Leva, margini e opzioni

 archimede

 

“Datemi una leva e solleverò il mondo”, così diceva Archimede. E così pensano anche molti investitori improvvisati. Il matematico siracusano intendeva naturalmente il principio della leva in senso fisico per cui, una volta individuato un punto di appoggio, la leva riesce a sollevare pesi anche grandi con una forza relativamente limitata.

Non molto diverso però è anche il nostro caso: con un contenuto ammontare di risorse proprie, è possibile attivare operazioni di volume anche significativamente maggiore attraverso il ricorso al debito.

Il meccanismo del margine sulle operazioni in derivati lo abbiamo accennato nell’articolo precedente: se ad esempio l’operazione prevede una leva 5, verrà trattenuto a garanzia un margine pari al 20% dell’investimento.

In particolare si distinguono due tipi di margine: un margine iniziale, che serve per poter eseguire l’operazione, e un margine di mantenimento, che serve per continuare a tenerla in piedi in caso di andamento negativo oltre il limite garantito.

Generalmente il margine di mantenimento è inferiore a quello iniziale, ma il concetto è lo stesso. Operazioni di questo tipo vengono valorizzate dagli intermediari in tempo reale e, qualora venisse evidenziata una perdita potenziale che arriva al margine, essi le chiuderanno immediatamente, salvo che l’investitore non integri la garanzia con nuovi versamenti.

Normalmente si impostano anche i cosiddetti “limiti”, che possono essere di stop loss e/o di take profit.

Nel primo caso (stop loss) sarà un limite inferiore, al fine di contenere la perdita entro un importo massimo prestabilito; nel secondo caso (take profit) si tratterà di un limite superiore al fine di monetizzare il profitto una volta raggiunto un livello target soddisfacente ed evitare che successive diminuzioni lo dissolvano.

Se ben impostata l’operazione, dunque, sarà in grado, se di esito positivo, di liquidare automaticamente il profitto e incassare; se di esito negativo, di limitare la perdita.

Ma quali sono le operazioni eseguibili con i derivati? Impossibile catalogare tutti i derivati esistenti: sono infiniti e spesso molto complessi. Limitiamoci pertanto a quelli più comuni fra gli investitori: le opzioni sui future.

Il concetto è quello di pagare (o riscuotere) un premio per avere la facoltà di perfezionare o meno, ad una data scadenza, un’operazione a prezzo predeterminato. Ovviamente, l’operazione si farà solo se il prezzo corrente in quel momento sarà favorevole, ovvero sarà quello su cui avevamo puntato. In tal caso si conseguirà un guadagno che, al netto del premio pagato, costituisce l’utile dell’operazione.

In particolare, possiamo “scommettere” sull’aumento del prezzo, assumendo la posizione cosiddetta “long” oppure al contrario sulla sua diminuzione, mettendosi, come si dice in gergo, in “short”.

Il meccanismo è semplice: per esempio se un determinato strumento (azione, valuta o commodity[1], di cui parleremo nel prossimo articolo) oggi è quotato 100 e riteniamo che fra 3 mesi valga 105, lo compriamo a termine attraverso lo strumento di un contratto derivato e ci mettiamo “long”. Paghiamo un premio di 2 e, se avremo indovinato, dopo tre mesi avremo il diritto di comprarlo pagando complessivamente 102, per rivenderlo subito a 105 ed intascare così la differenza.

Viceversa, sempre col titolo quotato oggi 100, se scommettiamo sulla diminuzione del suo prezzo, ci mettiamo “short” e vendiamo a 3 mesi ad un valore ipotetico di 95. Se paghiamo un premio di 2 e abbiamo indovinato, alla scadenza ricompreremo il nostro titolo sul mercato al prezzo corrente – a quella data – di 95 e, in base all’opzione acquistata, daremo esecuzione al contratto rivendendolo ai 100 del prezzo iniziale che, al netto del premio di 2, ci permetterà di mettere in tasca i 3 di utile.

Se invece sbagliamo la nostra scommessa e il prezzo del nostro titolo si muove in direzione opposta a quella da noi ipotizzata, anziché guadagnare avremo una perdita, che al massimo sarà uguale al premio pagato: oltre quel limite, infatti, conviene rinunciare all’operazione.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di “acquistare” opzioni, ma ovviamente il meccanismo funziona parimenti all’opposto, perché le opzioni possono essere anche vendute. In tal caso quanto sopra descritto vale al contrario: si assume posizione “long” vendendo un’opzione e una posizione “short” acquistandola.

