Non solo TAV

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La recente vicenda della TAV, incentrata sull’opportunità o meno di realizzare la rete ferroviaria ad alta velocità nel tratto Torino – Lione, è stata una delle cause della caduta del “governo del cambiamento” in Italia ed ha da tempo assunto un rilievo importante del dibattito politico nazionale, condizionata anche dalla vivace e a tratti violenta protesta degli ambientalisti.

Questi ultimi, sostenuti dal partito di maggioranza relativa della coalizione governativa, si oppongono alla realizzazione dell’infrastruttura che, a loro avviso, danneggerebbe in modo irreversibile l’ecosistema della Val di Susa. I favorevoli, fra i quali l’altro partito al potere, ritengono invece che si tratti di un’opera che migliora le comunicazioni del paese, inserendolo nel circuito che collega in modo rapido ed efficiente le maggiori e più sviluppate aree europee; ed è inoltre un modo per rilanciare gli investimenti pubblici e, per questa via, la crescita economica.

Il governo, dopo aver commissionato un’indagine costi-benefici sul progetto (dalla quale emergeva peraltro la non convenienza a procedere nell’opera), ha ritenuto che sarebbero stati maggiori i costi per abbandonare il progetto – già avviato da tempo – che non quelli per completarlo e si è schierato per il sì nel Consiglio dei Ministri che ha preceduto la crisi di governo.

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A parte la questione specifica della TAV, che ha avuto fra l’altro il merito di contribuire a porre fine alla sconclusionata e dannosa coalizione al potere, quello che colpisce nella vicenda è l’errato approccio di metodo al problema degli investimenti pubblici. Se avessimo basato in passato le valutazioni di questo tipo solo ai risultati di analisi costi-benefici, oggi saremmo un paese ancora più arretrato e senza infrastrutture. Non ci sarebbe stato il miracolo economico degli anni Sessanta, non avremmo una rete autostradale né un sistema di trasporti e comunicazioni, né aeroporti e neanche ospedali o scuole. Sarebbero stati realizzati solo i progetti di investimento profittevoli, e questo avrebbero potuto benissimo farlo i privati, senza necessità di far intervenire lo Stato.

Se l’obiettivo fosse quello di risparmiare risorse pubbliche, basterebbe non fare niente per raggiungerlo. Se l’obiettivo fosse quello di conseguire il profitto, si dovrebbero imporre canoni di concessione e tariffe talmente elevati da poter coprire tutti i costi dell’opera pubblica, ma questo renderebbe non economico utilizzarla e certamente il paese non crescerebbe mai.

Che ci debba essere attenzione alla spesa, senza sprechi e ricercando la massima efficacia nell’utilizzo delle risorse, è fuor di dubbio. Come pure è altrettanto certo che debbano essere valutati i benefici economici diretti di ogni opera pubblica e il periodo di tempo entro il quale il costo dell’investimento verrà recuperato (il cosiddetto break-even point), se non altro per avere un’idea dell’effetto dell’opera sui conti pubblici. Ma escludere a priori la realizzazione di infrastrutture sulla base di un mero ragionamento contabile è un errore di metodo che rivela la totale mancanza di visione strategica e di un’idea di sviluppo.

C’è un interessante ramo della macroeconomia definito “economia del benessere”, teorizzato da grandi studiosi del passato quali Walras e Pareto e reso sistematico nel trattato “The economics of welfare” dall’inglese Arthur Cecil Pigou nel 1932, che si occupa fra l’altro di valutazioni orientate alle politiche pubbliche per stimarne gli effetti sul benessere della collettività[1].

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Quando si valutano le politiche economiche è necessario tenere conto anche degli effetti indiretti sul benessere della collettività, le cosiddette esternalità[2], che possono essere positive o negative e che non si prestano per loro natura a misurazioni esatte.

Classico esempio di esternalità negativa è quello di uno stabilimento industriale che diffonde nell’ambiente rumori o odori molesti che, non avendo alcun costo per l’azienda, tuttavia provocano negatività e peggioramento complessivo del benessere nella collettività. Se questi costi fossero misurabili, e addebitabili in qualche modo all’azienda, le valutazioni di convenienza dello stabilimento sarebbero drasticamente diverse.

