I fondamentali: le azioni

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Riprendiamo a parlare dei fondamentali nella scelta degli strumenti finanziari, dopo aver esaminato nei precedenti articoli le obbligazioni. Come abbiamo visto, le obbligazioni sono strumenti di debito, ovvero rappresentano un prestito che il sottoscrittore, acquistando il titolo, concede all’emittente.

Quest’ultimo è generalmente un’impresa, che ha bisogno di risorse finanziarie per poter gestire o sviluppare la propria attività produttiva. Oltre che a titolo di debito, le risorse possono essere acquisite a titolo di capitale, e in tal caso avremo le azioni, oppure le quote di capitale in caso che la forma sociale sia diversa dalla società per azioni.

Se le finalità dei soggetti sono analoghe, ben diverse sono le caratteristiche tecniche e le prerogative degli strumenti. Mentre con le obbligazioni si acquisisce il diritto a farsi restituire la somma trasferita a una determinata scadenza e ad incassare gli interessi, con le azioni si acquisisce, pro quota, la proprietà dell’azienda. Chi sottoscrive un’azione diventa socio a tutti gli effetti e ha il diritto, in proporzione alla quota di capitale che le sue azioni rappresentano, di ricevere una parte dei profitti generati con l’attività aziendale (i dividendi) e di partecipare al governo aziendale (la cosiddetta “governance” societaria). Non c’è niente di garantito: se la società non ha utili, l’azionista non riceve alcun reddito. Tuttavia, nel caso più frequente di titoli quotati, essendo le azioni scambiate in un mercato regolamentato, esse possono essere vendute in qualsiasi momento, al prezzo che il mercato esprime in quel dato periodo storico.

Se l’azienda va bene e produce reddito e il mercato funziona regolarmente, è ragionevole pensare che le sue azioni aumentino di valore; in caso contrario le vedremo diminuire. La teoria economica afferma che, in un mercato perfettamente efficiente, il valore delle azioni è pari alla somma dei redditi futuri attualizzati (ovvero scontati, per riportarli al momento iniziale) a un certo tasso di interesse. Il concetto è interessante, e conviene spenderci qualche parola.

Scontare una somma, in finanza, significa determinare oggi il valore di quella somma che entrerà in un momento futuro. Se dobbiamo ricevere 1.000 € fra un anno, quanto vale oggi questo credito? Si tratta di calcolarne il “valore attuale”, che sarà dato dal valore a scadenza diviso per un fattore che riflette il tasso di interesse vigente. Se ad esempio il tasso corrente fosse il 5%, quella somma vale oggi 952,38 €: infatti, investendo oggi quella stessa somma al 5% per un anno, avremmo esattamente i 1.000 €. Senza addentrarci troppo negli aspetti tecnici, possiamo affermare con sicurezza che quanto maggiore è il tasso di interesse, tanto minore è il valore attuale: questo è il motivo per cui si dice che quando i tassi aumentano i prezzi delle azioni tendono a diminuire.

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Una società quotata è inoltre obbligata a rendere pubbliche una serie di informazioni dettagliate sulla propria gestione; queste informazioni servono ai cosiddetti “analisti di mercato” per individuare un valore “normale” del titolo, il “target price” (valore “bersaglio”). Se questo è superiore al valore corrente, essi prevedono un apprezzamento del titolo, ovvero una sua crescita; se è inferiore un deprezzamento. Nel primo caso raccomanderanno di comprare (“buy”), nel secondo di vendere (“sell”); ovviamente nel caso in cui il prezzo di mercato rifletta all’incirca il valore attribuito la raccomandazione sarà di tenerlo (“hold”).

Normalmente le valutazioni degli analisti non coincidono: uno degli elementi di valutazione più seguiti è proprio la distribuzione, nei diversi giudizi, delle raccomandazioni “buy” o “sell”. Se ad esempio tutti gli analisti che seguono un determinato titolo lo classificano “buy” significa che è molto probabile che quel titolo sia sottovalutato e quindi cresca.

