Vissi d’Arte

sagre_1.jpg

 

La nostra mini-serie sul futuro dell’Italia prosegue oggi parlando dell’altra gamba dell’eccellenza del nostro Paese: si tratta del turismo, che vive della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale.

Siamo partiti dall’idea che il possibile sviluppo del nostro Paese dovrà essere incentrato sulle due direttrici dell’agricoltura e del turismo, con tutte le attività connesse. Abbiamo parlato della prima, l’agricoltura, e di alcune eccellenze in Sicilia, Toscana e Piemonte legate soprattutto all’enogastronomia.

In molti casi è stato naturale il passaggio al business turistico, dando vita ad iniziative che si sono trasformate con successo, tanto da far parlare di un vero e proprio filone, quello del turismo legato alla valorizzazione e alla scoperta del cibo di territorio. Da qui sono nati, solo per citare alcuni esempi, Vinitaly a Verona, il Salone del Gusto a Torino o Eurochocolate a Perugia.

 

EurochocolatePerugia.jpg

 

Non si tratta di una semplice riedizione delle sagre paesane nelle quali si poteva gustare a basso prezzo la specialità locale, spesso in piedi e circondati da folle chiassose e fumi pestiferi. Eventi, questi, animati in genere dalle donne, vere professioniste della cucina tradizionale che lavoravano a beneficio di associazioni o pro-loco.

E’ piuttosto un percorso culturale che punta a considerare la tradizione e il cibo come espressione di un territorio, della sua storia e delle eccellenze che produce. Il target a cui si rivolge è composto da persone di età adulta, cultura elevata e buon livello di reddito: persone a cui piace vivere bene e spendere.

Allo stesso modo si qualifica il turismo culturale che consiste nello spostamento finalizzato a vedere una mostra, visitare un sito archeologico o un museo, partecipare a un convegno, ma anche a un concerto, un’esibizione teatrale o operistica ed altre attività simili.

In alcuni casi si creano delle vere e proprie mode, che attirano code infinite ed ampio interesse mediatico. È quanto avvenuto, ad esempio, per i bronzi di Riace oppure per le mostre monografiche organizzate da operatori di successo quali “Linea d’Ombra”.

Molti puristi affetti da snobismo accademico criticano queste iniziative sostenendo che si tratta di operazioni commerciali che poco hanno di culturale e molto di consumistico. In parte è sicuramente vero, resta però il fatto che molta gente è disposta a muoversi e ad impiegare tempo e soldi per vedere i quadri degli impressionisti o ascoltare le musiche di Stefano Bollani, oppure a visitare i diversi luoghi in cui si svolgono manifestazioni monografiche o a tema e, così facendo, alimenta produzione e reddito e comunque alla fine qualcosa impara. Oppure, semplicemente, riesce a trarre soddisfazione e divertimento dalla fruizione dell’arte.

Il nostro patrimonio artistico e culturale è così ampio e ricco che potrebbe offrire enormi occasioni di sviluppo del turismo culturale. Si tratta di vedere se l’arte e la cultura possono essere sufficienti a garantire un adeguato ritorno economico o quanto meno un equilibrio a livello generale. E’ possibile, dunque, “vivere d’arte”, parafrasando la nota aria pucciniana?

tosca.jpg

 

Non è facile rispondere a questa domanda né esiste un’unica risposta. In primo luogo si deve considerare la comunità nel suo complesso: è evidente che se si riesce ad attirare un consistente flusso di visitatori in una determinata zona, i privati che hanno attività commerciali in quella zona ne saranno avvantaggiati, così come tutti coloro che possono trovare un’occupazione diretta nella gestione o nell’organizzazione delle visite.

A livello pubblico, bisogna però valutare che ci sono costi che gravano sulla collettività, in primo luogo per la manutenzione e il restauro dei beni artistici. Quando sono necessari interventi importanti (si pensi all’allestimento di un sito archeologico e all’attività di scoperta, studio e messa in sicurezza dei reperti per renderli visitabili), è ben difficile che il solo biglietto di ingresso possa coprirne il costo per intero.

