Reddito di cittadinanza: cos’è, a cosa serve, ma soprattutto…si può fare in Italia?

di maio

 

Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di parlare del reddito di cittadinanza, sicuramente l’argomento più discusso – insieme alla questione dei migranti – di questa stagione politica e dell’esperienza del “governo del cambiamento”. Lo facciamo volentieri cercando di rispondere alle tre domande: che cosa è; a cosa serve e se può essere applicabile con successo nell’Italia di oggi.

Iniziamo col dire che la definizione “reddito di cittadinanza” è impropria, meglio sarebbe parlare di “reddito minimo garantito”, una misura peraltro diffusa e ampiamente sperimentata in molti paesi, compresi alcuni dell’Unione Europea.

Secondo quanto riportato nel “Contratto per il governo del cambiamento” (il programma di governo sottoscritto dai leader dei due partiti della maggioranza) e quanto contenuto nella proposta di legge del Movimento 5 stelle, si tratta di uno strumento di sostegno economico rivolto alle famiglie italiane che si trovano in condizioni economiche disagiate, con un reddito inferiore alla cosiddetta “soglia di povertà”. Tale soglia è stata individuata in 780 € mensili per una famiglia di una sola persona e in livelli diversi a seconda del numero e delle situazioni familiari. Ad esempio, per un nucleo di due persone con due figli a carico tale limite è di 1.640 €.

Ciò significa che, nelle intenzioni dei proponenti, ogni famiglia italiana che percepisce un reddito complessivo inferiore a tale soglia dovrebbe poter percepire un’integrazione economica, da parte dello Stato, di quanto necessario per raggiungere tale livello minimo.

Sono quindi previsti specifici requisiti, oltre a quello della cittadinanza italiana, per poter beneficiare del contributo del reddito minimo garantito; al contrario il reddito di cittadinanza è quello che viene erogato a chiunque, ricco o povero, con lavoro o senza, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova

E’ diverso anche dai sussidi di disoccupazione, che vengono erogati a chi ha perso il lavoro, categoria nella quale rientra il “reddito di inclusione” (ReI)[1], già introdotto dal governo Gentiloni e tuttora in vigore.

L’obiettivo dichiarato della misura di sostegno proposta è quello di reinserire (i cittadini) nella vita sociale e lavorativa del Paese. Garantisce la dignità̀ dell’individuo e funge da volano per esprimere le potenzialità lavorative del nostro Paese, favorendo la crescita occupazionale ed economica.[2]

Si tratta dunque di una duplice finalità: da un lato contrastare la povertà, disuguaglianza e esclusione sociale, garantendo ai nuclei familiari che presentano un reddito inferiore alla soglia di povertà, la possibilità di beneficiare di un’integrazione salariale. Dall’altro di favorire la crescita economica del Paese, stimolando la domanda (di beni di consumo da parte delle classi sociali meno abbienti) e, per questa via, il prodotto interno lordo.

povertà

 

La prima risposta da dare è quindi se una misura del genere, ipotizzando che si possa introdurre ed attuare con successo, è idonea, necessaria o sufficiente per realizzare questi due obiettivi.

In merito al sostegno economico, sicuramente il reddito di cittadinanza va nella direzione giusta, facendo sì che tutti i cittadini si collochino al di sopra della soglia di povertà. Se la soglia fosse correttamente individuata e se la misura potesse essere effettivamente erogabile a tutti i soggetti indigenti, certamente sarebbe di per sé necessaria e sufficiente a realizzare l’obiettivo.

Molto più discutibile l’idoneità del reddito di cittadinanza per la finalità di stimolo alla crescita economica del Paese. E, come vedremo, ancora più discutibile la probabilità che esso abbia successo nell’Italia di oggi.

Lo stimolo al PIL è infatti molto probabile, ma non certo, e certamente – a parità di risorse – esistono strumenti molto più efficaci per far crescere l’economia. Il reddito di cittadinanza fa infatti aumentare il PIL nella misura in cui si trasforma in aumento della domanda di beni di consumo. In altri termini, se un cittadino riceve 100 € a questo titolo, il PIL aumenta solo se li spende tutti per acquistare beni di consumo (attraverso il meccanismo del cosiddetto “moltiplicatore del reddito”[3]).

Se invece di questi 100 € una parte vengono risparmiati (cosa improbabile visto che siamo al livello di povertà) oppure impiegati per rimborsare debiti o trasferiti ad altri, tale parte non concorre a innescare l’aumento di reddito. Ben più efficace sarebbe l’effetto di un aumento diretto di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica. L’aumento della spesa pubblica, infatti, rappresenta in teoria economica lo strumento più efficace per far crescere il reddito.

In secondo luogo, il reddito di cittadinanza rappresenta un forte disincentivo a ricercare attivamente il lavoro. Se lo Stato assicura comunque il reddito minimo per la soglia di povertà, chi guadagna meno di tale reddito è incentivato a non lavorare o, almeno, a non ricercare attivamente il lavoro, e farsi mantenere dallo Stato.

Per contrastare tale effetto negativo, la proposta di legge prevede infatti alcune misure che comportano la cessazione del contributo al verificarsi di taluni eventi, quali ad esempio il rifiuto per tre volte di un’offerta di lavoro. Questo tipo di correttivi funzionerebbero però solo se i centri per l’impiego fossero efficienti (sarebbe una bella novità, purtroppo improbabile) o si riuscissero ad evitare abusi e indebite applicazioni.

L’ultimo aspetto è quello di vedere se nell’Italia di oggi la misura del reddito di cittadinanza può avere successo. E qui i dubbi sono più che legittimi. Intanto dovremmo assicurare, come si diceva sopra, che l’applicazione pratica sia corretta: cosa già difficile in generale, pressoché impossibile in Italia. Pensiamo alla difficoltà di impedire l’accesso a chi ha redditi formalmente inferiori alla soglia di povertà, ma in realtà superiori. Chi percepisce redditi “in nero”, ovvero non dichiarati, avrebbe il duplice illecito vantaggio di non pagare le tasse e di incassare il reddito di cittadinanza.

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

Del resto, questa eventualità è ben presente ai proponenti, che ne fanno una bandiera politica. Il costo addizionale per garantire il reddito di cittadinanza nei termini proposti, è stato calcolato in 17 miliardi di Euro, sicuramente non reperibili nelle pieghe del bilancio pubblico. A maggior ragione se, oltre a questa, si vorranno introdurre altre misure pure previste e inserite nel “contratto di governo”, quali la flat tax e l’abolizione della riforma “Fornero” sulle pensioni.

 


[1] Reddito di Inclusione (REI) è una misura nazionale di contrasto alla povertà. Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà (cfr https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51585)

[2] “Contratto per il governo del cambiamento” (scaricabile, fra l’altro, da

http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf), pag. 34

[3] Il moltiplicatore del reddito è un meccanismo tipico della teoria keynesiana, che abbiamo descritto ampiamente in diverse occasioni negli articoli del blog, da ultimo nella serie “L’ABC dell’economia”. Si tratta del processo attraverso il quale una data variazione di una componente del reddito aggregato (consumo, investimenti, spesa pubblica) produce un aumento del PIL complessivo superiore a quello iniziale della componente che ha innescato il processo stesso. L’aumento complessivo è pari all’aumento iniziale moltiplicato per un fattore (il moltiplicatore, appunto) che è funzione della propensione al consumo.

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