Risparmio fai da te?

faidate_4

 

Come abbiamo detto in uno dei precedenti articoli, l’anno da poco finito è stato per i risparmiatori il peggiore dal 1901. Solo chi avesse avuto la preveggenza di investire una parte notevole del proprio patrimonio in azioni americane, probabilmente, è riuscito a non perdere il proprio denaro.

Ancora peggio sarebbe mediamente andata a chi avesse affidato tutte le proprie risorse a uno o più gestori professionali (a parte le poche eccezioni che sempre esistono in questi casi): solo il 10% dei fondi di diritto italiano ha battuto il proprio benchmark, ovvero il parametro di riferimento e confronto per la categoria a cui appartiene. Risultato: a novembre 2018 (ultimo periodo di dati disponibile) la raccolta complessiva dei fondi è diminuita di oltre 4 miliardi di Euro, ovvero molti sottoscrittori hanno disinvestito le proprie quote ancorché in netta perdita.

Il meccanismo del benchmark, in casi come questo, è veramente infernale e, ça va sans dire, penalizzante per il risparmiatore.   Il benchmark è infatti un indice che sintetizza il rendimento medio di una determinata categoria di strumenti finanziari in un certo periodo. Ad esempio, se il nostro fondo è un obbligazionario in Italia, il suo benchmark (che peraltro è stato il fondo stesso a scegliere) sarà costruito in modo da rappresentare, a fine periodo, la performance media del mercato obbligazionario nel nostro Paese.

img_3144

 

Il fondo di cui abbiamo sottoscritto le quote, contando sugli strabilianti redimenti degli anni passati, confronterà alla fine di ogni periodo la sua performance con quell’indice. Se l’avrà superato, il gestore sarà stato bravo e avrà diritto a commissioni supplementari (le cosiddette success fee); in caso contrario le sue statistiche peggioreranno, ma a rimetterci sarà solo il cliente.

A parte i dubbi legittimi su come è costruito il benchmark (non è possibile pensare a una media del tutto asettica, ma verosimilmente vedrà maggiormente pesati quelli statisticamente più efficienti qual è il soggetto della frase?), il bello è che nel 2018 tutti i benchmark hanno avuto segno negativo.

Se il fondo avrà fatto meglio del benchmark, ma non abbastanza da realizzare un risultato positivo, l’ignaro risparmiatore si troverà “cornuto e mazziato”: non solo avrà subito una perdita patrimoniale, ma dovrà anche pagare le commissioni variabili di successo al gestore. E comunque quest’anno per molti gestori il problema non si è neanche posto: come dicevamo all’inizio molti di loro hanno raggiunto performance addirittura peggiori del loro benchmark.

A parte i pochi casi di eccellenza, spesso legati ad intuizioni particolari dei gestori che magari hanno puntato con successo su un particolare titolo o una particolare valuta, il panorama è davvero sconsolante. E con l’entrata in vigore della normativa MiFid II[1], i risparmiatori ne verranno compiutamente informati.

Col rendiconto del 2018, che dovrebbe essere inviato in febbraio, i gestori saranno infatti obbligati ad esporre in chiaro quanti Euro hanno addebitato a titolo di commissioni e oneri vari al cliente. Non più solo in termini percentuali, incomprensibili e ben camuffabili, ma direttamente in Euro. E così, per molti, scoprire che a fronte di un patrimonio di 100.000 Euro affidato in gestione, il fondo – dopo aver perso magari il 5 o 6% di valore – ne ha prelevati a vario titolo circa 10 o 12.000, certamente non sarà piacevole.

Che fare allora? Abbandonare del tutto il risparmio gestito e dedicarsi al “fai da te”? Naturalmente no, c’è sempre un giusto spazio per professionisti della finanza ed è ragionevole ritenere che chi opera sistematicamente sui mercati possa in generale essere di grande aiuto al risparmiatore, come pure un buon supporto può venire dalla consulenza e dalla promozione finanziaria, specie se le nuove norme verranno applicate in modo compiuto e non solo formale.

Certo è che i consigli in questa fase sono particolarmente complicati. Da un lato le scottature dei mercati ancora bruciano e le perdite del 2018 verranno implacabilmente evidenziate nei rendiconti che banche e gestori stanno inviando ai clienti. Non solo: dall’economia reale e dai dati previsionali non ci sono motivi di grandi aspettative.

