Outlook sui mercati nel 2019

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Dedichiamo l’articolo di Natale di quest’anno ad uno sguardo, sia pure a volo d’uccello, ai mercati finanziari per cercare di capire cosa può fare il nostro investitore prudente e razionale nell’anno che viene. Sono più i rischi o le opportunità? Siamo al termine di un lungo ciclo espansivo o all’inizio di una nuova grande depressione?

A queste domande cerchiamo di rispondere con i (non poco preoccupanti, in verità) dati di fatto e con qualche ragionamento.

Come ben sanno gli investitori, a parte i fortunati o i bravissimi che hanno puntato le loro fiches sull’azionario dell’India e sul dollaro, quasi tutti i mercati nel 2018 hanno subito perdite, in molti casi anche molto pesanti. Per una strana congiunzione astrale, era da oltre un secolo, per la precisione dal 1901, che tutte le asset class non presentavano andamenti in flessione ed ovviamente siamo tutti qui a chiedercene il motivo.

Il bello è che lo scorso anno, di questi tempi, quando la situazione era totalmente opposta ovvero quando tutte le classi erano in crescita, a nessuno veniva in mente di chiedersi il perché e la cosa sembrava totalmente naturale.

Grazie alle politiche restrittive delle banche centrali, in primo luogo Federal Reserve e BCE, i tassi base (sulle medie e lunghe scadenze) sono aumentati. Anche il premio al rischio e il costo del credito sono cresciuti e questo ha contribuito a far crollare i prezzi di tutte le obbligazioni.

Le azioni, dal canto loro, avevano raggiunto valori fuori da ogni logica dopo mesi di crescita sostenuta e con i dati degli andamenti economici (fatturato e utile delle imprese) in flessione: lo spillo ha iniziato a bucare la bolla.

Più o meno tutte le materie prime – a partire da oro e argento – hanno avuto prezzi in discesa ripida, in alcuni casi (come caffè, petrolio e soia) hanno raggiunto i minimi decennali. E tutte hanno visto incrementare la volatilità e l’instabilità, come nel caso del gas naturale che ha “regalato” un picco di oltre il 20% in un giorno. Roba mai vista, che ha fatto scomparire molti piccoli trader dal mercato sotto i colpi dei margin call[1].

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Stessa sorte per chi si dilettava di forex trading online[2]: grafici in fibrillazione con movimenti giornalieri in escursione anche del 10%.

La volatilità dei mercati è stata poi accentuata dall’instabilità innescata dagli eventi di politica estera delle maggiori potenze e dalle tensioni fra Stati.

La maggiore è stata quella originata dall’imposizione di dazi doganali, per la verità più annunciata che effettivamente realizzata, da parte degli Stati Uniti sui prodotti importati dalla Cina. Un certo peso hanno avuto, a inizio anno, anche i venti di guerra fra USA e Corea del Nord, per non parlare della Brexit e dei rapporti spesso tesi di Washington con il gigante russo.

Non sono mancate crisi regionali, come quella Ucraina e la Turchia, da tempo appesantita dalla deriva totalitaria.

Infine i problemi interni della Francia, con la rivolta dei gilet gialli, e dell’Italia, con il braccio di ferro con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e le spinte sovraniste della coalizione al governo del paese.

Tutti elementi negativi per la buona salute dei mercati, ma quasi sempre più a livello di minaccia e di sentiment che non di effettiva causalità. Vedendo dall’alto, era come se i diversi attori si divertissero a danzare sul ciglio di un burrone, dove bastava che uno cadesse per trascinare anche gli altri. Poi le crisi rientravano e si tirava un sospiro di sollievo fino alle successive. Ma ogni volta che i mercati scendevano, il crollo era brusco e intenso e alla ripartenza il recupero era sempre molto parziale.