Non solo: i lavori spesso durano anni e i flussi di reddito arrivano solo dopo molto tempo e solo una volta che i lavori stessi sono terminati. C’è quindi un gap temporale fra fabbisogno finanziario per rendere possibile l’attività culturale e rientro attraverso i flussi dei visitatori. Si tratta di veri e propri investimenti, per i quali sono necessarie risorse e capacità progettuali, non sempre presenti in loco.

Occorrono amministrazioni pubbliche non solo efficienti, ma soprattutto motivate e stabili, perché i benefici di progetti così impegnativi in genere arrivano solo dopo molti anni, quando il loro mandato elettorale sarà terminato. Quindi dovranno essere così illuminate da impiegare risorse di cui la collettività beneficerà solo in futuro, l’esatto contrario di quanto ha fatto la politica finora.

La politica dei beni culturali richiede lungimiranza e investimenti cospicui. Dei due fattori, peraltro necessari ma non sufficienti per assicurare il sentiero di sviluppo di cui abbiamo parlato, paradossalmente il più difficile da mettere in campo è proprio il primo.

Alla fine, infatti, le risorse possono essere reperite attraverso forme di sponsorizzazione da parte di privati (come è successo per il restauro del Colosseo da parte del gruppo Tod’s) o project-finance[1]. In entrambi i casi si tratta di individuare fonti di reddito che rendano sostenibile e conveniente l’operazione dal punto di vista del privato che investe capitali ed energie nell’iniziative: per questo si parlava di capacità progettuale.

La lungimiranza della classe politica – e qui parliamo soprattutto delle amministrazioni pubbliche locali – è invece più complicata perché comporta visione strategica di lungo periodo: significa avere un’idea chiara di quale potrà essere il futuro delle comunità governate e riuscire a catalizzare consenso su questa idea. Molto più facile gestire il potere con elemosina, prebende e slogan roboanti.

Nel prossimo articolo parleremo dunque di iniziative che hanno consentito il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico, cominciando dalla Sicilia.

 


[1] Il project finance o finanza di progetto è una tecnica di finanziamento di un progetto in cui il rimborso e il costo del finanziamento stesso sono garantiti dai flussi di cassa previsti dalla attività di gestione o esercizio dell’opera, che in genere è  un’iniziativa complessa a lungo termine relativa a un bene o un’area pubblica. La caratteristica principale del project financing è rappresentata dal coinvolgimento dei soggetti privati nella realizzazione, nella gestione e soprattutto nell’accollo totale o parziale dei costi di opere pubbliche, o opere di pubblica utilità, in vista di entrate economiche future.

Annunci

Il Genio piemontese

oscar_1

Non si può parlare di agroalimentare in Italia e di eccellenza nel cibo e nel vino senza raccontare l’incredibile esperienza di Oscar Farinetti, il creatore di Eataly, e le iniziative di divulgazione e formazione originate da Carlo (detto Carlin) Petrini, a partire dal Gambero Rosso e Slow Food.

 

Dopo Sicilia e Toscana, il nostro viaggio nell’Italia del futuro si ferma in Piemonte, altra formidabile espressione di quelli che abbiamo indicato come i due pilastri dell’economia italiana prossima ventura: agricoltura e turismo.

 

Tre regioni che possono rappresentare la base di uno sviluppo duraturo e sostenibile, incentrato sui punti di forza del nostro territorio. Tre tipologie di offerte di prodotti molto diverse, come diverse sono le tradizioni, le culture, le modalità di coltivazione e le attrazioni turistiche. Centro, Nord e Sud: come dire che l’eccellenza nel nostro paese è anche geograficamente ben distribuita e la potenzialità di sviluppo si estende in tutta la penisola.

Questa storia in terra sabauda inizia a metà anni ’80 con le intuizioni di Carlin Petrini, e le idee che vedono la luce negli ambienti della sinistra piemontese che fanno riferimento all’ARCI e al Manifesto.

carlin_Petrini.jpg

 

Nasce qui infatti l’”ARCI Gola”, sezione del popolare sodalizio ricreativo-culturale che darà vita al movimento “Slow Food” in polemica contrapposizione alla fast life e al modello di vita basato sul consumo veloce e frenetico[1].

