2019 ANNUS MIRABILIS

Come l’anno scorso di questi tempi eravamo a leccarci le ferite per le disastrose performance di quasi tutti i mercati, per la prima volta dal 1901 tutte contemporaneamente negative, così quest’anno salutiamo invece la chiusura di un annus mirabilis, che ha consentito a molti di recuperare buona parte delle perdite del 2018 e a quasi tutti gli investitori di chiudere i propri portafogli con segno positivo.

Maglia rosa questa volta la borsa italiana, con l’indice azionario che ha realizzato uno straordinario e irripetibile +28,2%. Chi avesse investito 100 eurini il 1° gennaio 2019 nell’indice FTSE-MIB, quello che sintetizza l’andamento dei titoli a maggior capitalizzazione del nostro mercato, potrebbe oggi ritrovarsene 128,2; ma alcuni titoli singoli hanno consentito guadagni ancora maggiori: a titolo esemplificativo Azimut +122%; Poste Italiane + 47%; Enel +42%.

Ma anche le obbligazioni tutto sommato non sono andate male, pur restando i rendimenti ancora molto bassi. Proprio perché i tassi non sono aumentati come si temeva, i prezzi dei titoli in generale non hanno subito grosse penalizzazioni.

Sempre molto sostenuta la borsa americana, cresciuta nell’anno del 22%, con prezzi che – pur già elevatissimi in rapporto agli utili delle società – hanno continuato a crescere imperterriti, consentendo agli indici azionari (in primo luogo lo Standard&Poor) di raggiungere livelli record. Il dollaro, come ci si attendeva, è diminuito e questo ha danneggiato gli investitori stranieri in valuta USA, ma ha fortemente avvantaggiato l’economia statunitense, favorendo le esportazioni nonostante l’effetto negativo dei dazi di Trump.

Alla fine anche l’azionario europa si è difeso bene, neutralizzando la storia infinita della Brexit che all’inizio dell’anno era ancora in alto mare e ora sembra aver imboccato la via della risoluzione.

Come si vede, una situazione con molte luci e poche ombre, non facile da decifrare. L’economia negli USA va bene ma non benissimo, in Europa è piuttosto debole e in Italia certo non brilla. Allora perché le borse sono esplose?

Intanto, come ormai i nostri lettori sanno bene, le borse non riflettono completamente l’andamento dei sistemi economici. La teoria ci dice che le quotazioni dovrebbero incorporare gli utili attesi delle società sul mercato, nel senso che se si prevede che un’azienda possa distribuire maggiori dividendi in futuro, il suo valore in borsa dovrebbe aumentare. Quindi i prezzi dei titoli salgono non tanto se la società va bene, ma se si prevede che in futuro vada meglio di oggi e sia in grado di distribuire ai suoi azionisti più dividendi.

La pratica ci insegna invece che molto spesso l’andamento dei titoli è ben poco correlato alla situazione economica e finanziaria delle società emittenti. Un po’ perché la vera situazione aziendale non sempre è conosciuta dagli investitori, che fanno unicamente affidamento sui dati pubblici. Un po’ perché spesso il mercato si fa dei film che sono pura fantasia, come quando iniziano a girare voci su probabili acquisizioni o scalate che gonfiano i prezzi, ma poi si rivelano infondate, vere e proprie fake news.

I veri artefici della prolungata e scoppiettante stagione dei mercati sono in realtà le banche centrali, che governano i tassi di interesse attraverso la politica monetaria, ormai unico driver dei sistemi economici, come più volte abbiamo scritto sul blog. Si è diffusa fra gli investitori, in modo non ingiustificato, la convinzione che se l’economia dovesse andare male, le banche centrali sono disposte a ridurre ancora i tassi, e che se tendesse a surriscaldarsi comunque non aumenteranno i tassi stessi. Ciò perché la politica (Trump docet) non accetterebbe – in chiave prettamente elettorale – una politica monetaria restrittiva, sapendo che politica fiscale e politica di bilancio sono due leve praticamente inutilizzabili. A maggior ragione se l’inflazione, come è nel caso attuale, non mostra nessuna voglia di rialzare la testa e anzi fa fatica a raggiungere il livello considerato di equilibrio del 2% all’anno.

