Il super debito dello Stato italiano

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Fra i parametri di finanza pubblica previsti dal Trattato di Maastricht del 1992, era compreso quello dell’indebitamento degli Stati membri, secondo il quale non deve essere superato il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL. Tale rapporto può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato.

Fra tutti i parametri, il rapporto debito/PIL è sicuramente il più disatteso, non solo dall’Italia ma anche da altri Stati (fra i più disallineati Francia, Olanda e Belgio), e proprio per questo è prevista una deroga così ampia da renderlo aggirabile con estrema facilità. Usando termini qualitativi e impalpabili quali “misura significativa” e “ritmo adeguato”, è evidente che viene lasciata alle autorità dell’Unione Europea la libertà di approvare anche situazioni decisamente fuori dai limiti. Del resto, rispetto a 27 anni fa quando venne sottoscritto il Trattato e i parametri entrarono in vigore, i mercati finanziari – grazie anche alle esperienze delle diverse crisi che si sono susseguite nel tempo – hanno progredito molto e i meccanismi di assorbimento sono sensibilmente migliorati, rendendo gestibili anche livelli di indebitamento più alti del passato.

Inoltre, e soprattutto, si sono intensificati i vincoli economici e istituzionali fra gli Stati a livello europeo e con l’introduzione dell’Euro è stato eliminato il fattore di rischio rappresentato dal cambio all’interno dell’UE.

In ogni caso, livelli di debito pari o superiori al prodotto lordo di un anno sono oggettivamente molto elevati e richiedono forte attenzione: la situazione diventa infatti critica quando, oltre all’alto indebitamento, sussiste anche un deficit significativo, sempre in rapporto al PIL, esattamente come nel caso dell’Italia. In tale ipotesi, finanziare il disavanzo significa far aumentare ancora il debito e questo – in presenza di un mercato stagnante – può creare difficoltà di collocamento dei titoli.

In Italia il debito complessivo della pubblica amministrazione era pari al 132,2% del PIL nel 2018, ed è stimato al 134,1% per l’anno in corso e al 135,5% per l’anno prossimo. Come si vede, quindi, non solo siamo ben oltre il 60%, ma neanche in riduzione e meno che mai in avvicinamento al 60%. In valore assoluto, il debito pubblico italiano a fine giugno ha raggiunto il livello record di 2.386,2 miliari di Euro, corrispondente a 93.000 € a famiglia. Un importo enorme, una cifra difficile da concepire e comprendere anche dal solo punto di vista numerico. Praticamente impossibile da rimborsare, almeno per qualche generazione, se non attraverso misure violente, quali la cancellazione e la svalutazione, che renderebbero però impossibile acquisire nuove risorse per pagare le spese, anche quelle correnti.

E’ la situazione che si è verificata qualche anno fa in Argentina e ha portato al fallimento dello stato attraverso la dichiarazione di insolvenza e che è stata sfiorata anche dalla Grecia, la quale ha però potuto evitare il crac grazie all’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, i quali hanno però preteso manovre economiche “lacrime e sangue”.

 

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Questo debito è rappresentato ed incorporato, per la maggior parte, nei titoli pubblici quali Buoni Poliennali del Tesoro e Certificati di Credito del Tesoro (o altre tipologie di analoghi strumenti), oltre ai Buoni Ordinari del Tesoro che hanno scadenze entro i 12 mesi e che dovrebbero fronteggiare solo temporanei squilibri di tesoreria.

Oltre a ciò, il debito comprende anche le posizioni debitorie a vario titolo degli enti pubblici e degli enti locali, concesse da istituzioni creditizie nazionali o comunitarie.

I titoli pubblici sono posseduti per la maggior parte da privati residenti, che vi investono una quota del loro risparmio, e da banche italiane, per le quali rappresentano una forma di impiego alternativa ai prestiti alle imprese. Si può senz’altro dire che il debito dello Stato è controllato da privati o enti nazionali e questo è un elemento di relativa tranquillità per la sua gestione.

Le banche, a loro volta, possono utilizzare BTP e CCT come garanzia per ottenere prestiti dalla Banca Centrale Europea, la quale – a sua volta – può sottoscrivere direttamente, in generale sul mercato aperto e quasi mai all’emissione, questi titoli e mantenerli nel proprio portafoglio. Quando ciò succede, la BCE immette liquidità nel sistema e quindi aumenta la quantità di moneta in circolazione, favorendo la diminuzione dei tassi di interesse e, per questa via, dando impulso alla crescita dell’economia.

