Il futuro del nostro Paese

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Nella nostra ultima mini-serie abbiamo parlato del futuro del lavoro al tempo di Internet e abbiamo visto come la tecnologia, insieme ai cambiamenti socio-economici, ha cambiato qualità e quantità, ma soprattutto il concetto stesso del lavoro.

Proviamo ora ad allargare lo sguardo all’economia del nostro Paese nel suo complesso, per cercare di capire che direzione sta prendendo e che tipo di futuro dobbiamo aspettarci per la prossima generazione. Naturalmente, secondo l’impostazione di questo blog, esamineremo la questione soprattutto dal punto di vista economico, ma non rinunceremo ad accennare anche ad altri aspetti rilevanti.

L’Italia dei nostri nonni era un paese povero e sostanzialmente agricolo; l’Italia dei nostri genitori era un paese che stava uscendo dalla povertà post-bellica e si stava attrezzando per diventare industriale; l’Italia nella quale siamo cresciuti (e in cui ancora siamo) è diventata un paese ricco e industrializzato, fra i primi 7/8 paesi del mondo.

La domanda adesso è: come sarà allora l’Italia di domani? Azzardiamo: ancora ricco – anche se con ampie e diffuse sacche di povertà – ma non più prevalentemente manifatturiero. Sarà un paese il cui sviluppo dovrà ruotare intorno all’agricoltura e al turismo. Una sorta di ciclo che torna alle origini, nei corsi e ricorsi della storia economica.

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Se questo è vero, la generazione dei nostri figli dovrà quindi attrezzarsi per trarre profitto dalle ricchezze del nostro patrimonio: terra fertile e arte millenaria, con tutto quello che può discenderne, e quindi enogastronomia, ristorazione e ospitalità di alto livello e, per estensione, formazione professionale e istruzione superiore.

La manifattura, invece, avrà probabilmente un futuro più problematico: siamo tradizionalmente un paese povero di materie prime, che generalmente vengono importate e in cui il costo del lavoro è relativamente alto. Il nostro punto di forza è quello della creatività, del design, del “bello”. La produzione verrà concentrata e delocalizzata in zone del mondo in cui ci sono materie prime e lavoro ampiamente disponibili e a basso costo: da noi resterà la fase dell’ideazione, della progettazione, della gestione commerciale e finanziaria. E’ questo, del resto, il canone di quanto è scritto su ogni iPhone: designed in California, assembled in China.

Dunque siamo pronti per questo “ritorno alle radici”? I nostri ragazzi si stanno preparando per un futuro meno industriale? E’ quello che cercheremo di scoprire nella serie che prende avvio con questo articolo. Anche in questo caso azzardiamo: sono molto più pronti di quello che crediamo, come dimostrano le molte iniziative che si vedono in giro per il Paese.

Iniziative legate al turismo, alla ristorazione di qualità, all’agricoltura a chilometro zero sono molto più frequenti e diffuse di quanto si possa credere, in modo particolare nell’Italia del Sud, dove la carenza pressoché totale di posti di lavoro tradizionali ha stimolato la creatività e l’inventiva soprattutto dei giovani. In città fino a pochi anni fa simbolo di degrado e abbandono, come Napoli e Palermo, si assiste oggi al ritorno di ragazzi che erano andati altrove a cercare lavoro ed alla ferma volontà manifestata dagli stessi di restare ed anzi sviluppare nuove attività.

I modelli di successo quali Eataly di Oscar Farinetti o Grom per i gelati hanno fatto da battistrada per la nascita di start-up e iniziative quasi sempre legate al territorio e alle eccellenze presenti.

 

Si prenda ad esempio la centralissima Via Maqueda a Palermo: negli ultimi anni sono sorti – in fondi e locali per lungo tempo abbandonati e trascurati – nuove attività commerciali legate alle eccellenze del territorio e non solo all’abbigliamento made in USA omogeneo, alla telefonia, al fast food o alla chincaglieria asiatica.

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Oppure, ancora a Palermo, le ristrutturazioni con finalità ricettiva quali hotel, bed and breakfast, resort e residence in cui capita di soggiornare in location ricche di storia e suggestioni, ma belle come una rivista di arredamento e design: ad esempio il vecchio teatro Bellini, all’ombra della Martorana in una delle piazze più belle del mondo.

