FARE E DISFARE E’ TUTTO UN LAVORARE

Il lavoro al tempo di Internet

Dopo aver tanto discettato di moneta e finanza, torniamo a parlare di quello che è veramente il fulcro dell’economia ed il punto centrale di tutte le analisi socio-politiche e ambientali: l’uomo. Più in particolare, ci concentreremo sull’attività più storicamente e culturalmente connaturata all’uomo, ovvero il lavoro.

 

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Difficile non pensare, per chi ha una formazione cattolica, che il concetto di lavoro nasce come punizione per l’uomo, resosi colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Dal paradiso terrestre alla fabbrica e all’ufficio: questo il percorso che il genere umano ha dovuto intraprendere per aver mangiato il frutto proibito.

 

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Oggi il lavoro è considerato la base del “contratto sociale”, il complesso di regole e consuetudini che assicura la pacifica e fruttuosa convivenza di tutte le persone. In Italia, il lavoro potrebbe definirsi addirittura il fondamento costituzionale della Repubblica se si considera che l’art. 1 della Costituzione recita L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Pensare che il nostro Paese sia fondato su un’attività – il lavoro appunto – che esclude il 30 per cento dei giovani dà un’idea della precarietà e forse anche del paradosso della situazione italiana.

Il lavoro che oggi ancora faticosamente resiste è quello legato ad un mondo in via di rapida obsolescenza: attività agricola, manifatturiera o commerciale; contratti a tempo indeterminato; regole chiare; garanzia per le parti più deboli. Molto di tutto questo – formatosi nel corso della storia, fino al punto di massimo sviluppo con lo Statuto dei Lavoratori del 1970, è stato spazzato via dalla grande crisi iniziata nel 2007, ma la vera rivoluzione è stato l’avvento della società digitalizzata.

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Intere categorie di lavoro sono state di fatto cancellate dall’avvento dell’era informatica. Molti, se non tutti, dei lavori di natura ripetitiva e a basso contenuto creativo, sono scomparsi o stanno scomparendo, sia perché intere aree di business sono ormai fuori mercato, sia perché procedure e macchine automatiche sono spesso in grado di svolgere gli stessi lavori con maggiore precisione e senza lamentarsi della fatica e dell’alienazione, né lottare per i propri diritti.

Gli esempi al riguardo non mancano. Così come l’avvento dei frigoriferi decretò la fine di un nobile mestiere quale il commercio e trasporto del ghiaccio, nell’era digitale il servizio postale tradizionale, al quale venivano affidate le missive e le comunicazioni, è stato sostanzialmente sostituito dalla posta elettronica.

Inoltre, nella catena di montaggio di qualunque fabbrica, gli operai addetti a lavorazioni faticose e ripetitive sono in gran parte, e quasi ovunque, rimpiazzati da macchine automatiche.
manuf_1Allo stesso tempo, molti lavori sono stato creati, spinti dalle nuove possibilità offerte dalla tecnologia e dai nuovi bisogni che si sono affermati. Per non andare troppo lontano, proviamo a fare un esercizio di fantasia, immaginando tornare indietro alla fine del secolo scorso (neanche una generazione prima) e di dover spiegare a una persona mediamente informata quale fosse il business di giganti del mercato quali Apple, Facebook o Google. Oppure se conoscessero mestieri quali l’influencer, il facilitatore di affari o il video-designer.

In fondo, si potrebbe dire, questa è la storia di sempre per il genere umano: mestieri che scompaiono, mestieri che nascono, ricchi che diventano poveri e nuove fortune che si creano dal nulla.

In realtà questa volta è diverso: inutile chiedersi se sia migliore o peggiore, ma decisamente e irreversibilmente diverso.

Intanto perché il rapporto di sostituzione fra lavori che scompaiono e nuovi lavori non è mai 1 a 1 e, conseguentemente, si distruggono sempre molti più posti di lavoro di quanti non ne vengano creati.

Poi perché è cambiato il peso del fattore-lavoro nel sistema economico: dai tempi di Marx, secondo il quale il valore delle cose era dato dal lavoro che esse incorporavano nel processo produttivo, molta acqua è passata sotto i ponti.

