Cosa faranno un miliardo di persone in più? Intervista a Domenico de Masi (Terza Parte)

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Pubblichiamo la terza e ultima parte dell’intervista al sociologo Domenico De Masi sull’analisi e le prospettive del lavoro nell’epoca digitale.

La prima puntata è stata pubblicata l’11 settembre, la seconda il 18 settembre.

Buona lettura, dunque.

 


 

Il tuo recente libro Lavorare gratis lavorare tutti comincia dal constatare il senso comune di quasi vergogna di chi ha perso il lavoro, come se avesse perso il motivo di stare nella società. Stiamo andando verso un mondo in cui ci dovremo vergognare tutti perché il lavoro non ci sarà per nessuno?

Anche qui vediamo i dati.

Quando sono in aula ho davanti a me 200 ragazzi di vent’anni. Ognuno di loro male che vada vivrà 80 anni. 60 anni di lavoro sono 530.000 ore circa. Cosa farà in questi 60 anni? Immaginiamo che il nostro studente si laurei a 25 anni, che trovi lavoro immediatamente e che lavori fino a 65 anni ininterrottamente: 40 anni di lavoro, per 1,800 ore l’anno. Immaginiamo che faccia il manager, per cui lavorerà anche di più: 2.000 ore all’anno per 40 anni sono 80.000 ore. 530.000 ore di vita, di cui 80.000 le trascorrerà a lavorare. Il suo trisavolo viveva 350.000 ore e ne lavorava 150.000, già qui c’è un’enorme differenza. Al nostro giovane restano 450.000 ore. Se passa 8/9 ore a giorno per dormire e la cura del corpo (quello che gli inglesi definiscono care), per 220.000 ore, gli resetano ancora 230.000 ore di totale non lavoro e non care.

Nel 1930 Keynes fece una bellissima conferenza a Madrid, intitolata “Prospettive per i nostri nipoti”. Si mise nei panni di un giovane che avesse 20 anni nel 2030. Per evitare disoccupazione di massa, che può diventare violenta, il maestro profetizzò che si sarebbe dovuti arrivare a 15 ore settimanali. A quel punto il problema non sarà la produzione, e neppure il consumo: Sarà cosa fare del tempo libero.  L’unica salvezza sarà la cultura, con la quale si dovranno riempire le 230.000 ore (ma saranno certamente anche di più).

O si torna al mondo dei Greci, e questo Keynes non lo dice, o si diventa un mondo di ebeti, che non sa che fare dalla mattina alla sera.

 

In uno dei tuoi libri, tu dicevi che è proprio dell’uomo resistere a questo cambiamento: anche se non ne abbiamo bisogno, continuiamo a vivere coi tempi e i ritmi della società industriale. Otto ore di ufficio, alla stessa ora, d’agosto al mare tutti insieme e così via.

In realtà questo con molta lentezza sta cambiando, al contrario di quello che pensavo. Il telelavoro oggi si è diffuso e sviluppato. Il mio primo libro sul telelavoro è di metà anni 90, sembrava un’utopia. Oggi l’INPS, non l’IBM, ha 3.000 persone in telelavoro. Se vai in treno, senti tutti che stanno telefonando per lavoro: non è anche questo vero e proprio telelavoro?

Ha stravinto sul piano reale, anche se non ancora su quello formale.

I mutamenti culturali sono lenti, occorre cambiare la testa e ci vuole tempo, ma i mutamenti ci sono perché le tecnologie sono talmente pervasive e migliorative che si impongono.

Cosa succederà quando, fra pochi anni, noi saremo un miliardo in più e il lavoro sarà molto meno? Il modello di vita che abbiamo è pensato sulla fabbrica.

 

Allora se tu dovessi riscrivere l’articolo 1 della Costituzione?

Questo si può capire perché all’epoca era sacrosanto contrapporre l’idea del lavoro all’idea fascista.