La logica dell’investitore, in questo tipo di mercati, non era più quella di comprare sui ribassi per rivendere nei rialzi, ma di cercare di tornare in linea di galleggiamento e restare liquidi. Per questo, al primo cenno di crescita, il mercato veniva intasato dalle vendite e il titolo si fermava o tornava a scendere di nuovo.

In una situazione del genere, il consiglio per chi si trova con titoli in perdita, è quello di seguire molto attentamente l’andamento dei mercati e, appena possibile, vendere anche in pareggio o con piccole perdite. Se si è comprato con raziocinio (titoli di società che producono e guadagnano con la loro attività), prima o poi il prezzo si allineerà all’effettivo valore e intanto si possono incassare cedole e dividendi.

Chi invece dispone di liquidità, per il momento farà bene ad aspettare ancora prima di fare nuovi acquisti e non lasciarsi tentare da prezzi a saldo. Perché, come diceva Groucho Marx, quando siamo arrivati al fondo, si può sempre iniziare a scavare.

 


 

[1] Nel trading online si acquistano e vendono perlopiù strumenti derivati (futures, opzioni e simili) bloccando solo parte delle quantità movimentate, ovvero ricorrendo alla leva. Quando l’operazione diventa negativa e la perdita supera un determinato ammontare, la banca richiede un’integrazione del margine (cioè ulteriore versamento di denaro) o la chiusura dell’operazione stessa, rendendo la perdita definitiva. In quest’ultimo caso, peraltro, si accelera quello stesso movimento di mercato che aveva provocato la perdita: se i titoli stavano scendendo, la loro vendita provoca ulteriori cali in un circolo vizioso.

[2] Il forex trading è la compravendita con finalità speculativa di valute estere: In genere si opera su coppie di derivati (futures), comprandone una e vendendone un’altra in modo da guadagnare se quella comprata aumenta e quella venduta diminuisce.

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Esodi, transumanze e migrazioni

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Il Natale è in un certo senso anche una ricorrenza della migrazione: tutto sommato, all’epoca dei fatti, la Sacra Famiglia stava rientrando verso il luogo di origine, da cui si era spostata per registrarsi ai fini del censimento. La Bibbia stessa narra di esodi epocali e di spostamenti: del resto la storia dell’uomo è da sempre segnata da fenomeni migratori che, nei casi migliori, sono viaggi pieni di speranza verso una terra promessa o alla ricerca di una vita più dignitosa e, in quelli peggiori, diaspore e genocidi.

In questo blog, che si occupa soprattutto di aspetti finanziari e socio-economici abbiamo affrontato molti argomenti ma, fino ad oggi, non ci siamo mai soffermati sul tema della migrazione in modo specifico. Eppure, non c’è dubbio che niente come i flussi migratori influisca sul nostro sistema e stia cambiando i connotati stessi della società e dunque anche dell’economia.

L’atteggiamento da tenere nei confronti dei migranti costituisce forse il maggior punto di distinzione dei programmi delle attuali forze politiche: da quelle che vogliono opporsi tout-court agli ingressi, a quelle che cercano di limitare e disciplinare il fenomeno, a quelle che sono favorevoli all’accoglienza e all’integrazione. Si tratta comunque di un aspetto che muove flussi di denaro importanti per la gestione degli sbarchi, l’organizzazione dei centri di smistamento, per favorire lo sviluppo dei Paesi di origine al fine di contenere il problema alla base (“aiutiamoli a casa loro”), senza dimenticare la possibilità di sfruttare le materie prime di cui molti di quei Paesi sono ricchi.

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Una volta sbarcati, inizia la trafila del percorso di riconoscimento e legalizzazione degli ingressi, con i permessi di soggiorno, oppure di rimpatrio. Per chi resta, che sia in regola o clandestino, l’ingresso nella forza lavoro contrattualizzata o “in nero”, oppure nei ranghi della malavita.

