Un mondo di flussi e stock

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Una lettrice ci ha chiesto di fornire qualche utile indicazione per seguire i conti di casa, sulla scorta di quanto tempo fa dicemmo in merito al monitoraggio del portafoglio.

A prima vista, tenere memoria delle spese (e delle entrate) di una famiglia è un esercizio facile: basta annotare i soldi che escono (magari con criterio di omogeneità per tipi di spesa) e confrontare, tempo per tempo, i totali periodici.

Ad esempio, se si utilizza il mese come periodo temporale di riferimento, dovremmo registrare sotto la voce “alimentari” oppure “telefono” – e così via – tutti i pagamenti effettuati a quel titolo nel mese, sia per contanti sia attraverso la carta di credito sia con addebito in conto. Poi potremo confrontare, da un mese all’altro, i totali e vedere se abbiamo speso di più o di meno e, ad esempio, quanto paghiamo in un anno per quel tipo di spesa.

Purtroppo però le cose non sono così facili e ciò nonostante la famiglia sia un’azienda di erogazione e non di produzione (come l’impresa): ha cioè lo scopo di erogare beni e servizi ai propri membri e non di produrli o commerciarli. Per le imprese – che danno luogo a costi e ricavi – la contabilità è ben più complessa e infatti è necessaria la partita doppia; mentre per le famiglie, che hanno solo entrate e uscite, va benissimo la cosiddetta partita semplice.

Senza volerci addentrare troppo nella teoria ragionieristica, basti qui dire che la partita doppia è un metodo di contabilizzazione basato sulla doppia scrittura di ogni evento, una volta in dare e una volta in avere, in conti diversi. E’ finalizzata a calcolare l’utile di esercizio attraverso il conto economico, e il valore del patrimonio netto attraverso la situazione patrimoniale.

Per una famiglia, invece, le cose sono (solo apparentemente) più semplici, ma è necessario determinare, alla fine di ogni periodo di riferimento (anno o mese) la consistenza del patrimonio e l’avanzo o disavanzo di cassa. Per capire bene questo passaggio, è indispensabile aver chiaro un concetto base: la distinzione fra flussi e stock.

In genere si fa riferimento alle similitudini geografiche: il flusso è la quantità d’acqua che in un intervallo di tempo scorre nel fiume; lo stock è una montagna, alta e immobile (anche se col tempo si accresce o si riduce). Le entrate e le uscite sono flussi, mentre il patrimonio netto, i debiti, i titoli e il saldo del conto corrente sono stock.

Il debito si misura in un intervallo di tempo; lo stock è una fotografia scattata in un preciso istante. Fra le due categorie ci sono ovviamente rapporti stretti: il flusso netto di soldi in un mese fa aumentare lo stock di patrimonio, un disavanzo fa crescere i debiti o diminuire lo stesso patrimonio.

Non tutte le entrate o uscite sono spese o introiti: in alcuni casi sono solo spostamenti fra attività e passività. Ad esempio, se preleviamo 250€ al bancomat, non si tratta né di spese né di introiti, ma semplicemente di trasformazione di una parte del patrimonio da saldo di conto corrente in contanti; lo stesso se carichiamo una carta prepagata con addebito in conto. Così come se paghiamo una rata di mutuo, non tutto è spesa, ma solo la parte relativa agli interessi: la quota capitale, infatti, altro non è che il rimborso di parte di un debito, e quindi la riduzione di un tipo di attività patrimoniale e, allo stesso tempo, del debito residuo del mutuo.

Allo stesso tempo, tutti i movimenti relativi ai titoli (acquisto e vendita) sono semplici spostamenti da una forma di impiego del patrimonio (il saldo di conto corrente) in un’altra (i titoli, appunto). Se invece riscuotiamo una cedola, o registriamo una plusvalenza, allora avremmo effettivamente un introito.

Una corretta forma di registrazione dei conti di casa non può prescindere dalla separata individuazione delle grandezze-flusso e di quelle stock. Altrimenti non riusciremo a capire se spendiamo di più o di meno e se il patrimonio aumenta o diminuisce.

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Il meccanismo di registrazione, supponendo il mese come periodo di riferimento, deve quindi calcolare: il valore iniziale del patrimonio (PF0) e il suo valore finale (PF1); il saldo fra introiti e spese nel periodo (se positivo avanzo finanziario, AF; se negativo disavanzo finanziario, DF), in modo che sia verificata la relazione:

PF1 = PF0 + AF     oppure, alternativamente, PF1 = PF0 – DF

Parliamo in questo caso, semplificando, di patrimonio finanziario, intendendo quella parte di patrimonio che ha una rappresentazione in denaro (come la cassa, i titoli, i debiti, i crediti e così via). Non consideriamo, per semplicità, il patrimonio reale, costituito invece dai beni diversi, quali ad esempio case, automobili, mobili, barche, e così via. Una volta capito il meccanismo, sarà poi facile implementarlo con la parte reale, tenendo presente che ad ogni fine periodo esso andrebbe correttamente valutato, così come facciamo con i titoli che fanno invece parte della componente finanziaria.

Solo avendo chiara la distinzione fra flussi e stock è possibile registrare correttamente i conti di casa e capire se ci stiamo arricchendo o impoverendo e che cosa origina tale mutamento. Dovremmo quindi, giorno per giorno, annotare tutti i movimenti di denaro che non sono semplici trasferimenti fra elementi del patrimonio, ma vere e proprie spese o introiti. E alla fine del mese, sommare le varie registrazioni e valutare le componenti finanziarie del patrimonio.

La quadratura si avrà se l’incremento del patrimonio è uguale all’avanzo finanziario del mese più la plusvalenza teorica degli investimenti finanziari (in sostanza l’aumento o la diminuzione del valore dei titoli) verificatasi nel mese stesso. Se c’è una differenza, molto probabilmente abbiamo sbagliato i conti oppure ci siamo dimenticati di registrare qualcosa.

 

Nel prossimo articolo entreremo nel vivo del procedimento.

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