L’amico del Giaguaro

 

Continuiamo a parlare di consulenti e consulenza, cercando di completare il ragionamento iniziato la scorsa settimana. Avevamo parlato del problema che rappresenta sicuramente uno degli aspetti più critici del rapporto con la clientela, ovvero dei potenziali conflitti di interessi fra consulenti e investitori.

Il tema centrale è quello dell’effettiva indipendenza del consulente, molto difficile da riscontrare anche quando il professionista si definisce egli stesso “indipendente”: è infatti facile intuire che il funzionario di banca che ci segue nel rapporto abbia come primario interesse quello della banca che gli paga lo stipendio, molto più di quello del cliente. Quando i due interessi entrano in contrapposizione, è scontato indovinare chi avrà la peggio. Altrettanto facile quando il consulente è dichiaratamente esponente o monomandatario di una specifica casa di produzione o di una società di gestione.

È esattamente ciò che avviene quando entriamo in un negozio: è ragionevole attendersi dall’altra parte qualcuno che voglia venderci uno dei prodotti che ha in bottega, anche se si rende conto che non ne abbiamo bisogno e che in commercio ne esistono di migliori e/o a minor prezzo..

Finché si tratta di uno smartphone o di una camicia, il danno che un consiglio sbagliato può provocare è tutto sommato contenuto: al massimo compreremmo qualcosa che non ci soddisfa, che abbiamo pagato un po’ di più o di cui non abbiamo bisogno. Ma se investiamo male i nostri risparmi, corriamo il rischio di polverizzare o ridimensionare severamente il nostro patrimonio: provare a citofonare ai danneggiati dai vari prodotti spazzatura, dai Tango bond, a Cirio Parmalat, e su su per un sentiero pressoché interminabile di scandali finanziari!

Ben più insidioso riconoscere, da parte dell’investitore, il conflitto di interessi nel rapporto con un consulente “indipendente” che, almeno teoricamente, dovrebbe invece poterci proporre in modo obiettivo tutta la gamma di strumenti acquistabili. Il fatto è che molto spesso, per non dire sempre, anche lui ha convenienza a favorire la vendita di alcuni prodotti a danno di altri, perché su quelli riceve dal produttore storni di commissioni, bonus o altri incentivi. Con l’entrata in vigore di MiFID 2[1] la trasparenza ha in verità fatto un bel passo avanti, obbligando – almeno teoricamente – gli intermediari a esplicitare l’importo effettivo di commissioni e fees addebitate al cliente, non più in termini incomprensibili di confronto percentuale con indici e algoritmi, ma in quantità di Euro che sono transitati dalle tasche dell’investitore alle loro.

Se la Direttiva fosse compiutamente applicata, ogni cliente – apprendendo che il suo “consulente di fiducia” ha guadagnato dal suo rapporto, ad esempio, 1.500 €[2] quando magari lui ha avuto un rendimento negativo – avrebbe un formidabile strumento in più per capire quanto vale e quanto costa il servizio di consulenza a cui ricorre.

Purtroppo banche e intermediari finanziari ne sanno una più del diavolo e questo tipo di obbligo, grazie anche alle potenti lobbies messe in campo, non è ancora pienamente operativo. Certo è che il sentiment comune nei confronti degli enti creditizi non è mai stato negativo come oggi, nonostante gli enormi sforzi e investimenti in pubblicità dei gruppi maggiori. Tanto che verrebbe da chiedersi: perché non utilizzano le risorse spese in pubblicità nel miglioramento dei processi e dei rapporti con la clientela?

Per questo siamo fermamente convinti che la figura di un advisor veramente indipendente, oltre che competente e qualificato, sarebbe di grande aiuto per guidare il risparmiatore verso scelte ottimali, in relazione ai propri obiettivi.

Quali caratteristiche dovrebbe avere il consulente ideale? Che tipo di supporto dovrebbe fornire? E come dovrebbe farsi pagare?

Innanzitutto – a nostro avviso – non dovrebbe avere alcun rapporto diretto con i flussi di denaro del cliente: dovrebbe limitarsi a indicare quello che il cliente dovrebbe fare, lasciandolo poi libero di decidere se seguire oppure no i suoi consigli e di scegliersi l’intermediario attraverso il quale effettuare le transazioni, in questo caso con l’unico obiettivo di minimizzarne i costi.

