FATICA O VOCAZIONE?

Ciò che le macchine possono insegnarci sul lavoro del futuro, e sul nostro modo di percepirlo

Contributo di Claudio Delli Bovi (*)

La mini-serie sul lavoro prosegue questa settimana con il contributo di un giovane informatico, brillante neo-laureato che partecipa ad uno dei più importanti progetti attualmente in corso di realizzazione in Amazon: l’applicazione dell’intelligenza artificiale.

Dopo l’intervento di Manlio Lo Presti, che vedeva in primo piano le contraddizioni e le minacce del mondo iperconnesso e digitale sul lavoro, esaminiamo l’argomento da un punto di vista totalmente diverso, quasi opposto.

Ci si aspetterebbe un elogio a tutto campo delle “sorti magnifiche e progressive” a cui Internet sta destinando il lavoro, e invece scopriamo che alla fine sarà sempre e solo l’uomo la misura di tutte le cose.

Parafrasando il Vangelo di Marco (“il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”), verrebbe da dire: “non l’uomo per Internet, ma Internet per l’uomo”.

Riusciremo a cambiare il nostro approccio al lavoro in modo da dominare la tecnologia o ne risulteremo dominati? La domanda delle cento pistole…

Buona lettura, dunque.

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Praga, 1920. Karel Čapek, scrittore ceco pressoché esordiente, racconta nel suo dramma fantascientifico R.U.R. (Rossumovi univerzální roboti, “I robot universali di Rossum”) di prodigiosi automi di natura organica, creati con lo scopo di liberare l’umanità dal lavoro.

È la prima volta nella storia in cui viene usato il termine robot, coniato dalla parola robota che in ceco vuol dire appunto “lavoro forzato”. L’idea iniziale era di utilizzare il termine laboři, che tuttavia sembrò all’autore troppo artificioso e fu poi sostituito da roboti. Per quale motivo mi soffermo così tanto su questi termini? In primis perché non sono né un economista né un sociologo, ma mi occupo piuttosto di linguaggio e automazione; soprattutto, però, lo faccio perché vorrei iniziare la mia riflessione sul lavoro nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale partendo proprio dalla sua denominazione nella lingua.
In uno splendido articolo de “L’Indiscreto” Fabio Cantile analizza il senso del lavoro sulla base della distinzione tra l’etimo latino del termine, labor (“fatica, travaglio”), da cui poi si diramano le varianti ben note di “lavoro” nelle lingue romanze (travail, trabajo, trabalho), e il vocabolo tedesco Beruf. Beruf, che probabilmente è reso al meglio in italiano da un termine come “professione”, si lega strettamente a concetti come “chiamata” e “vocazione”, e assume tutto un altro colore rispetto a Werk, parola decisamente più neutra che condivide le radici con l’inglese work. Ciò che segnala Cantile è che, nella traduzione luterana della Bibbia, Beruf è molto spesso preferito a Werk per tradurre sia “lavoro” (ergon) che “lavoro faticoso” (ponos). Senza scadere in retoriche calviniste, questa distinzione lessicale finisce per marcare una differenza netta tra il concetto di lavoro come vocazione (divina o meno) e quello, marcatamente cattolico, di lavoro come punizione per l’uomo, colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Come abbiamo letto nel primo articolo di questa mini-serie, è quest’ultimo concetto a collegarsi naturalmente con quello di “lavoro come contratto sociale” che ci è tanto caro.

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Con questa breve riflessione, il mio intento non è quello di ribattere alle visioni tragico-allarmiste che sembrano andare per la maggiore quando si parla di lavoro ai tempi dell’Intelligenza Artificiale; in tutta franchezza, neanche io ho mai trovato soddisfacenti le risposte del tipo “si creeranno nuovi lavori”, vere in parte ma decisamente sbrigative.

La mia tesi, se così vogliamo chiamarla, è che l’Intelligenza Artificiale ci stia piuttosto insegnando ad abbandonare il concetto di lavoro come labor e ad abbracciare quello di lavoro come Beruf. Che il nuovo millennio stia cambiando forma al lavoro, e che stia contestualmente stravolgendo i connotati alla figura del lavoratore a cui siamo abituati, è cosa nota. Tuttavia, non esaurirei la questione con la diversità di competenze richieste (che pure è un fattore importante —in questo decennio, non saper utilizzare il computer con disinvoltura si sta già pericolosamente avvicinando ad una condizione di quasi-analfabetismo).