Ma non basta: le opzioni possono essere di due tipi, ovvero “put” e “call”, dall’inglese rispettivamente consegnare e ritirare.

E così, per assumere posizioni lunghe o corte, possiamo acquistare o vendere sia put che call. Ma il bello è che possiamo fermarci anche a mezza strada, senza necessariamente arrivare fino alla meta. In altri termini, possiamo decidere di coprire parte del rischio assunto (l’operazione in gergo si chiama “hedging”) ponendo in essere operazioni di segno opposto, in una qualunque delle combinazioni intermedie.

A questo punto i lettori meno esperti, sempre ammesso che abbiano continuato a leggere fino ad ora – e non ne sarei così sicuro-saranno quanto meno disorientati.

Vorrei tranquillizzarli: l’obiettivo di questo blog non è quello di spiegare le operazioni tecnicamente più complesse, ma quello molto meno ambizioso di far capire il livello di rischio che determinati investimenti possono comportare e, soprattutto, quello di consigliare di astenersi da operazioni di cui non si comprende il contenuto. Abbiamo infatti sempre parlato di “investimento prudente e consapevole”: si tratta proprio di questo.

Con il prossimo articolo, concluderemo questa miniserie dedicata ai derivati, parlando di commodities, una tipologia di strumenti sui quali vengono costruiti frequentemente derivati. Già fin d’ora emerge però chiaramente il chiaro indirizzo di approcciare con molta cautela e prudenza questo tipo di operatività, non lasciandosi ingannare da pubblicità fuorvianti e dall’illusione di guadagni facili e senza rischio.

 

 


[1] Con il termine inglese commodity si intende in generale qualunque tipo di materia prima (metallo, prodotto energetico, derrata alimentare, animali e così via) che può essere scambiato su un mercato in cui ne vengono trattati lotti standard per qualità e quantità

Annunci

Derivati: croce o delizia?

Derivatives

 

 

Riprendiamo un argomento che si può considerare a pieno titolo centrale nell’educazione finanziaria: è consigliabile avventurarsi nel campo dei derivati oppure è meglio astenersene, lasciando queste “diavolerie” agli sherpa della finanza?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la nostra risposta non è negativa, o almeno non lo è in assoluto, nel senso che non ce la sentiamo di demonizzare un’intera categoria di strumenti che, usati cum grano salis, potrebbero invece essere molto utili.

La risposta alla domanda iniziale non può quindi che essere: dipende. Dipende in primo luogo dagli obiettivi che ci proponiamo e dall’assetto patrimoniale dell’investitore, ma soprattutto dal suo grado di conoscenza dei mercati e di propensione al rischio.

Non a caso abbiamo parlato di “investitore” e non di “speculatore”. Il punto di vista che esaminiamo in queste note è infatti quello di chi intenda impiegare i propri risparmi in modo consapevole e razionale. Ciò può comprendere, e normalmente comprende, l’assunzione di un certo grado di rischio a fronte di una prospettiva di maggiore rendimento. L’importante è che l’investitore sia pienamente conscio dei rischi che sta correndo e che sia in grado di assorbire l’eventuale perdita in cui può incorrere.

Diversa l’attività, e anche gli obiettivi, dello speculatore. Chi opera in finanza sa bene che gli speculatori svolgono una funzione importante sui mercati, funzione che entro certi limiti è fisiologica ed anche benefica. Si tratta di una vera e propria attività imprenditoriale, finalizzata al conseguimento di un profitto che remuneri il capitale, naturalmente esposto al rischio di impresa. Il capitale che viene impiegato in un’impresa è infatti “strutturalmente” soggetto ad un alto livello di rischio, che si riflette nel suo maggior costo. Ovvero, ogni impresa, per poter “ripagare” il capitale che viene fornito dai soci, deve remunerarlo a un rendimento ben maggiore di quello corrente sul mercato finanziario. Tanto che si parla di “premio al rischio”.

Tutto questo per dire che lo speculatore, fra le frecce al proprio arco, ha sicuramente molti derivati ed è abituato a maneggiarli. Diverso il discorso del risparmiatore.

La prima funzione dei derivati è infatti quella storica della “copertura”, tecnicamente chiamata “hedging”. Si tratta di una sorta di assicurazione del rischio, che consente di proteggere l’investimento dal verificarsi di un evento sfavorevole.