Dall’altro, però, chi ha investito in titoli di buona qualità e non ha ceduto alla tentazione di disfarsene quando le quotazioni precipitavano, continuerà a percepire regolarmente le cedole delle obbligazioni e i dividendi delle azioni e da qui a pochi mesi qualche piccola soddisfazione dovrebbe fare timido capolino. Il 2019 è cominciato in modo positivo, qualche segno positivo c’è stato, anche se l’impressione è che si tratti di un piccolo fuoco di paglia.

Piedi per terra, dunque: manteniamoci almeno per un po’ ancora liquidi, in attesa che i timidi segnali di inversione si consolidino e magari pronti a fare qualche acquisto a saldo.

Continuiamo ad affidare parte dei nostri risparmi ai gestori, ma in modo più selettivo e guardando con attenzione e senza sconti cosa hanno fatto in passato, cambiando cavallo quando quello su cui siamo non ci convince del tutto.

investment-2400559_960_720.jpg

 

Sulle prospettive dei singoli settori e sulle asset class torneremo nei prossimi articoli.

La diversificazione continua a essere un’ottima idea: del resto se un anno terribile come quello passato non si era visto dal 1901, anche solo per un mero calcolo delle probabilità, è ragionevole attendersi che l’anno prossimo sia migliore.

Com’è scritto all’inizio della pagina che state leggendo, infatti, il meglio deve ancora venire.

 

 


[1] Normativa europea entrata in vigore il 3/1/18 che disciplina i servizi di investimento con l’obiettivo di tutelare i risparmiatori ed assicurare condizioni di trasparenza e correttezza

Annunci

La gestione dell’accoglienza: il contributo di Andrea Arcamone

op_1

 

L’immigrazione, quando diventa fenomeno sociale importante e prolungato nel tempo come nell’attualità, ha un impatto forte sull’intero assetto dell’ordine pubblico. Anzi, è proprio questa la parte più visibile e stringente del problema, che rischia di innescare veri e propri comportamenti xenofobi e che rappresenta il punto centrale di molte piattaforme politiche.

Ospitiamo questa settimana il contributo di un professionista dell’ordine pubblico, che con i problemi dell’immigrazione ha a che fare quotidianamente e che ha ricoperto ruoli di responsabilità anche nella gestione degli sbarchi e della prima accoglienza.

La normativa è in continua evoluzione e certamente sempre complessa, ma al di là del rispetto delle leggi, è impossibile non pensare che si ha a che fare con persone, spesso disperate ma anche fortemente determinate a crearsi uno spazio nel paese di destinazione.

Il punto di vista e l’esperienza di chi si trova in prima linea è sicuramente di grande interesse.

Buona lettura, dunque.

 


 

MIGRANTI: LA GESTIONE DELL’ACCOGLIENZA

di Andrea Arcamone

 

Ormai dal 2011 l’Italia è interessata dal fenomeno dell’immigrazione di massa, attraverso l’arrivo di profughi che giungono principalmente (ma non solo) via mare dal continente africano. Le politiche di contenimento del fenomeno stabilite dall’attuale Governo hanno certamente ridimensionato il fenomeno che nel recente passato, aveva assunto proporzioni tali da aver allarmato buona parte dell’opinione pubblica.

Ma come funziona la macchina dell’accoglienza e chi sono gli attori che vi partecipano? La materia è assai complessa, quindi ci limiteremo ad un sintetico panorama di insieme, per dare qualche concetto di massima.

Partiamo da un presupposto: praticamente la totalità dei migranti stranieri che via mare o via terra raggiungono irregolarmente il territorio nazionale presentano istanza per tentare di ottenere la protezione internazionale – comunemente indicata come asilo politico – al fine di garantirsi la legittimità – anche se solo temporanea – per soggiornare sul territorio nazionale.

Come detto i migranti vengono o rintracciati sul territorio nazionale o come più spesso accade il loro sbarco via mare viene “guidato” in banchina o vengono soccorsi direttamente in mare e successivamente condotti a terra.

L’attivazione dell’evento è di competenza della “Direzione Centrale dei Servizi Civili per l’Immigrazione e l’Asilo”, appartenente ad un Dipartimento del Ministero dell’Interno.

Il primo intervento è sicuramente quello dell’assistenza medica coordinato dalle ASL competenti per territorio che dispiegano le loro unità presso i c.d. “Hotspot” luoghi dedicati alla prima accoglienza, dei profughi.

