Fondi Hedge e Private Equity

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Concludiamo questa breve serie sui derivati e gli investimenti alternativi parlando di due strumenti molto noti fra gli addetti ai lavori ma spesso circondati da diffidenza e fama sinistra presso il grande pubblico: le quote di hedge funds e di private equity funds. Si tratta in entrambi i casi di quote di fondi comuni di investimento chiusi, gestiti da società specializzate con criteri molto diversificati ed in modo attivo.

A differenza dei fondi comuni più diffusi (azionari, obbligazionari, bilanciati) che molto spesso si limitano a una gestione passiva o a benchmark, questi hanno generalmente come obiettivo un rendimento assoluto, cioè il loro risultato di gestione non è dato da un confronto con un dato medio di settore (se ho fatto meglio dei competitor sono stato bravo) ma in base al profitto in valore assoluto distribuito ai sottoscrittori, una volta pagate le spese di gestione e rimborsati i manager (se ti ho dato almeno gli Euro che ti ho promesso sono stato bravo).

Abbiamo spesso assistito al paradosso di fondi di investimento che, pur avendo perso, esprimevano soddisfazione (e percepivano commissioni di successo) perché comunque avevano fatto meglio del benchmark di riferimento del settore, ovvero dell’indice che rappresenta una media fra i risultati dei diversi operatori. Ad esempio negli ultimi anni dello scorso decennio, nel pieno della grande crisi, gli indici di performance settoriale erano tutti fortemente negativi: per i fondi azionari abbiamo assistito a perdite anche a doppia cifra in un anno. Poteva capitare che un determinato fondo azionario perdesse, mettiamo, il 5% in un anno e che i sottoscrittori perdessero di fatto due volte si vedessero “cornuti e mazziati”(non mi piace granchè come espressione, vedi te se lasciarla o meno): non solo il loro patrimonio era diminuito, ma i gestori si prendevano anche laute success fee (commissioni di successo), avendo comunque battuto il benchmark.

 

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Nel caso degli hedge fund, l’obiettivo è invece quello di far crescere il valore del fondo in modo costante e progressivo nel tempo, attraverso modelli di gestione dinamici e con assunzione di rischi anche rilevanti, purché bilanciati da una adeguata diversificazione. Per far questo, tali fondi possono ricorrere anche a strumenti sofisticati, generalmente preclusi ai fondi tradizionali, quali: possibilità di vendite allo scoperto, transazioni in opzioni e futures, ricorso alla leva finanziaria e tecniche di copertura (hedging) complesse.

La categoria degli hedge funds, che da noi vengono impropriamente definiti “fondi speculativi”, è composita e comprende tanto il piccolo fondo specializzato per settore o area geografica, quanto il grande operatore world-wide, aggressivo e presente su tutti i mercati. I soggetti appartenenti a quest’ultima categoria sono quelli che in gran parte alimentano la speculazione sui mercati e danno origine talvolta a veri e propri sconvolgimenti di mercato, tanto che è stato coniato per loro il termine di “fondi locusta” o “cavalletta”.

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In realtà la speculazione è una componente fisiologica dei mercati, perché consente di riportare le loro condizioni in equilibrio quando se ne siano allontanate. I fondi scommettono su tali movimenti e, se indovinano la previsione o riescono a innescarla, conseguono un profitto; altrimenti sono i primi a perdere.

Contrariamente ad un giudizio superficiale negativo, si tratta quindi di strumenti che possono ben trovare spazio in un portafoglio equilibrato e razionale e che hanno in genere una funzione anticiclica, nel senso che possono produrre utili anche quando i mercati sono in calo, proprio perché possono operare allo scoperto.

Sul mercato esistono anche i fondi secondari, ovvero fondi che hanno in portafoglio a loro volta quote di fondi hedge, e che pertanto possono offrire ai loro sottoscrittori un’ulteriore garanzia di diversificazione e la possibilità di accedere anche a fondi che un privato non potrebbe mai acquisire perché magari sono richiesti livelli minimi di investimento rilevanti oppure una conoscenza diretta degli operatori e dei mercati in cui agiscono.