Il lavoratore del futuro è una figura flessibile, dotata di una certa autonomia e alla ricerca continua di un percorso che massimizzi la sua crescita personale. Non solo: anche in grandi realtà aziendali, il dipendente è incoraggiato a “fare sua” la mansione che svolge (Beruf) e a “metterci la faccia” piuttosto che limitarsi a seguire pedissequamente ciò che il contratto stipulato col suo datore di lavoro mette nero su bianco. È questo il concetto di ownership che figura, anche con un ruolo abbastanza prominente, nei Principi di Leadership tanto orgogliosamente sbandierati da un’azienda come Amazon.

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Mi si potrà accusare di idealismo nel sostenere che tutti i lavori del futuro debbano diventare necessariamente “vocazioni”. In effetti si tratta di una visione, se non ingenua, certamente a lungo termine, mentre i sommovimenti al mondo del lavoro provocati dalla crescente automazione ci appaiono decisamente più vicini. La mia personale opinione a riguardo è che, mentre il lavoro come Beruf andrà affermandosi, il lavoro come labor si tramuterà (anzi, si sta già tramutando) in qualcosa di diverso prima di scomparire, legandosi indissolubilmente alla produzione di dati.

Quando si pensa al paradigma del Machine Learning (“apprendimento automatico”), tramite il quale le macchine “imparano dai propri errori” a svolgere un certo compito in maniera autonoma (senza cioè che un programmatore debba codificare esplicitamente per loro delle istruzioni da seguire), si può facilmente esserne intimoriti. Tuttavia, bisognerebbe tenere a mente che gli algoritmi di Machine Learning non generano mai conoscenza dal nulla, ma servono soltanto a farla emergere da dati raccolti o prodotti nel mondo reale, dove si presuppone che essa sia già presente in maniera latente. Un po’ come lo scultore che, secondo Michelangelo, non crea ma libera dalla pietra le figure che vi sono già imprigionate.

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Il punto è che la sorgente primaria di questi dati è, ancora e irrimediabilmente, l’uomo. In altre parole, con il Machine Learning che prende piede e permea la nostra vita quotidiana, diventa sempre più necessario produrre grandi quantità di dati in maniera sistematica, dai quali le macchine possano poi apprendere in autonomia. E, nella maggioranza dei casi, produrre e/o raccogliere dati si riduce ad un vero e proprio “lavoro di manovalanza” (labor, dunque).

Un esempio emblematico di questo fenomeno è già oggi fornito da Amazon Mechanical Turk, un servizio di crowdsourcing nato nel 2005 che coinvolge un grande numero di “intelligenze umane”, rigorosamente anonime e potenzialmente provenienti da tutto il mondo, e le coordina nel produrre dati dietro compenso, facendogli svolgere una serie di compiti molto semplici e ripetitivi (come assegnare etichette a delle foto, o scrivere le descrizioni di un prodotto). È ragionevole, e aggiungerei auspicabile, pensare che non sarà sempre così.

Nel breve e medio termine, però, disumanizzare delle mansioni che si ritengono “intelligenti” avrà ancora, paradossalmente, bisogno di un sostanziale intervento umano.
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photo_2018-08-25_08-16-23    CLAUDIO DELLI BOVI, nato a Siena, classe 1990, è un informatico specializzato nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Ha studiato sia a Siena (Ingegneria Informatica) che a Roma (Intelligenza Artificiale e Robotica), dove ha poi conseguito un dottorato in Informatica all’università “La Sapienza”, occupandosi di varie tematiche connesse con l’Elaborazione del Linguaggio Naturale (Natural Language Processing) e la Linguistica Computazionale. Le sue pubblicazioni e attività accademiche sono raccolte qui: http://wwwusers.di.uniroma1.it/~dellibovi
Adesso Claudio è un ricercatore ad Amazon. Fa parte di un team di sviluppatori nato da pochi anni e in continua espansione, con l’obiettivo di lanciare l’assistente vocale di casa Amazon, Alexa, in vari paesi europei (incusa l’Italia).

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GLOBALIZZAZIONE E LAVORO (2)

Nel mondo di Internet si lavora di più e meglio?

Abbiamo visto nel precedente articolo che una società aperta, in cui persone, beni e capitali possono liberamente circolare e spostarsi da un paese all’altro, ha più chances di crescere e svilupparsi di una società autarchica.