Fino a poco tempo fa – e, seppure in misura ridotta esiste ancora – era in corso un preciso programma della BCE di acquistare ogni mese quantitativi crescenti di titoli pubblici, proprio al fine di aumentare la liquidità e favorire la crescita. Questo programma era denominato quantitative easing, ovvero “facilitazione quantitativa” e ha caratterizzato negli ultimi anni in senso espansivo la politica monetaria nell’Eurozona, in analogia a quanto ha fatto la Federal Reserve negli Stati Uniti.

Naturalmente, quando le banche centrali vendono titoli di Stati detenuti in portafoglio o non rinnovano titoli giunti a scadenza e rimborsati, si verifica l’effetto opposto, ovvero la diminuzione della quantità di moneta e la restrizione monetaria, con tendenziale aumento dei tassi di interesse.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali possono essere le modalità per rimborsare parzialmente, o almeno ridurre l’entità, dell’ingente debito pubblico del nostro Paese.

 

 

 

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AVVISO AI NAVIGANTI – La coda del maiale

Negli ultimi 2 anni, l’indice FTSE MIB, quello che misura l’andamento in borsa dei principali titoli nazionali, è passato da 22.530 a 22.123, con una diminuzione di 1,8%. In questo periodo la punta massima è stata 23.900, quella minima 21.800, con una escursione di circa il 10%.

Alla fine si torna da dove siamo partiti, come la coda del maiale: gira gira rimane sempre lì.

Nonostante movimenti giornalieri anche forti, il mercato tende a tornare ai livelli di partenza. Se si scelgono buoni titoli e si ha pazienza e nervi saldi, non vendendo precipitosamente, si possono fare anche buoni affari.

IL NOSTROMO

Limiti e vincoli per i conti pubblici

IVA

 

Abbiamo detto nel precedente articolo che il deficit pubblico (la differenza fra spese e entrate dello Stato) deve essere contenuto entro il 3% del PIL (prodotto interno lordo) e che lo stock di debito non può tendenzialmente eccedere il 60% dello stesso PIL.

A parte l’entità delle percentuali, definita a suo tempo (nel 1992 a Maastricht) da tutti i paesi membri della (allora) Comunità Economica Europea sulla base di considerazioni economiche e politiche oggi forse anche superate, è innegabile che deficit e debito pubblico debbano essere contenuti entro limiti che ne consentano l’ordinata gestione in rapporto al PIL del paese.

Se prendiamo una qualunque azienda che operi nel mercato economico, la stessa non può infatti registrare continue e crescenti perdite di bilancio o aumento senza controllo del debito poiché è in primo luogo necessario che perdite e debiti siano sostenibili in relazione al fatturato dell’azienda stessa. Non esistono certamente percentuali che garantiscono automaticamente l’accettabilità dello squilibrio, ma è evidente che il volume d’affari debba poter riuscire a riequilibrare i conti in un periodo ragionevole; ed è altrettanto chiaro che le banche, per poter concedere un aumento del debito, dovranno convincersi che l’impresa affidata abbia la capacità di rimborsarlo e di pagarne i relativi interessi.

Non è diverso il caso di uno Stato sovrano: affiché i nuovi titoli del debito pubblico emessi, sia per il nuovo deficit che per rimpiazzare quelli scaduti, possano essere collocati presso gli investitori, questi ultimi devono aver fiducia nel buon andamento futuro di quel paese e devono essere ragionevolmente certi che quei titoli vengano rimborsati e gli interessi pagati. Nessun investitore affiderebbe le proprie risorse ad un’entità con i conti fuori controllo e sull’orlo del fallimento.

Possiamo discutere se il limite giusto del deficit sia il 3% del PIL e non il 4 o 5 o magari il 2% e se quello del debito sia il 60%, e non il 50 o il 70% dello stesso PIL, ma non si può dubitare che un qualche rapporto corretto fra queste grandezze ci debba essere e debba essere mantenuto nel tempo, altrimenti nessuno sottoscriverà più i titoli del debito pubblico e lo stato andrà in default, ovvero fallirà. Non è tanto l’Europa a imporre limiti alla crescita del disavanzo e dell’indebitamento, quanto la necessità di dover poi collocare i Buoni del Tesoro per reperire le risorse necessarie.