Naturalmente non tutto è così semplice, perché oltre all’andamento aziendale influiscono sulla quotazione del titolo una serie di fattori difficilmente stimabili o prevedibili, quali la speculazione o eventi straordinari. Se ad esempio ci fosse un tentativo di acquisizione della società da parte di un investitore, quel titolo vedrà impennarsi le proprie quotazioni ed averlo acquistato si potrebbe rivelare un ottimo affare.  Chi infatti vuole comprare una società (come per qualunque altro oggetto) è disposto ad offrire un prezzo maggiore di quello che il mercato esprime, riconoscendo un potenziale valore non ancora espresso. Tale maggior valore, in caso di acquisizione da parte di una società concorrente, potrà derivare anche dalle eventuali sinergie che le due aziende integrate potrebbero sviluppare.

Un’informazione del genere è quindi decisiva e la legge impone che il mercato ne venga informato nello stesso momento: l’inosservanza di tale obbligo porta al reato di “insider trading”, ovvero utilizzo illegittimo di informazioni riservate, severamente punito dalla normativa societaria.

Riepilogando quello che abbiamo visto finora, possiamo dire che un’azione rappresenta un titolo di capitale e che consente due canali di reddito: il dividendo (una quota dell’utile di bilancio distribuita agli azionisti) e il guadagno in conto capitale, quando il suo prezzo di mercato aumenta rispetto al costo di acquisto. Quest’ultimo si verifica quando la gestione, sia attuale che prospettica della società, è redditizia; quando i tassi di interesse diminuiscono e quando c’è un interesse diffuso o specifico degli investitori a comprare quel titolo, come nel caso di un tentativo di acquisizione.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali sono i fattori di rischio dell’investimento azionario e quali le prerogative di “governance”, ovvero di governo societario, che esso comporta.

 

AVVISO AI NAVIGANTI: Sell in May and Run Away!

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Occhio al calendario: tra pochi giorni inizierà il mese delle rose. Ricordiamoci del vecchio adagio dei borsisti di lungo corso, “sell in may and run away” e facciamoci trovare pronti con portafoglio scarico e liquidi al massimo.

Meglio rinunciare a qualche dividendo che restare con il gobbo nero in mano.

Ah, ce ne fossimo ricordati l’anno scorso…

Come selezionare la classe dirigente

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Abbiamo visto nel precedente articolo quanto sia importante per uno Stato potersi affidare a leader politici con visione strategica, esperienza e carisma. Il caso della Gran Bretagna, in negativo, è eclatante: una delle nazioni più potenti della terra, negli ultimi 20 anni, ha inanellato una serie impressionante di flop politici e istituzionali, nonostante abbia potuto contare su un sistema economico robusto in grado di resistere alla profonda crisi del 2007, sapendosi rinnovare e crescere.

Oggi si trova nella posizione ridicola di aver promosso, senza ragioni plausibili, un referendum sull’opportunità di rimanere nell’Unione Europea oppure uscirne, evento mai successo prima e regolamentato dai Trattati Europei – art. 50 TUE -, ma non nella legislazione interna inglese. Avendo il popolo deciso di uscire, il governo è impantanato da mesi in un negoziato sfiancante con Bruxelles, ha riscosso una sonora sconfitta per ben due volte in Parlamento e a tutt’oggi non è dato sapere se e come la faccenda verrà risolta, nell’incombenza di una tornata elettorale a cui non ha ormai titolo per partecipare. Neanche fra le fila dell’opposizione sembra potersi intravedere uno statista in grado di raccogliere il testimone della sfida e portare il Regno Unito fuori dallo stato di impasse.

Tutto questo rende a nostro avviso evidente come esista un chiaro problema di selezione della classe dirigente politica, non molto diverso da quanto ogni azienda si trova ad affrontare quotidianamente. A ben vedere ogni organismo che riesce a sopravvivere per lungo tempo deve essere in grado di scegliere in modo efficace il proprio leader, ovvero deve avere un sistema di selezione dei dirigenti che consenta di porre al proprio vertice il migliore fra quelli disponibili, oltre che un meccanismo di rimozione e turnover per chi si dimostrasse inadeguato.

Pensiamo agli Stati Uniti, che nei momenti più critici della storia sono riusciti a eleggere alla carica presidenziale personaggi che si sono rivelati statisti di livello e che hanno saputo guidare con mano ferma e acume strategico il paese, in modo talvolta inaspettato. Ronald Reagan, ad esempio, quando venne eletto nel 1981 – nel momento più difficile della guerra fredda – destò non poche perplessità: come avrebbe potuto un ex attore settantenne gestire la difficile situazione e reggere il confronto con la temibile potenza sovietica?