Come si vede, anche da un mero punto di vista economico, il fenomeno è sicuramente rilevante in quanto determina forti influenze sia sul mercato del lavoro, originando squilibrio o molto spesso riequilibrio dell’offerta (soprattutto dei lavori a minor contenuto specialistico); sia sulla domanda globale, perché i nuovi arrivati comunque consumeranno e cercheranno case e mezzi di sussistenza; sia infine sulla spesa pubblica, perché le spese per assistenza sociale e sanitaria in un sistema aperto come il nostro graveranno sul bilancio dello Stato.

Ancora più evidente è poi l’influenza sul modo di vivere e sulla fisionomia stessa delle nostre città: ormai vedere persone di diversa provenienza etnica è talmente usuale a tutti i livelli che non ci si fa più caso. Incrociare nelle nostre città donne che girano velate oppure passare vicino a moschee è diventato la regola, così come trovare badanti dell’Est Europa nelle case degli anziani o asiatici come personale di servizio nelle abitazioni signorili.

La sensazione è che opporsi a questo fenomeno sia pressoché inutile, se non impossibile. Quando le dimensioni sono quelle raggiunte oggi, alzare barriere all’ingresso può servire nel breve termine magari a dirottare altrove i flussi, ma alla lunga è come voler frenare una valanga con le mani.

 

E poi ci sono le conseguenze culturali: siamo orami decisamente una società multi-etnica, nelle cui scuole la quota di studenti provenienti da famiglie di migranti è in crescita esponenziale e presto sarà la maggioranza. Vengono messe in discussione le radici culturali, a partire dalle tradizioni e dall’educazione cattolica, già duramente colpite dalla globalizzazione.

Per Paesi come gli Stati Uniti, in cui queste radici sono giovani e deboli, è stato relativamente facile arrivare a una sostanziale integrazione. La società è sempre stata costituita da gruppi etnici ben caratterizzati, che alla fine hanno trovato un modo efficiente di coesistere con reciproco vantaggio. Ma per noi, con secoli di storia alle spalle, l’impatto di questa vera e propria invasione rischia di essere devastante. Sono persone giovani, “affamate” e molto motivate, disposte a fare sacrifici e abituate a sopportare difficoltà e privazioni, mentre troppo spesso – per usare un’espressione del Cardinale Biffi, vescovo di Bologna di un paio di decenni fa – noi siamo “sazi e disperati”, impigriti dal benessere e cresciuti nell’abbondanza.

Pur essendo le migrazioni un fenomeno sempre presente nella storia, tuttavia le dimensioni assunte al giorno d’oggi sono impressionanti. Popoli interi si mettono in marcia per sfuggire alle guerre, alla povertà, ai genocidi. Vedere colonne di persone che rincorrono i loro sogni o semplicemente inseguono un miraggio di sopravvivenza non può lasciare indifferenti. E’ vero che molto spesso si infiltrano anche malviventi ed è anche vero che intorno agli sbarchi è fiorito un mercato del malaffare. Ma questi sono solo gli effetti del fenomeno, che possono essere combattuti e contrastati, ed è bene che lo siano, ma che lasciano inalterate le cause, sulle quali è invece necessario riflettere.

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Il forte e crescente divario fra aree del mondo ricche e aree povere, la distribuzione delle risorse e la geografia delle opportunità, la diffusione di malattie ed epidemie, i diversi tassi di crescita demografica: sono solo alcune delle cause all’origine dei fenomeni migratori.

Cercheremo nei prossimi articoli di esaminare i diversi aspetti del problema, anche con contributi esterni di specialisti dei diversi settori: dalla demografia alla gestione degli aspetti di ordine pubblico, dalle iniziative di accoglienza e solidarietà agli effetti più strettamente economici.

Come in altri casi, non riusciremo a dare risposte ma ci limiteremo a evidenziare le domande, con l’obiettivo di evitare superficialità di giudizio e reazioni istintive, molto spesso più di pancia che di testa.

 

Buona lettura dunque.