L’intuizione di Carlin Petrini era sicuramente innovativa ma anche geniale: si doveva recuperare l’aspetto culturale del nostro cibo tradizionale, ribellandoci al consumo veloce e inconsapevole per poter esercitare un vero e proprio “diritto al piacere”. Oggi si direbbe: meno global e più local.

Da questo principio sono nate diverse iniziative di successo, dal Salone del Gusto a Torino all’Università degli studi di scienze gastronomiche a Pollenzo, sempre nell’alveo della valorizzazione dei prodotti del nostro territorio.

Il Gambero Rosso nacque nel dicembre 1986 come inserto di otto pagine del quotidiano comunista “Il Manifesto”, finalizzato a proporre un’idea di cibo più vicina alla classe operaia e alla cultura di sinistra, che avrebbe dovuto riappropriarsi del diritto a perseguire il piacere e il gusto, tradizionalmente riservato alle classi agiate[2]. Col tempo è poi divenuto una delle più autorevoli e seguite guide sui ristoranti e i vini d’Italia, una collana editoriale e un’emittente televisiva.

L’enorme successo di questo filone, e il business che ne è successivamente originato, hanno poi portato alcuni a criticare questo atteggiamento, visto come strumentale ad uno sfruttamento commerciale e totalmente privatistico dell’idea, ben lontana dagli aspetti politici e ideali degli inizi[3]. Esempi di questa deriva vengono riscontrati in situazioni come l’Expo di Milano, la crescita esponenziale della grande distribuzione organizzata (GDO) – nell’ambito della quale un ruolo primario è svolto dalle cooperative che fanno diretto riferimento alla sinistra – o il progetto FICO di Bologna ideato e gestito da Farinetti.

In questo contesto nasce nel 2004 il progetto Eataly, con il primo punto vendita allestito a Torino, nello stabilimento ex Carpano, ceduto in comodato dall’amministrazione comunale a Farinetti con l’impegno a ristrutturare e rimettere in sesto un edificio storico ma ormai fatiscente e in disuso.

cibo_2

 

L’idea vincente di Oscar fu quella di creare un circuito integrato dell’eccellenza gastronomica, dai produttori di materie prime – molti dei quali col tempo sono poi stati acquisiti dal gruppo Eataly – alla realizzazione del prodotto finito, a cura di cuochi selezionati che preparassero direttamente e davanti al cliente i piatti per il consumo.

L’obiettivo di Farinetti era quello di offrire la migliore carne, il miglior pesce, la miglior verdura e così via nei ristoranti della carne, del pesce, della verdura. Chi voleva poteva consumare direttamente i prodotti, oppure poteva portarseli via o acquistare le materie prime.

Eliminando il passaggio del commercio all’ingrosso, i prezzi – pur elevati perché alla fine la qualità si paga sempre – non avrebbero incorporato componenti improprie, quali appunto il costo della distribuzione, ma anche l’immagine, la pubblicità. Al prodotto molto reclamizzato, si preferiva quello a chilometro zero; all’azienda famosa l’eccellenza locale; alle grandi quantità la costante selezione qualitativa.

Fu da subito un successo straordinario: già il primo anno le assunzioni di personale furono il doppio di quelle preventivate e il fatturato consentì il break even, ovvero il punto di equilibrio fra costi e ricavi, fin dai primi mesi.

Eataly divenne ben presto un caso di scuola, creando un segmento di mercato di assoluto rilievo proprio nella valorizzazione di uno dei nostri tradizionali punti di forza: l’agricoltura di qualità, l’eccellenza del cibo e del vino, la valorizzazione del territorio e delle tradizioni.

Da quel momento, il gruppo di Farinetti ha intrapreso una crescita formidabile, dapprima con l’apertura di numerosi altri punti vendita in Italia e all’estero, poi acquistando direttamente i migliori produttori (acque in bottiglia, pastifici, aziende vitivinicole, caseifici, salumifici e così via).