Facciamo un esempio che chiarisca il concetto. Supponiamo che il nostro risparmiatore decida di acquistare una obbligazione a 5 anni in dollari, contando di guadagnare sul differenziale dei tassi, poiché il tasso sul dollaro a 5 anni è superiore a quello sull’euro per la stessa scadenza, ad esempio del 4% rispetto all’1%. Nel corso dell’investimento, potrebbe capitare che il dollaro si deprezzi del 5% all’anno rispetto all’euro, ovvero che il suo cambio passi da 1,20 a 1,45.

 

  EURO Cambio Perdita DOLLARI
Investimento iniziale 100 1,20   120
Interessi annuali 1     4,8
Interessi totali 5     24
Netto ricavo finale 105     144
  99,3 1.45  5,7 €  

 

 

Per effetto del deprezzamento, aver investito in dollari in questo caso comporterebbe una perdita dei 0,7 € in conto capitale e un mancato guadagno complessivo di 5,7 €, nonostante che il dollaro abbia un tasso di interesse maggiore.

Ma se ci troviamo al terzo anno e fino a quel punto il dollaro ha perso solo l’1%, potremmo neutralizzare ulteriori eventuali perdite di cambio attraverso un derivato. Nell’esempio di cui sopra, alla fine del terzo anno avremmo da una parte 103 €, e dall’altra 134,4 $ che, al cambio meno penalizzante €/$ di 1,212, corrisponderebbero a 110,9 €.

In particolare, in questo caso, potremmo fare una vendita a termine dei dollari, che ci consentirà di determinare il cambio del netto ricavo in valuta alla scadenza del titolo, senza più temere brutte sorprese e considerando acquisito il maggior guadagno di 8 € che l’operazione ha prodotto fino a quel momento. Potremmo pertanto, alla fine del terzo anno, vendere 144 $ con scadenza fine quinto anno, al cambio di 1,212 oltre al costo finanziario per l’operazione che per semplicità qui trascuriamo.

In questa ipotesi, come si vede, il derivato ha eliminato un fattore di rischio dell’investimento ed ha dato luogo ad una situazione più prudente. Occorre dire che il cambio a termine del dollaro (il cosiddetto strike) incorporerà anche il differenziale tassi, per cui il guadagno sullo spread – da quel momento in poi – sarà azzerato. Ma il guadagno pregresso sarà comunque definitivamente acquisito.

Ben diverso il caso dello sprovveduto che si avventura, senza disporre delle necessarie conoscenze, nelle opzioni su future sulle valute, magari convinto da pubblicità ingannevoli che magnificano presunti guadagni fantastici senza impiego di capitale.

Come diceva Keynes, con una delle sue frasi di maggior successo che anche in questo blog abbiamo spesso citato, “non esistono pasti gratis”. E’ vero che è possibile operare sui derivati in valuta con ricorso alla leva, stanziando solo una somma limitata rispetto al volume movimentato, ma è anche vero che questo modo di fare ha più attinenza col mondo delle scommesse che con quello della finanza.

Le molte piattaforme c.d. “forex”, ovvero di trading di valute, che sono offerte su internet spesso in modo fuorviante e ingannevole, hanno in realtà un’unica certezza: quella del guadagno in commissioni per l’intermediario. Per l’investitore possono rappresentare un’utile diversificazione del portafoglio ma anche una fonte di perdita continua.

Soffermiamoci intanto sul concetto di “leva finanziaria”, ovvero della modalità di investimento che consiste nell’impiegare, in determinate proporzioni, capitale proprio e capitale preso a prestito. Se operiamo ad esempio con leva 5, vuol dire che impiegando 10.000 euro del proprio capitale, potremo investirne fino a 50.000. Naturalmente sugli altri 40.000 pagheremo un interesse, ma se ad esempio il nostro investimento realizza un profitto del 5%, ovvero 2.500 euro, il tasso di rendimento del capitale impegnato, i 10.000 euro, sarà del 25%.

In pratica l’intermediario dà corso all’operazione “congelando” i nostri 10.000 euro sul conto, ovvero rendendoli indisponibili (il cosiddetto “margine”) fino a che l’operazione sia in piedi. Qualora la perdita raggiunga il margine, l’operazione viene chiusa automaticamente e il capitale viene utilizzato per coprire la perdita.