 

 

L’ombra della sera sulle terre di Maremma

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Concludiamo la miniserie sulle eccellenze del nostro Paese con un’incursione in Maremma, per raccontare la storia di un sogno inseguito con costanza e determinazione da Carlo Sarti, dagli studi di agraria fino all’apertura di un’enoteca ristorante in centro a Grosseto.

Lo studio della terra ed i primi lavoretti nei ristoranti della zona lo hanno convinto fin da ragazzo delle potenzialità dei nostri prodotti e dello spazio che c’era per una proposta di qualità. Un locale piccolo, materia prima eccellente, piatti della tradizione lavorati con creatività e passione, vini di primo livello da abbinare in modo sapiente, musica jazz dal vivo, mostre di fotografia e pittura, il tutto a prezzi ragionevoli. Nacque così il “Fufluns”, parola che nel linguaggio degli antichi etruschi – quelli dell’ombra della sera – indicava appunto il vino, a testimonianza di qualcosa che in questi luoghi veniva realizzata da secoli.

L’idea era ambiziosa, non tanto per il progetto in sé del quale Carlo era convinto, quanto per la location: se fosse stato a Roma o a Milano, o anche solo a Firenze, nessun dubbio che potesse avere successo. Ma in una città piccola, senza turismo se non quello che d’estate arrivava di riflesso dal mare vicino, senza studenti universitari che movimentassero le notti e tutto sommato senza una cultura eno-gastronomica diffusa nonostante la tradizione e le materie prime, il rischio del flop era notevole.

Dopo un buon decollo ed una prima stagione soddisfacente anche per l’effetto-novità, in un contesto ambientale tuttavia statico e molto legato alle abitudini, oltre che in un sistema economico e istituzionale che ostacola l’iniziativa con costi e burocrazia, le cose si sono fatte difficili. Resta però invariato il valore della proposta: investire sulla qualità è importante, trasmettere conoscenza e passione è fattore di crescita culturale.

Abbiamo chiesto a Carlo di raccontarci la sua storia, che ci è parsa significativa e meritevole di uno spazio in questo viaggio nell’eccellenza.

 


 

Ce la possiamo fare a crescere affidandosi solo all’agricoltura e al turismo, pur sapendo che l’agricoltura è tradizionalmente poco redditizia e che anche il turismo ha conosciuto crisi e battute d’arresto?

Partiamo da un presupposto: siamo fortunati a vivere in un ambiente come il nostro e con il patrimonio artistico e culturale che abbiamo. Se guardiamo alla realtà maremmana, il problema è che forse non siamo bravi a “vendere” quello che abbiamo, a trasformare in business questa grande ricchezza. Forse la colpa è di noi imprenditori che non siamo capaci a sfruttare commercialmente questa ricchezza.

Cosa c’è alla base di questa tua scelta di qualità?

Io vengo dal mondo dell’agricoltura, che conosco bene per aver esercitato la professione di perito agrario per vent’anni. Ho fatto questa scelta a 50 , proprio perché conoscevo bene i nostri prodotti, l’enologia, la zootecnia, i grani e sono stato guidato dalla grande passione. Già a 14 anni facevo il garzone in un ristorante di Sorano, ho fatto tante stagioni e ho potuto apprezzare il lavoro in cucina della mamma, delle zie, delle donne del posto, tutte grandissime cuoche. Unire questa passione al corso di studi è venuto quasi automatico.

Qual era la tua idea quando hai aperto il locale?

Avevo in mente un cliente tipo di circa quarant’anni, professionista, di buon livello culturale con grande passione per il buon cibo e il vino. L’idea portante era quella di proporre soprattutto vini meno conosciuti, non necessariamente di aziende famose, e avere la possibilità di ragionare sul vino, parlarci sopra, raccontarlo. Stare insieme e godere insieme, crescendo e imparando.

C’è stato un piatto o un vino che ti hanno dato particolare soddisfazione?