Oggi i giganti del mercato borsistico mondiale e le maggiori società per fatturato hanno relativamente pochi dipendenti: per gestire il volume d’affari di soggetti quali Uber o AirB&B sono necessarie poche persone e la produttività del lavoro è stratosferica. La più grande azienda di trasporto di persone (Uber) e di ricettività locativa (AirB&B) non possiedono né un’automobile né un albergo.

I giganti di una volta (Ford, General Motors, Wallmart) avevano un esercito di dipendenti. Le maggiori aziende erano tutte fortemente labour intensive, ovvero ad alta intensità di lavoro.

Poi è stata la volta di aziende capital intensive, ovvero ad alta intensità di capitale: era il caso della grande industria manifatturiera, per quanto riguarda il capitale tecnico, ma anche dell’industria finanziaria, in termini di capitale economico.

Oggi una delle maggiori società del mondo per volume d’affari, la Apple, è nata in un garage dall’idea geniale di un visionario; ed un’altra, Facebook, in un college universitario americano dalla creatività di uno studente che voleva creare un luogo virtuale di incontro con i colleghi. lavoro_2

 

Ne consegue che i connotati del lavoro, oggi, sono ben diversi da quelli di qualche decennio fa e, ancor più, da quelli del dopoguerra quando venne scritta la nostra Carta Costituzionale.

Dunque ha ancora senso parlare oggi di una società “fondata sul lavoro”? Ed esiste ancora una classe operaia stile “Cipputi” alienata dal lavoro e sottomessa alla tirannia padronale?

A queste, e ad una serie di altre domande, cercheremo di rispondere nei prossimi articoli del blog, con l’aiuto di Manlio Lo Presti, blogger e opinionista affermato con un passato di impegno attivo nel sindacato, e di Domenico De Masi, il sociologo del lavoro più conosciuto in Italia, teorizzatore del cosiddetto “ozio creativo”.

Ci farebbe piacere che i lettori partecipassero alla discussione su questo argomento, proponendoci i loro punti di vista e le loro osservazioni, alle quali cercheremo di rispondere in modo chiaro e sintetico, perché quella del lavoro è senza dubbio la sfida del nostro futuro.

Buona lettura dunque!

 

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ABC dell’economia: la politica monetaria

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Il concetto stesso di moneta è oggi radicalmente cambiato, come pure la sua funzione.

Per quanto riguarda le funzioni, possiamo affermare che oggi – pur mantenendo lo strumento monetario le prerogative originarie che abbiamo menzionato all’inizio della serie – il ruolo principale della moneta è quello di rappresentare lo strumento più diffuso di politica economica, ovvero dell’intervento dello Stato sull’economia.

Il soggetto autorizzato all’emissione monetaria (nell’Unione Europea la BCE che ha sede a Francoforte) può modulare la quantità di moneta in circolazione e influire così sul livello dei tassi di interesse. Quanto maggiore è la quantità di moneta nel sistema, tanto minori tendono ad essere i tassi di interesse.

Si parla per questo di “politica monetaria espansiva” quando la Banca Centrale aumenta la quantità di moneta favorendo una riduzione dei tassi: si incentiva così l’investimento e, per questa via, il reddito (tutti concetti che abbiamo già visto all’inizio della nostra serie “L’ABC dell’economia”).

Analogamente si parla di “politica monetaria restrittiva” quando la moneta viene drenata dal sistema e i tassi di interesse tendono a salire, con effetto di contenimento dello sviluppo. In questo caso lo scopo dell’intervento è generalmente quello di controllare e limitare l’inflazione e anche di migliorare i conti con l’estero: tassi più alti attirano gli investitori esteri e la valuta si rafforza, scoraggiando le importazioni.

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Gli strumenti di politica monetaria sono numerosi, con diverso grado di complessità e di efficacia. Quello al quale le banche centrali oggi ricorrono più spesso è il cosiddetto “intervento sul mercato aperto”, consistente nell’acquisto o vendita di titoli di Stato sul mercato secondario. Tali operazioni vengono fatte in contropartita diretta delle banche dei diversi paesi, le quali svolgono dunque una funzione di interfaccia e di trasmissione della politica monetaria. Ma devono anche assicurare che la liquidità fresca, da loro intercettata, riesca ad affluire al mondo della produzione sotto forma di credito bancario, cosa che in verità non sempre è avvenuta con la dovuta fluidità.