Il consulente ideale dovrebbe – come un buon medico di famiglia – conoscere la storia del cliente, la sua situazione reddituale, le attività e passività che compongono il suo bilancio, ma anche la sua propensione al rischio, all’innovazione, il livello di massima perdita sostenibile, ma soprattutto i suoi obiettivi personali, a medio e lungo termine. Dovrebbe – sulla base di questi elementi e della sua lettura del mercato – definire l’asset allocation strategica e monitorarla sistematicamente, fornendo indicazioni sulla sua implementazione, nonché sulla tattica di breve-medio periodo e sulla periodica revisione della strategia, quando necessario.

Sarebbe necessario inoltre che lo stesso fornisca una serie di segnali e indicazioni, lasciando poi al cliente la libertà e l’onere di metterli in pratica oppure no. E dovrebbe, infine, addebitare al cliente solo una percentuale del guadagno ottenuto, almeno in via teorica, soprassedendo se il cliente perde.

Tutto questo è talmente evidente da far sembrare inutile sottolinearlo: ma esiste oggi un consulente che abbia queste caratteristiche? In tutta franchezza, noi non lo abbiamo ancora trovato.

Più che consulenti ideali, finora, abbiamo incontrato “amici del giaguaro”[3].

 


[1] La direttiva MiFID o Markets in financial instruments directive (2004/39/EC) ha disciplinato dal 31 gennaio 2007 al 2 gennaio 2018 i mercati finanziari dell’Unione europea. Dal 3 gennaio 2018 è entrata in vigore in tutta l’Unione la nuova direttiva MiFID II (2014/65/EU) che, insieme alla MiFIR o Markets in financial instruments regulation (regolamento EU n. 600/2014) ha preso il posto delle precedente regolamentazione europea. Spetta ai singoli Stati componenti l’Unione il recepimento delle nuove regole UE, con l’adattamento della disciplina nazionale. (dal sito www.consob.it)

[2] Facciamo un’ipotesi di spesa complessiva (commissioni di ingresso, di continuing, sulle negoziazioni, di consulenza, ecc. ) media dell’1,50% su un patrimonio di 100.000, ma l’onere effettivo è certamente superiore.

[3] La scherzosa locuzione è un’espressione figurata per indicare una persona che dovrebbe essere dalla nostra parte e che, invece, sembra parteggiare per l’avversario o che comunque solleva troppe obiezioni quando la si mette al corrente di un progetto.  L’espressione ha tratto origine dalla battuta conclusiva di una barzelletta che racconta di un tizio che ha deciso di andare a caccia di giaguari e lo annuncia a un suo amico. Quest’ultimo allora comincia a porgli molte obiezioni ricordandogli tutti i problemi cui potrebbe andare incontro; alla fine l’altro sbotta e dice: “Ma tu sei amico mio o del giaguaro?”.

La battuta fu ripresa per dare il titolo a un varietà televisivo dei primi anni ’60 del secolo scorso condotta da Corrado (L’amico del giaguaro) e che a sua volta faceva riferimento all’omonimo film del 1958 interpretato, fra gli altri, da Walter Chiari (tratto da https://www.albanesi.it/frasi-celebri-modi-dire/amico-del-giaguaro.htm ).

AVVISO AI NAVIGANTI – Oro, oro, oro

Il Nostromo è sceso a terra per cercare una mascherina anti-coronavirus, ma le avevano terminate.

I cinesi hanno trovato un accordo – Deo gratias – con il biondo USA, ma ora in Europa si teme che il prossimo fronte di guerra commerciale sia proprio sul vecchio continente. E in Italia domenica ci saranno elezioni che si preannunciano toste.

Per non sapere nè leggere nè scrivere, il Nostromo si prenderà un po’ di sano e solido oro, non necessariamente fisico, approfittando di questo momento di caduta del prezzo.

IL NOSTROMO

Quale Consulenza?