Ebbene, la storia ha dimostrato che proprio Reagan è stato l’artefice principale del crollo del regime comunista, insieme all’altro grande personaggio di quegli anni, papa Giovanni Paolo II, il polacco Karol Wojtyla, altro incredibile prodotto della selezione di leader di un organismo plurisecolare: la Chiesa Cattolica.

Se la Chiesa ha potuto sopravvivere da oltre duemila anni nonostante crisi, persecuzioni, derive e deviazioni, è proprio grazie alla capacità (i fedeli ritengono che sia l’intervento divino sotto forma di Provvidenza) di affidarsi, tempo per tempo a leader di grande carisma, visione strategica, determinazione. L’esempio della Chiesa è infatti oggi studiato dalle scuole di management come sistema di selezione di eccellenza nel lungo periodo.

Scegliere un leader è l’operazione più importante e delicata per la sopravvivenza di un organismo politico, sociale o economico. Se questo è evidente nel caso di aziende o grandi corporations, altrettanto importante è per uno Stato o una comunità. La storia è certamente fatta di ideali, di contesti economici, di relazioni, ma soprattutto di leader: ogni ideale cammina sulle gambe di un grande uomo o una grande donna.

Mao Tse Tung, Fidel Castro, Nelson Mandela, Martin Luther King, John F. Kennedy, De Gaulle, Gandhi, Ben Gurion, Arafat, in ordine totalmente casuale e per limitarsi al secolo scorso, sono esempi di leadership di successo, in cui solidi ideali, visione strategica, capacità organizzativa e efficace selezione di collaboratori hanno consentito la realizzazione di grandi imprese.

Alcune di queste doti sono naturali, fanno parte del patrimonio genetico e costituiscono lo speciale talento di cui i leader dispongono. Ma in tutti i casi è necessario sviluppare e allenare queste doti, renderle idonee all’esercizio del potere. Un sistema efficiente parte infatti dalla formazione e dall’acquisizione di esperienza, la quale è un vero e proprio asset per chi voglia essere un leader.

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Ci vuole studio, esercizio, applicazione graduale e progressiva, capacità di costruire un network e un sistema di relazioni. Altrimenti il talento inaridisce e resta sterile.

Confrontando la classe politica di oggi nel nostro paese con quella delle generazioni precedenti, il divario risulta evidente: oggi sarebbe impensabile realizzare, ad esempio, il miracolo economico o portare il nostro paese fra le potenze mondiali se ci dovessimo affidare ai leader politici attuali. I partiti del secolo scorso, organizzazioni pesantemente messe in discussione e sostanzialmente scomparse, organizzavano vere e proprie scuole di formazione per i propri quadri (ad esempio quella del Partito Comunista alle Frattocchie), dove i giovani aspiranti leader studiavano i fondamenti teorici dell’ideologia ma anche elementi di organizzazione e amministrazione, entravano in contatto con i dirigenti affermati, potevano costituire il loro sistema di relazioni.

Dopo questa prima fase, iniziavano la loro carriera negli organismi locali (sezioni di partito, consigli comunali, enti pubblici o amministrazioni locali) dove gradualmente avanzavano nella scala gerarchica, poi assumevano via via responsabilità maggiori in consessi più importanti. Solo quelli che si affermavano al termine di questo percorso emergevano al livello di leader di partito.

Forse non c’è da essere nostalgici dei partiti, vista la deriva degli anni Novanta, ma certo il sistema di oggi, basato – quando va bene – su capacità di gestione aziendale e, quando va male, sulla prossimità col capo carismatico o su un sondaggio in Internet, pone molte perplessità in merito alla possibilità di individuare dirigenti capaci ed esperti.

Già il semplicistico sillogismo “chi è bravo a gestire un’azienda è anche bravo ad amministrare una comunità” è molto contestabile. Per gestire un’azienda non è sempre necessario avere il consenso dei destinatari delle decisioni, basta quello dei proprietari. Il decisionismo, che non coincide con la capacità decisionale, è originato dal potere di cui si dispone e normalmente è alimentato dai buoni risultati. I quali risultati si valutano non in funzione dell’interesse generale, ma del profitto per l’azionista o del valore creato.