Lo stesso, al contrario, nel caso di esternalità positive, come quelle di cui ci occupiamo in questo articolo. Possiamo fare, a questo proposito, l’esempio del tunnel di Moena. Questa splendida cittadina alpina era attraversata dalla strada statale dolomitica che intasava il delicato equilibrio del centro storico passando proprio in mezzo alla piazza principale. Qualche anno fa è stato costruito un tunnel che ha deviato tutto il traffico dal centro, liberando così la città dall’assedio delle auto. Il tunnel (scavato all’interno della montagna) è stato sicuramente molto costoso anche se non molto lungo, ed è indubitabile che il benessere dei cittadini e dei turisti è molto migliorato.

Siccome è gratuito, se la realizzazione fosse stata sottoposta all’esame costi-benefici certamente non sarebbe mai stato fatto.  Eppure l’economia della comunità certamente ne ha avuto un impatto positivo, ancorché non misurabile: in primo luogo i lavori per il tunnel, con gli investimenti necessari e i salari pagati, hanno incrementato il Pil della zona. Ma soprattutto i turisti vengono più volentieri, spendono di più, si fermano più a lungo nei tavolini di bar e ristoranti della piazza, non più immersi negli scarichi inquinanti, ma liberi per godersi con calma il paesaggio.

Identiche considerazioni potremmo fare per quasi tutte le opere di infrastrutturazione di un paese, in cui è necessario che la politica vera, quella che ha a cuore le condizioni di vita e lo sviluppo delle comunità, non ragioni in modo ottusamente ragionieristico, ma si faccia carico di progetti a lungo termine che migliorino il benessere delle generazioni attuali e soprattutto di quelle future.

 


[1] Dal sito dell’Enciclopedia Treccani:    www.treccani.it/enciclopedia/economia-del-benessere/

[2] In economia, gli effetti (detti anche effetti esterni o economia esterna) che l’attività di un’unità economica (individuo, impresa ecc.) esercita, al di fuori delle transazioni di mercato, sulla produzione o sul benessere di altre unità, cfr: http://www.treccani.it/enciclopedia/esternalita/

AVVISO AI NAVIGANTI – Fra Scilla e Cariddi

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Sbattuta fra Scilla di un ritorno del gialloverde “governo del cambiamento” e Cariddi di un’improbabile accordo demo-stellato, la nave di questo povero paese arranca sempre più vistosamente.

Il Nostromo, lieto di aver suggerito prudenza e ormeggio sicuro della liquidità in porto, vede mercati sempre più fibrillanti, sferzati dalle intemperie dei twitt deliranti del biondo padrone del mondo e dalle minacce di nuova recessione.

Che fare (parafrasando Lenin)? A parte il piccolo cabotaggio, meglio niente, aspettando tempi migliori. Mala tempora currunt…

 

IL Nostromo

Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

AVVISO AI NAVIGANTI – Ferragosto Borsa mia non ti conosco

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Heri dicebamus… Il Nostromo preferirebbe di gran lunga essersi sbagliato, ma purtroppo dall’ultimo avviso ai naviganti – solo tre giorni di borsa aperta -l’indice ha perso un altro 1,5%, portando il deludente risultato dell’ultimo mese al -9,7%.

Per quanto il sentiment sia negativo, nella situazione reale del nostro sistema, un calo del genere in un mese proprio non ci sta: è vero che abbiamo la crisi di governo, è vero che il PIL (dell’Italia, ma anche della Germania e del Regno Unito) è in diminuzione, è vero che il trend non è favorevole, ma onestamente il 10% di diminuzione non ha ragion d’essere.

Per cui il consiglio ai naviganti del mercato è quello di non farsi prendere dal panico e non vendere in perdita. Godiamoci dunque il mare, la montagna, il Palio (chi può…) e non pensiamo al portafoglio fino a Settembre, almeno.

 

IL NOSTROMO

 

 

 

 

Togliamo i social network ai politici!

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Dare consigli sugli investimenti non è certo un esercizio facile in questi tempi di grande instabilità e incertezza, tuttavia cercheremo di analizzare, sia pure sinteticamente, la situazione dei mercati per formare qualche plausibile ipotesi di scenario.

Il primo aspetto che vorremmo sottolineare è la forte sensibilità alla politica, o meglio alle dichiarazioni dei leader politici più influenti e delle autorità monetarie. Non si tratta ovviamente di una novità, ma quello che oggi colpisce è la rapidità delle reazioni a semplici esternazioni sui social network, in particolare per quanto riguarda il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ormai abituato a formulare pensieri e intenzioni su Twitter.