Se il vostro consulente finanziario o il gestore a cui avete affidato i risparmi, chiunque esso sia (banca, promotore, private banker, fondo di investimento, mago Otelma…) vi ha fatto perdere soldi nel 2019, avete un ottimo motivo per licenziarlo.

Come abbiamo scritto a più riprese nel blog, infatti, l’anno da poco trascorso ha portato grandi soddisfazioni non solo a chi ha investito in azioni italiane (il cui indice ha realizzato un fantastico +30%), ma anche in azioni americane – sebbene, in questo caso, penalizzate dal dollaro debole – e, in minor misura, in azioni europee e in obbligazioni, che si sono avvantaggiate dei tassi ancora contenuti più o meno in ogni mercato. E’ vero che, ad esempio, i fondi hedge[1] sono andati male, ma si tratta pur sempre di investimenti alternativi che dovrebbero riguardare non più del 10/15 per cento delle risorse investite.

In generale nel 2019 hanno guadagnato tutti e se chi vi ha consigliato non c’è riuscito, sicuramente non vi ha fatto un buon servizio. Peggio ancora se, nonostante le perdite, vi ha addebitato le sue commissioni, perché quello che veramente non si riesce a digerire è di subire una perdita e dover riconoscere una remunerazione.

La regola è infatti che, oltre a commissioni fisse, si preveda una success fee (commissione di successo), nel caso in cui il gestore abbia performato meglio del benchmark di riferimento. Il benchmarck è un indice sintetico che dovrebbe rappresentare la media dei rendimenti realizzati per una determinata categoria di strumenti finanziari.

Mentre la commissione fissa è sempre dovuta (e già qui ci sarebbe da discutere, quando un gestore o un consulente fa perdere capitale invece di disinvestire e tenere liquidità) e può quindi portare il risultato in negativo, quella variabile si dovrebbe pagare – questa la ratio della previsione contrattuale – solo se il gestore è stato particolarmente bravo.

Se ad esempio abbiamo un fondo azionario Italia e, supponiamo, il nostro fondo ha realizzato un rendimento del 35% quando l’indice di riferimento era il 30%, è giusto che parte di quel 5% gli venga retrocessa, saremo felici noi e il gestore. Per fare il 30%, infatti, basterebbe “replicare” il benchmark, ovvero investire negli stessi titoli e con le stesse proporzioni con le quali è calcolato l’indice, per ottenere almeno il suo rendimento.

E’ questa la logica dei cosiddetti “fondi passivi”, ovvero quelli che si pongono come obiettivo il mero raggiungimento del benchmark: basta impostare il computer in modo tale che segua ogni variazione nella composizione dell’indice, per ottenere lo stesso risultato. Per questo tipo di prodotti le commissioni devono essere particolarmente basse, e il criterio del costo è sicuramente il più importante.

Il valore aggiunto del nostro gestore è quello di saper fare meglio della media di settore, e quello del nostro consulente è di saperci indirizzare verso gli investimenti più adeguati al nostro profilo e ai nostri obiettivi.

Capita, invece, che un determinato benchmark presenti un valore negativo, come successe per quasi tutti i comparti nel 2018. Se ad esempio avessimo investito in un comparto che mediamente ha perso il 10% e il nostro gestore ha perso “solo” il 3%, non possiamo certo dire che siamo stati fortunati, anche se il nostro è stato meno scadente degli altri. Perdere ci sta, ma pagare commissioni di successo a un gestore che ha perso, o a un consulente che ci ha indirizzato verso un comparto poi rivelatosi in perdita, non può essere accettabile.

Ma non è ancora finita: sul prodotto che abbiamo acquistato, quasi sicuramente il nostro consulente ha guadagnato degli incentivi – sotto forma di storni provvigionali o di bonus – da chi lo distribuisce, perfettamente legittimi, intendiamoci. E’ il profilo dei cosiddetti “conflitti di interesse” che la normativa comunitaria ha cercato di disciplinare in modo teoricamente equo. Ma – ahimé – non tutti i gestori sono comunitari e non tutti gli operatori sono proprio scrupolosi.

In tal caso, il povero sottoscrittore, che magari ha fatto un investimento sfortunato, è doppiamente penalizzato: con le perdite e con le commissioni che ha pagato, e almeno due soggetti – diciamo incapaci – che hanno invece guadagnato.