E’ quindi evidente che una somma iniziale da impiegare è indispensabile. Tale somma può certamente anche essere minima, ma in tal caso è evidente che per guadagnare cifre significative dovremo fare molte operazioni (per la gioia dell’intermediario) o assumere grandi rischi.

Nel prossimo articolo continueremo a parlare di leva e margini e vedremo quali sono i derivati più comuni per il trading su valute e su commodities.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ABC dell’economia: le esternalità

balance2

 

Con il precedente articolo siamo entrati nel mondo del benessere, osservato dal punto di vista dell’equilibrio generale.

Il nostro punto di partenza era di verificare come le attività economiche influiscono sulla nostra qualità della vita. Abbiamo infatti visto che non basta considerare le sole funzioni meramente economiche come produzione, consumo, lavoro, spesa, reddito, e così via: ciò che serve per avere un sistema in equilibrio è anche una distribuzione di risorse che massimizzi il benessere dei cittadini.

Intendiamoci bene sul termine “massimizzare”. Non vuol dire che ciascun soggetto abbia il massimo benessere assoluto per sé: sarebbe bello ma impossibile. Vuol dire invece che in quella data situazione non è possibile avere una distribuzione diversa di risorse senza che il miglioramento per qualcuno sia superiore al peggioramento per gli altri. Ovvero, come si usa dire, siamo al punto in cui l’utilità marginale complessiva è uguale a zero.

Se l’utilità di uno migliora, quella di uno o più altri peggiora: è la cosiddetta situazione di “società a somma zero”.

 

Per capire bene questo passaggio occorre aver presente il concetto di “esternalità”. Come si accennava nel precedente articolo, ogni attività economica provoca conseguenze anche per soggetti esterni a coloro ai quali l’attività è rivolta.

pollution industry

 

In altri termini, se pensiamo a uno stabilimento industriale del comparto chimico, ad esempio, è del tutto naturale aspettarsi che l’attività produttiva esercitata abbia effetti per l’imprenditore, per chi ci lavora, per i fornitori, per i clienti, per i concorrenti, per lo Stato che incassa le imposte. Tutti questi soggetti, chi più chi meno, hanno un interesse diretto nell’attività dell’azienda e traggono beneficio (o danno) economico dal lavoro e dal profitto dell’azienda stessa.

Il punto è che quasi inevitabilmente si creeranno effetti, generalmente negativi (le cosiddette esternalità negative,) anche per chi non ha niente a che fare con l’azienda, non ha alcun tipo di ritorno economico dalla sua attività e ne rimane economicamente estraneo. Si pensi a chi abita vicino allo stabilimento e deve sopportare l’inquinamento dell’aria prodotto dai gas di scarico oppure il rumore che la fabbrica genera o ancora eventuali residui liquidi che dovessero essere dispersi nell’ambiente.

Tutti questi disagi, che non hanno una manifestazione finanziaria diretta, incidono tuttavia sul benessere della popolazione, in alcuni casi anche pesantemente.

Il classico caso di esternalità negativa è quello di chi possiede una casa con una bella vista e a un certo punto vede sorgere davanti alle finestre un palazzo che la oscura. Nessuno lo ripaga per questo peggioramento della qualità della sua vita, ma l’effetto sul benessere è tangibile.

Oppure, all’opposto, il caso di chi acquista una casa in una zona mal collegata e a un certo punto l’amministrazione locale fa arrivare la metropolitana e costruisce una stazione vicina: il nostro proprietario non ha pagato niente a quel titolo, ma il valore della sua casa lievita sensibilmente.

In alcuni casi quindi, come nell’ultimo sopra accennato, le esternalità possono essere positive, come quando si realizza un insediamento produttivo in una zona disagiata e scarsamente abitata: molto spesso si crea un effetto indotto che porta in quella zona scuole, negozi, strade, centri commerciali e così via. L’abitante di quella zona che, prima dell’insediamento, doveva mandare i figli a studiare a molti chilometri di distanza e dopo si trova ad avere la scuola sotto casa, certamente beneficia di un netto miglioramento del suo benessere, pur non avendone sostenuto alcun costo diretto.

amazon HQ

 

Basti pensare al caso del call for application del gigante USA Amazon che, avendo in programma la costruzione di una seconda sede in Nord America, ha chiesto alle amministrazioni locali interessate quali e quanti incentivi sarebbero state disposte a concedere pur di avere il centro nel loro territorio: ne abbiamo parlato diffusamente su questo blog nell’articolo “Il mondo all’incontrario” del 17/10/2017

Si potrebbe continuare all’infinito con altri esempi del genere. E’ evidente che, al crescere della complessità dei rapporti, l’attività economica di un’impresa diviene rilevante per un numero sempre maggiore di persone.