Con l’assistenza di mediatori culturali e alla presenza di funzionari dell’ UNHCR – (Agenzia ONU per i rifugiati) vengono poi effettuate tutte quelle operazioni volte a rendere certa l’identità del migrante a cura delle unità specializzate della Polizia di Stato  con la redazione di un foglio notizie  volte a raccogliere informazioni personali e familiari per ricostruire “la storia” della persona, tra cui il fotosegnalamento quale atto importantissimo per dare un dato certo sulla sua identità, dato che i migranti sono di norma sprovvisti di passaporto. I dati vengono inseriti in un database nazionale di “Sistema Gestione dell’Accoglienza”.

Una successiva fase di pianificazione permette di gestire ed organizzare la distribuzione dei migranti per l’accoglienza ed ospitalità sul territorio, non potendo essere accolti, per evidenti ragioni di numero, nei Centri di Prima Accoglienza. Viene quindi effettuata una assegnazione degli stranieri prima su base regionale, poi su base provinciale, con la finalità di evitare la loro dispersione e consentire alle autorità competenti il supporto ed il monitoraggio dei migranti stessi.

In sede territoriale il migrante presenterà la richiesta di asilo presso l’ufficio Immigrazione della Questura di competenza, dando inizio all’iter per il riconoscimento della sua istanza che sarà valutata in prima battuta dalla Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale[1], potendo poi ricorrere in sede giurisdizionale al Tribunale Civile, in caso di prima decisione sfavorevole per i migranti.

I richiedenti asilo – in linea di massima – per la normativa vigente che ha recepito le normative Comunitarie di settore, hanno diritto all’ospitalità da parte dello Stato, nelle more del riconoscimento o del rigetto della richiesta di asilo, secondo un sistema graduale finalizzato all’inserimento del migrante nel contesto sociale. Infatti agli stessi dopo qualche mese viene anche rilasciato un Permesso di Soggiorno che permette appunto di svolgere attività lavorativa.

I nodi più difficili da dipanare – che agitano i palazzi della politica – sono quelli relativi ai tempi dell’iter procedurale per la definizione delle richieste di protezione internazionale e del contestuale contrasto all’immigrazione illegale.

In merito al primo punto, sono circa 130.000 le domande giacenti che attendono di essere valutate in primo grado dalle Commissioni, con liste di attesa che possono arrivare anche a due anni e mezzo. A tal proposito sono allo studio dei correttivi finalizzati a rendere più agevole l’opera delle predette commissioni.

Inoltre è da considerarsi fondamentale la cooperazione con i Paesi di provenienza degli stranieri: solo solidi accordi bilaterali possono permettere da una parte un fattivo monitoraggio dei “partenti” per l’Europa e dall’altro l’eventuale rimpatrio verso il paese di provenienza di coloro che, una volta giunti, non venissero riconosciuti come meritevoli della Protezione Internazionale.

 

 


 

andrea-arcamone

Andrea Arcamone

Classe 1965, di origine umbra ma da tempo naturalizzato cittadino senese, è laureato in giurisprudenza, scienze politiche e specializzato in diritto amministrativo.

Ha percorso tutti i gradini della carriera nella Polizia di Stato fino all’attuale incarico di dirigente della Divisione di Polizia Amministrativa, Sociale e dell’Immigrazione della Questura di Siena.

Nel corso della sua attività lavorativa, ha spesso ricoperto ruoli in prima linea, e con relative responsabilità, nel settore della gestione e organizzazione dell’accoglienza ai migranti, oltre a svolgere importanti funzioni di ordine pubblico nelle diverse località dove ha prestato servizio.

 

 

 

[1] Le Commissioni Territoriali sono gli organi deputati all’esame delle domande di protezione internazionale e, nominate con decreto del Ministro dell’Interno, sono presiedute da un funzionario della carriera prefettizia (con la qualifica di Viceprefetto) e composte da un funzionario della Polizia di Stato, da un rappresentante di un Ente territoriale designato dalla Conferenza Stato-Città ed autonomie locali e da un soggetto designato dall‘U.N.H.C.R. (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

Ad oggi sono operative n. 28 Sezioni per un totale di n. 48 collegi.

(dal sito web del Ministero degli Interni)

 

Cresce la popolazione, cresce il reddito

mig_5

 

Abbiamo visto nel precedente articolo come le teorie malthusiane attribuissero alla pressione demografica la causa della povertà e della fame nel mondo. Secondo l’economista inglese del Settecento e i suoi seguaci, infatti, le risorse disponibili nel mondo aumentano molto meno velocemente della popolazione e quindi si crea una forte tensione sui mercati.

Se non si apportano correttivi a questa tendenza o se non ci sono forti aumenti di produttività per effetto delle nuove tecnologie, il mondo ritrova un suo equilibrio solo attraverso carestie, guerre o epidemie.