Un tempo ciò avveniva magari con interviste sui media, o meglio con atti ufficiali, che però impiegavano qualche tempo – fosse pure solo poche ore – a raggiungere la massa dgli operatori. In questo tempo c’era la possibilità di correggere il tiro, smentire (spesso anche il vero), spiegare e approfondire. Gli effetti venivano così in qualche modo mediati e attenuati, anche se ovviamente a lungo andare quello che doveva succedere succedeva.

Se Trump si sveglia un po’ nervoso, magari infastidito dalla difficoltà dei negoziati economici con la Cina, twitta che l’America imporrà nuovi dazi per 300 miliardi di dollari sulle merci cinesi. Neanche il tempo di inviare il messaggio, che i mercati cominciano a scendere, prefigurando cali delle esportazioni USA in settori quali le materie agricole, i prodotti energetici, la meccanica; e parallelamente aumenti dei costi dei prodotti importati dall’Asia quali materie prime e tecnologia. E’ successo qualche giorno fa: meno 2 per cento nelle borse USA e, a cascata, in quelle europee e asiatiche.

Poi i negoziati riprendono e Trump twitta che, tutto sommato, alla fine un accordo si troverà e che i cinesi non sono poi così cattivi. E il mercato reagisce in modo opposto. Alla fine, magari, gli indici tornano dov’erano, ma molti investitori avranno sicuramente perso e altrettanti speculatori guadagnato, mentre la situazione dei fondamentali economici non è ovviamente cambiata rispetto a qualche giorno prima.

Lo stesso accade con le avventate dichiarazioni degli esponenti della Federal Reserve (la banca centrale USA) sulla politica dei tassi: ogni volta che paventano un aumento, questo viene immediatamente scontato dai mercati e i prezzi delle azioni e delle obbligazioni subiscono drastiche diminuzioni. Poi, visto il danno (inutile) provocato, magari gli stessi esponenti rilasciano dichiarazioni opposte (i tassi aumenteranno, ma non subito e non tanto), e i mercati si riprendono. Simili scenari sono successi anche per quanto riguarda la storia infinita della Brexit, e si potrebbe continuare.

Se l’obiettivo dei politici è quello di far parlare di sé e provocare attenzione, certo in questo modo viene facilmente centrato. Ma la buona amministrazione è un’altra cosa, fatta di scelte ponderate, razionali, negoziate con le opposizioni e sostenute da ampio consenso.

Tutto questo ci porta a dire che, dal punto di vista dell’economia e non solo, sarebbe molto meglio che ai politici e a chi occupa posizioni di rilievo istituzionale venisse interdetto l’uso dei social network, e che quello che devono, o vogliono, comunicare al mercato e al pubblico indistinto, debbano dirlo attraverso i canali che la legge mette loro a disposizione. Per i mercati è di tutta evidenza la necessità che non ci debbano esere turbative al regolare funzionamento; peraltro esistono proprio fattispecie di reato che consistono nell’aggiotaggio[1]  e nella manipolazione di mercato[2], in base alle quali viene punito chi diffonda notizie false o relative ad operazioni simulate (ovvero non esistenti), atte a provocare alterazioni sensibili dei prezzi degli strumenti finanziari quotati.

Senza entrare nell’ipotesi di aggiotaggio, che prevede un profitto illecito ed un beneficio personale per chi lo commette, è purtroppo frequente il caso di dichiarazioni, anche rese in buona fede, e pensieri personali che hanno comunque l’effetto di turbare il mercato.

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Si pensi al caso del tragico crollo del ponte Morandi a Genova: qualche esponente governativo dichiarò che occorreva togliere la concessione alla società che gestiva (e che ancora gestisce) le autostrade, colpevole – a suo parere – di non aver fatto i necessari interventi di manutenzione e consolidamento sull’infrastruttura. A parte la valutazione sulla colpa, che spetta sempre ad un giudice al termine di un procedimento articolato e complesso, è evidente che si trattava di un’opinione personale, tanto che ad oggi le concessioni sono sempre pienamente in vigore. Nel frattempo però il titolo della società è crollato in borsa, e il suo valore non è ancora stato recuperato. Nessuno mette in dubbio che l’esponente in parola potesse attivarsi per togliere (in modo legittimo e nei tempi previsti dalla legge) la concessione, ma perché affermare “a caldo” una cosa così grave?

Tutto sommato impedire ai politici l’utilizzo di esternazioni immediate, soprattutto a mezzo dei social network, è anche nel loro interesse, per evitare dichiarazioni di cui si potrebbero pentire, una volta esaminate con calma ed equilibrio, anche se poi non vengono neanche smentite, perché come è noto “la smentita è una notizia data due volte”. Per riscuotere un effimero consenso, spesso si provocano vere e proprie turbative di mercato.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Nel prossimo articolo proveremo a dare qualche consiglio di buon senso.