Ancora troppo recenti le scottature della grande crisi del 2007 quando le banche centrali (la Fed e la Bce in primo luogo) esitarono mesi prima di allentare la morsa dei tassi e si ostinarono a perseguire le politiche restrittive messe a punto quando le cose andavano bene. Così facendo tolsero liquidità e ammortizzatori a sistemi che ne avrebbero avuto gran bisogno. Oggi è storia, ma si provi a chiedere ai tanti imprenditori mandati in default a quell’epoca per aver trovate chiuse le porte del credito in momenti di difficoltà di mercato, o per aver dovuto pagare oneri finanziari insostenibili.

Durerà la pacchia? Difficile a dirsi, ma certo è che prima o poi una flessione è nell’ordine naturale delle cose. I mercati non possono crescere all’infinito decorrelati dall’economia, non l’hanno mai fatto nella storia e non lo faranno neanche ora. Il tema vero è sapere quando ciò accadrà.

Intanto, godiamoci i risultati di quest’anno che volge al termine.

Buon 2020 a tutti i lettori del blog.

Crediti cattivi e banche cattive

Iniziamo da lontano. Il mestiere della banca è quello di raccogliere denaro dai risparmiatori per prestarlo alle imprese, in modo tale da guadagnare sulla differenza (la cosiddetta forbice) fra i tassi attivi, quelli riscossi dai beneficiari dei prestiti, e i tassi passivi, quelli pagati ai depositanti.

Questa funzione, chiamata “intermediazione creditizia”, è fondamentale in ogni sistema avanzato perché rende più efficiente il circuito finanziario e assicura un migliore utilizzo delle risorse di cui il sistema dispone, rendendo produttivo, in quanto facilitatore degli investimenti, il risparmio delle unità in surplus.

Condizione di sopravvivenza della banca è che sia in grado, in ogni momento, di adempiere ai suoi obblighi, in particolare a quello di rimborsare i depositi quando i clienti lo richiedono, se si tratta di depositi a vista, oppure alla relativa scadenza. L’equilibrio della banca è basato dunque sulla circostanza che analoga capacità di rimborso la abbiano le imprese clienti, per ciascun segmento di scadenza.

Sintetizzando, il credito può essere a breve termine (o a vista, cioè a scadenza indeterminata salvo revoca) e a medio/lungo termine. Tendenzialmente la banca deve quindi utilizzare il risparmio a vista (i conti correnti) per finanziare i cicli produttivi e il risparmio a lungo termine (attraverso le obbligazioni o i certificati di deposito) per finanziare gli investimenti. Già il disallineamento delle scadenze fra attivo e passivo bancario (il cosiddetto mismatch) genera problemi non da poco, che possono portare all’illiquidità della banca, come avvenne in Italia nella crisi degli anni ‘30 del secolo scorso, che portò alla nascita dell’IRI e delle banche pubbliche: per scongiurare tale eventualità la banca deve sempre poter contare su adeguate riserve di mezzi liquidi o di attività prontamente liquidabili.

Oltre ai problemi di liquidità, la banca può incorrere in vere e proprie perdite economiche originate dal default delle imprese clienti, cioè dal loro fallimento o quanto meno dell’incapacità a rimborsare i prestiti. In questo caso l’istituto dovrà svalutare il proprio credito, ovvero cancellarlo dalle proprie attività o ridurlo in proporzione alla possibilità di recupero. Se il fenomeno si manifesta per molti clienti, e quindi genera forti svalutazioni e perdite, l’equilibrio economico e patrimoniale della banca può venirne compromesso con conseguente necessità di rinforzare il capitale, e quindi chiedere risorse ai propri azionisti.