Siccome oggi l’aumento demografico nelle società occidentali è essenzialmente dovuto ai flussi migratori, che irrobustiscono le statistiche e abbassano l’età media della popolazione, c’è chi potrebbe – con questi presupposti – concludere che il fenomeno dell’immigrazione sia alla base di tutti i mali.

Se guardiamo però la cosa da un diverso punto di vista, ovvero seguendo l’impostazione keynesiana, possiamo considerare che un forte incremento di popolazione in un qualunque sistema si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda aggregata di beni e servizi. Queste persone avranno infatti inizialmente bisogno di generi di sopravvivenza quali cibo, vestiario, medicinali, abitazioni e così via; successivamente di istruzione, assistenza sanitaria, giustizia, servizi pubblici.

In ogni caso, dal momento in cui i migranti arrivano ai paesi di destinazione, e indipendentemente dalle procedure di acquisizione dei permessi di soggiorno, essi determinano un aumento di spesa pubblica se non altro per la gestione degli arrivi, le problematiche di ordine pubblico, le procedure di rimpatrio: è dunque ragionevole ritenere che il primo immediato effetto economico sia l’aumento della spesa pubblica.

Tutto ciò comporta l’aumento del reddito nazionale, definito proprio come somma della domanda aggregata: dovranno essere prodotte maggiori quantità di beni e servizi di consumo e la spesa pubblica si traduce in aumento di stipendi e costi del personale (forze dell’ordine, spese di giustizia, ecc.) e fornitura di generi di sopravvivenza. Ci dovrà quindi essere qualcuno, nel sistema, che produce quei beni per soddisfare la nuova domanda e ben presto queste aziende avranno a loro volta la necessità di investire in nuovi macchinari o nuovi prodotti e servizi, dando luogo all’aumento della domanda per investimenti. Attraverso il meccanismo del moltiplicatore del reddito, che abbiamo descritto in modo dettagliato nella serie sull’abc dell’economia (si veda a questo riguardo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ ), si avrà un effetto finale di crescita molto superiore a quello del primo incremento che ha innestato il processo.

Via via che i nuovi arrivati si inseriscono nelle comunità di destinazione e riescono a trovare lavoro, almeno quelli che verranno regolarizzati (ma il fenomeno si verifica anche per chi resta come clandestino, pur sfuggendo alle statistiche ufficiali), percepiranno redditi da lavoro che danno luogo a ulteriore aumento della domanda aggregata: saranno quindi nuovi consumatori e contribuiranno a far crescere il reddito complessivo del paese.

Contrariamente dunque a quello che molti ritengono, i flussi di immigrazione non impoveriscono il sistema economico del Paese, ma anzi determinano un aumento della sua produzione e del suo reddito. Naturalmente, l’effetto complessivo dovrà tenere conto anche delle maggiori importazioni (parte dei nuovi prodotti domandati verranno acquistati dell’estero) e delle rimesse degli emigranti (il denaro che gli emigrati trasferiscono ai propri paesi di origine): con questi fenomeni, parte del nuovo reddito creato non viene mantenuto nel Paese di destinazione degli immigrati, ma viene trasferito all’estero.

Tuttavia un effetto espansivo importante si avrà anche sui mercati finanziari, nella misura in cui i nuovi arrivati riusciranno – una volta soddisfatte le esigenze di consumo primario legate alla sopravvivenza – a risparmiare parte del reddito percepito e ricercheranno forme di impiego.

migr_4

 

Si pensi, a questo proposito, all’importanza che sta assumendo, anche nei Paesi occidentali, il fenomeno della cosiddetta “finanza islamica”: molte banche e gestori del risparmio si stanno attrezzando per offrire prodotti che siano considerati rispondenti ai dettami della religione musulmana (cosiddetti halal), nella quale si riconosce la netta maggioranza delle popolazioni immigrate dai paesi poveri.

Questa comprende i grandi flussi finanziari originati direttamente dai Paesi islamici, in gran parte provenienti dai proventi del petrolio, che vengono investiti dai fondi sovrani nei più svariati asset dei paesi occidentali, fino al controllo o alla partecipazione importante in molte aziende anche strategiche. Ma anche in molte aree urbane ad elevata immigrazione, le banche cercano di acquisire nuova clientela e nuovi flussi di risparmio inserendo negli sportelli personale in grado di parlare arabo o delle stesse etnie degli immigrati, esponendo cartelli e comunicazioni nelle loro lingue, allestendo corner di accoglienza dedicati.