Secondo i dati OCSE relativi al primo trimestre di quest’anno, il rapporto deficit/PIL dovrebbe passare dal 2,1% del 2018 al 2,4% del 2019 al 2,9% del 2020, e quindi entro i limiti di Maastricht. Solo che questi rapporti considerano, fra le entrate, il ricavo dell’aumento dell’IVA che ammonta a 23,1 miliardi di Euro per il 2020 (passando l’imposta dall’attuale 22 al 25,2%) e a 28,7 per il 2021 (quando l’aliquota IVA dovrebbe passare dal  25,2 al 26,5%). Senza questo aumento monstre, il rapporto andrebbe al 3,3-3,4%, ed è per questo che la Commissione UE ha imposto questa misura drastica, che si applicherà in modo automatico in assenza di misure diverse.

Rispetto alle previsioni contenute nella legge di bilancio dello scorso anno, il PIL è diminuito dall’1 allo 0,1% per l’anno in corso e dall’1,1 allo 0,7% per il 2020. Ciò significa che, a parità di tutto il resto, il rapporto deficit/PIL è destinato a crescere rispetto alle previsioni, sia perché si riduce il denominatore (il PIL, appunto), sia perché – riducendosi il gettito fiscale perché con minori redditi si pagano meno tasse – aumenta il numeratore.

D’altra parte, con la nuova maggioranza di Governo, una serie di spese messe in bilancio e fortemente volute dalla precedente coalizione gialloverde “del cambiamento” possono essere ridimensionate (come l’applicazione di quota 100 per le pensioni) o evitate (come la flat tax). Inoltre la riduzione dello spread[1] di oltre un punto percentuale sui titoli del debito pubblico dovuta al maggior favore riservato dai mercati all’attuale compagine governativa rispetto comporterà un notevole risparmio sull’esborso per interessi.

Secondo alcuni analisti – ma è doveroso prendere le stime con prudenza – l’effetto combinato di questi scostamenti rispetto a quanto previsto nella legge di bilancio 2019, dovrebbe portare il rapporto tendenziale deficit/PIL dall’atteso 2,4% a circa l’1,7%, consentendo un certo margine di manovra al nuovo Ministro dell’Economia.

Se si vuole evitare l’aumento dell’IVA, occorre quindi partire dal gettito che si prevedeva per questa misura, ovvero 23,1 miliardi di Euro, oltre ai circa 4 miliardi di spese considerate “indifferibili”, per un totale di risorse da reperire intorno a 27 miliardi.

La maggior vicinanza all’Europa che questo Governo, almeno nelle intenzioni, dichiara e il suo favorevole accoglimento da parte delle istituzioni comunitarie potrebbero inoltre far ottenere una maggiore flessibilità da parte dei supervisori, in termini di un rapporto (anche se di poco) superiore al 3% e della possibilità di escludere dal computo della spesa almeno parte degli investimenti pubblici.

E’ stato calcolato che, fra il risparmio dovuto alla revisione delle politiche economiche rispetto alla maggioranza M5S-Lega (come si diceva sopra) e i maggiori margini consentiti dall’UE, ci potrebbe essere un recupero di risorse di 7/8 miliardi di Euro, parte dei quali andrebbero a finanziare misure di spesa già enunciate quali la riduzione del cuneo fiscale e il reddito minimo. Pur con tutte le cautele del caso, possiamo quindi attenderci una manovra che dovrebbe atterrare fra i 25 e i 30 miliardi di Euro, certamente molto impegnativa, ma forse più gestibile di quella paventata fino a pochi mesi fa, che partiva da 35 miliardi.

Di modesto impatto sui conti, invece, anche se di notevole effetto mediatico, la riduzione del numero dei parlamentari (che dovrebbe portare, a regime, un risparmio di circa 550 milioni all’anno) e la revisione del “Decreto Sicurezza”, per il quale le maggiori spese per l’accoglienza dei richiedenti asilo dovrebbero essere almeno in parte poste a carico dell’UE.

Del debito pubblico parleremo invece nel prossimo articolo.

 


[1] Con il termine spread si intende la differenza, sui titoli pubblici di pari scadenza, fra il tasso di interesse dei Buoni del Tesoro Poliennali dello stato italiano e quello dei Bund tedeschi. Se ad esempio il rendimento effettivo lordo dei BTp a 5 anni  è lo 0,40% e quello dei Bund sempre a 5 anni è -0,80%, lo spread  pari a 1,20%, ovvero 120 punti base, che rappresentano il maggior costo che lo stato italiano deve sostenere per la sua maggior rischiosità.

