di propaganda politica più che per motivi di rischio reali.

In conclusione, i rischi di una flessione significativa del mercato azionario italiano, if even, dipendono dagli eccessivi livelli raggiunti dalle quotazioni in questi ultimi mesi e dall’eventualità di politiche monetarie troppo restrittive. Nell’attuale fase di innegabile tonicità dell’economia, riteniamo invece che il fattore elezioni politiche non rappresenti un rischio effettivo.