Si tratta di nuovi segmenti di mercato da non trascurare, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più difficile acquisire e fidelizzare nuova clientela.

Lo stesso sta avvenendo nella grande distribuzione, dove sempre più punti vendita espongono prodotti rivolti alle popolazioni neo insediate, come ad esempio nei grandi centri urbani in Germania, i cui supermercati hanno ormai generalmente ampi reparti di prodotti turchi, storicamente presenti in gran numero.

Ma l’effetto più immediato dei flussi migratori è quello che si determina sul mercato del lavoro. Poiché scopo principale di chi si mette in cammino è proprio quello di cercare lavoro: certamente infatti gli immigrati si presenteranno come forza lavoro disponibile, soprattutto per le mansioni meno qualificate e più faticose, nella fascia bassa delle retribuzioni.

Nella misura in cui per alcuni di questi lavori non si riesce a reperire mano d’opera, ciò aiuterà l’assetto produttivo soprattutto in prossimità della piena occupazione. Per questo nelle zone in fase di sviluppo e con elevata intensità di lavoro, i flussi migratori sono molto graditi dalle aziende.

Dove invece c’è disoccupazione diffusa, è ragionevole attendersi che un massiccio ingresso sul mercato tenda a favorire un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, in quanto i migranti saranno disposti a lavorare a minor costo e con minori garanzie, molto spesso creando anche le condizioni per il “lavoro nero”, quello non denunciato e non legale.

MIGRANTI: PROBLEMA O RISORSA?

 

mig_7

Abbiamo visto nei precedenti articoli come l’immigrazione sia un aspetto centrale della società occidentale di oggi, probabilmente il più importante, destinato a cambiarne i suoi connotati strutturali. L’invasione di moltitudini povere e affamate dalla periferia del mondo può essere vissuta come una minaccia ai fondamentali socio-culturali delle nostre comunità, oppure come una risorsa economica in grado di sopperire all’invecchiamento della popolazione. Può piacere o non piacere, ma l’impressione è che sia molto difficile, se non velleitario, opporsi a una tendenza che dà tutta l’impressione di essere epocale.

L’”invasione” dei migranti può essere percepita come un problema da risolvere innalzando muri e barriere, nel (vano) tentativo di mantenere integri e incontaminati i valori alla base del contratto sociale; oppure rappresentare il terreno ideale per mettere in pratica i principi di solidarietà e di altruismo di matrice religiosa oppure terzomondista.

 

migranti_9

 

Come si vede, gli aspetti prevalenti, o almeno più pressanti, sono di natura sociale e culturale, e continueremo a parlarne nei prossimi articoli sul blog, ivi inclusi quelli di ordine pubblico connessi all’accoglienza e disciplina degli sbarchi, alle normative e regolamenti sui permessi di soggiorno, alle leggi sull’attribuzione della cittadinanza e a quelle che disciplinano l’impiego di lavoratori extra-comunitari.

In questo articolo e nel successivo, vorremmo cercare di fare invece una panoramica puramente economica, riepilogando le conseguenze che il fenomeno riveste a livello delle diverse funzioni primarie di produzione, consumo, risparmio, della spesa pubblica, del mercato del lavoro e dei mercati finanziari in generale. Esaminiamo dunque la sola parte che ha incidenza “numerica”, prescindendo da ogni altra considerazione ideologica, culturale e politica.

Del resto, molte delle potenze occidentali capitaliste si sono sviluppate a partire, e soprattutto grazie, al contributo degli immigrati che in alcuni casi, come in America nel XIX e XX secolo, hanno avuto un impatto non meno imponente di quello di oggi.

Gli Stati Uniti hanno costruito la loro fortuna economica proprio sugli immigrati, che provenivano inizialmente dalla vecchia Europa, sulla scia dei Pilgrim Fathers approdati nel 1620 con la nave Mayflower in Massachusetts.

 

statua libertà

 

In seguito correnti di immigrazione consistenti sono arrivate dall’America Centrale e dal Sud America, e più di recente dall’Asia. Analogo andamento quello dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Sud Africa e così via, destinazione di consistenti flussi di gente misera e disperata soprattutto dall’Europa anglo-sassone.

Se si pensa a cosa erano quei territori e gli abitanti indigeni prima dei massicci afflussi di queste popolazioni straniere, è difficile non parlare di “colonizzazione”.  Usi, costumi, tradizioni, credenze religiose diverse da quelle autoctone si sono rapidamente affermate e sono divenute prevalenti.