Bisogna dire che Oscar Farinetti è un genio, né più né meno. La sua capacità imprenditoriale, il fiuto per il business, l’abilità di mantenere una vasta e forte rete di relazioni istituzionali, sono certo talenti e doti non comuni. Ma il fatto di aver avuto successo valorizzando le nostre tradizionali e antiche produzioni agricole e gastronomiche testimoniano l’enorme potenzialità di sviluppo che ha il paese in questo campo.

 


[1]La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la “Fast-Life”, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei “Fast-Food”.  Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d’estinzione.  Perciò contro la follia universale della “Fast-Life”, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale…” dal Manifesto dello Slow Food, apparso sulla newsletter Rosmarino nel novembre 1987, è firmata dagli storici 13 padri fondatori: Folco Portinari, Carlo Petrini, Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino.

[2] Si veda anche: Stefano Bonilli e Carlo Petrini, quando la rivoluzione passò per la cucina, il manifesto, 4 agosto 2014

[3] Wolf Bukowski La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione, Edizioni Alegre, Roma 2015

Terra e Vino: ritorno alle origini

Nicco_1

Iniziamo il nostro viaggio nelle eccellenze con la Toscana, nel Chianti, e raccontiamo un’azienda con una storia lunga e importante. L’azienda è la “Bichi Borghesi” e ha sede nella splendida cornice di Scorgiano, fra Siena e Colle Val d’Elsa.

Un posto incantato, con un borgo che in passato ospitava e si identificava con la tenuta agricola, simbolo di aristocrazia terriera che traeva reddito dai vasti possedimenti fondiari – perlopiù coltivati a foraggi e cereali, ma con notevoli e importanti vigneti nel cuore del Chianti – e che viveva nell’elegante villa padronale.

La villa era – ed è tuttora – circondata da un parco di disegno ottocentesco con viali alberati, fontane e giardini, che la tengono isolata dalla strada. Nella facciata principale – su un giardino sobrio che introduce al parco – si trovano le “Scuderie”, ora adattate a locale di ospitalità e ristorazione per banchetti e matrimoni. Del resto, il borgo comprende anche una cappella recentemente restaurata. Sul retro i locali della cantina e i magazzini, ora arricchiti da zona degustazione.

Niccolò Simonelli, uno dei due fratelli che condividevano con la madre la proprietà e l’onere dell’azienda di famiglia, era negli anni Novanta un giovane agronomo libero professionista, continuamente in viaggio per lavoro, con poco tempo da dedicare alla campagna.

Niccolò si trovò davanti al bivio se raccogliere la sfida di riportare in equilibrio l’azienda e rilanciare la produzione oppure continuare con la sua attività, ormai consolidata. Naturalmente accettò il guanto e si gettò anima e corpo nell’impresa di dare nuova vita alla tenuta “Bichi Borghesi”.

Trasformare un’azienda cerealicola-foraggera di nobili tradizioni ma di scarsa o nulla redditività non era un compito facile, in un settore come l’agricoltura notoriamente caratterizzato da bassi profitti e alta intensità di capitale, aspetto questo molto rilevante in pieno Chiantishire. Nella zona del Chianti, infatti, i valori del real estate erano molto lievitati per la forte domanda, soprattutto da parte inglese e americana, ma recentemente anche russa.

Vendere tutto al magnate di turno e abbandonare la terra? Neanche per sogno. La cosa giusta da fare era focalizzare i punti di forza, svilupparli e irrobustirli, e limitare quelli di debolezza.

Il primo punto di forza era la qualità del prodotto vitivinicolo, pur in una fase in cui il Chianti non godeva di grande popolarità. Altro punto di forza la solidità patrimoniale, che non presentava debiti essendo il cespite di antica proprietà della famiglia.

