Togliamo i social network ai politici!

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Dare consigli sugli investimenti non è certo un esercizio facile in questi tempi di grande instabilità e incertezza, tuttavia cercheremo di analizzare, sia pure sinteticamente, la situazione dei mercati per formare qualche plausibile ipotesi di scenario.

Il primo aspetto che vorremmo sottolineare è la forte sensibilità alla politica, o meglio alle dichiarazioni dei leader politici più influenti e delle autorità monetarie. Non si tratta ovviamente di una novità, ma quello che oggi colpisce è la rapidità delle reazioni a semplici esternazioni sui social network, in particolare per quanto riguarda il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ormai abituato a formulare pensieri e intenzioni su Twitter.

Un tempo ciò avveniva magari con interviste sui media, o meglio con atti ufficiali, che però impiegavano qualche tempo – fosse pure solo poche ore – a raggiungere la massa dgli operatori. In questo tempo c’era la possibilità di correggere il tiro, smentire (spesso anche il vero), spiegare e approfondire. Gli effetti venivano così in qualche modo mediati e attenuati, anche se ovviamente a lungo andare quello che doveva succedere succedeva.

Se Trump si sveglia un po’ nervoso, magari infastidito dalla difficoltà dei negoziati economici con la Cina, twitta che l’America imporrà nuovi dazi per 300 miliardi di dollari sulle merci cinesi. Neanche il tempo di inviare il messaggio, che i mercati cominciano a scendere, prefigurando cali delle esportazioni USA in settori quali le materie agricole, i prodotti energetici, la meccanica; e parallelamente aumenti dei costi dei prodotti importati dall’Asia quali materie prime e tecnologia. E’ successo qualche giorno fa: meno 2 per cento nelle borse USA e, a cascata, in quelle europee e asiatiche.

Poi i negoziati riprendono e Trump twitta che, tutto sommato, alla fine un accordo si troverà e che i cinesi non sono poi così cattivi. E il mercato reagisce in modo opposto. Alla fine, magari, gli indici tornano dov’erano, ma molti investitori avranno sicuramente perso e altrettanti speculatori guadagnato, mentre la situazione dei fondamentali economici non è ovviamente cambiata rispetto a qualche giorno prima.

Lo stesso accade con le avventate dichiarazioni degli esponenti della Federal Reserve (la banca centrale USA) sulla politica dei tassi: ogni volta che paventano un aumento, questo viene immediatamente scontato dai mercati e i prezzi delle azioni e delle obbligazioni subiscono drastiche diminuzioni. Poi, visto il danno (inutile) provocato, magari gli stessi esponenti rilasciano dichiarazioni opposte (i tassi aumenteranno, ma non subito e non tanto), e i mercati si riprendono. Simili scenari sono successi anche per quanto riguarda la storia infinita della Brexit, e si potrebbe continuare.

Se l’obiettivo dei politici è quello di far parlare di sé e provocare attenzione, certo in questo modo viene facilmente centrato. Ma la buona amministrazione è un’altra cosa, fatta di scelte ponderate, razionali, negoziate con le opposizioni e sostenute da ampio consenso.

Tutto questo ci porta a dire che, dal punto di vista dell’economia e non solo, sarebbe molto meglio che ai politici e a chi occupa posizioni di rilievo istituzionale venisse interdetto l’uso dei social network, e che quello che devono, o vogliono, comunicare al mercato e al pubblico indistinto, debbano dirlo attraverso i canali che la legge mette loro a disposizione. Per i mercati è di tutta evidenza la necessità che non ci debbano esere turbative al regolare funzionamento; peraltro esistono proprio fattispecie di reato che consistono nell’aggiotaggio[1]  e nella manipolazione di mercato[2], in base alle quali viene punito chi diffonda notizie false o relative ad operazioni simulate (ovvero non esistenti), atte a provocare alterazioni sensibili dei prezzi degli strumenti finanziari quotati.

Senza entrare nell’ipotesi di aggiotaggio, che prevede un profitto illecito ed un beneficio personale per chi lo commette, è purtroppo frequente il caso di dichiarazioni, anche rese in buona fede, e pensieri personali che hanno comunque l’effetto di turbare il mercato.

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Si pensi al caso del tragico crollo del ponte Morandi a Genova: qualche esponente governativo dichiarò che occorreva togliere la concessione alla società che gestiva (e che ancora gestisce) le autostrade, colpevole – a suo parere – di non aver fatto i necessari interventi di manutenzione e consolidamento sull’infrastruttura. A parte la valutazione sulla colpa, che spetta sempre ad un giudice al termine di un procedimento articolato e complesso, è evidente che si trattava di un’opinione personale, tanto che ad oggi le concessioni sono sempre pienamente in vigore. Nel frattempo però il titolo della società è crollato in borsa, e il suo valore non è ancora stato recuperato. Nessuno mette in dubbio che l’esponente in parola potesse attivarsi per togliere (in modo legittimo e nei tempi previsti dalla legge) la concessione, ma perché affermare “a caldo” una cosa così grave?

Tutto sommato impedire ai politici l’utilizzo di esternazioni immediate, soprattutto a mezzo dei social network, è anche nel loro interesse, per evitare dichiarazioni di cui si potrebbero pentire, una volta esaminate con calma ed equilibrio, anche se poi non vengono neanche smentite, perché come è noto “la smentita è una notizia data due volte”. Per riscuotere un effimero consenso, spesso si provocano vere e proprie turbative di mercato.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Nel prossimo articolo proveremo a dare qualche consiglio di buon senso.

 

 


[1][1] Il reato di aggiotaggio bancario avviene quando coloro che rappresentano una Società o un’Azienda agiscono nel tentativo di volgere a proprio favore il prezzo di mercato di strumenti finanziari quotati. Tale reato si compie attraverso la divulgazione di dati o informazioni irreali, fuorvianti e non veritiere che finiscono per alterare il mercato finanziario determinando un rialzo o un abbassamento dei prezzi attraverso il quale si realizza un  beneficio illecito penalmente perseguibile.

[2] Reato compiuto da colui che diffonde notizie false oppure pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari

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