Esistono diverse gradazioni di sofferenza, ovvero di problematicità del credito. La normativa fiscale consente di detrarre le svalutazioni dei crediti solo se c’è una procedura fallimentare, altrimenti la svalutazione è tassata. Quindi la banca è stretta fra l’incudine dell’Autorità di Vigilanza, che richiede sempre le svalutazioni massime, e il martello del vincolo di bilancio, aggravato dall’onere fiscale.

I crediti in sofferenza o non performing – in acronimo dall’inglese NPL (non performing loans)- sono una vera e propria spina nel fianco per le banche. La manovra più semplice, di pulizia del bilancio, è quella di cederli a soggetti specializzati nel recupero crediti, che li pagheranno secondo una certa percentuale del loro valore teorico, ovvero del prestito originario maggiorato degli interessi non pagati. Per i crediti totalmente irrecuperabili, difficilmente la banca – con una cessione pro soluto[1] – potrà ottenere più del 5/10 % del valore; mentre per altre tipologie di crediti (ad esempio mutui ipotecari, prestiti personali, credito al consumo) si potrà arrivare anche al 30%.

Una società specializzata nella gestione e recupero di portafogli non performing, può recuperare quote anche importanti del credito, in alcuni casi può arrivare al recupero integrale o quasi, con solo modesti stralci. La differenza fra quanto riesce a recuperare e il prezzo pagato alla banca costituisce il reddito di queste società. Si tratta di un business di grande interesse, perché molto spesso il credito è assistito da garanzie immobiliari, la cui gestione attiva – attività che la banca difficilmente riesce a fare – può consentire di conseguire utili molto elevati.

Visto che nei grandi portafogli di prestiti in sofferenza ci sono sempre titoli diversi e a diverso grado di possibile recuperabilità, si può ben dire che in molte situazioni bancarie di crisi la parte più interessante per un investitore sia proprio questa, mentre l’attività creditizia tradizionale ben difficilmente potrà essere risollevata, in un mercato come l’attuale.

La tendenza, nei casi di crisi bancarie rilevanti, è oggi quella di concentrare in un’unica società – la cosiddetta bad bank – tutti i crediti dubbi per poi scorporarla dalla banca e alleggerire il bilancio.


[1] Si definisce pro soluto la cessione del credito in cui l’acquirente (cessionario) si sostituisce integralmente al venditore (cedente) e rinuncia a qualunque pretesa futura sul credito verso il debitore (ceduto). L’altra tipologia di cessione è quella pro solvendo, in cui il venditore cedente si libera dall’obbligazione solo quando l’acquirente cessionario abbia ottenuto il pagamento dal debitore ceduto. In tale ultimo caso, dunque, l’acquirente potrà restituire il credito e recuperare quanto pagato qualora si verifichino condizioni negative: la banca otterrà quindi un prezzo più alto ma non potrà eliminare tali poste dal proprio bilancio.

AVVISO AI NAVIGANTI – Garbage time

Nel basket si definisce garbage time (letteralmente “tempo spazzatura“) la parte finale delle gare già decise o inutili, in cui non può succedere niente di importante perché il risultato è già acquisito, in un senso o nell’altro.

E’ questa la situazione in cui si trova il mercato, da qui fino alla fine dell’anno. Mancano solo spiccioli di giornate nelle quali con molta probabilità non succederà niente. I fondi non vorranno pregiudicare il risultato straordinario dell’anno che si chiude, ed eviteranno di svegliare il can che dorme.

Tuttavia è bene stare vigili, perché qualche buona occasione, per i piccoli investitori, potrebbe materializzarsi.

Il Nostromo se ne starà in rada ad aspettare, a pieno carico di liquidità, l’anno nuovo, che poi sarà anche il decennio e il ventennio nuovo. Che quando va male, vada così.