Sempre in Sicilia, in posti ancora alla periferia del mondo, sono nati e sopravvivono progetti come il “Farm Cultural Park” di Favara, in provincia di Agrigento, del quale ci occuperemo in uno degli articoli della serie.

O ancora in Toscana, dove un’azienda vitivinicola che sembrava avviata ad un lento e dignitoso declino si è trasformata, nelle sapienti e infaticabili mani dell’enologo Niccolò Simonelli, in un’eccellenza qualitativa dove sperimentazione e rispetto delle radici hanno portato ad un prodotto di nicchia esportato in tutto il mondo.

O ancora a Grosseto, con l’offerta da parte di Carlo Sarti di una ristorazione di vera eccellenza con radici nella tradizione e nella ricerca di nuove armonie gustative che consentano di far conoscere le migliori proposte enologiche in circolazione.

Crescere, migliorare, imparare, diffondere, ricercare, studiare, ma anche vendere e fare profitto, organizzare in modo razionale, gestire con efficienza. Queste le direttrici per l’Italia del futuro.

Sarà un viaggio nelle eccellenze, nelle storie di successo, ma anche nelle proposte, nelle sfide, nelle idee. Ci sarà da divertirsi e, come sempre, anche da imparare.

 

Buona lettura, dunque!

 

DEBITO PUBBLICO E AGENZIE DI RATING: Gli esami non finiscono mai

Proseguiamo il discorso avviato nel precedente articolo. Eravamo arrivati a spiegare come il disavanzo e il debito pubblico – per essere sostenibili – debbano essere coerenti col Prodotto Interno Lordo (PIL) di uno Stato, allo stesso modo in cui, per una famiglia o un’impresa, deficit e indebitamento devono restare proporzionati al livello di fatturato o di redditi complessivi disponibili.

E’ infatti dal fatturato o dal totale dei redditi – concetti equivalenti a quello di PIL per uno Stato – che dovranno provenire le risorse necessarie a rimborsare i debiti e a pagarne gli interessi.

Prima ancora delle istituzioni europee (delle quali ci occuperemo più avanti), sono infatti gli investitori che finanziano lo Stato, sottoscrivendone i titoli del debito pubblico, a richiedere che il disavanzo rappresenti una quota ragionevole del PIL e che il debito ne possa essere in qualche modo garantito.

 

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Come abbiamo visto, gli investitori sono coloro che sottoscrivono i titoli pubblici: per coprire il fabbisogno lo Stato emette infatti Buoni del Tesoro (in Italia BOT, BTP, CCT; in Usa Treasury Bonds, in Germania Bunds e così via) e questi vengono acquistati da banche e risparmiatori che sono alla ricerca di impieghi remunerativi per le loro risorse.
Per gli investitori si tratta quindi di vere e proprie operazioni di prestito e, come tali, sono basate sulla valutazione di affidabilità del soggetto finanziato. Questa valutazione è fatta da agenzie specializzate e indipendenti, le cosiddette “agenzie di rating”: Moody’s; Standard & Poor (S&P); Fitch; etc.

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Ognuna di queste agenzie ha una sua graduatoria in cui ogni livello di affidabilità è indicato da una sigla. Il grado di massima affidabilità è per tutte la tripla AAA (dove in questo momento sono collocate Germania, Svizzera, Canada, Australia, Svezia e Danimarca), poi ciascuna agenzia ha gradazioni e sigle diverse. Generalmente, quando l’affidabilità aumenta e le condizioni economico-finanziari e patrimoniali del soggetto esaminato migliorano, si effettua il cosiddetto upgrade, ovvero il passaggio al gradino (in gergo, noch) superiore. In caso contrario si dà invece luogo al downgrade.

Ad esempio, per S&P, il Regno Unito si trova in categoria AA (per quanto riguarda la valutazione a lungo termine ). Se le sue condizioni migliorassero, verrebbe “promosso” al livello AA+, quello a cui appartengono gli Stati Uniti; se invece dovessero peggiorare, si ritroverebbe in AA-, in compagnia di Repubblica Ceca ed Estonia e, in caso di ulteriore discesa, in A+ dove è collocata la Cina.

I vari “gradini” sono a loro volta raggruppati per livello di affidabilità: da prime (massima sicurezza del capitale) che comprende solo la tripla A; a high grade (rating alto, qualità più che buona) che comprende la doppia A; a investment grade (rating medio, qualità media e medio bassa) che comprende da singola A a tripla B, dove è collocata l’Italia.