Quando la Banca Centrale compra titoli pubblici, immette dunque moneta nel sistema (il corrispettivo dei titoli acquistati) e, quando vende, toglie invece liquidità. La modalità con cui è stata affrontata e vinta la forte crisi innescata nel 2007 con la vicenda dei mutui subprime (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo) e con il fallimento di Lehman Brothers è stata proprio questa: consistenti, prolungati e crescenti acquisti di titoli pubblici, il cosiddetto quantitative easing, attraverso il quale enormi flussi di liquidità sono stati forniti ai sistemi economici per agevolarne la ripresa.

Un ultimo accenno, per quanto riguarda i temi strettamente connessi con la moneta, è la definizione dell’”aggregato”. Si distinguono infatti oggi quattro configurazioni concettuali del termine “moneta”, che possono essere rappresentati da una struttura a cerchi concentrici: da un nucleo che costituisce il circolante ad uno più ampio denominato M1, ad uno più ampio ancora denominato M2 fino a quello più esterno, denominato M3, in modo che ciascuno inglobi quello o quelli inferiori.

  • Il circolante o numerario indica la somma della moneta cartacea (banconote) e di quella divisionaria (“gli spiccioli”) in circolazione;
  • M1 indica il circolante più l’ammontare dei depositi in conto corrente bancari e postali;
  • M2 indica M1 più l’ammontare dei depositi a risparmio (bancari o postali);
  • M3 indica M2 più l’ammontare dei titoli a breve termine del debito pubblico del Paese.

Come si vede, aumentando il grado di complessità, aumentano i soggetti depositari del diritto di emettere moneta: banca centrale, banche commerciali, poste, pubblica amministrazione. Ognuno di questi soggetti ha quindi un ruolo nella politica monetaria ed è importante che tutti collaborino nella direzione decisa dall’orientamento politico prevalente.

Tradizionalmente i partiti e le coalizioni governative “progressiste” o liberal (laburisti nel Regno Unito, socialdemocratici in Germania, socialisti in Spagna, democratici in USA e in Italia e così via) hanno sempre favorito una politica espansiva, il cui obiettivo principale fosse lo sviluppo del reddito e dell’occupazione, anche al costo di un peggioramento dei conti pubblici o di un certo livello di inflazione.

Viceversa le formazioni più conservatrici (tories, repubblicani, cristiano democratici, etc.) hanno sempre perseguito politiche di rigore e conti in ordine, inflazione sotto stretto controllo e forza relativa della valuta nazionale.

Le altre due leve tradizionali della politica economica, ovvero la spesa pubblica e il fisco, benché in teoria più immediate ed efficaci, sono invece sostanzialmente precluse al nostro Paese dagli stringenti vincoli di bilancio. Entrambi, infatti, sono suscettibili di peggiorare i conti pubblici, laddove l’Italia è al contrario impegnata da anni a rispettare parametri contabili di riequilibrio.

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Al termine di questo focus sulla moneta, crediamo di aver fornito al lettore almeno le basi per capire l’origine, l’evoluzione e la funzione della moneta negli scambi, come riserva di valore e come strumento di politica economica.

Rispetto a quanto avevamo promesso all’inizio, manca ancora l’esame di come si sono sviluppati i derivati e della funzione creditizia: sono infatti questi gli argomenti che affronteremo nei prossimi articoli, dove protagonista del nostro racconto sarà proprio la banca.

 

 

 

ABC dell’economia: L’inflazione

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La storia della moneta è interessante e accompagna molti aspetti cruciali della storia dell’umanità. Molti fenomeni di impatto sociale anche notevole sono stati infatti originati dalla moneta: crisi di liquidità, grandi inflazioni, crolli di istituzioni emittenti.

Uno dei fenomeni tipicamente legati alla moneta è quello dell’inflazione, su cui è bene spendere qualche parola. Il termine deriva dal latino inflare, che significa gonfiare, soffiare. In effetti si ha inflazione quando i prezzi si gonfiano, ovvero aumentano in maniera generalizzata e senza alcun riferimento con un aumento del valore dei beni e servizi.