Oggi, se 80.000 ore di lavoro su 530.000 di vita sono 1/7, quell’articolo suonerebbe così: l’Italia è una Repubblica democratica fondata su un settimo della vita.

Probabilmente non c’è più una cosa su cui fonda un paese, Potrebbe fondarsi sulla felicità, ovvero sulla minima infelicità.

Oggi si continua a parlare di “centralità del lavoro”, ma non è più così: lo studente, il disoccupato, il pensionato, messi insieme fanno la maggioranza del paese. In più, quelle che lavorano davvero, le casalinghe, non vengono considerate lavoratrici.

 

Una battuta su quello di cui ti stai occupando ora, il turismo, se vogliamo un’attività tradizionale, Questa tua esperienza come si può applicare al turismo? Ci dà qualche spunto interessante per chi vuole avviare un’imprenditoria turistica di livello?

Intanto il turismo non è affatto tradizionale, ma è una forma recentissima di attività umana. E’ nata con il treno. Fino ad allora le erranze umane erano dovute a grandi alluvioni, ai militari o alle migrazioni per mancanza di lavoro. Erano tutte coatte; l’unica forma non coatta era la villeggiatura. Era quella del nobile che aveva una seconda casa, non distante dalla prima. Si andava per il fresco, ma soprattutto, essendo l’epoca post-mietitura, per riscuotere quanto dovuto dai mezzadri.

La forma che vi si può avvicinare era il grand tour del ‘700, assimilabile all’attuale Erasmus: il giovane Goethe o Stendhal, arrivata una certa età, facevano un viaggio per formazione in Italia o in Grecia. Per apprendere la cultura latina e la cultura greca.

Il turismo è nato cento anni dopo l’industria. Il turismo è quasi inspiegabile: perché un miliardo di persone si mette in viaggio, senza avere la seconda casa, spesso per stare peggio che a casa e spendendo di più?

Ci sono molte teorie. Fin quando avevi la catena di montaggio, non potevi mandare in vacanza a scaglioni. Così nacque il concetto di ferie, La prima fu la Francia, ma siamo già alla fine dell’800, a normare le ferie.

 

Si potrebbe assumere che l’uomo abbia una connotazione nomade nel proprio bagaglio cromosomico.

E’ una delle possibili spiegazioni. Ma il turismo per la massa non ha nessuna delle caratteristiche del nomadismo o del viaggio secondo Chatwin. Pensa alle navi da crociera immense, in cui si soggiorna in “appartamenti” piccolissimi e rumorosi. Eppure si paga, mentre in fabbrica sei pagato.

E’ un mistero.

 


 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.

Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

 

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:

si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.

 Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.

 In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.

 La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

 

 

 

 

 

 

Cosa faranno un miliardo di persone in più? Intervista a Domenico de Masi

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Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista al sociologo Domenico De Masi sull’analisi e le prospettive del lavoro nell’epoca digitale.

La prima puntata è stata pubblicata l’11 settembre, e la prossima settimana ci sarà la terza e ultima.

Buona lettura, dunque!


 

Il tuo cavallo di battaglia è l’ozio creativo: il tempo che si recupera lavorando meno lo dovremmo impiegare in attività ad alto contenuto sociale e culturale, come i cittadini di Atene al tempo di Aristotele. Abbiamo visto la scorsa settimana che in Germania dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici: alla fine se uno deve lavorare meno per poi impiegare il tempo recuperato stando a casa a fare i lavori domestici, forse non ha fatto un grande guadagno. O no?

Dipende dal tipo di lavoro: se l’alternativa è lavorare in miniera, forse è meglio fare i lavori domestici…

Cominciamo proprio dalla Grecia. In Atene – fra il 430 e il 380 circa avanti Cristo – c’erano 40.000 cittadini maschi e liberi. Le loro mogli o figlie erano libere ma non cittadine. Cittadino vuol dire che aveva il diritto di votare in assemblea.