Fra i piatti direi il cosciotto d’agnello, che abbiamo proposto disossato e farcito con mortadella e cavolo nero, la guancia brasata e l’ossobuco che è stato il piatto più gettonato durante l’estate. Piatti della tradizione, interpretati a modo nostro, non pesanti ma gustosi.

Per il vino, quelli proposti dall’azienda Carlotto, in Alto Adige nella Piana di Mazzon: solo vini rossi, fra tutti il Lagrain, grande eleganza e finezza.

Piatti di territorio e vini di tutta Italia, cose nuove ma tradizionali.

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Oggi è possibile mangiare bene senza spendere troppo?

E’ la mia scommessa, ne sono assolutamente convinto. Metto estrema attenzione nella scelta: rifornirsi direttamente alla fonte, conoscere i prodotti che lavoro, fino ad arrivare all’animale che li ha generati. E anche nel vino si possono trovare oggetti di livello senza svenarsi.

Non basta avere un buon prodotto, bisogna anche saperlo vendere.

Sta tutto qui il problema. La Maremma può essere un polo turistico fantastico, non ci manca niente: la nostra DOC confina con Montalcino. Forse ci manca la capacità, o anche un input politico.

Se pensiamo a 50 anni fa, la nostra ospitalità e offerta turistica era mediamente scadente o inesistente. Se immaginiamo di spostarci in avanti di 50 anni, come vedi questo territorio, secondo te cosa succederà?

Ho paura che succederà poco o niente, perché dipende sempre dalle persone. Spero che qualcosa possa cambiare, ma dipenderà dalle nuove generazioni. Io forse sono un romantico, ma sono convinto che anche nell’era digitale e ipertecnologica avrà ancora un senso parlare di ambiente, agricoltura, qualità. Dobbiamo imparare, formare le persone, andare a scuola, investire sulla cultura.

 

Dalla Sicilia un manifesto dell’integrazione

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Il 2018 è stato un anno magico per Palermo, con ben due manifestazioni culturali e decine di eventi ed esposizioni, che l’hanno consacrata capitale dell’integrazione e dell’accoglienza. La città si è presentata nella sua veste migliore, proponendo un’offerta culturale degna di una capitale europea e i flussi turistici l’hanno ampiamente premiata, mostrando incrementi significativi.

La prima delle due manifestazioni è stata “Manifesta12”, la dodicesima edizione della biennale itinerante nata nei primi anni ’90 in risposta al cambiamento politico, economico e culturale avviatosi alla fine della guerra fredda e con le conseguenti iniziative volte a facilitare l’integrazione sociale in Europa[1] .

 

In tale ambito, da giugno a novembre sono stati organizzati numerosi eventi, dibattiti e mostre; soprattutto sono stati restituiti alla fruibilità dei visitatori una serie di palazzi e luoghi che erano da tempo chiusi e inutilizzati, fra cui i locali del prestigioso Palazzo Forcella De Seta.

L’altra manifestazione è collegata a Palermo capitale della cultura italiana, anche in questo caso intesa non solo come cultura artistica tradizionale, ma come capitale di una concezione al plurale della nozione di cultura che comprenda la cultura della pace, dell’accoglienza, della legalità, d’impresa, dell’innovazione, dei giovani, ambientale, della solidarietà, della diversità.

 

Per quanto riguarda il discorso che avevamo avviato con l’articolo della scorsa settimana, questi eventi – grazie ai quali sono affluite dall’esterno consistenti risorse finanziarie – hanno consentito, come spesso succede in casi analoghi, di restaurare e restituire alla comunità siti e palazzi da tempo chiusi o utilizzati solo parzialmente.

In tal modo, il beneficio economico è duplice: da un lato attira visitatori che spendono e portano ricchezza, come pure sponsor e pubblicità; dall’altro aumenta la dotazione patrimoniale (il “capitale” in questo caso) della città, disponibile per l’utilizzo in futuro.