Ogni mercato è caratterizzato da variazioni di prezzi, in corrispondenza – come abbiamo detto più volte – di spostamenti della domanda e dell’offerta. Normalmente però si tratta di oscillazioni sia un senso che nell’altro, talvolta cicliche (ad esempio nel caso dei prodotti agricoli che presentano stagionalità) e, soprattutto, indipendenti dagli altri mercati.

Se ad esempio i gusti dei consumatori si spostano dalla carne al pesce, aumenterà la domanda di pesce e diminuirà quella della carne, determinando – a parità di altri fattori – un aumento del prezzo del pesce e una diminuzione di quello della carne.

Ma se entrambi i livelli dei prezzi aumentano ed aumentano anche quelli del gasolio, del grano, del ferro, del caffè, del costo del lavoro e così via, siamo evidentemente di fronte a un fenomeno ben diverso.

Rilevare il fenomeno dell’inflazione è tutto sommato facile: basta l’osservazione empirica e la statistica. Ben più difficile individuarne le cause: eccesso di liquidità, costi, rapporti con l’estero.

Si ha eccesso di liquidità quando la moneta in circolazione cresce molto mentre la quantità di beni e servizi acquistabili resta invariata o, meglio, cresce di meno. Un caso limite estremizzato può rendere meglio l’idea: in un sistema chiuso in cui il numero di beni prodotti è fisso ogni giorno e partendo da un prezzo di equilibrio, se in un determinato momento viene immessa una quantità di moneta uguale a quella già esistente, si può scommettere che i prezzi di quei beni tendenzialmente raddoppieranno.

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In generale, a parità di altre condizioni, una politica monetaria espansiva (ovvero caratterizzata da un consistente aumento della quantità di moneta in circolazione, come vedremo più diffusamente nel prossimo articolo) favorisce l’aumento dell’inflazione.

Il caso più frequente di inflazione è tuttavia quello da costi. Ad esempio la grande inflazione degli anni ’70 del secolo scorso venne originata da un aumento improvviso e molto intenso del prezzo del petrolio, in un mondo fortemente dipendente da esso quale unica fonte energetica. I produttori dell’”oro nero”, rendendosi conto dell’enorme potere che avevano, decisero con accordi di cartello (attraverso l’OPEC, Organizzazione dei paesi produttori ed esportatori di petrolio) di imporre notevolissimi aumenti di prezzo che determinarono, in via generalizzata, un pari aumento dei costi di produzione.

 

Le organizzazioni sindacali, a quell’epoca molto forti, riuscirono a negoziare aumenti salariali che consentirono ai lavoratori di mantenere inalterato il loro potere d’acquisto e così i costi di produzione di beni e servizi aumentarono ancora, in un circolo vizioso che portò l’inflazione oltre il 20% in Italia.

Anche se i prezzi reali, ovvero quelli “depurati” dell’effetto dell’inflazione, rimanevano tutto sommato costanti, tuttavia gli effetti redistributivi dell’inflazione furono notevoli.

Tipicamente l’erosione del valore della moneta avvantaggia infatti i debitori, il cui debito è denominato in termini monetari e quindi – salvo il caso che il tasso di interesse non sia tale da recuperare l’inflazione – il suo valore reale viene abbattuto. E’ quello che successe ai molti che in quel periodo avevano contratto mutui a tasso fisso per comprare la casa: nel giro di pochi anni il peso del mutuo si ridusse molto, mentre il valore degli immobili aumentò: essi dunque si trovarono la casa nel patrimonio con un esborso reale molto contenuto.

Non a caso, nella storia, le grandi inflazioni sono servite agli Stati molto indebitati per rientrare in modo sostanziale del loro debito attraverso un ridimensionamento del valore reale.

 

Al contrario, coloro che detengono attività finanziarie (titoli, depositi, crediti) verranno penalizzati dall’inflazione. Cresce infatti tipicamente, in questi periodi, la domanda dei cosiddetti “beni rifugio”, ovvero metalli preziosi, ma anche immobili, che si ritiene mantengano il loro valore anche in tempo di inflazione.