E francamente risulta difficile aspettarsi qualcosa di buono con questi presupposti.

 

 

 

 

 

L’Europa in cerca di leader

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Su una cosa europeisti e sovranisti si trovano d’accordo: non esistono oggi nel vecchio continente leader capaci di prendersi sulle spalle i destini dell’Europa. Il declino della lunga parabola politica di Angela Merkel apre un vuoto che nessuno sembra al momento in grado di colmare. Anche se la cancelliera ha sempre privilegiato e anteposto gli interessi nazionali a quelli europei, è innegabile che – forte anche di un consenso che ora comincia a scricchiolare – ha sempre avuto quel carisma e quella statura che le hanno consentito di dialogare da pari a pari con i grandi della terra, in primo luogo Stati Uniti, Russia e Cina.

Dopo le grandi speranze riposte in Emmanuel Macron, che aveva messo l’Europa al centro del programma politico del suo movimento En marche, la Francia sta gradualmente piombando in una fase di pericolosa incertezza, sotto i colpi dei cosiddetti “gilets jaunes”. La Spagna invece sta cercando di risollevarsi da una crisi economica lunga e sfiancante, come pure la Grecia, dove almeno Tsipras ha mostrato doti di visione strategica per certi versi sorprendenti. Sull’Italia, meglio sorvolare.

Ma quello che veramente colpisce, in questo panorama desolante, è l’insipienza della classe dirigente britannica. La perfida Albione ha espresso una serie incredibile di leader incapaci e spesso dannosi, non solo per l’Europa ma spesso anche per gli stessi sudditi di Sua Maestà. L’ultimo a cui si possa riconoscere almeno un minimo di visione strategica è stato Tony Blair, dopo di che il vuoto assoluto.

Eppure i motivi per criticare Blair nella sua azione di Governo non sono mancati, a partire dall’invasione dell’Iraq nel 2003 e prima ancora da quella dell’Afghanistan nel 2001. Verrebbe da pensare a quel baritono che, dopo un sonoro fiasco, disse alla platea: “Fischiate me? Vedrete il tenore…”.

Tony Blair ha servito il Regno Unito come Primo Ministro per 10 anni, dal 1997 al 2007, sulle ali di un successo storico per il suo partito, il Labour Party, che ottenne in quel periodo la più ampia vittoria elettorale della sua storia. Del suo successore, Gordon Brown, premier fino al 2010, si ricorda solo la sconfitta elettorale che lo ha cancellato – con pochi rimpianti – dalla scena politica, e ha consegnato il paese al partito dei Tories, sia pure in coalizione con i liberal democratici.

Il periodo successivo, fino al 2016, è quello in cui ha governato David Cameron, leader conservatore che può legittimamente aspirare al primato di peggior premier britannico. In ambito di politica estera, si ricorda (in joint-venture con Sarkozy, altro politico fallimentare) l’invasione militare della Libia del 2011, che viene considerata alla base della nascita e dello sviluppo dell’Isis, e una delle principali cause della recrudescenza del terrorismo islamico, che da allora ha infestato il mondo occidentale con una serie impressionante di attentati.

Ma il vero capolavoro di Cameron è stato il referendum sull’adesione permanente del Regno Unito alla UE, ad esito del quale il nostro si è dovuto dimettere, cessando almeno di fare danni al suo paese e all’Europa. La scelta di indire un referendum era originata dalla necessità di mantenere il consenso all’interno del suo partito, una specie di scambio con l’ala più radicale dei Tories.

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Il partito è stato completamente disgregato, ma soprattutto con quella decisione è iniziato un percorso che, a tre anni di distanza, è ancora ben lontano dal potersi definire concluso. La cosiddetta “Brexit” è ormai il tormentone di questi anni: Theresa May, da circa due anni al timone, non può essere accusata di scarso impegno nel tentare di districare la matassa, ma certamente non possiede la statura politica e l’esperienza necessarie.