 

 


[1][1] Il reato di aggiotaggio bancario avviene quando coloro che rappresentano una Società o un’Azienda agiscono nel tentativo di volgere a proprio favore il prezzo di mercato di strumenti finanziari quotati. Tale reato si compie attraverso la divulgazione di dati o informazioni irreali, fuorvianti e non veritiere che finiscono per alterare il mercato finanziario determinando un rialzo o un abbassamento dei prezzi attraverso il quale si realizza un  beneficio illecito penalmente perseguibile.

[2] Reato compiuto da colui che diffonde notizie false oppure pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari

AVVISO AI NAVIGANTI – Tanto tuonò che piovve

Alla fine è successo quello che tutti si aspettavano: il governo del cambiamento è arrivato a capolinea. I mercati, è noto, non gradiscono l’instabilità politica e da qualche settimana stanno scendendo a rotta di collo.

Azioni in netto calo, spread alle stelle, produzione stagnante: l’Italia è un posto in cui investire richiede una buona dose di coraggio e anche al Nostromo non dispiacerebbe trovare nuovi mari da solcare e nuovi approdi, ma come sempre resteremo in porto aspettando tempi migliori.

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Hic Rhodus hic saltus: e a Rodi conviene ancora stare fermi, con scorte di liquidità (se ne sono rimaste) e tanta pazienza.

 

IL NOSTROMO

Come tenere d’occhio i conti in casa

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Le donne di casa di un tempo, anche nelle famiglie più povere, magari non sapevano leggere o scrivere ma certo erano bravissime nel tenere i conti di casa e gestivano con sapienza i pochi denari che entravano. Allora (parliamo di alcuni decenni fa) le condizioni di vita erano sicuramente più difficili, ma tutto era più semplice: al massimo si riusciva a risparmiare qualcosa nel libretto di deposito a risparmio per poter affrontare i tempi difficili.

Oggi seguire in modo intelligente e completo i conti di casa richiede sicuramente più controllo e strumenti minimamente più raffinati. L’obiettivo è quello di monitorare quanto spendiamo mese per mese, dove riusciamo a risparmiare da un periodo all’altro, se e quanto il patrimonio si incrementa.

Abbiamo visto la scorsa settimana che è preliminare aver ben chiara la distinzione fra flussi e stock, ma anche la correlazione fra i due tipi di grandezze. Se in determinato periodo, ad esempio, le entrate superano le spese di € 1.000, a parità di tutto il resto, dovremmo trovare a fine mese il saldo del conto corrente cresciuto di tale importo. Se il nostro patrimonio finanziario fosse costituito, oltre che dai contanti in tasca e dal saldo del conto, anche da – ipotizziamo – un certo ammontare in BTP, dovremmo e fine periodo verificare anche il valore di mercato di quei titoli.

Se riscontriamo che il valore di mercato di quei titoli è aumentato di € 300, il nostro patrimonio finanziario risulterà complessivamente aumentato di € 1.300. Entrate e uscite sono flussi, saldo del conto e titoli sono stock.

Pertanto, in caso di avanzo finanziario (AF) positivo e plusvalenza teorica sui titoli, dovremo avere:

PFN (patrimonio finanziario netto) finale = PFN iniziale + AF + plusvalenza teorica

 

La relazione ovviamente si modifica se si verifica invece un disavanzo finanziario e/o una minusvalenza teorica dei titoli. Da precisare che plusvalenza o minusvalenza sono da considerare rispetto al valore del mese precedente, e non al prezzo di carico, che è il costo di acquisto originario. Se volessimo comunque tenere nota della variazione di valore rispetto ai prezzi di carico, dovremmo considerare, nella relazione sopra, la differenza (aumento o diminuzione) della plusvalenza rispetto al mese precedente. In questo caso occorre fare attenzione con le formule, perché potremmo avere aumento o diminuzione di plusvalenza o di minusvalenza, o meglio del totale delle plusvalenze o minusvalenze, nel caso in cui si possiedano titoli diversi.

Il metodo di registrazione deve quindi essere quello di annotare giorno per giorno le spese effettuate e solo a fine mese valutare attività e passività, e quindi per differenza il patrimonio netto (ci limitiamo, per semplicità, a quello finanziario escludendo dal patrimonio i beni reali come case, auto, e così via).