Buon 2020 a tutti.

IL NOSTROMO

Lupus in Fabula

La scorsa settimana il nostro blog si occupò del MES (il cosiddetto Fondo salva-stati) e in particolare della possibilità – che questo prevede verificandosi alcune condizioni – di un intervento pubblico per salvare le banche in crisi. Lupus in fabula: nei giorni scorsi è scoppiato il caso della Banca Popolare di Bari, uno dei maggiori istituti creditizi del mezzogiorno, per il quale si profila un massiccio intervento pubblico.

Premesso che, come abbiamo scritto a più riprese, è assolutamente necessario per il paese evitare il fallimento di una banca, in quanto verrebbe minata la fiducia di risparmiatori e investitori con danni ben più gravi del costo del risanamento, si deve osservare che la normativa comunitaria impedisce che uno stato dell’Unione Europea intervenga direttamente in favore di imprese che operano in regime di libero mercato. Volendo tutelare la concorrenza, e assicurare parità di trattamento fra tutti i player di un determinato mercato, il sostegno da parte del soggetto pubblico configurerebbe infatti “aiuto di stato”, con conseguente distorsione della competitività.

Una banca pubblica, ovvero di proprietà dello stato, si troverebbe infatti in condizione di vantaggio rispetto alle altre banche, costrette invece a dotarsi di patrimonio adeguato reperendolo sul mercato, e dovendone sostenere il relativo costo. D’altra parte, è ben difficile che intervenga un privato rischiando  il proprio capitale in un’impresa che si è dimostrata fallimentare.

Si tratta di classico circolo vizioso: la banca in crisi va salvata per la stabilità del sistema, ma il soggetto pubblico non può intervenire perché sarebbe aiuto di stato e quello privato se ne guarda bene. Il coinvolgimento di un soggetto terzo, quale appunto il Fondo, potrebbe essere una buona soluzione, ed è per questo che va guardata con favore.

Negli Stati Uniti invece, dove non vige la disciplina comunitaria, il problema non esiste, in quanto lo stato può liberamente intervenire, purché ci sia una prospettiva di recupero dell’investimento al fine di non dissipare il denaro dei contribuenti. Così, ad esempio, Obama è potuto intervenire nella Chrysler facilitando l’accordo con Fiat, e alla fine ha consentito al suo governo di conseguire un buon profitto per l’operazione.

La crisi della Banca Popolare di Bari non è stata la prima nel sistema italiano, e non sarà l’ultima, per cui è necessario attrezzare, per il soggetto pubblico, un canone di intervento da seguire in questi casi, in attesa che il Fondo salva-stati venga compiutamente regolamentato.

Nell’era digitale, le banche di media dimensione sono sostanzialmente fuori mercato, e infatti in Italia sono di fatto scomparse nell’ultimo ventennio, (si veda, al proposito, l’articolo).

La banca rete tradizionale, quella ad alta intensità di capitale fisico e lavoro basata sulle filiali, sui direttori e sulle file alla cassa, tende a divenire obsoleta, oggi che la maggior parte dei servizi si possono acquisire online a costi contenuti e flessibilità. Occorre una base di clientela molto ampia, in grado di ammortizzare con economie di scala i notevoli investimenti richiesti, ed è per questo che nel segmento di mercato dei servizi di base e di massa (il conto corrente, il dossier titoli, i servizi di pagamento, le carte di credito) sopravviveranno solo i grandi o grandissimi istituti, in grado di offrire piattaforme digitali molto evolute a prezzi bassi.

Oppure, d’altra parte, potrà avere senso economico la piccola e piccolissima banca, in cui la vicinanza fisica al cliente, la conoscenza diretta, il rapporto personale giocano ancora un ruolo importante, anche se in netto declino, soprattutto nei confronti di clientela anziana, di piccoli imprenditori, artigiani e agricoltori che saranno – ancora per poco – disponibili a pagare costi più elevati e a rinunciare a servizi più evoluti, per mantenere questo tipo di relazione privilegiata.