All’inizio, nel caso dell’impresa artigiana, essa riguarda solo il produttore e, tutt’al più, la sua famiglia. Poi, mano a mano che l’azienda cresce, quest’ultima avrà soci ed assumerà dipendenti e ci saranno i rapporti societari e di lavoro. Fino a comprendere il novero di tutti coloro che hanno interessi nell’azienda, i cosiddetti stakeholder, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog.

In questa categoria sono compresi i clienti, i fornitori, i finanziatori, la pubblica amministrazione che eroga servizi pubblici e riscuote imposte e tasse, le autorità sanitarie, le municipalità.

Ora abbiamo imparato che il sistema-impresa può coinvolgere, e molto spesso in effetti coinvolge, anche soggetti ad essa completamente esterni, attraverso il sistema delle esternalità.

 

La scienza economica, in questo caso, dice che chi determina una esternalità dovrebbe pagare coloro che la subiscono e chi ne beneficia dovrebbe riconoscere il beneficio economico a chi la produce. Tutto questo è naturalmente molto teorico ed è ben difficile determinare un “prezzo” equo per l’esternalità: alla fine in effetti tutto questo è molto spesso materia per i tribunali e gli avvocati. In America e nel Regno Unito, dove queste teorie sono nate, molto spesso le rivendicazioni prendono la forma di class action, ovvero azioni collettive promosse da intere categorie di persone.

Quello che qui interessa sottolineare è che l’equilibrio generale deve tenere in debita considerazione anche il benessere dei cittadini e non solo i loro rapporti strettamente economici.

Alla fine l’economia è per l’uomo e non l’uomo per l’economia.

 

L’ABC dell’economia: economia del benessere

pigou

Abbiamo interrotto la nostra miniserie sui fondamentali dell’economia parlando di equilibrio, un concetto centrale nella teoria economica. Anche se, concludevamo, non sempre vero in assoluto: molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.

Proviamo allora a estendere la nozione di equilibrio fino a comprendere anche la parte della cosiddetta “economia del benessere”. Gli individui non sono solo produttori, consumatori, risparmiatori, investitori ma anche, appunto, persone. E come tali hanno il diritto (secondo la Costituzione degli Stati Uniti, ma anche secondo la ragionevolezza) di perseguire la loro felicità.

“La felicità è una punizione degli dei” dicevano gli antichi Greci e in effetti è una parola talmente assoluta che può disorientare. Meglio, allora, parlare di benessere e parlarne nei consueti termini economici, forse meno romantici e suggestivi ma certo per noi più rassicuranti.

wellness

 

La nota citazione kennedyana secondo la quale “il PIL misura tutto fuorché la felicità” è parzialmente inesatta, almeno se ci limitiamo al concetto del benessere. La teoria economica ha infatti da tempo elaborato diverse tecniche per misurarne utilità e spiegare il comportamento economico finalizzato al raggiungimento e al mantenimento del benessere.

Proviamo quindi ad avventurarci in questo terreno piuttosto sconnesso, cercando di evitare i passaggi più impervi da un punto di visa tecnico, per giungere direttamente alle conclusioni. I lettori più versati nella scienza economica perdoneranno il metodo approssimativo e l’inevitabile semplificazione.

Il termine “economia del benessere” era il titolo del più celebre lavoro dell’economista inglese Arthur Cecil Pigou nel 1920 ed ebbe un tale successo da connotare, nei decenni a seguire e fino ad oggi, un complesso di fenomeni ed obiettivi che costituiscono spesso veri e propri programmi di economia politica da parte degli Stati sovrani più progrediti.

 

Il punto da cui partire è quello dell’equilibrio generale, inteso nel senso della migliore e più efficiente allocazione delle risorse disponibili in un determinato sistema. Abbiamo già visto nei precedenti articoli che, in un mercato concorrenziale perfetto, le risorse si distribuiscono in modo tale da realizzare – attraverso il sistema dei prezzi sui diversi mercati – la combinazione più efficiente fra i vari soggetti.