AVVISO AI NAVIGANTI – Vento in poppa, si riparte

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Il nuovo governo sembra che abbia fatto ‘o miracolo: dall’incarico per il Conte bis l’indice di borsa è aumentato del 5,6% e lo spread è diminuito di 55 punti, passando da 187 a 132. Le condizioni sembra che favoriscano la ripresa della navigazione: sostegno dell’Europa e apprezzamento dagli USA. E super Mario Draghi che meriterebbe un monumento…

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Cavalcare l’onda allora? Va bene, ma con prudenza. Le palle non sono ferme e il rischio di rovesci è sempre dietro l’angolo.

Intanto, primo non prenderle: realizziamo quanto possibile e teniamoci tendenzialmente liquidi. Le occasioni non mancheranno.

 

IL NOSTROMO

La manovra prossima ventura

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Come sempre, il vero banco di prova del nuovo Governo sarà la manovra economica. Neanche il tempo di accendere i motori, che la macchina giallorossa dovrà destreggiarsi fra gli ostacoli del bilancio e dei vincoli dell’Unione Europea. Il calendario è impietoso: entro il 27 settembre dovrà essere approvato il DEF (Documento di Economia e Finanza) per il 2020 ed entro il 15 ottobre presentata la Legge di Bilancio, sempre per il 2020, da emanare entro la fine dell’anno.

Nel primo vengono riepilogati gli obiettivi di lungo periodo e tutte le misure di politica economica e finanziaria decise dal Governo; con la seconda (detta anche Legge di Stabilità, in precedenza Legge Finanziaria) l’esecutivo ha la facoltà di introdurre innovazioni normative in materia di entrate e di spesa, fissando anche il conseguente tetto dell’indebitamento dello Stato per l’anno successivo.

In relazione ad esso, la Costituzione prevede all’art. 81 comma secondo che lo stesso ricorso all’indebitamento sia consentito esclusivamente previa autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta dei componenti.

Nella legge finanziaria devono essere specificati, fra l’altro: il saldo netto da finanziare, ovvero il disavanzo pubblico tra spese e entrate finali e il saldo del ricorso al mercato, ossia il deficit complessivo da coprire mediante prestiti.

Naturalmente la vita di un organismo, sia esso lo Stato, una società, un ente, non si ferma quando cambiano gli amministratori: ci sono vincoli pregressi, impegni di spesa, trascinamenti che costituiscono altrettante ipoteche sulla nuova gestione e da cui non si può prescindere. E nel caso dell’Italia, paese cronicamente afflitto da debolezza finanziaria e squilibrio dei conti pubblici, il nuovo Governo già si trova a dover coprire i “buchi” del passato e rispettare i parametri comunitari.

Questi vincoli vennero istituiti con il Trattato di Maastricht, oggi Trattato sull’Unione Europea sottoscritto anche dall’Italia il 7 febbraio 1992. Alcuni di questi obiettivi riguardano la finanza pubblica, noti appunto come parametri di Maastricht, ribaditi successivamente nel patto di stabilità e crescita e ulteriormente ridefiniti nel patto di bilancio europeo (fiscal compact):

 

  • il 3% per il rapporto fra disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e prodotto interno lordo (PIL);
  • il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL (può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato);
  • il tasso medio di inflazione che non può superare di oltre 1,5 punti percentuali quello dei tre Stati membri che, durante l’anno precedente a quello in esame, hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi;
  • il tasso d’interesse nominale a lungo termine che non deve eccedere di oltre 2 punti percentuali quello dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi.

 

A parte gli ultimi due, che riflettono l’epoca in cui vennero introdotti e che possiamo considerare non più attuali o rilevanti (l’inflazione è ormai stabilmente inferiore rispetto agli anni 90 e i tassi di interesse vengono guidati dalla Banca Centrale Europea), il vero parametro difficile da rispettare è il primo, sul quale si giocano quasi sempre le compatibilità finanziarie dei Governi.

Si tratta, come abbiamo detto, del rapporto fra deficit pubblico (differenza fra le spese e le entrate dello Stato) e prodotto interno lordo (totale dei redditi conseguiti nell’anno all’interno del territorio nazionale). Non entriamo nel dettaglio e nelle diverse configurazioni di deficit (primario, tendenziale, ecc.), ma cerchiamo di comprendere il significato dei termini e il “razionale” del vincolo. Così come non vorremmo entrare nel turbine dei numeri e delle cifre, ma dare un’idea del compito che attende il nuovo Governo.