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Esaminiamo ora un diverso punto di vista: l’era digitale ha reso estremamente più facile commerciare e fornire servizi da un punto all’altro del pianeta, aumentando in misura esponenziale la competizione fra aziende e fra lavoratori e prestatori d’opera, soprattutto in settori tecnologicamente avanzati. Così oggi è estremamente più facile e meno costoso acquistare beni e servizi laddove sono più convenienti. La possibilità di fare confronti e scandagliare il mercato con un semplice click o un tocco dello smartphone ha demolito rendite di posizione di cui godevano produttori o commercianti per il solo fatto di essere fisicamente vicini ai clienti.

 

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La conseguenza evidente è che molte aziende piccole e legate al territorio si sono trovate in difficoltà e hanno dovuto uscire dal mercato: questo, a sua volta, ha fatto sì che i loro dipendenti si siano trovati senza lavoro. Nella misura in cui infatti questi posti di lavoro non sono stati compensati da altri che nel frattempo, e proprio grazie a Internet, si sono creati o resi disponibili, è ovvio che la disoccupazione – almeno quella tradizionale – è aumentata, spesso in modo anche preoccupante.

 

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Pensiamo ad esempio ai distretti produttivi, i cosiddetti cluster, che traggono la loro forza dal fatto di concentrare in una zona ristretta tecnologie, competenze, tradizione, network. Laddove il punto di forza di questi distretti era la possibilità di produrre a basso costo (ad esempio nel tessile a Prato), la concorrenza asiatica è stata devastante. In Cina o in India, grazie a condizioni di lavoro spesso disumane ai limiti dello schiavismo, gli stessi tessuti si potevano produrre e vendere a prezzi molto più bassi e la competizione tra i due prodotti non aveva storia. Non restava altro che riconvertire gli impianti in produzioni diverse oppure alzare bandiera bianca.

A Prato, in verità, è stata scelta un’altra soluzione: è stata “importata la Cina”, ovvero sono arrivati in massa i Cinesi che hanno rilevato le aziende, o ne hanno impiantate di nuove, applicandovi i propri criteri produttivi. Tuttavia, in generale, nel settore produttivo gran parte del lavoro è scomparso e non sempre è stato facile riciclarsi in settori diversi.

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Un altro esempio eclatante si è verificato nel settore bancario: con l’avvento della banca digitale e delle nuove tecnologie, le banche-rete territoriali, basate sul modello di business delle filiali e degli sportelli vicini al cliente, hanno perso gran parte del loro appeal in favore di quelle a tecnologia avanzata, addirittura senza sportelli. Al posto degli impiegati oggi troviamo una piattaforma informatica che rende possibile effettuare le operazioni da remoto, senza muoversi da casa e senza fare file.

Il risultato? Secondo recenti stime (fonte: First-Cisl) il numero dei bancari negli ultimi dieci anni (2008-2017) è diminuito da 340.000 a 295.000 e altri 22.000 sono già in lista-esuberi, pronti per l’esodo secondo i piani industriali già diffusi; il numero degli sportelli dal 2010 al 2017 è diminuito di 6.289 unità, con molti piccoli centri che ne sono rimasti sprovvisti.

Difficile pensare che tutte queste persone abbiano trovato o possano trovare una nuova occupazione.

Ma se è impossibile fermare il progresso tecnologico, è invece assolutamente possibile chiudere le frontiere o renderle meno penetrabili ai prodotti stranieri, come sta facendo l’Amministrazione USA sotto l’egida di Donald Trump.

 

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Nella storia l’imposizione di dazi e barriere doganali non ha mai portato vantaggi durevoli, tutt’al più qualche beneficio settoriale e limitato nel tempo. Se infatti le aziende aperte alla concorrenza degli stranieri possono essere avvantaggiate, certo ne soffrono quelle che invece esportano i propri prodotti, che si troveranno esposte a scontate misure ritorsive.

Altrettanto certo è il peggioramento dei consumatori, che saranno obbligati ad acquistare prodotti nazionali più cari o di qualità inferiore rispetto a quelli esteri.

In termini di prodotto interno lordo, è vero che crescerà il fatturato delle imprese aperte alla concorrenza, tutelate dalle misure protezionistiche, ma è altrettanto vero che probabilmente diminuirà quello delle imprese che esportano, in molti casi più efficienti in quanto in grado di competere con concorrenti stranieri.