Tutto quello che sta nel mezzo è destinato a sparire dal mercato, o con acquisizioni da parte di soggetti più grandi e accorpamenti con altre banche, o con le situazioni di crisi a cui sempre più spesso dovremo assistere.

Inoltre, data la nuova struttura dei modelli di business, sarà necessario sempre meno personale: si parla infatti di 50.000 esuberi nel settore bancario nei prossimi anni. Così come andranno tendenzialmente a scomparire le sedi sfarzose e gli immobili prestigiosi, che già ora sono sempre più simili a cattedrali vuote nei centri cittadini. Leggere di personale e di immobili, le banche dovranno invece essere molto più pesanti del passato in termini di capitale: mentre fino a qualche decina d’anni fa erano sufficienti requisiti patrimoniali anche del solo 5% delle attività ponderate[MCF1] , ovvero del totale dei crediti rettificato per il rischio, oggi è necessario non meno del 15-20%.

Il vero business, per chi vuole investire in questo settore, sembra essere sempre di più quello dei non performing loans (NPL), ovvero dei crediti in sofferenza, di cui parleremo nel prossimo articolo.  


AVVISO AI NAVIGANTI – Fra due guanciali

Apparentemente siamo fra due guanciali: se l’economia migliora, i tassi non salgono e la borsa cresce; se peggiora le autorità monetarie riducono i tassi e la borsa non scende.

Quindi tutto bene madama la marchesa? Non proprio. Il Nostromo suggerisce prudenza e dove possibile senza danni riportare a casa i soldi. Qualche sinistro scricchiolio si comincia a sentire, e meglio non farsi sorprendere al largo dalla tempesta, anche se ora c’è il sole e un bel vento di maestrale.

Fra due guanciali, d’accordo, ma meglio restare ben svegli.

IL NOSTROMO

Punt e MES

Coloro che sono soliti seguire con attenzione le vicende politiche, ma che magari non hanno dimestichezza con i temi economici, si sono chiesti nelle scorse settimane cosa fosse il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e perché mai una cosa del genere, sconosciuta fino a poco tempo prima, potesse mettere in discussione gli equilibri attuali e la stessa stabilità del governo. Un po’ come successe nel 2011 quando venne fuori dal cilindro dei media lo spread.

Proviamo allora a spiegare di cosa si tratta e a cercare di capire se siano giustificati i timori dell’incombenza e della congiura dei “poteri forti” per riaffermare la natura germanocentrica dell’Unione Europea o se si tratti piuttosto di un semplice espediente della politica contrarian per mettere in difficoltà la coalizione giallorossa al potere. A nostro modesto avviso, nessuna delle due posizioni è corretta, anche se in ognuna, come sempre, c’è una parte di vero.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta.

Il MES, detto anche Fondo salva-stati è un’organizzazione internazionale nata come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, istituita nel 2011, all’indomani della grande crisi che a partire dal fallimento di Lehman Brothers del 2007 devastò l’economia mondiale. Il MES ha sede in Lussemburgo ed emette prestiti per assicurare sostegno ai paesi in difficoltà – sul modello del FMI, il Fondo Monetario Internazionale – e acquista titoli sul mercato primario (ovvero all’emissione) solo subordinatamente all’attivazione, da parte del paese beneficiario, di un programma di risanamento e riequilibrio.

In estrema sintesi, se uno dei paesi aderenti si trovasse a rischio default, è chiaro che avrebbe estrema difficoltà a collocare sul mercato i propri titoli del debito pubblico, che nessun investitore sarebbe disposto a sottoscrivere se non a tassi molto alti. In questo caso il MES potrebbe finanziare il paese in crisi acquistando direttamente i titoli del suo debito ed emettendo – per reperire risorse – proprie obbligazioni con rating molto elevato. Per fare questo il MES obbligherebbe lo stato in parola a definire e realizzare un programma molto rigido di risanamento, del tipo “sangue, sudore e lacrime”, come è successo nel caso della Grecia.