Per ben due volte la May ha portato in Parlamento una bozza di accordo per l’uscita dall’Unione negoziato con Bruxelles, e per ben due volte è stata respinta con perdite. La soluzione più gettonata sembra ora essere quella del rinvio, proprio mentre si stanno preparando le elezioni europee forse più tormentate. Si sta facendo strada anche l’ipotesi di un nuovo referendum, perché è ormai chiaro che il voto del 2016 venne dato senza avere un’idea di cosa avrebbe voluto dire “uscire dall’Europa”, a parte il costo ingente che i sudditi di Sua Maestà sapevano di dover comunque sostenere.

Nel frattempo i mercati risentono ovviamente dell’instabilità sia della sterlina che degli strumenti finanziari negoziati a Londra. Molte banche stanno trasferendo la sede continentale da Londra a altre piazze europee ed ovviamente le agenzie comunitarie hanno già fatto i bagagli, portandosi dietro flussi di spesa non indifferenti.

Sia chiaro: Londra è il più antico mercato finanziario del mondo e, così come si è sviluppato nel corso dei secoli in modo autonomo, certamente riuscirà a sopravvivere ed anzi a trovare nuove opportunità di crescita. Così come la forza lavoro comunitaria potrà nel tempo essere sostituita da nuove leve extra-europee.

Solo non si capisce a chi tutto questo abbia giovato: non agli inglesi, non al resto dell’Europa, meno che mai ai mercati. L’impressione è che si tratti di un colossale errore di strategia politica e di valutazione da parte di David Cameron.

Un leader e uno statista deve non tanto interpretare e farsi portavoce degli umori prevalenti nel popolo, quanto essere in grado di indirizzare il consenso verso le soluzioni più idonee agli effettivi interessi del Paese, anche se possono sembrare impopolari o difficili da far capire.

Seguire “la pancia” del paese può essere elettoralmente conveniente (e nel caso di Cameron neppure questo), ma alla lunga penalizzante. Il vero problema, non solo della Gran Bretagna ma di tutta l’Europa, è il meccanismo di selezione della classe dirigente, oggi chiaramente fallimentare. Come dire che il problema non sta nell’istituzione europea, ma nel manico.

Ma di questo torneremo a parlare nei prossimi articoli.

 

I fondamentali: è una buona idea investire in obbligazioni?

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Nei due articoli precedenti abbiamo descritto le caratteristiche essenziali delle obbligazioni e ci siamo soprattutto soffermati sui rischi insiti in questo tipo di strumenti. Ovviamente non abbiamo intenzione di demonizzare questo strumento, che anzi rappresenta una modalità di impiego molto valida del risparmio: è però necessario ribadire la necessità di prudenza e cautela, come in ogni altra decisione di investimento.

Le caratteristiche da valutare in un’obbligazione sono infatti diverse. La prima, e più importante, è la qualità dell’emittente, ovvero l’affidabilità del soggetto al quale consegniamo i nostri risparmi. Perché l’investimento vada a buon fine, è necessario (anche se non sufficiente) che l’emittente si mantenga in grado di pagare gli interessi e rimborsare il capitale. Se ciò non succede, è sicuro che andremo incontro a perdite.

A ben vedere, si tratta di una vera e propria concessione di fido, del tutto analoga a quella di una banca quando eroga un prestito a un’azienda. Solo che la banca dispone, o almeno dovrebbe disporre, di strumenti e professionalità adeguate a valutare la solvibilità dei clienti, mentre il singolo risparmiatore generalmente non possiede questa capacità di giudizio né adeguati strumenti di valutazione.

Per questo esistono le agenzie di rating, analisti specializzati e indipendenti (almeno in teoria) in grado di “misurare” l’affidabilità di un soggetto che si presenta sul mercato a richiedere capitali. Ad ogni emittente è attribuito un grado di giudizio (detto appunto rating) in base al quale viene stimata la sua solidità economica, finanziaria e patrimoniale e la probabilità di rimborsare il capitale e pagare gli interessi. Ne abbiamo parlato diffusamente in un precedente articolo.

Il rating influisce sul tasso di interesse che l’emittente deve offrire per assicurarsi che le sue obbligazioni vengano collocate, ovvero che gli investitori prestino loro il denaro: tanto migliore è il rating, tanto minore il tasso di interesse, perché a fronte di un emittente più rischioso il mercato richiede un tasso più alto, che vada a remunerare il maggior rischio.