Al di sotto dell’investment grade, si entra in area speculativa, ovvero ad alto rischio per il capitale che venisse impiegato in titoli emessi dai Paesi che vi rientrano. L’Italia si trova pertanto al limite inferiore della categoria che le agenzie ritengono meritevole di affidamento: un downgrade andrebbe quindi a collocare il nostro Paese nel novero dei paesi inaffidabili, quelli considerati dalle agenzie ad alto rischio con la conseguenza di classificare i titoli del nostro debito pubblico come speculativi.

 

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Se ciò accadesse, avremmo due effetti negativi pressoché immediati: il tasso di interesse sui titoli pubblici aumenterebbe (per remunerare i sottoscrittori a fronte del maggior livello di rischio), ma soprattutto una serie di investitori importanti, fra cui tutti quelli istituzionali , non potrebbero più sottoscrivere i nostri Buoni del Tesoro.

Fra le regole di investimento di questi soggetti, è infatti normalmente contenuta quella che vieta di effettuare investimenti speculativi, per evitare di mettere a rischio i capitali che tali fondi gestiscono per conto terzi. Ciò significa che le nuove emissioni di titoli del debito pubblico, necessarie per finanziare il deficit, troverebbero molta difficoltà ad essere collocate e, soprattutto, sarebbero molto più costose per l’emittente, dovendo presentare tassi di interesse più alti (con il risultato di aumentare la spesa per interessi e lo stesso deficit).

Per le banche, inoltre, sarebbe molto più complicato sottoscrivere i titoli del debito pubblico di un emittente sub-investment grade (ovvero con rating inferiore al mimino di affidabilità. Ciò perché tali titoli non potrebbero essere né ceduti alla banca centrale, quando questa effettua operazioni di acquisto sul mercato per espandere la quantità di moneta in circolazione, né dati in garanzia dei prestiti ai quali le banche stesse possono ricorrere presso la BCE.

E’ quindi evidente quanto sia rischiosa per l’Italia l’eventualità di un peggioramento del rating: renderebbe più difficile finanziare il nuovo debito (e quindi sostenere il maggior livello di disavanzo) e innescherebbe un circolo vizioso da cui sarebbe molto difficile uscire.

Al di là dell’entità numerica del rapporto deficit/PIL (2,4% invece di 2 o 1,5%), è naturale che dovrebbe comunque trattarsi di un livello considerato sostenibile dagli investitori e, in primo luogo, dalle agenzie di rating.

Il rapporto deficit/PIL era previsto per il 2019 dal Governo Gentiloni doversi attestare all’1,6%, mentre con il DEF della compagine governativa in carica si indica un rapporto obiettivo del 2,4%, in aumento di circa il 50%. Lo stesso DEF indica valori target per il 2020 e il 2021 rispettivamente del 2,1 e dell’1,8%, che sono però considerati eccessivamente ottimisti dagli analisti, in quanto sovrastimerebbero la crescita del PIL (denominatore del rapporto).

Ma cosa c’entra il reddito di cittadinanza con tutto questo? Ebbene da quanto abbiamo detto poco sopra, si comprende come tale misura governativa, concorrendo (insieme alle altre misure proposte dal Governo) ad aumentare – e non di poco – il deficit pubblico, potrebbe risultare insostenibile per i conti pubblici nazionali o, quanto meno, determinare conseguenze fortemente penalizzanti rispetto alle valutazioni degli investitori e delle agenzie di rating.

Si capisce, quindi, con quanta apprensione si stia guardando alle prossime scadenze del 26 ottobre (revisione del rating di S&P) e di fine mese (revisione da parte di Moody’s): in vista di un downgrade, più che probabile, i titoli pubblici italiani stanno crollando.

 

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L’Unione Europea, dal canto suo, deve ovviamente vigilare per assicurare nell’area euro le migliori condizioni di stabilità e d’altra parte, con gli accordi di Maastricht del 1992, i Paesi aderenti si erano obbligati al rispetto di una serie di parametri, fra i quali, appunto, il tendenziale pareggio di bilancio, ovvero il mantenimento del famoso deficit uguale a zero.

Erano certamente previste, negli accordi, deroghe a tale principio, purché non venisse superato in nessun caso il 3% e fosse rispettato un percorso di allineamento virtuoso, obiettivo che, come si è visto, l’Italia ha di fatto disatteso, pur restando, di poco, entro il limite massimo.