Il modo più semplice, per chi ha una certa dimestichezza con il computer, è quello di utilizzare un semplice foglio elettronico dove, una volta impostate le formule (semplicissime, quasi tutte somme e sottrazioni), automaticamente avremo i saldi di fine periodo e il confronto fra i diversi periodi. Il programma più usato ed efficiente è Excel, di semplice uso e grande versatilità. Schemi di questo tipo sono facilmente scaricabili anche da internet, già impostati nelle voci e nelle formule.

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Occorre tuttavia verificare che lo schema comprenda e gestisca la distinzione fra flussi e stock, come si è detto più volte, altrimenti le indicazioni sarebbero fuorvianti.

Tuttavia, anche il tradizionale quaderno a quadretti con matita e calcolatrice è assolutamente idoneo allo scopo; in questo caso sarà necessaria un po’ di manualità in più e qualche verifica di quadratura. Vediamo allora come sono configurati gli schemi di conto economico (entrate e uscite) e situazione patrimoniale (attività, passività e patrimonio netto).

Iniziamo proprio da quest’ultimo, da valutare come si è detto ad ogni fine mese.

Lo stato patrimoniale sarà all’incirca così composto:

  • ATTIVITA’: denaro in cassa; saldo del conto corrente; carte prepagate; titoli; accrediti da ricevere
  • PASSIVITA’: scoperti di conto; valore residuo dei finanziamenti a vario titolo (prestiti personali, credito al consumo, ecc.); debito residuo di mutui; addebiti d ricevere (in genere l’importo speso nel mese con le carte di credito, che viene addebitato in conto il mese successivo)
  • PATRIMONIO FINANZIARIO NETTO: ATTIVITA’ – PASSIVITA’

 

Il conto economico comprenderà invece:

  • ENTRATE: stipendi; rimborsi spese; interessi attivi su depositi e titoli; plusvalenze realizzate su titoli
  • USCITE: tutte le diverse voci di spesa, il cui dettaglio dipenderà dalla tipologia e dalla frequenza di ciascuna di esse, a seconda delle abitudini e dello stile di vita della famiglia; minusvalenze effettive subite su titoli venduti
  • AVANZO FINANZIARIO: ENTRATE – USCITE  oppure
  • DISAVANZO FINANZIARIO: USCITE – ENTRATE

 

Infine dovremo tenere nota delle plusvalenze teoriche (da valutazione) dei titoli, da non confondere con quelle effettivamente realizzate, e che come abbiamo visto fanno parte delle entrate, se il prezzo di vendita è superiore al prezzo di acquisto, oppure delle uscite, se si verifica il caso contrario.

Per agevolare la costruzione dello schema, dovremmo usare due fogli diversi, uno per il calcolo del patrimonio finanziario netto e uno dell’avanzo finanziario, con gli opportuni collegamenti. Ogni mese potremmo usare un nuovo file, e poi confrontare i saldi di ogni voce; lo stesso, dopo aver aggregato i valori di conto economico nei 12 mesi dell’anno, possiamo fare per ogni anno. In quel caso il calcolo del PFN rilevante sarà solo quello di inizio e fine anno, e le plusvalenze o minusvalenze periodiche non saranno più da registrare, contando solo la differenza fra il valore iniziale (al primo gennaio o alla data di acquisto del titolo, se successiva) e quello finale dei titoli.

Ci auguriamo di non aver abusato della pazienza dei nostri lettori, ma possiamo garantire che si tratta di strumenti molto facili da usare e, una volta che si sia preso un po’ di pratica, veramente utili. Promettiamo che dalla prossima settimana torneremo ad occuparci di argomenti più divertenti.

 

 

 

 

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – La tela di Penelope

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Di giorno tesse la tela, di notte la disfa: un po’ come i mercati in questa mezza estate ballerina.
Un passo avanti e due indietro, questo l’andazzo. E non sarebbe neanche male se avessimo la certezza che a fine corsa ci ritroveremo più o meno allo stesso punto, come la coda del maiale che gira gira ma rimane sempre lí.

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Ma chi può dare simili certezze?
Non il Nostromo, che non si sente di escludere che si tratti invece dell’orlo del burrone.

E così, per evitare di rimanere con ‘l’uomo nero’ in mano nel pieno di una tempesta, meglio stare liquidi e mordere il freno, fino a che le acque non si sono calmate e il barometro torna a segnare ‘bello stabile’.

IL NOSTROMO