Abbiamo così le obbligazioni Investment grade, ovvero con rating superiore a una certa soglia minima considerata di “sicurezza” e le obbligazioni High yield, ovvero ad altro rendimento. Si tratta di emittenti subprime, ovvero non primari, oppure di titoli subordinati o perpetui: titoli che, in qualche misura, presentano rischi o vincoli che li rendono adatti ad investitori qualificati o professionali e che offrono in genere rendimenti più elevati.

Un mercato interessante, specie in un periodo come questo caratterizzato da tassi di interesse molto contenuti e in alcuni casi negativi, è proprio quello dei cosiddetti perpetual. Si tratta di titoli che prevedono scadenze molto lunghe, superiori ai 20 anni, o anche senza scadenza.

 

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Per quale motivo dunque un investitore dovrebbe acquistare un titolo che non verrà mai rimborsato o lo sarà solo dopo decine d’anni? Perché, a ben vedere, chi acquista un’obbligazione vuole raggiungere due obiettivi: avere un rendimento e poter rientrare in possesso del capitale entro il suo orizzonte temporale di investimento. Chi sottoscrive un perpetual incassa regolarmente la cedola (in alcuni casi anche molto superiore ai tassi correnti, essendo l’obbligazione emessa quando i tassi erano molto più alti) e può sempre vendere il titolo sul mercato, anche se si espone pesantemente al “rischio tasso”, ovvero alla probabilità che i tassi aumentino.

Per questo si tratta di titoli ad elevata valenza speculativa, che generalmente vengono negoziati dai grandi investitori che hanno necessità di realizzare rendimenti elevati e la possibilità di compensare il rischio disponendo di portafogli molto grandi. Una piccola parte di perpetual può però trovare adeguata collocazione anche in un portafoglio medio di un risparmiatore retail, a patto che sia consapevole del rischio che incorpora, non ultimo quello della liquidità in quanto normalmente sono titoli non molto trattati sui mercati.

Un’altra caratteristica tecnica fondamentale da valutare è quella del tipo di tasso di interesse: fisso o variabile. Di questo aspetto ci siamo occupati diffusamente in passato.

In sintesi, potremmo dire che se ci attendiamo un aumento dei tassi, come nell’attualità, non dobbiamo investire in titoli a tasso fisso, ma solo a tasso variabile. Viceversa, quando i tassi diminuiscono, chi possiede obbligazioni a tasso fisso vedrà i suoi titoli aumentare di prezzo sul mercato. Infatti tassi di interesse e valore delle obbligazioni hanno una correlazione inversa: quando i tassi aumentano, i prezzi scendono e viceversa.

Ultima caratteristica di cui ci occupiamo è la valuta di emissione.

Se ci sentiamo abbastanza tranquilli, tenere investita una parte del portafoglio – fino al 15-20% – in valuta diversa dall’Euro è una buona idea: consente di diversificare e può portare un utile rendimento aggiuntivo. Poiché infatti ogni valuta ha un suo tasso di interesse, volendo acquistare obbligazioni in dollari USA (ad esempio i Treasury Bonds del governo americano), in sterline inglesi o in franchi svizzeri, riceveremo gli interessi e il rimborso del capitale in tale valuta. Dobbiamo in questo caso fare una duplice valutazione: da un lato sul tasso di interesse, e questa è immediata; dall’altro sulle prospettive del cambio.

Se una valuta ha un tasso di interesse maggiore dell’Euro, ma prevediamo che si deprezzi, meglio starne alla larga. Ad esempio, in questo momento il dollaro USA ha tassi più alti dell’Euro, ma molti ne ipotizzano, nei prossimi mesi, un indebolimento.

Potremmo continuare descrivendo altre particolari tipologie di obbligazioni, come le convertibili o le zero-coupon, ma preferiamo fermarci qui per non rendere il discorso troppo tecnico. Se un risparmiatore medio metabolizzasse le informazioni che abbiamo dato in questi tre articoli, avrebbe già strumenti più che sufficienti per addentrarsi con razionalità e prudenza nel mercato obbligazionario.