Poi c’erano 20.000 meteci, stranieri, gli “extracomunitari”. Questi potevano fare solo due mestieri: il commercio e l’artigianato, attività che comportavano una certa fatica fisica.

Infine c’erano circa 100.000 schiavi, a cui si deve pensare come agli elettrodomestici. Lo schiavo era totalmente consapevole che dal “giorno della schiavitù” (quello in cui diventava schiavo) non aveva più l’anima. Era un instrumentum vocale. Gli strumenti e attrezzi da lavoro erano infatti divisi in tre categorie: quelli non vocali (l’aratro, il martello), quelli semi-vocali (l’asino, il cavallo, il cane) e quelli vocali (gli schiavi).

Cosa facevano quei 40.000 cittadini? Passavano i primi 20 anni a formarsi: ad Atene non c’era un singolo cittadino analfabeta. La formazione includeva non solo la scuola (pensa al Liceo di Aristotele o l’Accademia di Platone), ma soprattutto la partecipazione alle attività culturali, che comprendevano, con pari importanza, in primo luogo il teatro e l’atletica. Un cittadino di 30 anni aveva assistito ad almeno 400 rappresentazioni teatrali.

Le piéces teatrali erano scritte da autori del calibro di Sofocle o Euripide. Il teatro trasmetteva tutto: attraverso i miti si insegnava l’etica, come comportarsi con il padre e con la madre, con i cittadini, rispetto alla legge, all’amore ecc.

C’erano quindi 40.000 cittadini iperformati, al punto che si riteneva che uno valesse l’altro a tutti gli effetti. Tutte le cariche, tranne quelle militari, erano a sorteggio, e duravano 1 anno. Siccome le cariche erano tante, ogni greco, arrivato a 50 anni, aveva esercitato certamente almeno 4 o 5 volte delle cariche. Queste cariche erano considerate politiche, ovvero riguardavano la polis, per farla funzionare (l’acqua, la scuola, l’immondizia, ecc.).

Come viveva un cittadino, uno dei 40.000? La mattina usciva e andava nell’agorà, la piazza. Lì faceva lobbying, né più né meno. Si discuteva dei problemi della città. Intorno alle 10 si spostavano nella plia, una piazza a gradoni circolari con 23.000 posti, che era il quorum, ovvero il numero minimo legale senza aver raggiunto il quale l’assemblea non poteva iniziare.

Cominciavano a discutere sulla base di un ordine del giorno che era stato affisso il giorno prima. Tutti i cittadini potevano prendere la parola alzando la mano, e si doveva votare entro un’ora dalla proposizione del problema. Si interrompeva all’imbrunire, che impediva di contare le mani, e si continuava il giorno dopo.

L’assemblea si teneva una volta la settimana, ma poteva durare anche due o tre giorni.

Negli altri giorni i cittadini svolgevano gli incarichi per i quali erano stati nominati, e avevano un anno di tempo. Si faceva anche il confronto: quando cessava dalla funzione, doveva rendere conto di cosa aveva fatto.

Se avesse dovuto lavorare, ovviamente non avrebbe potuto svolgere queste attività. Infatti il lavoro era considerato sordido, come diceva Cicerone. Questo era possibile anche perché non c’era consumismo: la casa di Pericle o di Socrate era più o meno uguale alle altre. Non c’erano lussi, se non quello del teatro e della cultura.

Il lavoro era una cosa totalmente politica, che non aveva nulla a che fare con la nostra visione di lavoro. Questa cosa prosegue anche con i Romani, che ci aggiungono la guerra, la conquista.

Il concetto di lavoro resta questo, praticamente fino al ‘700, con pochissime eccezioni. Fra queste San Benedetto, che equipara addirittura il lavoro alla preghiera e che nella sua regola stabilisce che non si è buon monaco se non si fanno lavori manuali.

Per i Greci il lavoro ti toglie tempo per maturare, per pensare, per essere cittadino a tempo pieno e per essere totalmente inserito nella gestione della cosa pubblica.