Il deficit o disavanzo è l’eccedenza, nell’anno di riferimento (che è quello successivo all’approvazione della legge), delle spese pubbliche rispetto alle entrate. Le prime riguardano gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici e gli esborsi per ogni tipo di acquisto di beni, siano essi di consumo o di investimento, e servizi a vario titolo. Le seconde sono rappresentate in primo luogo da imposte e tasse riscosse (il cosiddetto gettito fiscale) e da ogni altra forma di introito. Questa differenza va ovviamente coperta, ovvero devono essere reperiti mezzi finanziari che consentano di fronteggiare le spese in eccedenza sulle entrate, altrimenti lo Stato non potrebbe pagare gli stipendi pubblici o gli acquisti. Ciò viene fatto, normalmente, con il ricorso al debito, ovvero con l’emissione di titoli del debito pubblico (BOT, CCT, BTP) con il cui ricavato si provvede a coprire il fabbisogno.

Spesso si confonde il deficit col debito, ma dalle definizioni date sopra la differenza è evidente: il deficit è un flusso (riferito a un periodo, in questo caso l’anno); il debito è uno stock (riferito a un momento, in questo caso la fine dell’anno). Il debito si incrementa ogni anno per effetto del nuovo deficit e si riduce con i rimborsi dei titoli giunti a scadenza; naturalmente esso genera interessi passivi che vanno a incrementare le spese e quindi concorrono a generare nuovo deficit. Quanto maggiore è il tasso di interesse pagato sui titoli pubblici, tanto maggiore sarà quindi la pressione sui conti pubblici.

Nel prossimo articolo cercheremo di capire perchè è importante che il deficit sia mantenuto entro limiti ragionevoli rispetto al PIL e perché il debito pubblico non può crescere all’infinito, oltre a dare un’idea dell’entità della prossima, ormai imminente, manovra economica.

AVVISO AI NAVIGANTI – Bello. Anche stabile?

In Italia è stata una settimana a tutta birra, con la borsa cresciuta del 2,83%: merito in gran parte del nuovo governo che almeno finora piace ai mercati. Crescono anche la borsa europea (+2%) e quella USA (Dow Jones +1,57%), che beneficiano di un momento di calma dello scontro commerciale fra Cina e America e di un sentiment positivo degli investitori rassicurati dall’abbondante liquidità in circolazione.

Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Tutto sembra ancora troppo precario e fragile, troppo esposto ai tweet del biondo e ai tiramenti dei banchieri centrali: meglio non fidarsi ancora. 

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Tuttavia il Nostromo consiglia di riaffacciarsi timidamente sul mercato, con pochi acquisti mirati e seguendo il trend.

Adelante con juicio.

IL NOSTROMO

Conti e Bis-Conti

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Non è possibile prevedere se l’avvocato degli Italiani riuscirà nell’impresa di creare una nuova e finora inedita coalizione con il Partito Democratico, né tanto meno quale sarà l’assetto e il programma dell’esecutivo. Gli elementi di perplessità certo non mancano, a partire dalla capacità di tenuta di un accordo fra forze politiche apparse molto distanti, quasi inconciliabili sui temi più importanti e dalla figura stessa del premier, fino a ieri garante del governo del cambiamento, a forte trazione leghista: una volta si sarebbe detto, non senza diffidenza, “uomo per tutte le stagioni”.

Tuttavia si deve ritenere che, nell’interesse del paese ma anche per ragionevolezza istituzionale, sia giusto concedere alla nuova compagine la possibilità di provarci e di essere valutata sui fatti e non sulle intenzioni.

In primo luogo, a parte le boutade polemiche delle forze di opposizione, non è affatto vero che si tratti di un governo-truffa o illegittimo, perché da noi le elezioni legislative si fanno ogni 5 anni e se c’è una possibilità di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, è giusto e anzi doveroso che il Presidente della Repubblica la persegua con convinzione, come del resto hanno sempre fatto i Capi di Stato nella storia del nostro paese.

E’ probabilmente vero che, se si votasse oggi, il risultato sarebbe diverso da quello dello scorso anno, dopo la prova fallimentare dell’attuale governo. Ma questo accade sempre: dopo un anno, è difficile che nessuno cambi idea, sia fra gli elettori sia fra gli eletti, e se dovessimo ogni volta tornare alle urne, sarebbe un sondaggio permanente con la conseguente impossibilità di governare. Per questo la nostra Costituzione prevede meccanismi di tutela e salvaguardia della legislatura, perlopiù affidati al Presidente della Repubblica.