Il limite di investimento è una delle caratteristiche che rende questi strumenti adatti a portafogli di dimensioni di un certo livello e non alla portata di tutti gli investitori. Inoltre per i fondi di maggior successo, occorre spesso “mettersi in fila” perché trattandosi di fondi chiusi i collocamenti sono esauriti e bisogna attendere il lancio di un nuovo fondo oppure la vendita da parte di un sottoscrittore. In alcuni casi, per precisa scelta dei gestori e quando siamo in presenza di eccellenze riconosciute, tali prodotti sono riservati solo ai già clienti e non vengono aperti a nuovi sottoscrittori.

Generalmente è però possibile acquisire quote dei fondi hedge attraverso le banche di maggiori dimensioni e i broker, ma è consigliabile acquisire prima informazioni sui gestori, sul track record (ovvero sui risultati conseguiti in passato), sulle caratteristiche e lo stile di gestione.

 

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Sostanzialmente diversi sono i fondi di private equity, che generalmente non sottoscrivono titoli quotati o largamente diffusi, ma entrano in situazioni di start-up o di turnaround aziendale scommettendo sulla capacità di valorizzare le aziende in cui entrano, per poi cederle realizzando un profitto. Tali fondi entrano nel capitale sociale (equity) delle aziende target e quasi sempre ne assumono il controllo guidando la fase di crescita o di recupero. Una volta realizzato l’obiettivo, la partecipazione viene dismessa tipicamente attraverso il collocamento in borsa.

Molti di questi soggetti riescono a realizzare ingenti profitti e a remunerare lautamente i sottoscrittori delle quote, anche se i rischi sono normalmente elevati: basta però un buon affare per compensarne tre o quattro andati male.

Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte per gli hedge in materia di rilevanti limiti minimi di ingresso, difficoltà di entrare nei fondi di maggior successo ed esistenza di un circuito secondario interessante.

 

Si conclude con questo articolo la mini-serie su derivati e investimenti alternativi, che talvolta ha portato i nostri lettori a esaminare situazioni complesse e tecnicamente articolate. Anche se spesso si tratta di strumenti non alla portata di tutti, per entità dei patrimoni richiesti e per livello di conoscenze, è comunque importante sapere che esistono tali possibilità di investimento, certo non consuete per il risparmiatore medio ma che possono dare comunque delle belle soddisfazioni, se ben gestiti e sfruttati.

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Il Forex Trading

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Quando vediamo pubblicità e inserzioni molto pressanti che sollecitano i risparmiatori ad investire in particolari prodotti, la prima reazione deve essere di sana diffidenza. Non si tratta di vendere un prodotto o un servizio, in concorrenza con altri simili, ma di proporre soluzioni che – per rendimento offerto e rischio – possano trovare favorevole accoglienza.

Non a caso la legge prevede vincoli molto stringenti per la sollecitazione del risparmio, sia dal punto di vista soggettivo (ovvero dei soggetti abilitati a farla) sia oggettivo, inerente le tipologie di prodotto (emittente, scadenza, caratteristiche tecniche). In particolare, devono essere esplicitati ai futuri acquirenti tutti i vincoli e i potenziali rischi.

Le insistenti inserzioni da parte di piattaforme di negoziazione, generalmente con base all’estero, che prospettano mirabolanti guadagni nel trading di valute senza necessità di impiegare denaro, vanno pertanto prese con molta cautela.

Occorre premettere che non stiamo parlando della semplice sottoscrizione di un titolo azionario o obbligazionario denominato in valuta estera, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog, come potrebbe essere l’acquisto di un Treasury Bond del governo americano o delle azioni di Microsoft. Queste sono scelte di investimento lineari e del tutto analoghe a quelle in titoli similari nazionali o in euro, salvo il rischio di cambio.

In questo caso parliamo di trading, ovvero negoziazione, di strumenti derivati complessi, in primo luogo futures ed opzioni che hanno come sottostanti le valute estere e che consentono di guadagnare o perdere a seconda che i rapporti di cambio vadano nella direzione che avevamo previsto o in quella contraria.

Ci viene detto con molta enfasi che si tratta di un’operatività semplice, priva di rischio e che comporta investimenti minimi per l’apertura del conto. Se così fosse, avremmo davvero trovato la soluzione a tutti i problemi. In realtà si tratta di informazioni non corrette, nella maggior parte dei casi colpevolmente fuorvianti.