Nel ‘700/’800 tre personaggi riabilitano il lavoro: Locke come filosofo, Smith come economista e Marx come politologo. Per la prima volta il lavoro è tutto: la misura del valore delle cose. Marx va oltre, dice che il lavoro è l’essenza dell’uomo. Il mondo cambia continuamente perché l’essere umano lavora.

Da quel momento comincia un’epoca di circa 200 anni in cui il lavoro è la categoria assorbente di tutto.

 

Del resto la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro.

E questo è il punto di arrivo, ma anche il punto in cui comincia la flessione del concetto di lavoro. La società industriale si baricentra sulla produzione di beni materiali: ciò che conta è quanti beni produci e di che qualità. Il punto centrale è la produzione di massa, dando per scontato che c’è un numero crescente di individui che può accedere al consumo, e che bisogna produrre per consumare e consumare per produrre.

Quando questo avviene, tre modelli di società si propongono: uno è quello liberale, dove tutto è merce (compreso il lavoro); poi c’è l’idea della Chiesa secondo la quale il lavoro è importante perché consente di espiare il peccato originale, e infine c’è l’idea di Marx secondo la quale il lavoro è importante perché consente di estrinsecare l’essenza creativa dell’uomo.

Sono le tre posizioni sul lavoro che abbiamo ereditato dalla società industriale. L’economia si sposta dallo studio della terra a quello della trasformazione, cioè dell’industria. Non conta tanto quante mele ho fatto, ma quante mele riesco a trasformare in marmellata.

Quando ereditiamo tutto questo, nella metà del ‘900, ci rendiamo conto solo parzialmente del fatto che stanno mutando profondamente le cose. Il primo mutamento del lavoro avviene in modo violento, con tre rivoluzioni, quella americana, quella inglese e quella francese, tutte e tre originate dall’illuminismo.

La nuova rivoluzione avviene invece per una serie di fattori che costringono la società a diventare post-industriale: il progresso tecnologico, lo sviluppo organizzativo (impariamo a organizzare i fattori in modo più efficiente), la globalizzazione, la diffusione dei mass media e la scolarizzazione di massa. Questi fattori, messi insieme, con il detonatore della seconda guerra mondiale, ci restituiscono una società completamente trasformata.

Dopo la guerra il baricentro della società si sposta alla produzione di beni immateriali: i servizi, l’informazione, i simboli, i valori, l’estetica. Il primo libro su questo è di Alain Touraine nel 1959, il secondo è di Daniel Bellet, e siamo nel 1973. Il terzo è un mio libro. Era estremamente difficile far accettare la consapevolezza che il lavoro aveva perso la sua centralità; per questo fui accusato di tradimento della sinistra.

Con l’avvento della società industriale, comincia a esserci bisogno di sempre meno gente. La macchina richiede comunque l’intervento da parte dell’uomo che la costruisca, la macchina digitale richiede molto meno personale per essere costruita e ne sostituisce molto di più.

La seconda cosa è che si divide il mondo del lavoro in tre fette: una è produzione di idee (tipica del “primo mondo”), che sviluppa formazione e brevetti; un secondo mondo produce le cose delle idee e un terzo mondo dove si producono materie prime e mano d’opera a basso costo (situazione perfettamente rappresentata dalla scritta presente su ogni prodotto Apple: designed in California assembled in China).

La terza cosa è che dentro la fabbrica cambia il mix dei lavoratori; ai tempi di Marx su 100 lavoratori 94 erano operai, oggi solo 33 sono operai.

Quarta modifica: si riducono gli addetti all’agricoltura e all’industria, e aumentano molto quelli del terziario (in Italia sono il 70%). C’è anche un quaternario (laboratori di ricerca, creativi, designer, ecc,) che produce simboli e valori, e diventa la parte più grossa.