Senza contare che il suo aspetto si trasforma radicalmente: invece di palazzi vecchi e fatiscenti, il panorama urbano presenta edifici restaurati e tappezzati da manifesti e locandine, con gente in fila e persone che vi lavorano. E soprattutto molti giovani, per il tipo di eventi culturali proposti, che rendono vitale e dinamica la città fino a tarda notte.

Fra gli edifici restituiti alla città, particolarmente significativo il Palazzo Forcella De Seta, costruito dai Marchesi Forcella in stile neogotico intorno alla metà del XIX secolo, al di sopra delle mura cittadine, sui resti del bastione Vega e sulla porta dei Greci, affacciato sulla strada Colonna (attuale Foro Italico) con splendida vista sul mare.

La “Grande Galleria”, con due file di finestre a sesto acuto e colonne sovrapposte negli angoli, decorata su ispirazione dell’ Alhambra di Granada, è stata utilizzata come sede di un’esposizione sulle migrazioni e sulle tradizioni dei popoli caraibici, fra le quali quelle legate alla benedizione del sale.

Parallelamente a questa si apre una seconda galleria, rivestita di marmi e mosaici che richiamano le decorazioni dei palazzi normanni e con iscrizioni in greco. Anche questa sala è stata impiegata per presentare fotografie e proiettare video sempre inerenti diversi aspetti a contenuto sociale, in primo luogo relativi alle migrazioni, ma non solo.

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Il colpo d’occhio di sale da poco restaurate, con allestimenti fotografici e decorazioni arabeggianti affacciate sul mare, è veramente straordinario, come già abbiamo detto in passato per un altro edificio vicino, Palazzo Butera, anch’esso inserito nel circuito Manifesta12 (si veda il nostro articolo del 16/5/2017 “Palazzo Butera: da Palermo un progetto di apertura e accoglienza)

Come Palazzo Butera, anche Palazzo Forcella De Seta si affaccia su mare di Palermo e incorpora la porta di accesso alla città. In un certo senso entrambi rappresentano un biglietto da visita nei confronti dei naviganti che vi approdano: il messaggio ideale di accoglienza e integrazione arriva in tal modo forte e chiaro.

Non abbiamo i dati numerici sulla partecipazione ai diversi eventi del 2018 di Palermo, ma di certo il flusso di turisti è stato molto intenso e tutta la città ne ha beneficiato e si è trasformata. Come dicevamo nell’articolo iniziale di questa mini-serie, ad esempio la centralissima Via Maqueda si è mostrata in una veste godibile e molto coerente con la sua tradizione, con le nuove attività commerciali legate alle eccellenze del territorio e non solo all’abbigliamento made in USA omogeneo, alla telefonia, al fast food o alla chincaglieria asiatica.

Ci sono casi di successo in cui città un tempo industriali poi cadute in declino sono state riconvertite in luoghi in cui la cultura è il principale fattore produttivo. Bilbao ne è un esempio mirabile ed è ora diventata anche meta turistica di tutto rispetto. Altro esempio, di natura completamente diversa, è Cambridge, nel Regno Unito. Da villaggio accademico blasonato, attraverso la creazione del parco scientifico e tecnologico, è diventata incubatore di start-up e nuove imprese e da qualche decennio è entrata in una nuova fase di sviluppo.

Niente vieta che anche Palermo, come Napoli o altre località in Piemonte e Toscana, riesca a intraprendere questo percorso di eccellenza.

 


[1] Dal sito web ufficiale  http://m12.manifesta.org/cose-manifesta/?lang=it, che così prosegue: Sin dall’inizio, Manifesta si è costantemente evoluta in una piattaforma per il dialogo tra arte e società in Europa, invitando la comunità culturale e artistica a produrre nuove esperienze creative con il contesto in cui si svolge. Manifesta è un progetto culturale site-specific che reinterpreta i rapporti tra cultura e società attraverso un dialogo continuo con l’ambito sociale