 

Nel prossimo articolo inizieremo invece a occuparci di azioni.

 

 

I fondamentali: opportunità e rischi delle obbligazioni

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Le obbligazioni sono un tipico strumento di investimento del risparmio e costituiscono titoli di debito che determinano cioè, in favore di chi li possiede, il diritto a ricevere una determinata somma di denaro ad una certa scadenza, oltre agli interessi periodici che rappresentano la remunerazione per il sottoscrittore.

Normalmente si ritiene che presentino un rischio minore rispetto ad altre tipologie di investimento, ad esempio le azioni, in quanto è stabilito con certezza entità e momento in cui si potrà tornare in possesso delle somme investite. Inoltre sono generalmente considerate adatte a chi ritiene di non dover rientrare in possesso del proprio denaro prima della scadenza e quindi – nel caso di scadenze molto lontane – si ritiene comunemente siano riservate a chi ha orizzonti temporali lunghi. Infine, molti credono che si tratti di titoli da tenere in portafoglio a lungo termine e non idonei a fare trading, ovvero ad essere movimentati con frequenti acquisti e vendite.

Si tratta di tre false opinioni e vediamo perché.

Per quanto riguarda la prima, quella inerente il rischio, dobbiamo innanzitutto ribadire che non esistono titoli sicuri e che ogni decisione di investimento comporta un certo margine di rischio. E’ vero che nel caso delle obbligazioni le prestazioni sono definite in partenza (al contrario delle azioni), ma in ultima analisi dipendono dalla solidità dell’emittente, ovvero del debitore. Se durante la vita dell’obbligazione quest’ultimo fallisce o va in difficoltà, può non essere in grado di rimborsare il capitale e neanche di pagare gli interessi. E’ successo a emittenti privati (i casi più eclatanti sono stati Parmalat e Cirio in Italia, ma anche Lehman Brothers o le varie emissioni subprime[2] in USA), ma anche a Stati sovrani, come l’Argentina, la Grecia o il Venezuela.

Le altre due “false credenze” non tengono invece in considerazione il fatto che esiste un mercato ampio, consolidato e molto funzionale delle obbligazioni, nel quale vengono giornalmente scambiate quantità enormi di titoli. Se abbiamo un’obbligazione quotata, ovvero negoziata in un mercato ufficiale e regolamentato, non c’è niente di più facile che venderla e il netto ricavo affluirà sul conto corrente nell’arco di due giorni lavorativi.

Naturalmente, essendo un mercato, il prezzo a cui l’obbligazione verrà venduta dipenderà sempre dalle condizioni di domanda e di offerta in quel momento. Se quel particolare titolo è molto richiesto dagli investitori (come è successo nel caso dei BTP quando i tassi sono sensibilmente diminuiti), il suo prezzo aumenterà; al contrario, se ad esempio i tassi aumentano oppure se l’emittente si trova in difficoltà, il prezzo crollerà.

E questo potrà comportare un guadagno o una perdita in conto capitale per l’investitore, a seconda che abbia acquistato il titolo a un prezzo minore o maggiore. Ciò spiega anche perché la terza delle affermazioni sopra riportate non è vera: sulle obbligazioni si può fare trading, ovvero compravendita speculativa, esattamente come su ogni altro strumento finanziario che abbia un mercato.

Vediamo come si forma e come si interpreta il prezzo sul mercato. Il prezzo è sempre riferito a 100 (euro, dollari o ogni altra divisa) di valore nominale, o facciale, del titolo: è quindi espresso in percentuale. Quando il prezzo è 100, si dice che il titolo quota “alla pari”, se è inferiore “sotto la pari” e se è superiore “sopra la pari”.

Anche il rendimento di un titolo va correttamente compreso. Ogni titolo ha una cedola, ovvero un interesse che viene corrisposto periodicamente. La cedola è calcolata sul valore nominale, indipendentemente da quanto è quotato il titolo. Quindi solo se il titolo quota alla pari, il suo rendimento coincide con la cedola.

Il meccanismo sembra complicato, ma in realtà è lineare e un esempio aiuterà a capirne il funzionamento.