Si tratta di una trasformazione epocale. Il lavoro è completamente modificato, più sostituibile da macchine digitali.

La prossima trasformazione, quella che sta per avvenire, è l’intervento dell’intelligenza artificiale.

Mentre le macchine meccaniche hanno sostituito l’operaio, mentre il robot ha sostituito l’operaio specializzato e il computer ha sostituito l’impiegato, l’intelligenza artificiale sostituisce il livello alto: il creativo, il manager , il medico, l’avvocato.

E‘ una rivoluzione epocale come lo fu a suo tempo l’avvento del microprocessore.

Il mondo si trasforma: puoi puntare su piccoli guadagni in grande numero, e quindi puntare su grandi volumi, su numeri pressoché infiniti di clienti. Comincia così la serie della gigeconomy.

 

E quindi, dopo aver abbandonato la terra e il lavoro, della  triade classica dei fattori produttivi, a questo punto resta solo il capitale…

No, a questo punto resta il cervello. Il problema è che oggi bastano pochissime persone che pensino. E anche pochissime per produrre, perché la produzione sarà tutta meccanica.

Sulla carta non c’è alternativa che andare verso un castello con un team di superuomini che producono e pretendono di appropriarsi del prodotto creato e la massa di persone. Il creativo non ha neanche più bisogno di consumatori.

Nel momento in cui questo numero si restringe, e in cui 15 Università producono tutti i brevetti e centinaia di robot li realizzano, il problema non è più la produzione ma la distribuzione: con quali criteri si distribuisce la ricchezza prodotta?

Mentre il comunismo sapeva distribuire ma non sapeva produrre, noi sappiamo produrre ma non distribuire. 8 persone hanno oggi la ricchezza di 3 miliardi e seicentomila persone. Siccome 8 persone non potranno mai consumare 3,6 miliardi di mutande, di scarpe, non si capisce che produci a fare, per vendere a chi?


 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.

Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:

si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.

 Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.

 In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.

 La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

COSA FARANNO UN MILIARDO DI PERSONE IN PIU’?

Siamo pronti per un futuro senza lavoro? (parte I)

Intervista a Domenico De Masi (*)
A cura di Marco Parlangeli

 

La mini-serie sul lavoro prosegue questa settimana con l’intervista a uno dei più celebri “maitres à penser” in materia di sociologia del lavoro.

Estremamente attento al progresso tecnologico e all’influenza che nel tempo ha avuto sul modo di lavorare dell’uomo, De Masi ha spesso assunto posizioni insolite, al limite della provocazione intellettuale, fra le quali quella presentata nell’ultimo saggio “Lavorare gratis lavorare tutti” (Rizzoli, 2017).

Nell’intervista che segue, abbiamo ripercorso a volo d’uccello le vicende dell’attività lavorativa dell’uomo nel corso della storia, esaminandone i riflessi sulla qualità della vita e cercando di capire dove stiamo andando.

Un regalo imperdibile per i lettori del blog, che ci accompagnerà per tre settimane durante questo mese di settembre. Le foto che corredano gli articoli sono di Ravello, incantevole località che domina la Costiera Amalfitana a cui De Masi è legato soprattutto per l’esaltante esperienza del Festiva, essendo stato Presidente della Fondazione di Ravello, organizzatrice, negli anni d’oro.

Buona lettura, dunque.

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In questa mini-serie abbiamo richiesto una serie di contributi esterni per affrontare i diversi aspetti del lavoro al tempo di Internet. In due parole, secondo te oggi si lavora di più o di meno rispetto alle altre epoche che abbiamo conosciuto, quella industriale e quella post-industriale? E si lavora meglio o peggio?