In primo luogo, l’operatività di questi strumenti non è affatto semplice: sapersi muovere nel mondo dei derivati richiede infatti conoscenze e capacità tecnica di gestire le piattaforme che non sono alla portata di tutti. Le conoscenze naturalmente possono essere acquisite con lo studio e la preparazione: se c’è interesse ad approfondire, è senz’altro positivo dedicarvisi ed accrescere la propria cultura in materia. Ed è anche vero che tutti gli intermediari offrono pacchetti “demo”, ovvero conti simulati che funzionano in tutto e per tutto come quelli reali, sui quali è possibile esercitarsi ed acquisire pratica.

Tuttavia non si può dire che sia un’operatività elementare e la possibilità di errore è sempre dietro l’angolo. Naturalmente se impostiamo un’operazione sbagliata, è possibile chiuderla immediatamente in genere senza grossi contraccolpi se ce ne accorgiamo subito, ma nel frattempo le commissioni e le spese dell’intermediario vengono comunque addebitate (e in misura doppia: una per l’operazione sbagliata e una per quella che la corregge). Può ad esempio capitare di invertire i valori di stop loss e take profit, di cui parliamo sotto, con il risultato che la transazione, appena eseguita, viene subito chiusa.

 

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Meno che mai possiamo credere che si tratti di operazioni senza rischio: in molti casi è come una lotteria, il costo del biglietto va comunque sempre sostenuto. E’ vero che al massimo si può perdere quanto si è versato sul conto per consentire l’operatività, ma è vero anche che in tal caso pure i potenziali guadagni non potranno che essere limitati.

E’ infatti necessario costituire un deposito sul quale verranno via via bloccati i margini per le operazioni eseguite: operando a leva – come abbiamo spiegato in uno dei precedenti articoli –  possiamo limitarci a mettere in gioco solo una parte dei capitali investiti. Quel deposito verrà poi incrementato con gli utili realizzati e addebitato con le perdite subite.

Inoltre il fatto che non siano richieste somme di denaro particolarmente rilevanti è infatti fuorviante, perché in tal caso, se è vero che le perdite saranno al massimo contenute nell’importo versato, è vero che con operazioni di piccolo importo anche i potenziali guadagni non potranno che essere molto contenuti. Più che un modo per investire il risparmio, il forex trading è quindi da considerare una sorta di attività imprenditoriale che richiede un capitale iniziale, anche se minimo.

Non vogliamo entrare nel merito delle singole operazioni tecniche, che esulano dagli obiettivi del blog e sarebbero rivolti ad un pubblico già esperto, o almeno con qualche familiarità col trading. Basti accennare al fatto che le operazioni più diffuse sono le combinazioni di future su due divise, di segno opposto. Ad esempio la combinazione EURUSD (il cosiddetto Eurodollaro), in assoluto la più trattata, consiste nel contemporaneo acquisto a termine di Euro e vendita a termine di dollari USA, in modo tale che chi possiede 1 contratto guadagna se l’Euro si apprezza rispetto al dollaro, passando ad esempio dall’attuale cambio di 1,17 a 1,25 e invece perde se accade il contrario, ovvero se il cambio passa ad esempio a 1,15.

Euro Dollar The European Union United States

 

Tale contratto, anziché comprato può anche essere venduto e, in tal caso, la posizione diventa short, ovvero “corta”, da consegnare, e i termini di guadagno o perdita sono esattamente l’opposto. Da un punto di vista pratico non cambia niente, perché a scadenza non si dovrà consegnare né ricevere alcunché, ma verrà semplicemente accreditata (se abbiamo “vinto”) o addebitata (se invece abbiamo “perso”) la differenza.

Inoltre, durante la vita dell’operazione, potremo seguire sulla piattaforma l’andamento della nostra posizione ed eventualmente chiuderla prima se ci riteniamo soddisfatti dell’utile maturato oppure se vogliamo congelare la perdita per evitare ulteriori danni.

A questo proposito, è buona norma inserire fin dall’inizio i limiti automatici cosiddetti di stop loss e di take profit. Il primo è finalizzato a contenere l’eventuale perdita entro un limite massimo predeterminato e il secondo a portare a casa un profitto, ritenuto fin dall’inizio soddisfacente e che potrebbe invece sparire con successivi movimenti. In entrambi i casi, una volta raggiunte le quotazioni impostate, la transazione viene chiusa automaticamente.

Si tratta di impostazioni prudenziali, che richiedono comunque una strategia fin dall’inizio.

 

 

 

 

 

 

Gli investimenti alternativi

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di completare l’esame degli “investimenti alternativi”, dopo che nei precedenti articoli avevamo parlato di derivati e, in particolare nell’ultimo della serie, delle commodities, ovvero delle materie prime.