Ben pochi rimpiangono oggi il mondo degli indigeni nativi, che pure un vasto movimento di opinione si propone di preservare dall’estinzione; oggi però la situazione è ben diversa, diametralmente opposta: gli immigrati arrivano in comunità già ricche di storia e culturalmente consolidate.

Le correnti di immigrazione nel mondo occidentale sono tendenzialmente la causa della (quando esistente) crescita demografica delle nostre comunità. Popolazioni giovani e molto prolifiche, nonostante le misere condizioni economiche, si inseriscono in un contesto di popolazione in calo quantitativo e che sta rapidamente invecchiando.

Il rapporto fra cicli demografici e sviluppo economico, che passa attraverso la disponibilità e lo sfruttamento delle risorse disponibili, è alla base della teoria demografica malthusiana, dal nome del fondatore Thomas Malthus, economista britannico del Settecento. Tale teoria ha poi conosciuto, negli anni ’70 del secolo scorso, nuova popolarità dando origine alla corrente di pensiero del “neo-malthusianesimo”, chiaramente ispirata alle idee del fondatore, aggiornate sulla scia della crisi petrolifera di quegli anni.

Malthus attribuiva principalmente alla pressione demografica la diffusione della povertà e della fame nel mondo, cioè in sostanza allo stretto rapporto esistente tra popolazione e risorse naturali disponibili sul pianeta. Secondo il teorico settecentesco, l’aumento della popolazione procede in progressione geometrica, mentre quello delle risorse in semplice progressione aritmetica , per cui, in assenza di correttivi, la crescita demografica è un fattore fortemente destabilizzante e foriero di crisi.

I correttivi possono essere il controllo delle nascite, oppure eventi tragici quali carestie, guerre, epidemie.

Una delle obiezioni alla teoria di Malthus era che si sarebbero dovuti anche considerare i progressi tecnologici e l’aumento della produttività dei fattori nel tempo, grazie alla quale la quantità di risorse disponibili può comunque essere notevolmente incrementata nel tempo. L’esempio più eclatante è proprio quello del petrolio: contrariamente ai timori degli anni dell’austerity, abbiamo imparato che molte fonti energetiche possono essere utilizzate in alternativa all’oro nero, che la resa dei pozzi petroliferi è molto migliorata e il consumo energetico è stato sensibilmente ottimizzato in impianti e macchinari.

Come vedremo meglio nel prossimo articolo, non sempre l’aumento demografico è un fattore negativo da un punto di vista economico: per la teoria keynesiana, infatti, l’aumento della domanda aggregata (naturale conseguenza dell’aumento della popolazione) è esso stesso aumento del reddito.

 

John_Maynard_Keynes

 

(1) La progressione geometrica è una serie di numeri in cui il rapporto fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 8, 16, 32, 64 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). La progressione aritmetica è una serie di numeri in cui la differenza fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 6, 8, 10, 12 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). Come si vede, la prima è molto più rapida della seconda (il sesto numero è 64, mentre nel secondo caso è 12).

L’immigrazione come fenomeno demografico: contributo di Filippo Verre

MIGRANTI_2

 

Come abbiamo fatto diverse volte in passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.

Lo facciamo anche in questa mini-serie sulle migrazioni, iniziando dall’intervento di Filippo Verre, studioso di problemi socio-economici ed esperto in demografia, che insegna all’Università di Siena.

Seguiranno articoli su altri aspetti del problema: ci occuperemo di ordine pubblico, ascoltando l’esperienza di chi ha operato in prima linea per gestire gli sbarchi e quotidianamente affronta le numerose emergenze che si presentano. Parleremo anche delle iniziative di solidarietà e accoglienza, da parte di chi aiuta in tutti i modi i migranti a inserirsi nel tessuto sociale.

Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sugli argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia.

 

Buona lettura, dunque!

 


 

 

La guerra dei poveri fra bisognosi e migranti

di Filippo Verre

 

Le migrazioni hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo. Gli uomini si muovono da sempre grazie ad un innato istinto ramingo che ha permesso la colonizzazione di altri continenti oltre alla nativa Africa. La stessa ricerca aerospaziale non è altro che la nuova frontiera della migrazione umana: l’esplorazione e la futuribile colonizzazione dello spazio.

Lo studio del fenomeno delle migrazioni non può essere distinto da quello dell’accoglienza, vero e proprio rebus per molte cancellerie europee. Infatti, ciò che oggigiorno costituisce la sfida più grande per i governi e per le società più ricche non è tanto far fronte ai fluttuanti flussi migratori ma cercare di governarli e gestirli. In altre parole, ciò che risulta essenziale è integrare i migranti che giungono nei nostri Paesi e nelle nostre città dai posti più disparati.