Debiti e Deficit

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Un paio di lettori ci hanno “bacchettato” perché il precedente articolo del blog, quello sul reddito di cittadinanza, risultava un po’ ostico e poco comprensibile ai non addetti ai lavori. In effetti talvolta alcuni concetti vengono dati per scontati, ritenendo che la frequenza con cui vengono usati su stampa e media ne dimostri una diffusa padronanza.

In particolare, il passaggio “incriminato”, peraltro fondamentale per la tesi esposta nell’articolo, è il penultimo capoverso, che riportiamo di seguito:

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

 

Rileggendolo, dobbiamo riconoscere che in effetti questa frase contiene diversi concetti che vanno spiegati: il debito pubblico, il deficit, il rapporto deficit/PIL e perché questo può diventare un fronte di contrasto con l’Unione Europea. Proviamo allora a chiarire tutti questi concetti, in questo e nel prossimo articolo, ricorrendo all’analogia con situazioni ben note, come quelle dei conti di famiglia o di una piccola impresa.

Partiamo dai due concetti di deficit e debito, e dalla definizione di PIL (Prodotto Interno Lordo). Di quest’ultimo abbiamo spesso parlato in precedenti articoli, e possiamo definirlo come la misura dell’attività produttiva dei residenti di un Paese in un dato periodo[1].

Se fossimo un’azienda, potremmo considerare il PIL come il fatturato; oppure, se fossimo una famiglia, come il complesso dei redditi di cui disponiamo, e che a vario titolo entrano in casa nel periodo in esame.

E’ per questo che parliamo di compatibilità dei conti: sia nel caso di un’azienda che in quello di una famiglia l’entità dei debiti o quella delle spese non possono prescindere rispettivamente dal fatturato o dal reddito di cui si dispone. Se un’azienda avesse un fatturato di 100.000 € in un anno, mantenere in quell’anno costi complessivi per un ammontare molto superiore sarebbe sicuramente da evitare. Beninteso, potrebbe capitare ma dovrebbe ragionevolmente trattarsi di un evento straordinario, e non essere la regola.

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Così come in una famiglia in cui entrano 50.000 € all’anno, come si potrebbe spenderne nello stesso anno, diciamo, 100.000? Certo, potrebbe capitare, ma anche in questo caso dovrebbe trattarsi di eventi eccezionali.

Cosa succede se ci troviamo a sostenere costi superiori ai ricavi, oppure uscite maggiori delle entrate? Dovremmo naturalmente chiedere in prestito quanto ci manca per coprire il fabbisogno, ovvero fare (o accrescere, se già presenti) debiti.

Anche il livello del debito non potrà però essere indipendente dal reddito disponibile: sia per un’azienda che per una famiglia, ci dovrà essere infatti una ragionevole corrispondenza fra livello del fatturato e ammontare del debito contratto. Il motivo è evidente: il debito, alla sua scadenza, dovrà essere rimborsato e gli interessi che nel tempo maturano dovranno essere pagati. Ed è ovvio che le risorse per adempiere a queste obbligazioni dovranno arrivare dal cash-flow aziendale, e quindi dal suo fatturato, oppure dai redditi che entrano in famiglia.

Nessuna banca o ente finanziatore concederebbe un prestito a chi non dispone di un reddito sufficiente a pagare la rata mensile. Ad esempio se viene richiesto un prestito personale di 20.000€ da rimborsare in 5 anni (supponiamo per l’acquisto di un’auto) al tasso del 5%, la rata mensile sarà di 377€. La banca, fra gli altri elementi di giudizio che valuta per approvare l’operazione, verificherà che il richiedente abbia un reddito di almeno 1.800/1.900€ al mese, ovvero tale per cui la rata ne impegni circa un quinto.

Per questo, in operazioni della specie per dipendenti pubblici, si parla di “cessione del quinto”: il quinto dello stipendio viene “congelato” (e formalmente ceduto) per garantire il rimborso del prestito.

Analogamente, anche se in modo più complesso, per quanto riguarda i fidi, ovvero i prestiti, alle aziende. Per ottenere credito, esse devono dimostrare di avere un flusso di ricavi, e quindi un fatturato, che consenta loro il regolare rimborso.

Si tratta di considerazioni di puro buon senso, non certo di aspetti tecnici astratti e particolari.