Chiudendo inoltre le frontiere ai lavoratori immigrati, certamente il reddito che questi ultimi avrebbero percepito almeno in parte finirà nelle tasche di italiani, ma forse diminuiranno le rimesse dei lavoratori nazionali all’estero o, in generale, i consumi interni si potrebbero contrarre. Gli effetti finali in termini quantitativi dovrebbero essere valutati caso per caso e quelli in termini qualitativi sarebbero comunque sicuramente negativi: meno prodotti disponibili per i consumatori o beni di investimento per i produttori, a maggior prezzo e/o di qualità più bassa.

Opinione di chi scrive è che le misure protezionistiche abbiano una funzione politica (come nel caso di Trump: America first!) più che economica e che, comunque, possano essere mantenute per periodi di tempo limitati: quando c’è l’interesse o la convenienza generalizzata, nessuna legge o provvedimento alla lunga può arginare il corso naturale delle cose. Molto meglio attrezzarsi e gestire la nuova situazione, cercando magari di trarne vantaggio.

Questo non significa che tutto quello che va nella direzione del mercato sia buono e giusto: abbiamo già visto che in molti Paesi la competizione commerciale viene combattuta e vinta con le armi della repressione e dello sfruttamento. Sono modelli certamente non esportabili, né auspicabili in una società evoluta.

Certamente in periodi di crisi, come è accaduto negli ultimi dieci anni, la concorrenza peggiora le condizioni di lavoro, sia quelle economiche (minori salari) sia quelle generali (orari più lunghi, straordinari non riconosciuti, minori tutele sindacali). Non sempre infatti il mercato è il migliore dei mondi possibili e il giusto equilibratore come ritenevano gli economisti classici da Smith in poi e non sempre quello che è utile è anche buono: fondamento della società deve sempre essere la persona e non l’economia o la finanza.

GLOBALIZZAZIONE E LAVORO (1)

Gli effetti della società aperta sul lavoro

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Con l’avvento e l’inarrestabile diffusione dell’era di Internet, la società è divenuta interconnessa e, paradossalmente, ci siamo trovati in un mondo più piccolo. Con un click è oggi possibile dialogare da un capo all’altro del mondo, organizzare un viaggio esplorando località mai viste senza muoversi da casa, commerciare e muovere flussi di denaro restando fermi, lavorare in team a migliaia di chilometri di distanza.

Questa enorme apertura può esaltare o impaurire: ha infatti aspetti indubbiamente positivi ma anche elementi su cui porre attenzione e da trattare con sana diffidenza. Certamente il villaggio globale ha potenzialità enormi, ma in termini di qualità della vita non è tutto oro quello che luccica. In primo luogo in tema di lavoro.

Nel precedente articolo Manlio Lo Presti ha esaminato gli effetti sull’occupazione del progresso tecnico e, almeno da un punto di vista quantitativo (i posti di lavoro creati quasi mai compensano quelli distrutti), è difficile dargli torto. Un tema che riprenderemo questo, sotto il profilo macroeconomico: la parte di risorse destinata al fattore lavoro aumenta o diminuisce nell’era di Internet? E il rapporto classico fra occupazione e reddito (nel senso che all’aumentare del reddito aumenta anche l’occupazione) è ancora attuale o è da “rottamare” anch’esso?

Vediamo ora, invece, cosa comporta l’apertura dei mercati sul lavoro. Se Internet abbatte le barriere doganali e i confini degli Stati intensificando la competizione a tutti i livelli, cosa succede al lavoro? Il lavoro in un singolo mercato, ad esempio in Italia, ne risulta avvantaggiato o penalizzato? E le misure di protezione doganale o le barriere all’entrata lo favoriscono o lo minacciano?

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Tempo fa in Francia si diffuse il tormentone dell’”idraulico polacco”: fra i transalpini si era infatti diffuso il timore che l’apertura del mercato, conseguente alla libera circolazione di uomini e merci all’interno dell’Unione Europea, avrebbe portato all’invasione di mano d’opera a basso costo e non qualificata dai paesi dell’Est, penalizzando i lavoratori francesi.

A distanza di anni, quanto può dirsi giustificato quel timore? A nostro avviso molto poco. Vediamo, a grandi linee, cosa è successo.