L’inflazione è quindi tutt’altro che neutrale, anche se può sembrare una semplice modifica dell’unità di misura. Come abbiamo visto ha un effetto redistributivo della ricchezza importante trasferendola dai creditori ai debitori, un effetto di modifica delle scelte di investimento (portando a favorire beni in grado di mantenere il valore reale), ma soprattutto induce un cambiamento di prospettiva e modifica i rapporti di forza.

In periodi di inflazione molto accentuata, può verificarsi infatti un “effetto ricchezza” che porta a ritenere erroneamente di essere più ricchi perché si possiede più moneta. In realtà quello che conta è il potere d’acquisto, ovvero la quantità di beni e servizi che si possono acquistare con il denaro a disposizione. Inoltre la precarietà finanziaria percepita (la sensazione che il valore del nostro denaro si dissolva) induce ad accelerare i consumi a danno del risparmio.

Perché mettere da parte 100 Euro oggi se fra un anno varranno meno? Bisogna ammettere che la spinta al carpe diem, in epoche di alta inflazione, è ragionevole.

L’anticipo dei consumi e l’effetto ricchezza sopra accennati portano ad un aumento di domanda di beni e servizi che determina una crescita del reddito, reale oltre che monetario. Per questo si dice che una certa aliquota (non superiore al 2%) di inflazione è tutto sommato salutare per l’economia e ci si preoccupa quando invece siamo in presenza di prolungata deflazione.

Infine si verifica la modifica dei rapporti di forza: non in tutti i settori i prezzi aumentano con la stessa velocità e non tutte le categorie economiche subiscono in modo uniforme gli effetti dell’inflazione. Come l’esperienza diretta insegna, alcuni se ne avvantaggiano e altri ne risultano danneggiati.

 

Aveva dunque ragione Lester Thurow nel saggio del 1980 “La società a somma zero” dove affermava che, se ai guadagni di qualcuno corrispondono perdite di altri, alla fine la somma non cambia, affermazione per la verità non sempre corretta, anche se il semplice effetto redistribuivo è comunque un aspetto rilevante da non trascurare.

L’ABC dell’economia: l’evoluzione della moneta

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Nel brevissimo e necessariamente semplificato excursus che abbiamo fatto nell’articolo della scorsa settimana per descrivere l’origine della moneta, abbiamo visto che con la specializzazione del lavoro e la nascita degli scambi, emersero tre necessità:

  • misurare il valore dei beni e dei servizi da scambiare;
  • disporre di un adeguato mezzo di scambio che evitasse il baratto;
  • conservare il valore nel tempo per rendere possibile l’acquisto in un momento successivo.

 

Abbiamo già detto che l’entità in grado di soddisfare queste tre esigenze era proprio la moneta, le cui funzioni classiche sono infatti rispettivamente:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

Attraverso la moneta si misurava il valore relativo di ciascun bene: si determinava quante unità di moneta valeva ogni prodotto e così era facile sapere, ad esempio, quanti attrezzi agricoli poteva valere una lepre o quanti animali ci volevano per farsi costruire una capanna.

Ognuno di questi beni aveva un sia pure rudimentale mercato nel quale, attraverso la dinamica della domanda e dell’offerta, veniva a determinarsi il prezzo in numero di unità monetarie.

 

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Allo stesso tempo la moneta era anche un mezzo di scambio, perché veniva accettata da tutti coloro che vendevano un bene o un servizio, nel presupposto che quando avessero voluto comprare qualche altra cosa, l’avrebbero potuta tranquillamente utilizzare. Ciò avveniva perché ogni abitante della comunità riponeva fiducia nel mezzo monetario, e questo avveniva inizialmente per il contenuto aureo o argenteo della moneta: ogni moneta conteneva una data quantità di oro che ne garantiva il valore nello spazio e nel tempo.

Proprio la garanzia di valore nel tempo è la terza funzione della moneta: consente di rinviare il consumo e la spesa ad un’epoca successiva, e quindi sostanzialmente di “risparmiare”. L’agricoltore doveva conservare il ricavo della vendita dei prodotti fino alla stagione della semina successiva, oppure fino a che non avrebbe avuto bisogno di un aratro o una vanga nuovi. Il cacciatore doveva tenere in deposito i denari ricavati vendendo le prede per acquistare un nuovo strumento da caccia al momento del bisogno, e così via.