Si tratta, a ben vedere, di una specie di polizza assicurativa contro il rischio di fallimento di uno stato membro, nella consapevolezza che – in un sistema interconnesso come l’Europa – il crollo di uno stato provocherebbe un effetto domino su tutti gli altri, con conseguenze molto più gravi ed onerose per tutte rispetto al premio pagato (le risorse impegnate nel salvataggio).

Si tratta di un organismo tecnico in vita dal 2012, quindi da circa sette anni, e alla cui costituzione e alimentazione tutti i governi che si sono succeduti da allora hanno attivamente collaborato. Allora perché le violente polemiche di questi giorni?

Perché è in discussione una riforma delle sue modalità di funzionamento, che in sostanza consistono nella possibilità di intervenire per salvare le banche in crisi. L’accusa che viene rivolta alla Germania è quella di avere voluto proprio ora questa riforma perché teme seriamente per la sopravvivenza delle proprie banche, non solo le casse di risparmio regionali ma soprattutto i grandi colossi, in primo luogo Deutsche Bank e Commerzbank. Non solo: è stato previsto che in soccorso delle banche in crisi il MES possa intervenire solo se i conti del paese sono – guarda caso – in ordine. In questo sta la parte di vero di quanto affermato da coloro che criticano la riforma del MES: la Germania esercita veramente un ruolo egemone in Europa (e del resto nel Fondo i tedeschi sono in maggioranza, contribuendo per il 27,15%).

Va tuttavia considerato che il fondo è gestito da un consiglio di amministrazione in cui sono rappresentati tutti gli stati partecipanti in proporzione alle rispettive quote e che le decisioni di intervento devono essere approvate con l’85% dei consensi.  L’Italia, che ha il 17,7% dispone quindi di un potere di veto.

Volendo riportare la questione ai termini reali, al di fuori della propaganda e del populismo, dobbiamo dunque ribadire che è un bene che esista un meccanismo di salvataggio delle banche. Ed è un bene non solo per il paese di quella banca, ma per tutti i paesi del sistema (si veda, al proposito, il nostro articolo).

Certamente la Germania ha un interesse particolare nella riforma in discussione, ma riteniamo che si tratti di un elemento che va incontro anche ai nostri interessi.

Un altro punto della modifica del trattato istitutivo riguarda l’ipotesi di ristrutturazione del debito, ovvero la decisione di un paese di non onorare i propri impegni e procedere a una rimodulazione o parziale cancellazione del debito stesso, con forte pregiudizio di chi lo ha sottoscritto, come nel caso dell’Argentina. In questi casi il MES può intervenire ponendosi negozialmente fra lo stato in crisi e i bot-people, i sottoscrittori dei titoli pubblici divenuti tossici.

Il vero punto critico, con riguardo a quest’ultimo aspetto, è proprio la potenziale ricaduta negativa sugli investitori, che potrebbero preoccuparsi dell’eventuale ristrutturazione come se fosse un’ipotesi reale e non un rischio lontano da fronteggiare.

In conclusione, tutto il meccanismo pare proprio un aspetto molto tecnico, nel quale solo con molta fantasia si può riconoscere uno strumento al servizio dei cosiddetti poteri forti, tipo Bilderberg, e una sorta di saccheggio perpetrato ai danni dei più poveri.

AVVISO AI NAVIGANTI – Chiudete la bocca al biondo

Viene da pensare che si diverta come un matto: la mattina si sveglia e fa un bel tweet minacciando dazi a tutto spiano e guerra commerciale ai cinesi. I mercati, che tanto intelligenti non sono, precipitano e tutti pontificano sulla recessione prossima ventura e sulla fine della pacchia.