L’apertura del mercato comunitario è stata indiscutibilmente un toccasana per i paesi dell’Est Europa. In primo luogo proprio la Polonia, che ha segnato incrementi di reddito a doppia cifra dai primi anni duemila, ma anche Romania, Slovenia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Croazia, Slovacchia (unica rimasta al palo l’Ungheria) hanno vissuto un periodo storico di grande crescita. Tutti paesi che, un tempo appartenenti al blocco comunista, partivano da una consistente arretratezza economica e hanno avviato una stagione di intenso sviluppo.

In effetti la possibilità di trovare impiego in aree ricche e sviluppate non come immigrati ma come cittadini a pieno titolo, ha molto aumentato i flussi di mano d’opera da Est a Ovest dell’Europa, soprattutto nei settori a più bassa specializzazione.

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E sicuramente questo può aver penalizzato alcuni lavoratori indigeni, soprattutto in una prima fase.

Tuttavia il fenomeno è stato limitato da una serie di circostanze: in primo luogo il fatto che l’applicazione di contratti collettivi e l’imposizione degli oneri sociali è uguale fra lavoratori nazionali e comunitari. Per cui un operaio romeno costa al datore di lavoro più o meno quanto un italiano, ovviamente escludendo gli impieghi “in nero”, ovvero non regolari.

In secondo luogo, è ragionevole pensare che gli immigrati (e qui il discorso vale anche per gli extra-comunitari) vengono ingaggiati dove il lavoro c’è e dove spesso la domanda di mano d’opera non è coperta dai locali, in particolare nei settori meno ambiti e dequalificati (ad esempio quello delle badanti o dei lavori agricoli più pesanti).

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In generale, non riteniamo che l’apertura dei mercati abbia tolto posti di lavoro ai locali a vantaggio degli stranieri, almeno per quanto riguarda i livelli più bassi. Diverso il discorso per le funzioni più qualificate, per i manager e per la ricerca. Qui la questione dovrebbe essere approfondita, perché l’apertura delle frontiere qualche disequilibrio l’ha effettivamente indotto.

Il ragionamento va però esteso in questo caso alla qualità della vita: meglio farsi curare da un bravo medico indiano o da uno scarso italiano? Meglio far amministrare la propria azienda da un bravo manager francese o da un modesto caporeparto nazionale? Meglio dirottare i fondi della ricerca ingaggiando un brillante laureato israeliano o uno studente nazionale che ha ottenuto il titolo di studio a fatica? Meglio far progettare un ponte a un geniale ingegnere cingalese o a un raccomandato indigeno?

Ognuno può dare la propria risposta, ma non si può non rilevare che i Paesi più progrediti sono quelli che hanno aperto le proprie frontiere dando opportunità a chi lo meritava, indipendentemente dal suo passaporto.

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In effetti, tornando all’Unione Europea, gli anni successivi all’istituzione del mercato comune sono stati quelli di maggiore sviluppo per tutti i paesi, in primo luogo proprio per i più industrializzati come Germania e Francia.

Fin qui abbiamo palato soprattutto di apertura dei mercati in termini generali, nel prossimo articolo ci focalizzeremo sulle conseguenze della globalizzazione indotta da Internet e dal progresso tecnologico. E’ comunque fin d’ora abbastanza evidente che un mondo aperto, interconnesso, in cui vige la libertà di circolazione di persone, beni e servizi, ha molte più opportunità di sviluppo e crescita che non un mondo autarchico, chiuso in se stesso e impermeabile dall’esterno

IL LAVORO NELL’ERA DI INTERNET E POST-INDUSTRIALE

Contributo di Manlio Lo Presti (*)

Come abbiamo fatto diverse volte il passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.
Lo facciamo anche in questa mini-serie sul lavoro, con gli interventi di Manlio Lo Presti, studioso di problemi socio-economici in quanto protagonista di attività sindacale per decenni nel settore creditizio, di Claudio Delli Bovi, giovane ingegnere elettronico che lavora a uno dei progetti più interessanti e “futuribili” di Amazon; e con un’intervista a Domenico De Masi, affermato sociologo presente continuamente nei più diffusi mass-media e a lungo insegnante universitario e preside di Sociologia.
Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sia sullo stesso tema del lavoro, sia su altri argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia. La mini-serie ci accompagnerà in tutto il corso dell’estate.
Cominciamo questa settimana con Manlio Lo Presti, che ci regala la sua lettura dell’evoluzione (o meglio, in questo caso, dell’involuzione) del fenomeno lavoro sul tessuto economico della nostra società.

Buona lettura, dunque.