Supponiamo che il nostro risparmiatore abbia acquistato all’emissione € 10.000 di un titolo obbligazionario della Società Alfa con scadenza 5 anni e cedola del 5% annuale. Avendolo comprato alla pari, avrà speso proprio € 10.000, e ogni 6 mesi incasserà una cedola di € 250. Se tenesse il titolo fino alla scadenza, e tutto fosse regolare, dopo 5 anni riceverà in restituzione i € 10.000.

Se invece dopo un paio d’anni si trovasse nella necessità di tornare in possesso della somma, ipotizzando che il titolo sia quotato, potrebbe venderlo sul mercato, al prezzo corrente in quel momento. Se nel frattempo i tassi fossero diminuiti, il prezzo del suo titolo sarebbe aumentato: mettiamo che per quella scadenza i tassi medi siano passati dal 5 al 4%; siccome la cedola del titolo Alfa è sempre di € 500 all’anno, il suo prezzo sarà passato da 100 a 125, in modo che per € 10.000 di valore nominale la cedola sia ancora di € 500, ovvero del 4%, pari ai nuovi livelli di mercato.

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In questo caso il nostro sottoscrittore avrebbe realizzato un guadagno in conto capitale di € 2.500 (al lordo dell’imposta sul capital gain), che si sarebbe sommato all’interesse via via incassato. Il nostro risparmiatore avrebbe in questo caso indovinato “il cavallo vincente”, in quanto avrebbe puntato su un titolo a tasso fisso quando i tassi sono diminuiti.

Se invece nello stesso periodo i tassi fossero aumentati, mettiamo da 5 al 6%, per lo stesso meccanismo sopra descritto il prezzo del titolo sarebbe sceso a 83,3, facendo subire al nostro risparmiatore una perdita in conto capitale di € 1.667.

E’ quindi vero che il titolo può essere facilmente smobilizzato, ma non è possibile sapere a priori a quale prezzo. Chi impiega denaro in obbligazioni è sottoposto al “rischio tasso”, che comporterà una perdita se i tassi aumentano e potrà invece essere un ulteriore elemento di reddito se i tassi diminuiscono.

Ma non è questo l’unico fattore di rischio che incombe sull’obbligazionista: ben più pesante può essere il cosiddetto “rischio emittente”, ovvero quello che – nel nostro esempio – la Società Alfa vada in default o fallisca. In questi casi, appena il mercato avverte i primi scricchiolii, tutti coloro che hanno titoli della Società, sia azioni che obbligazioni, cercano di venderli e il prezzo inevitabilmente scende. In taluni casi si può assistere a veri e propri crolli, con l’impossibilità assoluta di vendere, sia pure a qualunque prezzo, per mancanza di potenziali acquirenti.

Il rischio di restare con il cerino acceso in mano è quello a cui sono andati incontro, ad esempio, coloro che avevano sottoscritto obbligazioni subordinate[3] delle banche che sono andate in crisi, con l’aggravante che spesso si trattava di titoli non quotati.

Infine un ultimo rischio a cui si va incontro, comune a ogni transazione sui mercati finanziari, è quello cosiddetto “di controparte”, connesso alla possibilità che l’intermediario a cui ci si affida per effettuare l’acquisto (la banca o la piattaforma di trading) vada a sua volta in crisi e non riesca ad adempiere alle sue obbligazioni. Ci si potrebbe trovare nella spiacevole situazione di versare il denaro necessario per l’acquisto ma di non ricevere il titolo perché l’intermediario è fallito. Eventualità remota, ma certo non trascurabile, come l’esperienza insegna, e che deve consigliare di scegliere con estrema cura l’intermediario cui affidare la propria operatività.

E’ quindi evidente che i fattori di rischio per chi sottoscrive obbligazioni, contrariamente a quanto si può ritenere superficialmente, non sono certo inferiori a quelli di un azionista.

 

 


[2] Dei titoli subprime ci siamo occupati a più riprese in precedenza (cfr https://marcoparlangeli.com/2017/10/31/nessuno-e-piu-troppo-grande-per-fallire-il-caso-lehman-brothers/). In sintesi, di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

 

[3] Sono subordinate quelle obbligazioni che in caso di fallimento vengono rimborsate dopo tutte le altre tipologie di obbligazioni, qualora residui ancora capitale disponibile, e prima delle azioni.