Lo stesso per quanto riguarda i conti dello Stato: il deficit altro non è che la differenza fra la spesa pubblica e le entrate. La prima è l’esborso della Pubblica Amministrazione per beni e servizi (stipendi, forniture, spese correnti diverse) e investimenti (opere pubbliche, infrastrutture, ecc.). Le seconde sono prevalentemente rappresentate dal gettito tributario, ovvero dalle tasse e imposte riscosse.

Se c’è un deficit, significa che lo Stato spende più di quanto incassa. E questo, come abbiamo visto per le famiglie e per le imprese, può accadere solo ricorrendo al debito, che in questo caso si chiama appunto debito pubblico. Ma il debito viene concesso solo se c’è corrispondenza e coerenza con il reddito (in questo caso il PIL).

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Chi è che concede il debito agli Stati? Naturalmente chi sottoscrive i titoli del debito pubblico, ovvero in primo luogo le banche (Banca Centrale e banche commerciali) e chiunque sottoscriva a titolo di investimento i Buoni del Tesoro.

Per sottoscrivere titoli di un certo emittente, le banche – ma anche gli investitori privati, soprattutto quelli “istituzionali”[2] – ne valutano l’affidabilità, ovvero la sua capacità di rimborsare il debito. E l’affidabilità viene misurata dalle cosiddette “agenzie di rating”, che sono analisti professionali e indipendenti che attribuiscono ad ogni soggetto esaminato una misura del merito creditizio.

Del processo e degli effetti del rating, dei parametri imposti dall’Europa e dei problemi che il nostro paese si troverà ad affrontare nelle prossime settimane, parleremo nel prossimo articolo.

 

 

 


 

[1] Secondo il “Dizionario di Economia e Finanza Treccani” di Fedele De Novellis (2012) La nozione di ‘prodotto’ è riferita ai beni e servizi che hanno una valorizzazione in un processo di scambio; sono quindi escluse dal PIL le prestazioni a titolo gratuito o l’autoconsumo. Il termine ‘interno’ indica che tale variabile comprende le attività economiche svolte all’interno del Paese; sono dunque esclusi i beni e servizi prodotti dagli operatori nazionali, imprese e lavoratori all’estero, mentre sono inclusi i prodotti realizzati da operatori esteri all’interno del Paese. Escludendo la produzione all’interno del Paese da parte degli operatori esteri, e aggiungendo quella all’estero degli operatori nazionali, si ottiene il PNL (Prodotto Nazionale Lordo). Il termine ‘lordo’ indica che il valore della produzione è al lordo degli ammortamenti ( ammortamento), ovvero del deprezzamento dello stock di capitale fisico intervenuto nel periodo; questo comporta che, per non ridurre tale grandezza a disposizione del sistema, parte del prodotto deve essere destinata al suo reintegro. Sottraendo dal PIL gli ammortamenti, si ottiene il PIN (Prodotto Interno Netto).

[2] Per investitori istituzionali si intendono i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, i fondi comuni di investimento e in generale tutti gli operatori che istituzionalmente gestiscono somme di denaro per conto di terzi sottoscrittori.

Reddito di cittadinanza: cos’è, a cosa serve, ma soprattutto…si può fare in Italia?

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di parlare del reddito di cittadinanza, sicuramente l’argomento più discusso – insieme alla questione dei migranti – di questa stagione politica e dell’esperienza del “governo del cambiamento”. Lo facciamo volentieri cercando di rispondere alle tre domande: che cosa è; a cosa serve e se può essere applicabile con successo nell’Italia di oggi.

Iniziamo col dire che la definizione “reddito di cittadinanza” è impropria, meglio sarebbe parlare di “reddito minimo garantito”, una misura peraltro diffusa e ampiamente sperimentata in molti paesi, compresi alcuni dell’Unione Europea.

Secondo quanto riportato nel “Contratto per il governo del cambiamento” (il programma di governo sottoscritto dai leader dei due partiti della maggioranza) e quanto contenuto nella proposta di legge del Movimento 5 stelle, si tratta di uno strumento di sostegno economico rivolto alle famiglie italiane che si trovano in condizioni economiche disagiate, con un reddito inferiore alla cosiddetta “soglia di povertà”. Tale soglia è stata individuata in 780 € mensili per una famiglia di una sola persona e in livelli diversi a seconda del numero e delle situazioni familiari. Ad esempio, per un nucleo di due persone con due figli a carico tale limite è di 1.640 €.