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Il concetto di lavoro è molto cambiato nell’era di internet e post-industriale
di Manlio Lo Presti

 

In un sistema che si ispira ai principi democratici, il lavoro è la risultante dei rapporti di forza fra le parti sociali coinvolte (Governo, Organizzazioni sindacali, Organizzazione dei datori di lavoro).

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Lo Stato agisce da equilibratore affinché il confronto negoziale fra le parti appena accennate non scivoli in un conflitto sociale che possa pregiudicare la “tenuta sociale del Paese”.
I rapporti di forza sono altresì determinati dalla variabile tecnologica che ad ogni sua innovazione, spariglia le carte in tavola rendendo vano il paziente e non facile lavoro di cooperazione e di negoziazione. Gli economisti hanno chiamato questo fenomeno “progresso tecnico”: un fattore che da sempre distrugge professionalità per crearne altre.
Il progresso tecnico espande le proprie possibilità oltre i confini nazionali tradizionali, confini che cerca di eliminare per realizzare appieno la sua funzionalità a livello planetario.

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Molte volte sentiamo parlare che le nuove tecnologie producono nuovo lavoro, ma il numero degli addetti è sempre inferiore al numero di occupazioni precedentemente eliminate dai nuovi processi produttivi. Insomma, non esiste un rimpiazzo alla pari. La differenza in eccesso che fine fa dunque?
La massa di espulsi dai nuovi cicli produttivi va ad incrementare le legioni di disoccupati da crisi economica che costituiscono un problema umano rilevante ma anche una miccia per rivolte sociali, precarietà e diseguaglianza.
Tre requisiti che conducono alla fine della tenuta sociale di un sistema-Paese. Il “lavoro”, come attività economico-tecnica per la creazione e/o produzione di beni e di servizi, è un concetto piuttosto recente nella storia umana. Per le sue ricadute spesso disastrose sulle strutture sociali e sui sistemi-Paese, il progresso tecnico è un fattore di caos il cui potenziale innovativo produce vantaggi che sono inferiori ai costi umani che provoca. (http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/2005/III/art/R05III014.htm ).

Per le scuole economiche liberiste, il lavoro umano è uno degli strumenti della produzione. Per i datori di lavoro produttori di beni e servizi, il lavoro è soggetto ad una selezione brutale e darwiniana come quella in atto per le macchine, alla ricerca della combinazione “ottima” che crei profitto. Per la politica, il lavoro è un elemento di consenso che porta incremento elettorale. Per i sindacati, la massima occupazione allarga il numero degli iscritti e la loro contribuzione.

Per la Costituzione è fondamento della tenuta sociale e identitaria di un popolo (l’ex giudice G. Colombo aggiunse un’altra sfumatura semantica alla parola). Per il cittadino, il lavoro è il fondamento della propria autonomia economica, del riconoscimento sociale, della propria capacità di essere utile e capace di creare valore.

L’evoluzione tecnetronica, di cui internet è il punto di partenza, sta travolgendo questi differenziati punti di vista del lavoro che diventa una attività a ciclo continuo senza rispettare orari, festività, nazioni, lingue. Il lavoro sta diventando sempre più una attività orientata al cottimo, con reclutamento degli operatori sempre più in stile “caporalato” della chiamata diretta e dove il singolo non ha difese di fronte alla struttura titanica che dovrebbe assumerlo. Il futuro del lavoro- se non cambia qualcosa – è tutto qui!
Manlio Lo Presti
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MANLIO LO PRESTI, nato a Messina nel 1954, ha avuto svariate esperienze professionali. Ha lavorato in Agip Petroli per poi approdare al mondo delle banche dove ha prestato servizio per 37 anni percorrendo tutti i gradi fino ad un livello medio alto. È stato dirigente sindacale nel mondo creditizio con incarichi sempre più impegnativi e ha avuto esperienze di formazione professionale come docente, anche fuori dal perimetro creditizio. Spinto da irrefrenabile curiosità che lo fa sentire un eterno apprendista, si è interessato da sempre alle tematiche della filosofia, della storia, del pensiero economico e del pensiero politico ed è, non solo per questo, un accanito lettore in tutte le condizioni e latitudini. Ritiene che i mezzi informatici e la Rete fossero ulteriori veicoli di conoscenza e di scambio di informazioni, come pure un efficace mezzo di confronto delle proprie idee con quelle degli altri: è da tempo presente nella Rete con il sito http://www.dettiescritti.com