A ben vedere però, tutto il meccanismo si basava sulla fiducia: chi accettava in pagamento la moneta era sicuro che essa avrebbe mantenuto il suo valore. La garanzia era data dal sovrano, in quanto la legge stessa imponeva di accettare la moneta da lui emessa, attraverso la quale si potevano ovviamente estinguere tutte le obbligazioni nei confronti dello Stato. Il fatto che la moneta avesse un “valore intrinseco” dato dal contenuto di metallo prezioso era del tutto secondario; così come l’obbligo che lo Stato aveva di convertire tutte le monete che dovessero essere presentate in oro secondo il rapporto di legge.

In effetti nessuno chiedeva la conversione, almeno fino al momento in cui lo Stato godeva della fiducia dei cittadini. Così colui che emetteva moneta aveva il sostanzioso privilegio di creare mezzi di pagamento dovendo solo mantenere una quantità di metallo prezioso minima per consentirgli di fronteggiare eventuali, ma sporadiche richieste. Col tempo, si capì che questa facoltà, oltre a rappresentare un formidabile strumento di potere, poteva consentire enormi guadagni dati dalla differenza fra valore nominale della moneta (il valore facciale, ovvero l’importo scritto sulla moneta stessa) e il suo valore intrinseco (ovvero la quantità di oro che doveva essere tenuto immobilizzato). Questo fenomeno era il cosiddetto “signoraggio”, sul quale gli storici hanno molto scritto.

Il passaggio alla circolazione esclusivamente fiduciaria, ovvero l’abolizione dell’obbligo di conversione in oro, fu quindi una logica evoluzione del sistema. Basti ricordare, a tal proposito, l’annuncio dato dal Presidente USA Richard Nixon a Camp David il 15 agosto 1971, col quale si poneva fine alla convertibilità del dollaro in oro. Da quel momento il debito pubblico degli Stati Uniti divenne il mezzo privilegiato di pagamento per gli scambi mondiali, e il Governo USA poteva ampliare il proprio disavanzo semplicemente stampando biglietti verdi, a patto che ci fosse qualcuno che li prendeva.

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Per questo la scritta che faceva bella vista sulle vecchie lire “pagabile a vista al portatore”, nella sostanza già superata, è ora del tutto sparita dalle banconote in Euro, dove è rimasta la sola firma del Governatore della Banca Centrale, quale garante di ultima istanza e depositario della fiducia dei cittadini.

 

L’ABC dell’economia: la moneta

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Riprendiamo dopo qualche settimana la nostra serie sull’ABC dell’economia, parlando di moneta.

Fino ad ora ci siamo soffermati soprattutto sul circuito economico, parlando dei fenomeni che riguardano la produzione e lo scambio di beni e servizi. E’ tempo adesso di guardare “l’altra faccia della luna”: la finanza.

Temuta, odiata, esaltata; virtuale al massimo grado ma anche terribilmente reale; facilitatrice degli scambi e allo stesso tempo killer di aziende e individui: la finanza è tutto e il contrario di tutto.

Il circuito finanziario di un sistema è quello in cui circolano la moneta e i suoi derivati. Rende possibile lo sviluppo dell’economia e l’allocazione delle risorse laddove sono più efficienti, ma nel tempo ha acquisito vita autonoma rispetto ai beni e servizi. Il suo sviluppo, grazie agli algoritmi e all’applicazione della matematica finanziaria, è inarrestabile, decisamente eccessivo se si considera che il volume delle attività finanziarie in circolazione è ormai da tempo un multiplo di quello delle attività reali.

Rispetto alla necessità iniziale di agevolare gli scambi svincolandoli dal baratto, oggi la moneta è diventata un caposaldo del sistema e uno degli strumenti principali di intervento dello Stato. Attraverso il meccanismo dei derivati, ogni fenomeno può innescare una serie di conseguenze finanziarie virtualmente incontrollabili.