I punti di debolezza erano invece la necessità di migliorare e diversificare l’offerta e soprattutto di ricercare nuovi sbocchi commerciali. Inoltre, erano necessari investimenti per ammodernare attrezzature e processi. E ancora lo scarso apporto reddituale della parte cerealicola-foraggera, che assorbiva energie e risorse senza apportare redditività.

Niccolò si è quindi concentrato sul vino, ingaggiando un enologo di esperienza e qualità, e sulla ricerca di nuovi mercati, soprattutto esteri, da affiancare alla clientela tradizionale, perlopiù locale. La vendita di “sfuso” avrebbe dovuto gradualmente ridursi per favorire, anche a livello di immagine, il prodotto di maggiore qualità.

Dopo anni di ricerca e continuo miglioramento, diversificando e segmentando l’offerta con vini diversi, la qualità raggiunta si può definire a giusta ragione “eccellente”, sia dei vini più pregiati (DOCG e riserva) sia dell’IGP che sta lentamente conquistando un suo mercato.

Il girovagare per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia, inclinazione che Niccolò aveva manifestato anche nella precedente vita da libero professionista, e la partecipazione intensiva a manifestazioni, eventi, fiere e simili ha portato ad esportare la quasi totalità della produzione.

Nicco_2.jpg

 

Inoltre, una piccola ma significativa attività di agriturismo, generalmente ma non solo, al servizio della clientela, ha consentito di conseguire introiti ulteriori, di entità modesta ma significativi. Sempre più frequenti le degustazioni a cui vengono invitati potenziali clienti da tutto il mondo, a cui viene offerta la possibilità di ammirare il formidabile contesto territoriale in cui nasce il Chianti Bichi Borghesi.

Un’attenta e prudente gestione finanziaria ha infine consentito di raggiungere un equilibrio economico che all’inizio poteva sembrare molto difficile da ottenere. Certo, la redditività è ancora bassa, ma questo è il limite di ogni produzione agricola.

Inoltre l’esposizione ai fenomeni meteorologici e alla stagionalità non sempre amica ha portato a dover affrontare problemi talvolta complessi.

 

Ma la soddisfazione di aver riportato l’azienda di famiglia al livello di sostenibilità e soprattutto di offrire un prodotto in alcuni casi davvero notevole ha ripagato Niccolò di tutti gli sforzi fatti.

 

La Sicilia: eccellenza diffusa

SICILIA_1

In questa mini-serie parleremo di singoli casi di eccellenza per il nostro Paese nei settori strategici di agricoltura, turismo e terziario avanzato, settori che a nostro avviso saranno quelli trainanti per il futuro insieme a tutto quanto vi ruota intorno: dall’industria di trasformazione e conserviera, alla gastronomia ed alla viticoltura di alto livello, alla formazione accademica e ricerca scientifica, al fashion e design.

E’ opportuno premettere che l’idea della serie mi è venuta nel corso di un mio recente viaggio in Sicilia. Mano a mano che incontravo storie interessanti in questa logica, mi rendevo conto che questa regione, proprio nei settori trainanti che menzionavamo all’inizio, può diventare – e in alcuni casi è già diventata – un bacino di “eccellenza diffusa”.

Prendiamo ad esempio la gastronomia e la ristorazione. Esempi di ristoranti di altissimo livello e finanche stellati ci sono un po’ ovunque nel nostro Paese, ma molto spesso si tratta di veri e propri “fiori nel deserto”. Locali che sorgono in the middle of nothing, come direbbero gli americani, ma che bisogna raggiungere appositamente dopo aver impostato il navigatore e aver fatto diversi chilometri e che, una volta terminata la cena, abbandoniamo per tornare indietro senza neanche uno sguardo a cosa c’è intorno.

 

In Sicilia è diverso: ci si imbatte in un ristorante, una rapida occhiata per vedere che il locale sia gradevole e i prezzi giusti e possiamo stare sicuri che mangeremo bene, molto spesso benissimo, talvolta in modo sublime.