Nel contesto europeo, è indispensabile che ci sia un’unica strategia in tale ottica, allo scopo di coordinare i Paesi continentali a mettere in atto una serie di misure comuni. Oggi in massima parte è così, anche se in passato la gestione dei flussi migratori non è sempre stata coerente tra le varie nazioni che compongono l’Unione Europea, anzi. Spesso i singoli Paesi, stante il non ultimato processo di integrazione comunitaria, erano chiamati a gestire in maniera solitaria fenomeni legati al tema delle migrazioni.

Il fenomeno dell’accoglienza è caratterizzato essenzialmente da due tipologie di problemi: uno finanziario e uno sociale. Per ciò che concerne il primo, un Paese tanto più è ricco e dotato di risorse, tanto più sarà in grado di far fronte ai bisogni dei migranti. La tenuta e la stabilità finanziaria sono essenziali per garantire un adeguato servizio ai richiedenti asilo e per gestire quantità significative di persone in cerca di aiuto. Una volta accolti, infatti, l’obiettivo finale è quello di integrare i nuovi arrivati nel tessuto socio – economico del Paese. Per far ciò, le risorse finanziarie messe a disposizione devono essere cospicue e ben utilizzate da parte degli apparati amministrativi dei singoli Stati. Secondariamente, non vanno sottovalutate le possibili tensioni di carattere etnico – sociale che potrebbero venire a crearsi tra le fasce più deboli della società nazionale e i richiedenti asilo.

Tra il 2013 e il 2017 il forte aumento degli sbarchi sulle coste italiane e greche ha riportato il tema delle migrazioni sulle prime pagine di tutti i giornali italiani ed europei. È ancora vivo il ricordo di Angela Merkel che apre inaspettatamente le porte ai siriani, e le tante reazioni di solidarietà, ma anche di chiusura di molti altri Paesi facenti parte dell’Unione Europea, chiamati a gestire il più grande afflusso di richiedenti asilo in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

MIGRANTI_3

 

Oggi, in un periodo di sbarchi in calo a causa del nuovo approccio al tema dell’immigrazione adottato dal governo Lega – 5 Stelle, si corre il rischio di considerare superato il problema e di sottovalutarlo. Invece, a prescindere dagli sbarchi, i problemi legati alle migrazioni più o meno clandestine costituiscono un serio grattacapo per le società e gli apparati governativi europei.

Il numero di stranieri che vive in Europa occidentale è in crescita e l’Italia non fa eccezione. Se nel 1998 gli stranieri residenti sul territorio italiano superavano di poco il 3% della popolazione, oggi, dopo soli vent’anni, ci avviciniamo all’8,5% e sfioriamo il 10% se prendiamo in considerazione anche chi, nato all’estero, ha acquisito la cittadinanza italiana. In questo contesto, le città giocano un ruolo fondamentale. È lì che spesso si concentra il più grande numero di stranieri e di persone con un passato recente di migrazione. Circa il 18% di chi risiede a Milano, ad esempio, è straniero, e questa percentuale raggiunge il 30% a Berlino, il 37% a Londra e sfiora il 40% a Vienna.

Negli ultimi anni, soprattutto a causa dei nefasti sviluppi delle Primavere Arabe e dei preoccupanti ribaltamenti verificatisi in Libia, i flussi migratori verso le coste europee hanno subito dei poderosi incrementi. Tuttavia, per governare le migrazioni non basta semplicemente regolare e gestire i flussi: bisogna anche fare in modo che il migrante non finisca nel circolo vizioso di marginalità ed esclusione che lo potrebbero condurre sulla strada del crimine e della violenza.

Per evitare ciò è indispensabile che si proceda in maniera spedita all’integrazione del migrante nel tessuto socio – occupazionale dello Stato in cui approda. Si tratta di un processo lungo e finanziariamente molto dispendioso. In Europa occidentale il costo previsto per l’accoglienza di un richiedente asilo nel primo anno dal suo arrivo è di circa 10.000 euro. Tale costo include vitto, alloggio e servizi di base.