Come difendersi allora? In primo luogo scegliendo consulenti possibilmente bravi ma anche indipendenti, che guadagnino solo (e nella misura in cui) guadagna anche l’investitore. Ciò significa ad esempio evitare coloro che sospettiamo abbiano un interesse a venderci determinati prodotti invece di altri. Tutti i siti di consulenza finanziaria hanno, più o meno evidente, l’egida di una banca o una società che produce o distribuisce strumenti finanziari, magari sotto forma di pubblicità. Molto spesso i consigli che danno sono finalizzati a far acquisire il cliente, o anche solo a trasferire il rapporto, a quelle banche o società. Diffidare quindi dei siti di consulenza ed avisoring che ospitano pubblicità.

In secondo luogo, verificando che in caso di perdita del prodotto (titolo o strumento finanziario che sia) nessuna commissione sia dovuta, né fissa né variabile.

In terzo luogo che la consulenza sia veramente personalizzata, che parta da una valutazione approfondita della situazione economica, finanziaria, patrimoniale dell’investitore, dalla sua propensione al rischio, dagli obiettivi che si propone, dal suo grado di conoscenza in ambito finanziario, e che non sia standardizzata, uguale per tutti, “un tanto al chilo”.

Su questi aspetti torneremo a parlare nei prossimi articoli: intanto, il consiglio è quello di verificare le condizioni stabilite per il servizio di consulenza o di gestione.


[1] Un fondo hedge (detto anche fondo speculativo),  è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale.  Gli hedge funds hanno in genere l’obiettivo di produrre rendimenti costanti nel tempo, con una bassa correlazione rispetto ai mercati di riferimento, tramite investimenti singolarmente ad alto rischio finanziario, ma suddividendo il rischio in una pluralità di operazioni di natura diversa. Per realizzare questo obiettivo usano solitamente uno o più strumenti o strategie di investimento sofisticati come:

In genere sono caratterizzati dal numero ristretto di soci partecipanti e dall’elevato investimento minimo richiesto. In teoria dovrebbero fornire rendimenti più elevati, sebbene presentino un profilo di rischio maggiore rispetto ai fondi tradizionali.

I Dieci Comandamenti

Dopo la pausa natalizia, torniamo a parlare di mercati. Come abbiamo scritto nell’ultimo articolo dell’anno scorso, gli investimenti continuano a darci soddisfazione e anche il nuovo ventennio tutto sommato è iniziato sotto il segno della buona salute. Quale miglior momento dunque per puntualizzare alcune raccomandazioni di buon senso che aiutino l’investitore razionale e prudente ad evitare bruschi risvegli e perdite dolorose.

La nostra strenna ai lettori, ai quali siamo grati della costanza e della fedeltà che sarà presto premiata con una nuova veste del blog, è un decalogo di comportamento, la cui osservanza garantirà di restare sempre a galla, anche nei momenti di caduta del mercato che purtroppo arriveranno.