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Si pensi al fenomeno, tristemente famoso, dei mutui “subprime”, che ha innescato una delle crisi più devastanti dell’era moderna. Si partiva da un’operazione elementare: l’acquisto della casa attraverso il ricorso ad un mutuo residenziale. Il mutuo veniva poi “cartolarizzato”, ovvero trasformato in un titolo obbligazionario in modo tale che la banca che lo aveva concesso potesse rientrare in possesso della liquidità per fare altri mutui. Questo titolo (lontano parente delle famose “cartelle fondiarie”[1] che sono state abolite nel 1976) produceva interessi che provenivano dal pagamento delle rate dell’acquirente della casa, ma poteva generare a sua volta una serie infinita di nuovi rapporti finanziari: poteva essere venduto ad un altro investitore, trasformato tramite un derivato da tasso variabile a tasso fisso o viceversa, concentrato con altri mutui per formare pacchetti negoziabili di titoli cosiddetti asset backed, ovvero con “garanzia reale” (l’ipoteca sulla casa) sottostante che avrebbe dovuto renderlo sicuro.

 

In tal modo la banca che aveva concesso il mutuo avrebbe potuto recuperare le risorse per concedere altri prestiti ed era portata, pur di far crescere i propri affari, ad accordarli a clienti con grado di affidabilità sempre più basso, ben lontano da quello della clientela “primaria” (da qui il termine subprime, inferiore al livello primario) ed a finanziare percentuali sempre maggiori del bene acquistato, talvolta anche oltre il 100%.

Se un debitore non avesse pagato una rata, naturalmente non sarebbe successo niente, finché il suo caso fosse rimasto isolato e le altre operazioni sarebbero rimaste invece in ammortamento regolare. Ma quando le insolvenze iniziarono a moltiplicarsi, fino ad interessare la maggioranza dei mutuatari, si verificò l’effetto domino in tutto il percorso che il mutuo aveva fatto, travolgendo coloro che vi erano intervenuti.

Il valore di quei titoli originati dal mutuo crollò ed il mercato venne ben presto inondato dalle case che erano state ipotecate, e che all’epoca erano state sopravvalutate. Così la crisi da finanziaria diventò a pieno titolo economica e reale.

Questo era solo un esempio per dimostrare la potenza devastatrice che può avere la finanza quando diventa fuori controllo: ci torneremo, ma intanto partiamo dall’inizio.

Cosa è la moneta e a cosa serve? Nonostante si tratti di un elemento molto comune, che tutti più o meno hanno in tasca, sono due domande alle quali non è facile rispondere. Ci proviamo.

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Vediamo intanto come nasce la moneta e a cosa doveva servire. Le finalità della moneta in origine erano tre:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

La moneta affonda infatti le sue radici nell’attività di scambio di beni e servizi che può essere considerata un’esigenza primaria dell’uomo inserito in un contesto sociale.

In un ambiente isolato ed autarchico infatti, ogni individuo doveva procurarsi direttamente ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere: cibo, acqua, ricovero per riscaldarsi e difendersi dai pericoli e dalle intemperie. E così ognuno dei nostri antenati primitivi doveva saper cacciare, coltivare, allevare animali, costruire case o capanne, come pure attrezzi per la caccia e l’agricoltura.

Col tempo, venne naturale rendersi conto che aggregandosi con i suoi simili, molte delle funzioni di sopravvivenza primarie erano facilitate: si cominciarono così a creare le prime specializzazioni. Chi andava a caccia acquisiva abilità e conoscenza del territorio e, se non aveva altre incombenze, poteva farlo meglio di chi magari coltivava la terra o costruiva le case o gli attrezzi. L’evoluzione logica era che il cacciatore vendesse una delle sue prede non destinata al suo consumo in cambio magari dei prodotti del campo, di un attrezzo per la caccia o della costruzione di una casa.

La specializzazione ebbe dunque come immediata conseguenza il sorgere delle tre esigenze che abbiamo indicato sopra e che la moneta avrebbe soddisfatto. Lo vedremo nel prossimo articolo.

 


[1] Secondo l’Enciclopedia Treccani Online, la cartella fondiaria era un Titolo a reddito fisso, a medio o a lungo termine, emesso… dagli istituti di credito fondiario allo scopo di raccogliere capitali da destinare sotto forma di mutuo all’acquisto o al miglioramento delle proprietà rurali o urbane. L’emissione delle c. avveniva parallelamente alla stipula dei mutui fondiari, in modo tale che il totale delle c. emesse risultasse sempre uguale al volume complessivo dei mutui in essere, finanziando così attività a lungo termine con passività di uguale scadenza.