Nel periodo di alti flussi di migranti verso l’Europa, gli Stati membri dell’UE si sono dovuti sobbarcare un maggior costo per gestire l’accoglienza a livello nazionale, che in alcuni casi è divenuto piuttosto significativo: all’apice della crisi nel 2015 è stato l’1,4% del PIL svedese, lo 0,5% del PIL tedesco e lo 0,4% del PIL italiano. Solo i pochi paesi europei che sono usciti meno provati dalla doppia crisi economica, mondiale prima ed europea poi, hanno potuto mettere a disposizione risorse senza sforare i parametri di deficit/PIL, mentre altri (come Italia e Grecia) hanno dovuto continuare ad applicare politiche di austerity facendo fronte alle spese impreviste ma improcrastinabili causate dalla crescita repentina dei flussi migratori irregolari. Ciò ha ristretto ulteriormente il possibile spazio fiscale dei governi per poter potenziare le politiche per l’integrazione.

In questo senso, Italia e Grecia sono sicuramente state penalizzate dalla combinazione di una profonda recessione (nel caso greco) o di una lenta ripresa (nel caso italiano) che hanno compresso le risorse destinate all’integrazione degli stranieri in favore di spese per gestire le frontiere esterne (operazioni di salvataggio in mare e di controllo del territorio) e per fornire prima accoglienza ai migranti arrivati via mare.

Inoltre, l’enorme afflusso di migranti degli ultimi anni ha inondato le città di centinaia di migliaia di disperati. Tale situazione ha esacerbato gli animi degli strati più deboli della società, contribuendo a incattivire il clima di accoglienza. Molti cittadini, sentendosi abbandonati dalle istituzioni, accusano apertamente lo Stato di favorire maggiormente i richiedenti asilo al posto dei reali detentori della cittadinanza.

Tale situazione è oltremodo preoccupante in quanto si stanno creando i presupposti per la nascita di una vera e propria “guerra tra poveri” che metterebbe di fronte chi è situato ai gradini più bassi della scala sociale, ovvero i più bisognosi contro i migranti. Tutto ciò potrebbe portare ad un’ondata di risentimento verso i nuovi venuti che potrebbe facilmente sfociare in episodi xenofobi e razzisti.

In conclusione, le migrazioni sono un fenomeno che ha sempre fatto parte della storia umana. Oggigiorno, il mondo è fortemente globalizzato e sempre più lo sarà nel corso dei prossimi lustri. Gli Stati più ricchi, luogo naturale di approdo da parte dei migranti in cerca di migliori condizioni di vita, sono chiamati a mettere in atto una serie di azioni volte non solo ad accogliere i nuovi arrivati ma anche ad integrare quanto più possibile questi ultimi nella società e nell’economia nazionale.

Non si tratta di processi scontati o di breve durata. Come abbiamo visto, infatti, sia la disponibilità finanziaria che la tenuta sociale di un Paese giocano un ruolo fondamentale in tal senso e sono a dir poco essenziali nella integrazione finale di chi arriva da molto lontano. La vera sfida, attualmente, consiste nel coordinare le energie nazionali per far fronte ad un fenomeno, quello delle migrazioni, che farà stabilmente parte dei dossier più attuali delle cancellerie europee.

 

Filippo Verre

Filippo

 

 

 


 

(*) FILIPPO VERRE
Senese, dopo la maturità classica, ha proseguito gli studi classici a Siena laureandosi prima in Giurisprudenza nell’aprile 2015 e successivamente nel dicembre 2017 in Scienze Politiche con indirizzo diplomatico. Ha effettuato un periodo di ricerche presso la Sacred Heart University a Bridgeport. Per la seconda laurea ha scelto un argomento che gli sta particolarmente a cuore, vale a dire i diritti delle minoranze perseguitate: si è dedicato allo studio del popolo curdo e alla nascita di una o più entità statuali a maggioranza curda nel Medio Oriente.
Ha poi perfezionato gli studi in Inghilterra, a Oxford, con un master in Studi Internazionali – Relazioni Internazionali e a Roma presso la SIOI (Società Italiana per L’organizzazione Internazionale) dove ha completato un master in Studi Diplomatici ed Economici. Ha poi conseguito il master discutendo una tesi sul rapporto tra religione e politica nelle relazioni internazionali. A Roma ha studiato tematiche relative alle strategie diplomatiche nazionali dei maggiori Paesi, analizzato le maggiori organizzazioni giuridiche internazionali e le principali crisi politiche ed economiche che si sono verificate in Europa e nel mondo dopo la Seconda guerra mondiale.
Dal giugno 2017 è social media manager di un’azienda specializzata nel settore della ristorazione e della organizzazione di eventi; ha inoltre effettuato una breve ma significativa esperienza come Cultore della materia presso la Link Campus University di Roma. Da ottobre 2018 è cultore della materia in “demografia” presso l’Università degli Studi di Siena.