L’argomento è interessante e non solo da un punto di vista puramente teorico, ma soprattutto per le concrete implicazioni in termini di scelta degli investimenti. In un momento in cui i mercati presentano grande volatilità, ovvero subiscono frequenti e profonde oscillazioni di prezzi, e soprattutto in queste settimane in cui i rendimenti dei titoli obbligazionari e delle altre forme più diffuse di investimento sono molto bassi, pensare a qualcosa di diverso è naturale.

 

Esiste infatti una categoria di attività finanziarie, ovvero di strumenti in cui può essere impiegato il risparmio, che è in effetti “residuale”, ovvero comprende titoli di varia natura, diversificati per caratteristiche, tipologie di emittenti, livello di rischio: sono i cosiddetti “investimenti alternativi”.

Si tratta di attività decisamente eterogenee, il cui elemento comune è di non essere molto diffusi fra il grande pubblico dei risparmiatori e, pertanto, di essere in qualche modo “di nicchia” e tendenzialmente adatti a chi possiede un livello di conoscenze e preparazione più elevato della media o a chi comunque è disposto a studiare e approfondire la materia. Non perché siano necessariamente strumenti più rischiosi, ma spesso solo più sofisticati o meno conosciuti, che però possono essere utili per diversificare un portafoglio e spesso dare un contributo interessante alla redditività.

Nei portafogli modello, il peso degli investimenti alternativi è del resto venuto via via crescendo, spesso anche in seguito a mode più o meno passeggere. Ciò non vuol dire che essi siano in assoluto da respingere, ma il consiglio è di fare un’attenta selezione e, soprattutto, di avere una cognizione precisa del rischio e delle limitazioni che tali investimenti comportano.

Delle commodities abbiamo parlato nell’articolo della scorsa settimana, oggi ci occupiamo invece di preziosi; nelle prossime settimane affronteremo invece il forex trading, i fondi hedge e la private equity, oscure e minacciose espressioni nella lingua di Albione di cui non vogliamo anticipare il significato per non guastare la sorpresa del lettore.

Non tratteremo invece, per precisa scelta, di un comparto che negli ultimi due anni ha conosciuto una popolarità enorme, quello delle criptovalute.

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Resistendo alle molte richieste che ci sono pervenute, confessiamo di non conoscere in modo sufficiente questo strumento. Tuttavia, il costante tambureggiamento sulla rete e le sollecitazioni ad investire di cui tutti sono oggetto con grande insistenza, ne fanno a nostro avviso un motivo sufficiente per innalzare una barriera di sana diffidenza. Troppe “stangate” (parafrasando il titolo di un celebre film degli anni ’80) abbiamo visto passare, per poter suggerire ai lettori di trasferire risorse a siti web per i quali non disponiamo di elementi di giudizio, col rischio concreto di non poter poi smobilizzare l’investimento e di rientrare in possesso, prima o poi, del denaro.

Ci siamo spesso chiesti infatti cosa succederebbe se una mattina, collegandoci al sito che gestisce l’investimento, lo trovassimo oscurato o non più raggiungibile o, semplicemente, non più esistente. E anche se disponiamo di una chiavetta con tutte le informazioni necessarie a identificare l’investimento, non riusciamo a capire dove potremmo andare per recuperare quanto in precedenza versato.

In altri termini, pur consapevoli del rischio di precludersi una buona possibilità di reddito, riteniamo necessaria una maggiore tutela legale e una concreta vigilanza istituzionale prima di avventurarsi, sia pure con somme minime, in questa strada. Probabilmente ci arriveremo, ma a quel punto i rendimenti saranno certamente meno allettanti e più allineati al resto dei mercati.

Iniziamo dunque a parlare dell’investimento in preziosi.

La prima e più tradizionale forma di investimento è quella in beni preziosi, tipicamente oro e diamanti, ma in questa categoria possiamo far rientrare anche le opere d’arte, i gioielli, gli oggetti da collezione di valore.

Si tratta di forme di impiego che hanno una duplice caratteristica economica: da un lato mantengono il loro valore nel tempo a prescindere da inflazione, svalutazione, default di Stati sovrani e simili; dall’altro non producono interessi né, in generale, alcun flusso di reddito.