Ciò significa che, nelle intenzioni dei proponenti, ogni famiglia italiana che percepisce un reddito complessivo inferiore a tale soglia dovrebbe poter percepire un’integrazione economica, da parte dello Stato, di quanto necessario per raggiungere tale livello minimo.

Sono quindi previsti specifici requisiti, oltre a quello della cittadinanza italiana, per poter beneficiare del contributo del reddito minimo garantito; al contrario il reddito di cittadinanza è quello che viene erogato a chiunque, ricco o povero, con lavoro o senza, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova

E’ diverso anche dai sussidi di disoccupazione, che vengono erogati a chi ha perso il lavoro, categoria nella quale rientra il “reddito di inclusione” (ReI)[1], già introdotto dal governo Gentiloni e tuttora in vigore.

L’obiettivo dichiarato della misura di sostegno proposta è quello di reinserire (i cittadini) nella vita sociale e lavorativa del Paese. Garantisce la dignità̀ dell’individuo e funge da volano per esprimere le potenzialità lavorative del nostro Paese, favorendo la crescita occupazionale ed economica.[2]

Si tratta dunque di una duplice finalità: da un lato contrastare la povertà, disuguaglianza e esclusione sociale, garantendo ai nuclei familiari che presentano un reddito inferiore alla soglia di povertà, la possibilità di beneficiare di un’integrazione salariale. Dall’altro di favorire la crescita economica del Paese, stimolando la domanda (di beni di consumo da parte delle classi sociali meno abbienti) e, per questa via, il prodotto interno lordo.

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La prima risposta da dare è quindi se una misura del genere, ipotizzando che si possa introdurre ed attuare con successo, è idonea, necessaria o sufficiente per realizzare questi due obiettivi.

In merito al sostegno economico, sicuramente il reddito di cittadinanza va nella direzione giusta, facendo sì che tutti i cittadini si collochino al di sopra della soglia di povertà. Se la soglia fosse correttamente individuata e se la misura potesse essere effettivamente erogabile a tutti i soggetti indigenti, certamente sarebbe di per sé necessaria e sufficiente a realizzare l’obiettivo.

Molto più discutibile l’idoneità del reddito di cittadinanza per la finalità di stimolo alla crescita economica del Paese. E, come vedremo, ancora più discutibile la probabilità che esso abbia successo nell’Italia di oggi.

Lo stimolo al PIL è infatti molto probabile, ma non certo, e certamente – a parità di risorse – esistono strumenti molto più efficaci per far crescere l’economia. Il reddito di cittadinanza fa infatti aumentare il PIL nella misura in cui si trasforma in aumento della domanda di beni di consumo. In altri termini, se un cittadino riceve 100 € a questo titolo, il PIL aumenta solo se li spende tutti per acquistare beni di consumo (attraverso il meccanismo del cosiddetto “moltiplicatore del reddito”[3]).

Se invece di questi 100 € una parte vengono risparmiati (cosa improbabile visto che siamo al livello di povertà) oppure impiegati per rimborsare debiti o trasferiti ad altri, tale parte non concorre a innescare l’aumento di reddito. Ben più efficace sarebbe l’effetto di un aumento diretto di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica. L’aumento della spesa pubblica, infatti, rappresenta in teoria economica lo strumento più efficace per far crescere il reddito.

In secondo luogo, il reddito di cittadinanza rappresenta un forte disincentivo a ricercare attivamente il lavoro. Se lo Stato assicura comunque il reddito minimo per la soglia di povertà, chi guadagna meno di tale reddito è incentivato a non lavorare o, almeno, a non ricercare attivamente il lavoro, e farsi mantenere dallo Stato.

Per contrastare tale effetto negativo, la proposta di legge prevede infatti alcune misure che comportano la cessazione del contributo al verificarsi di taluni eventi, quali ad esempio il rifiuto per tre volte di un’offerta di lavoro. Questo tipo di correttivi funzionerebbero però solo se i centri per l’impiego fossero efficienti (sarebbe una bella novità, purtroppo improbabile) o si riuscissero ad evitare abusi e indebite applicazioni.