La cosa migliore è servirsi dei dati statistici.
1891: un anno importante perché viene emanata la Rerum novarum, prima enciclica sociale della Chiesa, 8 anni dopo la morte di Marx. Gli Italiani sono 30 milioni, e a causa degli orari di lavoro, che erano 10 ore al giorno per 6 giorni alla settimana, hanno lavorato 70 miliardi di ore.
Passano 100 anni, siamo al 1991. Siamo diventati 50 milioni, abbiamo lavorato 60 miliardi di ore: 10 miliardi di ore in meno, e abbiamo prodotto 13 volte di più.
Arriviamo al 2017. Siamo 60,5 milioni. Abbiamo lavorato
40 miliardi di ore, 30 in meno del 1891, e abbiamo prodotto 670 miliardi in più del 1891.
Gli esseri umani stanno imparando a produrre sempre più beni e servizi facendo ricorso a quantità sempre minori di lavoro umano.
Questo da un punto di vista macroeconomico, della Società. Ma dal punto di vista del lavoratore, visto che si lavora meno, possiamo dire che si lavora meglio? Certo che si produce di più, e questo va a vantaggio di chi il lavoro lo paga, ma dal punto di vista di chi lavora, della qualità del lavoro, si può dire che si lavora meglio?

Siccome occorre sempre meno lavoro, e quelli che vogliono lavorare sono sempre di più perché siamo più numerosi, è indispensabile prepararsi: nel 2030 saremo un miliardo in più, quindi bisogna preparare un miliardo di posti di lavoro in più rispetto ad oggi. Lavorano anche le donne (che prima non lavoravano), lavorano anche gli handicappati (che prima non lavoravano), le gravidanze sono meno numerose (meno permessi di maternità), ci si ammala molto meno (meno assenze per malattia): tutto questo comporta molto meno lavoro e molta più gente che vuole lavorare.

Di fronte a questa situazione, dal punto di vista sociologico, hai due modi reagire, idealmente contrapposti, la Germania e l’Italia. La Germania, mano a mano che vengono introdotte nuove tecnologie, ha ridotto l’orario di lavoro e si è accorta, riducendo l’orario di lavoro, che aumentava la produttività. L’Italia invece ha conservato dal 1923 40 ore di lavoro settimanali. Oggi la Germania ha in media 1400 ore di lavoro all’anno a testa con una produttività 20 volte superiore a quella italiana. L’Italia presenta invece 1800 ore all’anno (400 ore di lavoro all’anno in più pro capite). Se hai una torta e fai porzioni più grosse (400 ore in più), devi fare naturalmente meno porzioni.
La Germania ha un’occupazione del 79%, noi del 58%. Produciamo il 20% in meno e paghiamo il 20% in meno il lavoratore.
Il lavoratore italiano lavora di più, produce di meno e guadagna di meno. Sta meglio o peggio? Sta peggio, ovviamente. Non si è seguito il trend della tecnologia e della globalizzazione, si è fatto finta che la tecnologia non esistesse. Se abbiamo 100 persone in questa banca, introduciamo un computer che fa il lavoro di 10 persone, in Germania riducono a tutti l’orario del 10% e mantengono tutti occupati aumentando la produttività, in Italia licenziano 10 persone e ne tengono 90, mantenendo bassa la produttività e lavorando un numero maggiore di ore a testa.

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Da qui a lavorare gratis lavorare tutti, che è la “provocazione” del tuo libro, ce ne corre…

In quel libro mi sono posto la domanda: come si fa a ridurre l’orario di lavoro come in Germania? Dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici. Se pensi che i metallurgici sono quasi tutti maschi, questa è stata una legge di un’intelligenza straordinaria, perché induce anche i maschi a interessarsi delle attività familiari. Due vantaggi: riduci l’orario e aumenti l’occupazione e induci i maschi a interessarsi delle attività familiari.