Poi qualcuno dei suoi corregge il tiro dichiarando che tutto sommato un accordo si troverà, anche se i gialli sono brutti, sporchi e cattivi. E allora tutti di nuovo a comprare.

Il Nostromo ha deciso che, pur in questo tira e molla, navigare necesse est, e pensa che la crisi sia ancora lontana. Non lontanissima, ma per ora a distanza di sicurezza. Tanta liquidità e le elezioni americane in vista: ancora presto per ritirarsi in porto.

IL NOSTROMO

L’anno elettorale

Se, come abbiamo visto la scorsa settimana, il fattore determinante per la formidabile crescita dei mercati di questo 2019 che volge ormai al termine sono state le politiche monetarie espansive delle banche centrali, c’è da chiedersi in primo luogo se queste politiche continueranno oppure se c’è da aspettarsi un inasprimento e una restrizione di liquidità con conseguente aumento dei tassi.

Su questo possiamo avere una quasi certezza: la banca centrale americana, la Fed, non potrà cambiare la propria impostazione almeno fino alle elezioni del nuovo presidente. E’ vero che la Fed è formalmente indipendente e autonoma dalla Casa Bianca, ma è altrettanto vero che Trump farà di tutto, come ha fatto alla fine dello scorso anno, per incidere sulle policy monetarie ed evitare che gli americani vadano a votare in un clima di stagnazione e rallentamento economico. Almeno fino alla metà del 2020, c’è quindi da aspettarsi che la liquidità del sistema rimanga elevata e che i mercati finanziari USA continuino il loro trend se non di crescita, quanto meno di consolidamento agli attuali livelli.

I tassi USA certamente non aumenteranno, e dovrebbero anzi diminuire di 0,50/0,75% entro il primo semestre del prossimo anno. Ciò significa che i prezzi delle obbligazioni dovrebbero, sia pure di poco, aumentare nello stesso periodo e pertanto che anche investimenti in questa tipologia di strumenti non dovrebbero, in generale, risultare penalizzanti.

C’è però da considerare, sempre nell’ottica delle incombenti elezioni presidenziali, che interesse dell’amministrazione uscente per favorire la rielezione, è il mantenimento di un corso del dollaro piuttosto debole: questo per avvantaggiare le esportazioni delle aziende USA – tradizionalmente grandi elettori del partito repubblicano a cui Trump appartiene – e rallentare le importazioni, già frenate dai dazi che il biondo inquilino della Casa Bianca ha già introdotto da tempo. Sotto osservazione è il rapporto di cambio Dollaro/Yuan, ovvero quello con la moneta cinese, che Trump farà di tutto per diminuire.

Neri primi sei mesi dell’anno (almeno) c’è quindi da aspettarsi, per il mercato USA, un consolidamento dell’attuale fase di alti prezzi del mercato sia azionario che obbligazionario; una leggera ma costante riduzione dei tassi di interesse e un rafforzamento delle altre valute (in primo luogo Yuan, ma anche Euro e Sterlina) nei confronti del dollaro.

E cosa accadrà in Italia? Il nostro paese ha visto crescere di quasi il 30% il proprio mercato azionario nel 2019 ed ha raggiunto livelli ben difficilmente sostenibili, dato che il sistema economico sta attraversando una fase di sostanziale stagnazione. Il PIL nazionale, secondo la manovra finanziaria approvata nelle ultime settimane, dovrebbe crescere dello 0,6%, ma si tratta di una previsione considerata troppo ottimistica da parte di molti centri studi. Tuttavia il mercato continua a mantenersi vivace e la liquidità del sistema resta abbondante. Né è ragionevole attendersi una brusca inversione di tendenza dalla nuova leadership della BCE (guidata ora da Christine Lagarde, dopo l’esperienza per noi fondamentale di Mario Draghi), per cui almeno nel primo trimestre del 2020 è molto probabile che il mercato azionario continui a presentare un’intonazione positiva.