Balance

 

Se facciamo un passo avanti e pensiamo anche al benessere, possiamo immaginare una situazione di distribuzione di risorse e ricchezza tale che siano massimizzate non solo le funzioni economiche (produzione, consumo, investimento, etc.) ma anche il benessere dei cittadini.

Si tratta del cosiddetto “ottimo paretiano”, dal nome dell’economista e sociologo italiano Wilfredo Pareto che lo teorizzò fra il XIX e il XX secolo. In questa situazione, del tutto teorica, qualunque spostamento di risorse da un soggetto all’altro determina un vantaggio per alcuni ma uno svantaggio anche maggiore per altri. Parliamo naturalmente di svantaggio in termini puramente economici e misurabili, ma comprendente anche il concetto di “utilità” che determina il benessere in senso collettivo.

Vilfredo_Pareto_1870s

 

Il passaggio chiave per capire questa nozione è la marginalità, un termine con cui economisti e matematici hanno molta familiarità. Essa si fonda sul concetto di utilità marginale, ovvero la soddisfazione e il benessere – supposto misurabile ovviamente – che derivano da un’unità addizionale di risorsa, un dollaro, un euro, una casa, un chilo di pane e così via.

Partendo da una situazione di “ottimo paretiano”, quel dollaro in più che una diversa distribuzione di risorse nel mio sistema dovesse portare nelle mie tasche comporterà, in un’altra parte dello stesso sistema, una diminuzione di benessere o utilità superiore al miglioramento che ne posso trarre io. Se si guarda quindi all’interesse generale, molto meglio restare dove eravamo.

I nostri teorici del benessere affermano che le forze intrinseche del sistema tenderanno, magicamente, a riproporre una nuova situazione di equilibrio, certamente diversa dalla precedente ma tale – ugualmente – da massimizzare l’utilità per tutti.

Non ci interessa sapere se Pigou e i suoi avessero ragione o se invece sia necessario un intervento equilibratore da parte dello Stato: quello che vogliamo dire è che anche l’arida economia si deve preoccupare del benessere dei cittadini e non solo della loro capacità di produrre e consumare.

Pensiamo a tutta la tematica ambientale e dell’inquinamento. Un vero e reale equilibrio non può prescindere dal considerare anche le condizioni di vivibilità del nostro habitat. Se tutti fossero liberi di inquinare, i profitti monetari a livello generale e le risorse prodotte certamente aumenterebbero, ma il benessere ne risulterebbe compromesso.

La semplice teoria economica quantitativa ci dice che le risorse devono essere concentrate nelle mani di chi le può far moltiplicare. Tuttavia se nel far questo si producono dei danni ad altri e se ne provoca una riduzione del benessere, meglio produrre meno ma garantire una qualità della vita generale maggiore.

 

Nel prossimo articolo parleremo di un altro concetto essenziale per il benessere collettivo: quello di “esternalità”. Ogni attività economica produce infatti effetti non solo per chi la realizza o ne è interessato direttamente, ma anche talvolta a chi ne è totalmente estraneo, proprio come nel caso dell’inquinamento.

 

 

 

 

 

 

Analisi di scenario: L’Eurozona e l’Italia

Abbiamo iniziato la scorsa settimana a fare un po’ di analisi di scenario, vedendo come i concetti descritti nella mini serie sui fondamentali dell’economia abbiano un riscontro pratico immediato sulle scelte di portafoglio.

Partendo dalle due recenti crisi di politica internazionale, quella nord coreana e quella conseguente alla minacciata imposizione di dazi doganali da parte di Trump, abbiamo infatti visto come tali eventi – a parte una reazione immediata negativa – non siano ritenuti suscettibili di modificare un quadro complessivo impostato su crescita e sviluppo sostenuti.

Crescita USA al 3%, inflazione al 2%, politica di bilancio espansiva e piena occupazione fanno prevedere maggior rigore nella politica monetaria e quindi tassi in crescita. Preferibili le azioni alle obbligazioni e preferibili i tassi variabili a quelli fissi e gli strumenti inflation linked, ovvero che offrono protezione per l’inflazione.

Buone prospettive per i mercati emergenti e in particolare per Brasile e Russia, oltre che per la Cina – che sta crescendo fra il 6,50 e il 7% all’anno – il Regno Unito e Singapore.