Il problema in Italia è quindi come ridurre l’orario di lavoro. Chi è che non vuole ridurre l’orario di lavoro in Italia? Il lavoratore occupato. Il padre che lavora 10 ore di lavoro preferisce lui lavorare 10 ore al giorno e avere il figlio disoccupato, anziché lavorare 5 ore ciascuno. Il problema è quindi: come convincere i lavoratori occupati, o meglio i loro sindacati, a ridurre l’orario di lavoro.
Quando un lavoratore occupato vuole protestare, cosa fa? Sciopera, ovvero interrompe il lavoro. Se un disoccupato vuole protestare, cosa può fare? L’opposto, ovvero lavorare. Gratis, per interrompere la logica del lavoro. Per dimostrare agli occupati che bisogna ridurre l’orario di lavoro, altrimenti energie enormi restano inespresse.
Il problema enorme è la distribuzione della ricchezza, il suo addensamento. In Italia nel 2007, all’inizio della crisi, 10 famiglie avevano la ricchezza di 3 milioni di poveri; oggi, dopo 10 anni, di 6 milioni, ovvero è raddoppiata la loro ricchezza.
In questo senso la provocazione del mio libro.

Primo di tre articoli (il prossimo uscirà martedì 18/9/2018)

 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.
Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:
si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.
Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.
In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.
La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

AGOSTO MESE DI TREGENDA PER L’INVESTITORE

 

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Dovremmo essere ormai abituati alla volatilità dei mercati, ma un calo del 7,75% dell’indice FTSE Mib (1) in un mese rappresenta meglio l’andamento delle montagne russe che non quello della borsa di uno degli otto maggiori sistemi economici del mondo.

Se continuasse a questo ritmo per i prossimi 12 mesi, vedremmo polverizzarsi oltre il 90% della capitalizzazione delle maggiori 40 società del Paese. E tutto questo nel momento in cui gli indici azionari degli Stati Uniti continuano a crescere ad un tasso mai visto da prima della grande crisi del 2007, e anche l’Europa tutto sommato non se la sta passando male.

Cosa sta succedendo in Italia e cosa dobbiamo attenderci nelle prossime settimane? E soprattutto, come diceva Lenin, che fare?

 

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Le risposte a queste domande, e ad altre simili, richiedono più capacità divinatorie che non onesta conoscenza di fatti e dinamiche del mondo dell’economia e della finanza. Proviamo a dare qualche chiave di lettura ragionevole, e come al solito qualche indicazione di puro buon senso.

Un celebre adagio, molto popolare fra gli investitori americani, suggeriva: sell in may and run away, ovvero “vendi a maggio e scappa via”, come abbiamo ricordato anche su questo blog proprio in primavera. Mai previsione fu più azzeccata, almeno per quanto riguarda il mercato italiano.

L’indice FTSE Mib il 7 maggio di quest’anno si fermò al valore di 24.544, ovvero bel 19,7 punti percentuali sopra il livello di 20.495 fatto segnare il 3 settembre. Chi ha detenuto azioni ininterrottamente da allora fino a ieri ha visto diminuire del 20% il suo investimento. Vista da un’altra angolazione, un investitore che avesse liquidato tutto all’inizio di maggio, potrebbe ricomprarsi oggi lo stesso portafoglio ad un prezzo inferiore di un quinto. Dopo soli 5 mesi, una performance di tutto rispetto.

Esiste quindi, al di là delle leggende di borsa (basate però sull’osservazione statistica negli anni), un fenomeno di stagionalità dei mercati che vede molto spesso l’agosto dei mercati soffrire con una certa regolarità.

In genere, quando le azioni scendono, i titoli del reddito fisso salgono. Questo perché chi vende le azioni dirotta la liquidità ottenuta verso le obbligazioni, facendone aumentare il prezzo, ovvero innescando, o avvantaggiandosi (a seconda di come si intenda la direzione del rapporto causa-effetto) di una tendenziale riduzione dei tassi di interesse.

In Italia purtroppo questo non è accaduto, perché in questo periodo i tassi, impercettibilmente ma sistematicamente, hanno continuato a crescere.