  1. Seguire sempre una strategia che tenga conto della nostra situazione finanziaria, economica e patrimoniale, della propensione al rischio e individui obiettivi chiari, misurabili e realizzabili. L’asset allocation strategica, ovvero la ripartizione ideale del portafoglio per categorie di strumenti finanziari, deve indicare la direzione di marcia da non abbandonare mai.
  2. Comprare con giudizio e senza fretta: si guadagna solo se si acquista bene, senza farsi prendere dalla frenesia del click o dalla paura di perdere le occasioni. I titoli non scappano, meglio perdere un possibile guadagno che trovarsi inchiodati da un investimento fatto male.
  3. Per comprare seguire sempre la regola del tre: dobbiamo trovare almeno tre fonti diverse e attendibili che ci consiglino l’acquisto, siano report degli analisti, articoli di giornale, consigli dei consulenti o voci intercettate: se non esistono nel mondo almeno tre pareri favorevoli, probabilmente stiamo prendendo un abbaglio.
  4. Per ogni investimento darsi un limite massimo di perdita che siamo disposti a tollerare e, se si arriva a quel punto, non esitare a uscire. Si può usare la tecnica dello stop loss oppure, meglio, il monitoraggio costante. Non è facile vendere un titolo e incassare una perdita, e all’inizio è doloroso, ma da qui si deve passare: non esiste una storia di investimenti senza perdite e il meglio che si può fare è contenerle entro limiti accettabili prestabiliti.
  5. Quando siamo al 20% di guadagno, vendere senza indugio. Si può anche fissare un limite inferiore, ma è bene imporsi una disciplina di comportamento che ci porti a realizzare i guadagni quando hanno raggiunto il nostro obiettivo. Se poi il titolo continua a salire, si potrà sempre ricomprare ma dovremo valutare la nuova situazione alla luce della nostra asset allocation strategica e dei nuovi parametri che la maggiore quotazione esprime.
  6. Farsi sempre un’idea precisa e personale di dove mettiamo i nostri soldi: anche se abbiamo tante indicazioni, dobbiamo fare uno sforzo per analizzare senza pregiudizi la nostra idea di investimento: evitiamo la sindrome del “pacco postale” e l’adesione inconsapevole a indicazioni esterne, che generalmente sono mosse da obiettivi diversi dall’interesse dell’investitore.
  7. Monitoriamo, anche con l’aiuto di un consulente, almeno mensilmente il risultato del nostro portafoglio e confrontiamolo con gli obiettivi strategici che ci eravamo proposti, per capire a che punto del percorso siamo. Se anziché avvicinarsi alla meta ce ne allontaniamo, dobbiamo capire perché: si tratta di un movimento temporaneo destinato a rientrare oppure avevamo sbagliato previsioni o ci eravamo posti obiettivi irrealizzabili? In questo caso, valutiamo di modificare la strategia.
  8. Teniamoci sempre informati di quello che succede nel mondo, e in particolare sui mercati in cui operiamo. Pur senza dover rincorrere tutte le notizie, tuttavia è bene avere un’idea di come si sta muovendo l’universo in cui abbiamo investito, o pensiamo di investire, i nostri risparmi; è utile quindi seguire gli avvenimenti non solo di natura economica, ma di attualità e politica (pensiamo ai recenti fatti in Iran che hanno determinato forti, anche se temporanee, conseguenze sui mercati).
  9. Teniamoci al giusto livello di diversificazione: qualche investimento decorrelato – ovvero che ha andamento non collegato agli altri – è prudente, ma troppa frammentazione produce solo aumento di costi e riduce la probabilità di fare buoni risultati se – come speriamo – le nostre analisi sono giuste e la nostra strategia è premiante.
  10. Facciamo singoli investimenti di importo minimo significativo, almeno 10.000 Euro l’uno, meglio se 20.000: per stake inferiori non potremmo avere risultati apprezzabili soprattutto se il nostro stile di investimento è attivo e dinamico. In questo caso infatti saremo portati a liquidare posizioni con guadagni contenuti, anche del 3 o 4 per cento, col solo risultato di arricchire gli intermediari.

Si tratta di dieci regolette di facile comprensione, anche se non sempre di immediata attuazione, che dovrebbero diventare una modalità automatica di comportamento. La loro osservanza garantisce di non incorrere in perdite devastanti e di realizzare buoni risultati con i nostri investimenti.

AVVISO AI NAVIGANTI – Sembravano fuochi d’artificio

I bagliori che illuminavano il mare sembravano fuochi d’artificio, i botti che si sparano a San Silvestro per salutare l’anno vecchio e festeggiare il nuovo che arriva, e invece erano lampi di guerra. Il Nostromo – che non ha in gran simpatia il biondo yankee – fatica a capire perché Trump, dopo aver propugnato l’America first, continui a portare la guerra in Iran e altrove, ma tant’è.

Neanche il tempo di rendersi conto cosa succedeva, che dopo la sbandata di un giorno – il minimo di legge – i mercati hanno ricominciato a salire, o quanto meno sono tornati ai livelli precedenti.

Segno che la voglia di comprare, in un mondo allagato di liquidità, è ancora forte e chiara. Anche il nuovo ventennio è dunque iniziato sotto il segno del toro. Durerà?

IL NOSTROMO