Non ci sentiremo invece di scommettere sulla prosecuzione del trend anche in primavera, dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali delle aziende. Se questi dovessero essere deludenti, potremmo trovarci di fronte a quella caduta dei listini che molti paventano da tempo. Se questo succede, probabilmente la banca centrale dovrà allentare ancora i cordoni e guidare l’economia verso una più consistente riduzione dei tassi, cosa che avvantaggerà i corsi delle obbligazioni.

Potrebbe essere quindi una buona idea stare ancora sul mercato azionario cercando di cogliere in chiave tattica qualche buona opportunità di fare utili, ma stare pronti ad uscire almeno parzilmente nel corso del primo trimestre e posizionarsi sul mercato obbligazionario, dove parrebbero preferibili le scadenze medio lunghe e i tassi fissi (tipo BTP a 4/5 anni o titoli analoghi).

In prospettiva di 12/18 mesi una buona soluzione potrebbe essere l’oro, in particolare quei titoli azionari o obbligazionari sensibili al prezzo del metallo giallo, come pure investire una parte del portafoglio in commodities. In questa fase, dato che riteniamo probabile l’indebolimento del dollaro e il rafforzamento dell’oro, il consiglio è di non aumentare l’esposizione in dollari, ma eventualmente – per chi avesse dollari in portafoglio ora – di approfittare dei buoni prezzi sui mercati finanziari per uscirne e ricomprarsi Euro.

Da un punto di vista teorico, potrebbe essere un buon momento per entrare in un fondo flessibile, ma dobbiamo confessare una scarsa fiducia nei prodotti del risparmio gestito e nei fondi, che in genere si sono rivelati molto più redditizi per i gestori che non per i sottoscrittori. Meglio, secondo noi, sbagliare da soli anche se qualche eccellenza sul mercato è probabilmente possibile trovarla.

Con questo, possiamo dire di aver dato qualche buona indicazione per orientare l’investimento dei risparmiatori nell’anno che viene. Speriamo che il nostro Blog continui ad avere la fortuna del passato, e che chi ci segue e mette in pratica i nostri consigli, continui a guadagnare.

Si deve però sottolineare che il processo di investimento è complesso e articolato, e che bisogna partire da una corretta analisi della propria situazione patrimoniale e finanziaria, degli obiettivi che ci poniamo, della propensione al rischio per impostare una strategia corretta, rispetto alla quale gli aggiustamenti contingenti assumono invece un rilievo tattico. Questa può essere l’occasione per rivedere l’impostazione di base e l’asset allocation strategica del nostro portafoglio.

Da parte nostra, l’anno nuovo porterà qualche bella novità nel Blog, che contiamo di arricchire e implementare per renderlo sempre più piacevole e diffuso, dopo tre anni e mezzo di vita. Continuate a seguirci con attenzione e non ve ne pentirete.

AVVISO AI NAVIGANTI – Tacchini e panettoni

La scorpacciata di Natale è già cominciata da un pezzo, e anche se il tacchino ripieno di castagne (tradizionale abbuffata di Thanksgiving in ricordo del dono degli indigeni ai Pilgrim fathers) è già digerito, tutto lascia pensare che potremo giustiziare panettoni e panforti senza patemi d’animo, a parte i sensi di colpa per la dieta.

Poi però dovremo pensare seriamente a convivere con l’austerità e il piccolo cabotaggio, perché non è pensabile che la pacchia duri ancora a lungo. Due mesi? Forse anche tre, ma non ci sorprenderebbe già col nuovo anno un brusco risveglio e lo sgonfiamento della bolla.

Il nostromo è persona prudente, e non vorrebbe davvero trovarsi al largo a pieno carico mentre arriva la buriana. Godiamoci dunque queste ultime settimane di venti favorevoli per le scorribande natalizie, ma estote parati.

IL NOSTROMO