Si tratta quindi di un tipico impiego in “riserva di valore”, di natura essenzialmente difensiva, ovvero mirata a mantenere intatto il potere d’acquisto del proprio patrimonio rispetto a eventi esterni che potrebbero comprometterlo.

D’altra parte, anche per i preziosi, come per qualunque altro strumento negoziabile, esiste un mercato in cui vengono scambiati o, per meglio dire, esistono tanti mercati quante sono le tipologie di beni. Tali mercati sono soggetti alla consueta legge della domanda e dell’offerta, in relazione alla quale quando la prima aumenta e/o la seconda diminuisce, il prezzo inevitabilmente cresce. E la domanda tipicamente cresce quando si diffonde il timore di eventi che possano pregiudicare il potere d’acquisto della moneta.

In tali circostanze, o anche in concomitanza con una rarefazione dell’offerta, il valore della riserva accumulata in preziosi sarà superiore al costo originario, dando luogo a una potenziale plusvalenza. In questo caso però, rivendendo il bene, torneremo in possesso di denaro e ci troveremo esposti al rischio di svalutazione incombente, anche se avremo costituito una riserva di maggior valore per assorbire eventuali future perdite.

Un esempio numerico aiuterà a capire questo punto. Supponiamo di acquistare oggi un lingotto da 3 kg di oro al prezzo di 35 € al grammo, per un investimento iniziale di € 105.000. Supponiamo che a distanza di un anno si sia verificata un’inflazione del 10% e che il prezzo dell’oro sia passato da 35 a 50 € al grammo. Dopo un anno il nostro investimento potrà quindi essere smobilizzato a € 150.000, che però – in seguito all’inflazione – avranno un potere d’acquisto corrispondente a € 135.000 di un anno prima.

In tal caso, se vendiamo il lingotto e portiamo a casa la plusvalenza, ci troveremo in mano di nuovo Euro che saranno soggetti a possibile nuova svalutazione: avremo però costituito una riserva di 30.000 € che può costituire un buon argine di sicurezza per mantenere il valore reale del patrimonio in caso di nuova ulteriore svalutazione.

Al contrario, se manteniamo l’investimento in forma aurea, il rischio è quello che il prezzo dell’oro si riduca, perché magari i tassi di interesse aumentano e vengono preferiti dagli investitori forme di impiego più remunerative; oppure perché vengono scoperti nuovi giacimenti che aumentano l’offerta sul mercato.

Anche in questo caso, l’investimento non è quindi privo di rischio, come in generale qualunque altra forma: dunque nessun pasto è gratis, secondo una celebre massima economica di Milton Friedman.

Per molti aspetti l’investimento in oro è simile a quello in commodities di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente, ma in quel caso facevamo riferimento al trading di derivati sulle materie prime e non alla detenzione fisica del bene acquistato. Inoltre, come abbiamo più volte segnalato, analoghi risultati dell’investimento fisico possono essere conseguiti investendo in titoli azionari o in indici direttamente correlati al prezzo dell’oro.

 

Le commodities

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I derivati, come abbiamo visto, sono contratti complessi aventi ad oggetto attività finanziarie che possono essere le più diverse: azioni, titoli, valute estere e anche materie prime (le cosiddette commodities). In sostanza possono essere prese come riferimento per costruire i derivati tutte le attività (asset) e gli strumenti trattati su mercati regolamentati in grado di determinare prezzi universalmente accettati e significativi.

Dobbiamo confessare che rispetto ai derivati su strumenti diversi, le commodities ci piacciono particolarmente. Il motivo è semplice: dietro ai flussi di denaro virtuale ed ai click delle innumerevoli tastiere di computer, questa volta ci sono le merci, i metalli, gli animali e così via, ovvero quanto di più materiale e “fisico” ci possa essere sui mercati finanziari.

Ciascuno di questi prodotti è tradizionalmente oggetto di scambio sui mercati di tutto il mondo, dove ovviamente vengono trattati e suddivisi in tipologie e lotti omogenei. Ad esempio, nel comparto del petrolio greggio c’è il segmento del “Brent crude oil del Mare del Nord” e del “Light crude oil”; come pure c’è il segmento in cui si negoziano lotti da 1.000 barili a contratto e quello “mini” dove se ne trattano da 500.

 

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In ogni caso, chi compra e chi vende sa esattamente qual è l’oggetto della transazione, anche se in concreto – nel mondo reale esterno ai mercati – si possono avere le tipologie più diverse.