In parte ciò è avvenuto a causa dell’annunciato piano di riduzione del quantitative easing (2) da parte della Banca Centrale Europea, che per sua natura avrebbe comunque portato ad un aumento dei tassi di interessi. Per l’Italia, questo trend è stato rafforzato dal clima di incertezza che si è diffuso all’indomani delle elezioni politiche, e che tuttora pervade i mercati.

 

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La conseguenza è che anche i titoli obbligazionari hanno visto ridursi i loro valori di borsa, e in modo tanto maggiore quanto più protratta era la loro scadenza. Per cui anche chi cercava investimenti a lungo termine, più rischiosi ma generalmente più redditizi, oppure investimenti “a alto rendimento” (i cosiddetti high yields) ha registrato perdite consistenti.

Tutto questo mentre in America, e in parte negli altri mercati europei, il valore delle attività finanziarie continuava sorprendentemente a crescere. Molti investitori hanno quindi preferito vendere titoli italiani per acquistare più performanti titoli esteri, e questo – insieme alla rarefazione dei flussi di capitali dall’estero, scoraggiati dal clima di incertezza di cui si diceva – ha ulteriormente depresso i nostri listini.

Abbiamo così assistito ad un periodo di sofferenza piuttosto prolungato. Il punto è: si tratta di un ciclo come tanti, destinato a essere riassorbito dalla prossima fase di crescita; oppure è l’inizio di una vera e propria crisi, dopo che siamo usciti a gran fatica e neanche del tutto dalla grande recessione del 2007?

Questa è la domanda centrale, e dalla risposta deriva l’indicazione su quale strategia attuare col portafoglio. Se pensiamo che si tratti di una fase del ciclo, la cosa migliore è aspettare che i valori tornino “normali” e quindi stare fermi leccandosi le ferite (calati juncu ca passa la china, ovvero chinati giunco che passa la piena, come dice un vecchio proverbio siciliano).

 

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Se invece pensiamo che sia solo l’inizio di un nuovo prolungato periodo di crisi, meglio vendere accollandosi le perdite piuttosto che rischiare ulteriori diminuzioni del valore del portafoglio.

Gli analisti e gli strategist delle maggiori case di investimento non danno risposte univoche, ed in effetti esistono motivi a teorico sostegno di entrambe le tesi. Da un lato un ciclo economico che vede comunque il PIL crescere a un ritmo superiore agli anni passati e il valore dei multipli che ormai si sono allineati a due anni fa, al termine della grande crisi,

Dall’altro, l’incertezza politica che raggiungerà il suo culmine quando verrà discussa la legge di bilancio il mese prossimo, e l’ampiamente previsto declassamento delle maggiori agenzie di rating dei titoli sul sistema Italia.

L’unico consiglio che è ragionevole dare, in queste fasi, è quello di tenersi il più possibile liquidi, evitando la tentazione di acquistare titoli che ai valori attuali sono a veri propri livelli di saldi di fine stagione, e di approfittare dei rimbalzi di borsa per alleggerire, sia pure con qualche perdita, le proprie posizioni.

Per il resto, come si diceva, occorrerebbe la sfera di cristallo.

 

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(1) Il FTSE MIB (Financial Times Stock Exchange Milano Indice di Borsa) è il più significativo indice azionario della Borsa italiana. È il paniere che sintetizza l’andamento delle azioni delle 40 società italiane quotate con maggiore capitalizzazione, flottante e liquidità.
(2) La politica monetaria di quantitative easing consiste nel favorire un aumento della quantità di moneta in circolazione attraverso l’acquisto di titoli sul mercato da parte della banca centrale. Il quantitative easing, la cui traduzione letterale è “alleggerimento quantitativo”, viene chiamato in italiano anche “allentamento monetario” o QE (acronimo di Quantitative Easing). Attuando un piano di allentamento monetario, le banche centrali si pongono quali acquirenti di titoli di stato con denaro creato “ex-novo” e al fine di incentivare la crescita economica (per questo il QE viene anche chiamato “stimolo”).