Queste, in sintesi, le indicazioni che erano emerse dalla nostra, molto sintetica e personalizzata, analisi di scenario.

Eiffel Tower

 

E l’Europa?

 

L’Europa è quasi completamente assente dagli scenari “caldi” di tutto il mondo, quali il Medio Oriente e la guerra dei dazi doganali. A parte le considerazioni politiche, si deve dire che questo ha consentito al sistema comunitario di proseguire senza intoppi nel forte sentiero di sviluppo economico in corso da diversi anni.

Oggi l’Eurozona è considerata preferibile agli Stati Uniti come target di investimento, soprattutto perché considerata meno a rischio di volatilità. Anche qui, meglio le azioni delle obbligazioni, perché anche in Europa i tassi sono destinati a crescere e, quindi, il valore dei titoli a reddito fisso a diminuire.

L’inflazione crescerà, ma resterà sotto il margine di sicurezza del 2%. L’occupazione invece è mediamente cresciuta molto negli ultimi anni, ma resta ancora lontana dal livello di pieno impiego, soprattutto per la zavorra di paesi come Italia, Grecia e Portogallo. I multipli dei titoli azionari sono alti, ma gli analisti ritengono che, in un panorama produttivo ben intonato, ci siano ancora margini di crescita.

Quindi, per gli investitori, l’Europa è meglio degli Stati Uniti.

Se andiamo a vedere i settori, tuttavia, c’è qualche segnale preoccupante. L’Europa è sostanzialmente assente dai settori dove si stanno giocando le sfide per il futuro: l’alta tecnologia e l’intelligenza artificiale. Che accidentalmente (si veda il nostro articolo della scorsa settimana) sono anche i più rilevanti terreni di battaglia della guerra dei dazi doganali fra USA e Cina.

artificial_intelligence_benefits_risk.jpg

 

La Commissione Europea ha da poco stanziato 50 milioni di Euro per programmi di ricerca e sostegno all’intelligenza artificiale (peanuts rispetto a quanto stanno investendo i cinesi) e ha pubblicato uno striminzito documento di una ventina di pagine di strategia, di cui gran parte dedicate a come combattere l’attacco dell’intelligenza artificiale alle libertà civili.

Di fronte a tale immobilismo, la Francia di Macron ha commissionato al matematico Cédric Villani un piano piuttosto articolato nel quale investirà un miliardo e mezzo, una cifra solo più dignitosa ma certamente ancora insufficiente per competere a livello planetario.

Uno dei settori visti con maggior favore in Europa è invece quello dell’immobiliare quotato, ma anche il finanziario, la meccanica tradizionale e le telecomunicazioni: sembra la sfida del passato contro il futuro, rispetto ai settori di investimento privilegiati nei Paesi di cui si è detto sopra (l’agricoltura rispetto alla tecnologia, l’auto meccanica contro l’auto a guida automatica, e così via).

Non parliamo dell’Italia.

Anche da noi siamo in fase di ripresa, ma i tassi di crescita sono frazionali rispetto a quelli statunitensi ed europei. La disoccupazione è ancora molto elevata, specie fra i giovani e al Sud e il bilancio pubblico non consente quelle manovre di sostegno allo sviluppo che sarebbero necessarie.

Il comparto azionario è considerato in salute grazie alle buone performance delle società quotate e al ritorno degli investitori sul mercato delle piccole e medie imprese nazionali, trainato dai PIR, i Piani Individuali di Risparmio, che consentono esenzione fiscale per gli utili sotto determinate condizioni

Da noi i settori favoriti sono quelli ultra tradizionali dell’immobiliare, dell’agroindustria, servizi, moda e design.

Quanto alle valute, dopo il recupero del dollaro avvenuto negli ultimi mesi sulla scia del decollo della riforma fiscale di Trump, l’Euro è atteso in crescita rispetto al biglietto verde. Analogo rafforzamento anche nei confronti del franco svizzero, e così pure lo Yen giapponese è atteso in forte crescita rispetto al dollaro.

Euro Dollarù

 

Per il nostro investitore, concludendo, si profila un periodo di sostanziale stabilità della crescita economica media in cui non sono attesi cambiamenti sostanziali, ma certamente si assisterà a maggiore volatilità. L’indicazione su cui tutti gli analisti concordano è quella di preferire le azioni ai titoli del reddito fisso, che dovranno scontare una fase piuttosto prolungata di aumento dei tassi di interesse.