Le buone e le cattive azioni

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Molti lettori, in questo periodo di forte volatilità e incertezza dei mercati, si chiedono e ci chiedono se convenga, dopo le batoste dell’anno scorso sul mercato italiano, restare sul mercato azionario oppure se sia più saggio uscirne limitando al massimo i danni e guardarsi bene dal rientrare.

Il dubbio è ragionevole e, come sempre in finanza, non esiste una risposta univoca, valida per ogni risparmiatore e per ogni mercato. Tuttavia possiamo impostare alcune riflessioni basate sul buon senso e sulla razionalità, che – affiancate alla necessaria prudenza – riescono quasi sempre a farci fare la cosa giusta.

Iniziamo col dire che, così come è del tutto normale evitare una strada in cui abbiamo avuto un incidente, oppure un cibo che ci ha fatto male, è anche logico stare alla larga da un mercato o da un titolo nel quale abbiamo sbattuto facendoci male. Del resto, anche storicamente, dopo un trauma profondo ed esteso, tornare ai livelli di fiducia precedenti richiede sempre tempo.

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Dopo la grande depressione del 1929, la borsa di New York impiegò circa un quarto di secolo per tornare ai livelli ante-crisi e per un altro quarto di secolo solo banche e fondi pensione investivano in azioni: è solo negli anni ‘80 che gli investitori privati tornarono ad affollare i borsini.

Un po’ meglio è andata con la grande crisi del 2007: sono bastati 5 anni, ma in questo caso è stato grazie ai massicci interventi di iniezione di liquidità delle banche centrali.

Che fare dunque quando le cose iniziano a mettersi male per l’investitore? La prima reazione è stare alla larga dai mercati: questo certamente ci eviterà di subire le stesse perdite in futuro, ma altrettanto certamente ci farà perdere delle buone opportunità di investimento. Non solo: da una situazione di quotazioni depresse è statisticamente (e spesso anche ciclicamente) molto probabile che si entri in una fase di rialzi.

Far uscire dal mercato il “parco buoi” (come vengono con sufficienza chiamati i piccoli risparmiatori che operano in borsa) inducendoli a vendere in forte perdita e poi ricomprarsi a prezzo di saldo i titoli svalutati è una classica (e legittima) manovra degli speculatori. Molto spesso, anzi, sono proprio loro – attraverso il meccanismo delle vendite allo scoperto[1] – che provocano ribassi artificiosi in titoli “sottili”[2] per poi acquistarli a basso prezzo.

Una volta che si sia innescata, per vari motivi, la spirale dei ribassi, molti operatori anche professionali si vedono scattare le cosiddette stop loss. Come ben sa chi si è cimentato in operazioni di trading, è infatti buona norma – una volta effettuata un’operazione – indicare anche all’intermediario incaricato il livello di stop loss, quello corrispondente alla massima perdita ritenuta accettabile, come pure il livello di take profit, quello corrispondente all’obiettivo di guadagno.

Non appena il mercato raggiunga uno dei due livelli di prezzo, l’intermediario automaticamente chiude l’operazione. Nel caso di titoli in caduta libera, naturalmente è molto probabile che a un certo punto scattino proprio le stop loss, con l’effetto di amplificare la caduta.

Quando un risparmiatore si trova invischiato nella caduta di un titolo azionario, ben oltre il livello delle normali oscillazioni di mercato, vede il suo titolo perdere progressivamente di valore e le sue perdite crescere a dismisura. Se vende, la perdita diventa definitiva e se tiene il titolo, la perdita può aumentare oppure, invertendosi la rotta, può iniziare il recupero. In questi casi è buona norma farsi un’idea del valore reale del titolo, delle prospettive reddituali e finanziarie della società e dei dividendi che potrà distribuire. E comunque, in genere, è consigliabile non operare sui mercati nei momenti di panico generalizzato: come dice un vecchio adagio borsistico, sarebbe come cercare di afferrare un coltello mentre cade.

Se il crollo è dovuto a motivi economici reali (ad esempio un grande affare andato male, un contenzioso legale o fiscale ingente) e se si ritiene che non ci siano probabilità di recupero del business, allora è senz’altro meglio mettersi l’anima in pace e vendere.

Ma se abbiamo investito cum grano salis in aziende solide e con business redditizi, il consiglio è di stringere i denti e aspettare che la tempesta passi. Se non abbiamo bisogno di vendere, dobbiamo avere pazienza. Intanto incasseremo i dividendi e al momento buono potremo pensare a uscire dall’investimento.

L’investimento in azioni nel lungo periodo è quello che ha reso di più: secondo un recente studio di J P Morgan Asset Management, chi avesse investito 1 dollaro nel mercato azionario USA nel 1899, si sarebbe trovato nel 2018 un capitale di 1.890 dollari; mentre chi lo avesse investito in obbligazioni se ne sarebbe trovati 12 e chi avesse scelto la liquidità (conti correnti, fondi monetari o simili) solamente due.

Probabilmente non molto diversi sarebbero i risultati per i mercati europei più evoluti, mentre forse in Italia il trend non sarebbe stato così evidente. Ma, come diceva Warren Buffett, il guru che ha accumulato una fortuna con la finanza, le azioni sono sempre la soluzione migliore.


[1] La vendita allo scoperto consiste nel vendere un titolo che non si possiede, utilizzando tecniche diverse come il prestito titoli o la vendita di contratti futures (che prevedono la consegna differita nel tempo). Lo speculatore, in previsione del ribasso del titolo, si impegna a consegnarlo in un’epoca successiva, quando potrà ricomprarlo a prezzo più basso, e guadagnare così la differenza. Così facendo, ovviamente, contribuiscono a far scendere il prezzo del titolo, mentre quando scadrà l’operazione, dovendo comprare il titolo che si erano obbligati a consegnare (fase cosiddetta di “ricopertura”), contribuiranno a farlo aumentare.

 

[2] Un mercato si definisce “sottile” quando le quantità scambiate, sia in relazione ai titoli emessi che in assoluto, sono molto limitate, perché si riferisce a una società piccola o perché la maggioranza delle azioni è congelata in portafogli di controllo. In questi mercati bastano ordini anche molto contenuti per innescare variazioni di prezzo notevoli.

 

 

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