Come in ogni mercato che si rispetti, anche in questo la speculazione è ampiamente presente e svolge un ruolo rilevante. Tuttavia a differenza di altri prodotti, le materie prime hanno un circuito materiale effettivo in cui operano le imprese che realizzano i prodotti che consumiamo ogni giorno, da quelli che portiamo in tavola (carne di maiale, succo d’arancia, mais, zucchero, cacao, caffè e così via) a quelli che riempiono i serbatoi delle auto e che consentono di riscaldarci come il gasolio o il gas naturale.

Non solo, tali prodotti sono fortemente soggetti alla ciclicità produttiva (la stagionalità) o estrattiva e a quella della domanda mondiale: i prezzi sono quindi molto sensibili all’andamento dei raccolti ed ai consumi, alla produttività e alla tecnologia applicata.

Fare trading sulle commodities impone, quindi, di conoscere i differenti settori merceologici, i fattori che ne determinano il trend di mercato, la geopolitica dei paesi produttori e di quelli consumatori. Per chi non ha nel DNA i geni dello “gnomo di finanza” e vuole comunque investire in modo diversificato, si tratta di un settore di attività molto più divertente e variegato di altri.

Questi strumenti possono essere oggetto di investimento di capitale diretto, oppure – in questo caso più opportunamente – di contratti derivati attraverso i quali prendere posizione al rialzo o al ribasso, come abbiamo visto in precedenza.

Supponiamo ad esempio di aver maturato la convinzione che il prezzo del petrolio sia destinato a crescere nei prossimi tre mesi. Abbiamo fatto le nostre ricerche e ci siamo convinti che la Cina e le altre tigri asiatiche continueranno a svilupparsi e ad assorbire energia; che l’OPEC riesca a ridurre la produzione mondiale e che le scorte si siano esaurite, mentre la tecnologia estrattiva non è in grado di aumentare la produttività degli impianti esistenti o di individuare nuovi pozzi.

Cosa deve fare allora un investitore che vuole tenersi long sul petrolio? Naturalmente la soluzione non è quella di acquistare qualche barile e tenerlo in giardino per poi provare a rivenderlo…

La prima ovvia soluzione, per chi ha consuetudine coi mercati finanziari tradizionali, è quella di acquistare titoli azionari o obbligazionari di società petrolifere, il cui valore prevedibilmente aumenterà col crescere del prezzo del greggio. Stesso risultato si può raggiungere acquistando indici (quali ETF) oppure quote di fondi comuni specializzati nel settore energetico.

Ci sono però anche modalità diverse, più efficienti da un punto di vista finanziario, proprio nell’ambito del trading sulle commodities. Abbiamo visto nell’articolo precedente come è possibile, attraverso le opzioni, assumere una posizione rialzista: acquistare una “call” oppure vendere una “put”. E questo potremo farlo senza impiegare tutto il capitale necessario, ma ricorrendo alla leva, ovvero all’indebitamento, limitando comunque il rischio dell’eventuale perdita all’importo del premio pagato o riscosso sull’opzione.

Un esempio, in particolare, può aiutarci a capire meglio. Se riteniamo che da oggi a tre mesi il prezzo del petrolio aumenti, ma che poi sia destinato a diminuire nei successivi tre mesi, potremmo combinare le due opzioni acquistando uno spread con due “gambe”: ovvero in acquisto l’opzione a tre mesi e in vendita quella a sei mesi.

L’operazione a cui si fa riferimento, il cosiddetto commodity spread, è quindi un’operazione ancora più complessa, ma essendo composta di una parte long e di una parte short, possiamo ragionevolmente ritenere che il rischio complessivo sia in qualche modo attenuato.

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Anche in questo caso non abbiamo la pretesa di spiegare le operazioni che sono state solo accennate: lo scopo è solo quello di rendere un’idea della complessità di questo tipo di investimenti.

E’ facile trovare su internet pubblicità che invogliano ad entrare nel mercato del trading su derivati e sicuramente questo tipo di operatività può rappresentare una buona forma di diversificazione degli impieghi e di reddito aggiuntivo.

Si deve però tenere presente che è richiesta, oltre ad una certa competenza o almeno dimestichezza di base con gli strumenti oggetto di negoziazione, anche una seria attività di ricerca sia sui fondamentali dei diversi mercati, sia con le statistiche passate per quanto riguarda la stagionalità.