Questo può diventare il modulo di uno sviluppo futuro sostenibile: distretti enogastronomici e culturali che possano offrire turismo di alta qualità – fruizione di un patrimonio artistico che non ha uguali – ma anche ospitalità e accoglienza diffusa. Una riedizione dei vecchi cluster, o distretti economici, che hanno avuto anche in Italia un notevole successo negli scorsi decenni.

Il punto di forza dei distretti era quello di concentrare in un’unica area geografica una determinata produzione, come nel caso del tessile a Biella o a Prato, dell’oro a Vicenza o ad Arezzo, della pellicceria fra Pistoia e Lucca, dei calzaturifici e così via.

Questo aveva il vantaggio che in quell’area si poteva disporre delle migliori competenze professionali del settore, delle conoscenze e del network inerente quelle produzioni. D’altra parte, però, tutto il sistema era estremamente vulnerabile perché se quello specifico comparto produttivo andava in crisi, tutta quanta l’area ne risentiva. Nelle ipotesi più gravi, se la crisi era strutturale, si rischiava di veder crollare tutto il sistema, come è accaduto in molti casi.

Oggi, nel tempo della globalità e della connessione globale, l’intero Paese è sostanzialmente un unico grande distretto, questa volta non industriale – come abbiamo visto nel precedente articolo, il comparto manifatturiero è probabilmente arrivato a capolinea – ma agrituristico e culturale. E si tratta di due aspetti che non andranno mai in crisi, salvo mettere in discussione i fondamenti stessi della nostra civiltà.

SICILIA_2

 

In questa logica, la Sicilia può rappresentare una formidabile punta di diamante. I prodotti agricoli di rinomata qualità e la tradizione dell’accoglienza, con il livello diffuso raggiunto dalla ristorazione – da un lato – e l’incredibile ricchezza del patrimonio storico artistico – dall’altro – rappresentano infatti la base sulla quale i progetti di una nuova imprenditorialità possono svilupparsi con successo.

Molte delle iniziative che abbiamo incontrato sono infatti il risultato della passione, della competenza e dell’attaccamento al territorio di una generazione che, invece di emigrare, ha preferito rischiare, mettersi alla prova e dare vita a start-up che hanno tutti i presupposti per avere successo.

Quello che manca è proprio l’infrastruttura pubblica, la rete di servizi e garanzie che uno Stato moderno dovrebbe fornire: proprio per questo i ragazzi che scommettono sulla Sicilia sono doppiamente meritevoli.

Se il progetto incredibile del Palazzo Butera, di cui abbiamo parlato nell’articolo dello scorso anno.

era il risultato di un enorme atto d’amore da parte di un intellettuale progredito e “visionario”, i progetti e le iniziative che abbiamo visto rappresentano la testimonianza di un’”eccellenza diffusa” che può davvero servire da prototipo di sviluppo per l’intero paese.

Via_maqueda

 

Il simbolo di questo cambiamento può essere proprio la centralissima Via Maqueda di Palermo: molti nuovi negozi ed esercizi eleganti e raffinati, che non vendono (solo) prodotti globalizzati in franchising come elettronica di largo consumo, junk-food e abbigliamento di importazione, ma anche e soprattutto eccellenze locali in gastronomia, piccolo artigianato, cosmetici e così via.

Insomma, arancine invece di hamburger, coppole alla moda invece di jeans, essenze di zagara, enoteche, forni e pasticcerie invece di catene di profumerie o brand del lusso che si possono trovare a Roma o Milano come a New York, Mosca, Parigi o Varsavia.

Il tutto accompagnato da un’offerta culturale che attualmente fa del capoluogo siciliano una delle più vivaci città del nostro Paese, quest’anno particolarmente importante per la concomitanza dei tre eventi di “Palermo capitale italiana della cultura”, “Manifesta 12”, la mostra d’arte contemporanea itinerante, e le “Vie dei Tesori”, il grande festival che da fine settembre ai primi di novembre si svolge in tutta la Sicilia, aprendo al pubblico 400 luoghi di interesse artistico, storico e monumentale in gran parte chiusi e proponendo più di 200 passeggiate d’autore..

Ci sono dunque tutti gli ingredienti per costruire un futuro di successo!