Né abbiamo un sistema in cui il Governo è eletto direttamente dai cittadini, i quali invece votano per i rappresentanti in Parlamento, che poi votano o meno la fiducia ai Governi proposti.

Quindi, ammesso (e non concesso) che Conte riesca a formare un nuovo esecutivo con il Partito Democratico, si tratterebbe di un Governo non solo formalmente ma anche sostanzialmente del tutto legittimo e con obiettivo di durata pari a fine legislatura.

In ogni caso, proviamo a individuare quali potrebbero essere i punti qualificanti di un Governo davvero nuovo, che sia il Conte bis, un’altra opzione che potrebbe uscire dal cilindro di Mattarella o quello conseguente a eventuali nuove elezioni. Alla fine, quello che conta sono le cose da fare e non le persone o gli schieramenti.

Del discorso di accettazione dell’incarico da parte di Giuseppe Conte, due aspetti sono particolarmente condivisibili: il primario richiamo all’istruzione e la riaffermazione del vincolo di appartenenza all’Unione Europea. Se a questi due temi aggiungiamo la necessità di promuovere un vasto e importante programma di investimenti pubblici, si delinea un programma di governo già impegnativo, concreto e positivo. Inutile spendere parole su concetti reboanti e di alto profilo ma difficilmente realizzabili nell’orizzonte temporale della legislatura, come siamo abituati a sentire in tutte le occasioni del passato.

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Parlare di equità fiscale, di riduzione delle tasse, di lotta all’evasione, di giustizia sociale e così via, può senz’altro incontrare favore e condivisione ma inevitabilmente espone al rischio di fallimento e all’impossibilità di valutare l’operato dell’esecutivo nell’arco di tre anni. Molto meglio un sano pragmatismo, pochi indirizzi strategici ma chiari e con steps intermedi misurabili e realizzabili nell’ambito dei vincoli di bilancio presenti.

Tre grandi temi: istruzione, Europa e investimenti pubblici. Declinazione di obiettivi qualitativi e quantitativi e dei tempi e modalità di conseguimento. Poche cose ma chiare e realizzabili, anziché la solita cortina fumogena su grandi questioni che richiederebbero un’affinità di ideali e una comunanza di vedute e background culturali che non esistono fra le forze in campo. Non esistono fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle come non esistevano fra quest’ultimo e la Lega di Salvini.

Sarebbe un ottimo Governo quello che riuscisse a fare qualche piccolo ma significativo passo avanti in materia di scuola, inegrazione europea e qualificazione della spesa pubblica, oltre alla gestione, oggettivamente problematica dei vincoli di bilancio, che rappresenta sicuramente il tavolo più impegnativo nell’agenda della prossima coalizione governativa, qualunque essa sia. Tre questioni che

darebbero impulso allo sviluppo del reddito, sarebbero ampiamente compatibili con le risorse a disposizione, andrebbero finalmente incontro alle generazioni future e consoliderebbero la nostra posizione nel contesto dell’Unione Europea, senza la quale non andiamo da nessuna parte.

Non dimentichiamo che dovranno essere reperiti almeno 30 miliardi di Euro con la manovra economica per il 2020, solo per rispettare gli impegni presi: 24 per evitare l’aumento dell’IVA, 3 per il fabbisogno corrente e altri 3 per bilanciare l’eccessivo ottimismo delle previsioni in materia di PIL e gettito fiscale fatte lo scorso anno, nonché i mancati introiti dalle privatizzazioni messe in bilancio ma non realizzate.

A meno che non si voglia (come sarebbe auspicabile) tornare indietro su almeno alcune delle misure populiste del precedente Governo, quali il reddito di cittadinanza – improbabile perché fortemente voluta proprio dal partito di maggioranza – quota 100 e flat tax, peraltro ancora solo abbozzate.

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Aspettando Godot

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Tutto sommato neanche l’annuncio dell’incarico per un Conte-bis colorato di giallorosso ha smosso i mercati più di tanto: dopo una buona reazione, sono tornate a prevalere le vendite, anche perché dai protagonisti dei negoziati vengono dichiarazioni ondivaghe.

L’impressione è che dei mercati alla politica importi davvero poco; l’attenzione è alle poltrone, agli schieramenti, alle elezioni prossime venture, in un clima di campagna elettorale permanente.

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Tuttavia c’è come un’aria di attesa, con liquidità abbondante e voglia di investire e il sentiment non è negativo, ma vigile e speranzoso. Conviene ancora aspettare, anche se non si sa bene che cosa.

 

IL NOSTROMO