L’ultimo aspetto è quello di vedere se nell’Italia di oggi la misura del reddito di cittadinanza può avere successo. E qui i dubbi sono più che legittimi. Intanto dovremmo assicurare, come si diceva sopra, che l’applicazione pratica sia corretta: cosa già difficile in generale, pressoché impossibile in Italia. Pensiamo alla difficoltà di impedire l’accesso a chi ha redditi formalmente inferiori alla soglia di povertà, ma in realtà superiori. Chi percepisce redditi “in nero”, ovvero non dichiarati, avrebbe il duplice illecito vantaggio di non pagare le tasse e di incassare il reddito di cittadinanza.

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

Del resto, questa eventualità è ben presente ai proponenti, che ne fanno una bandiera politica. Il costo addizionale per garantire il reddito di cittadinanza nei termini proposti, è stato calcolato in 17 miliardi di Euro, sicuramente non reperibili nelle pieghe del bilancio pubblico. A maggior ragione se, oltre a questa, si vorranno introdurre altre misure pure previste e inserite nel “contratto di governo”, quali la flat tax e l’abolizione della riforma “Fornero” sulle pensioni.

 


[1] Reddito di Inclusione (REI) è una misura nazionale di contrasto alla povertà. Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà (cfr https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51585)

[2] “Contratto per il governo del cambiamento” (scaricabile, fra l’altro, da

http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf), pag. 34

[3] Il moltiplicatore del reddito è un meccanismo tipico della teoria keynesiana, che abbiamo descritto ampiamente in diverse occasioni negli articoli del blog, da ultimo nella serie “L’ABC dell’economia”. Si tratta del processo attraverso il quale una data variazione di una componente del reddito aggregato (consumo, investimenti, spesa pubblica) produce un aumento del PIL complessivo superiore a quello iniziale della componente che ha innescato il processo stesso. L’aumento complessivo è pari all’aumento iniziale moltiplicato per un fattore (il moltiplicatore, appunto) che è funzione della propensione al consumo.

Il lavoro per l’uomo o l’uomo per il lavoro?

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Si conclude con questa settimana la mini-serie sul lavoro al tempo di Internet. Lungi da noi l’idea di fare il riassunto delle puntate precedenti o, peggio ancora, quella di trarre delle conclusioni e una sintesi degli aspetti trattati e dei contributi presentati. Sia perché i diversi interventi che abbiamo ospitato sono già notazioni sintetiche e riassuntive, sia perché sappiamo che su temi come questo sarebbe presuntuoso, oltre che inutile, trarre delle conclusioni.

Presuntuoso perché siamo consapevoli di aver semplicemente posto delle domande, sollevato questioni su cui riflettere e non avevamo intenzione di proporre soluzioni, compito ingrato e mission impossible che, in ogni caso, resta funzione della politica. Inutile perché il mondo del lavoro, specchio di una società in continua e vorticosa evoluzione, cambia alla velocità della luce e non esistono soluzioni buone per tutte le stagioni. Quello che vale oggi, l’anno prossimo è già obsoleto e il punto di arrivo di oggi non può che essere la partenza di domani.

In realtà, più che una serie conclusa vorremmo considerarla un cantiere sempre aperto, un terreno di confronto su cui torneremo spesso, anche con contributi esterni che stavolta non è stato possibile ospitare.

Vorremmo piuttosto concentrarci adesso sulle persone e sul loro rapporto diretto col lavoro. Lasciamo da parte per un momento gli aspetti sociali ed economici, per vedere come vivono il lavoro gli uomini e le donne di oggi, come si rapportano ad un’attività che occupa – quando va bene – un terzo del loro tempo in età adulta e quando va male – non per loro libera scelta – molto di più o molto di meno.

Così come iniziammo con una rievocazione biblica quando ricordammo che secondo le Scritture il lavoro è la punizione per l’uomo che aveva commesso il peccato originale (“lavorerai col sudore della fronte”), così partiamo oggi da un passo evangelico di Marco (Mc 2, 23-26).

 

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Così diceva Cristo ai farisei che, scandalizzati, gli indicavano i braccianti che osavano lavorare di sabato, il giorno dedicato al Signore, durante il quale ogni attività lavorativa doveva essere sospesa per consentire la preghiera e l’ascolto delle Scritture.

Con questo non vorremmo entrare nella diatriba, che pare un po’ oziosa se non sterile, sul lavoro di domenica, questione che oggi è tanto di moda e che, fortunatamente, non sempre riesce a distogliere l’attenzione dei media da temi ben più seri e spinosi.

Il monito di Cristo voleva in realtà significare che nessuna consuetudine, tradizione o attività può essere tanto importante e decisiva da ritenere che l’uomo vi si debba adattare, quando questo implicherebbe la necessità di mettere in discussione la natura, i valori e le attitudini dell’uomo stesso. Per questo ci pare una buona metafora del rapporto fra l’uomo e il lavoro.

Rapporto che deve essere sempre “di mezzo a fine” e non viceversa: il lavoro è uno strumento, utile per procurarsi i mezzi di sostentamento e la riconoscibilità e dignità sociale, ma pur sempre uno strumento. Se diventa un fine, ovvero lo scopo ultimo (e talvolta unico) dell’esistenza, allora c’è un problema: meglio fermarsi a riflettere e, se possibile, cambiare impostazione piuttosto che farsi travolgere.

Se viviamo per lavorare e non lavoriamo per vivere, finiremo per regalare la nostra esistenza stessa a qualcuno o qualcosa al di fuori di noi e ci renderemo conto, quando ormai sarà tardi, di averla sprecata. Un epilogo non molto diverso da quello degli schiavi nell’antica Grecia di cui ci ha parlato Domenico De Masi nell’intervista che abbiamo pubblicato.

Se la nostra giornata è fatta di 10-12 ore di lavoro, sulle 16 mediamente disponibili dopo aver dormito, è facile capire che – una volta impiegate le 3/4 ore indispensabili per mangiare e per la cura del corpo – rimane troppo poco tempo per fare qualcosa di diverso.

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Un manager che vive in ufficio o comunque lavorando fino alla sera tardi, magari avendo iniziato di prima mattina, e trascura famiglia, affetti, occasioni di svago, lettura, studio, non solo si accorgerà di avere sprecato la sua vita e il suo talento, ma molto probabilmente sarà anche meno efficace e produttivo nel lavoro stesso, perché avrà vissuto in una “campana di vetro” che gradualmente ma inesorabilmente lo isola dal mondo reale.

Forse anche per questo ci si stupisce quando si scopre che negli Stati Uniti, paese simbolo del capitalismo e spesso modello per tutto l’Occidente, i manager difficilmente lavorano oltre le 5 o le 6 del pomeriggio. Così come, ma questo è un altro discorso, difficilmente usano i cellulari in modo continuativo e compulsivo come facciamo noi.

E se si trascurano famiglia o affetti, certamente anche la performance lavorativa prima o poi ne risentirà. “La mucca felice fa più latte” dicevano i saggi ed è difficile essere felici in un mondo arido di sentimenti e scoperte. E non dimentichiamo mai che occorre sempre studiare, aggiornarsi ed essere informati: se non si studia, ci sarà sempre qualcuno che studia per noi.

Il problema è ben più sottile della necessità di lavorare molto per guadagnare abbastanza o per non perdere il posto, situazioni che possono capitare ma devono essere limitate a periodi di tempo circoscritti e non essere regola di vita.

Da un lato c’è il piacere di svolgere un’attività che realizza le aspirazioni e talvolta diverte, la soddisfazione per un lavoro ben fatto e per l’apprezzamento di colleghi e superiori, la voglia di tenersi stretto quello per cui si è lottato per anni.

Dall’altro la spinta per il successo, per l’avanzamento di carriera (a cui tengono anche quelli che dicono di no) e per la realizzazione professionale, la visibilità sociale e la considerazione di un ambiente di cui vogliamo sentirci a pieno titolo parte integrante.

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Nemici subdoli e insidiosi, ai quali non possiamo sacrificare l’esistenza. Pericoli tanto più incombenti quanto più ammantati da sensazioni piacevoli e da considerazione sociale. Basta poco perché il castello crolli: un passo falso, un errore di valutazione, una serie di insuccessi, un periodo storto e l’obiettivo unico su cui abbiamo puntato svanisce lasciando un forte senso di vuoto e di rimpianto.

Non esistono formule magiche, valide per tutti e in ogni momento della storia. Basta averne serena consapevolezza e mantenere una giusta dose di disincanto, con autoironia ed equilibrio. E questo vale qualunque sia il lavoro che abbiamo davanti, da quelli più tradizionali a quelli più innovativi.

E soprattutto è fondamentale non rendere il lavoro l’unica ragione della vita, ma coltivare interessi, passioni, affetti, studio.

Perché il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.