AVVISO AI NAVIGANTI – Flash mob

Il Nostromo spera che i compagni di navigazione abbiano seguito i suoi consigli e non si siano fatti travolgere da questa settimana di tregenda.

I golosi – attratti da prezzi di saldo – hanno avuto la punizione che meritavano e come se non bastasse c’è stato il rimbalzo del gatto morto, che ha fatto strage degli ottimisti ancora in circolazione a metà settimana.

Che fare? Assolutamente niente, chi si muove è perduto. Chinati junco ca passa la piena…o, come va di moda ora, flash mob

IL NOSTROMO

Il Secolo dell’Asia, nel bene e nel male

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Se l’Ottocento è stato il secolo della vecchia Europa, con lo sviluppo industriale e la diffusione delle idee e della cultura, il Novecento è stato quello dell’America, con la tecnologia e il dominio sul mondo da grande potenza: non c’è dubbio invece che questo secolo – che ha quasi completato un quinto del suo cammino – sarà quello dell’Asia.

Nel bene e nel male l’estremo oriente, in particolare la Cina ma non solo, continuerà ad essere l’arbitro delle sorti del pianeta. La dinamica demografica è impressionante e procede di pari passo con il rallentamento e l’invecchiamento della popolazione occidentale e un trend di sviluppo non più frenato dal sistema di produzione del collettivismo maoista. Fino al secolo scorso la Cina era piuttosto marginale nel contesto economico mondiale, prima per il suo isolamento che si perpetuava fin dai tempi di Marco Polo e della via della seta, poi per la rivoluzione che, secondo i dettami del marxismo, partiva dalla netta contrapposizione al capitalismo e al mercato.

Ma a differenza dell’Unione Sovietica, che aveva un chiaro obiettivo di industrializzazione per recuperare il tempo perduto con l’Occidente, la Cina di Mao restava ideologicamente ancorata e fedele a un modello di sviluppo agricolo, pur militarizzato e fortemente gerarchico.

Nel ‘900 in Asia era il Giappone a tirare la volata e a presentare un notevole trend di crescita, tanto più incredibile quanto radicato in un paese senza risorse naturali e geograficamente marginale e svantaggiato. Si trattava però di una realtà economica fortemente attratta dagli Stati Uniti e, in minor misura, dall’Europa, che ne rappresentavano i mercati di sbocco.  L’antica sapienza nipponica, la disciplina militare nel lavoro, l’avanzato livello di tecnologia resero possibile lo sviluppo di gruppi industriali di enormi dimensioni, fortemente orientati ai mercati esteri e molto aggressivi in termini di competitività.

Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso si creò un vero e proprio mito sull’efficienza giapponese, le scuole di management di tutto il mondo prendevano a modello l’organizzazione del Sol Levante, mentre l’Occidente era bloccato da rivendicazioni sindacali estese e a tratti anche violente, dalla grande inflazione e dalla crisi energetica.

Quel modello è oggi morto e sepolto, anche perchè il Giappone all’epoca non aveva un mercato interno significativo, né materie prime ed era quindi obbligato a mantenere proficui contatti commerciali col resto del mondo. Nel contesto asiatico, l’impero del Sol Levante era un caso isolato, e non avrebbe potuto essere la locomotiva continentale che oggi la Cina, e potenzialmente anche l’India, rappresentano.

Negli anni ’90 inizia il declino del Giappone e diviene inarrestabile, anche se non si può dire che sia irreversibile: la potenza industriale diffusa resta limitata ai pochi grandi colossi che sono sopravvissuti, soprattutto nel mondo automotive e dell’elettronica tradizionale, ma la vera potenza è diventata la Cina.

Molto popolosa, ricca di materie prime, militarizzata da decenni di comunismo, fortemente gerarchica, la Cina sta crescendo da decenni a ritmi sconosciuti al resto del mondo. E’ il mercato più ampio e potenzialmente più interessante del pianeta, dove il gap rispetto all’Occidente garantisce un livello di bisogni, compresi quelli primari, praticamente infinito. Inoltre è rimasto storicamente un mondo chiuso, in cui è molto difficile penetrare ed inserirsi per chi non conosce lingua e cultura, e la ricchezza accumulata ne ha fatto il principale detentore di titoli del debito pubblico americano.

Ma il vero asso nella manica è il quasi certo predominio incombente nella tecnologia delle comunicazioni con la piattaforma 5G, di cui abbiamo diffusamente parlato su questo blog (https://marcoparlangeli.com/2019/10/08/star-wars-la-guerra-tecnologica-tra-usa-e-cina/), destinato a consegnare al celeste impero la supremazia indiscussa nel campo tecnologico, delle comunicazioni, militare. La prova di forza sul piano commerciale che ha imposto Trump con la guerra dei dazi, si è momentaneamente conclusa (con la firma dell’accordo sulla phase one) con un pareggio, onorevole per entrambi e rassicurante per il mercato.

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Ma l’Asia non è solo Cina: anche la Corea e la Thailandia stanno crescendo a ritmi da noi sconosciuti, ma sono in qualche modo più collegati e ispirati dall’Occidente, così come in passato lo erano Singapore e Hong Kong, le enclave capitaliste nel cuore della Cina.

E’ invece soprattutto l’India a costituire l’altro punto di forza dell’Asia: anch’essa un “continente” e un mercato immenso, con grande povertà ma anche potenzialità infinite. Risorse naturali a disposizione, classe dirigente che si è formata nelle scuole europee e nordamericane, conoscenze tecnologiche tradizionalmente elevatissime, sistema economico occidentale orientato al profitto e all’efficienza.

Da un punto di vista politico, l’Inda costituisce il contrappeso all’economia post-comunista cinese e le affinità elettive del partito del presidente Modi col nuovo corso nipponico (il governo Abe) – entrambi orientati “a destra”, se la parola ha ancora un significato – possono rappresentare un reale rischio di accerchiamento per la Cina, che certo non vede di buon occhio la saldatura e l’intesa fra i due paesi. Soprattutto se il Giappone riuscirà a superare l’annosa crisi che la attanaglia.

Su queste dinamiche si giocherà il futuro del pianeta in questo secolo: potrà non piacere, soprattutto a chi si è formato alla scuola del liberismo e del mercato, ma questo è, nel bene e nel male. La diffusione del coronavirus e l’impossibilità evidente di fermare il movimento dei Cinesi in Occidente ne sono una triste premonizione.

AVVISO AI NAVIGANTI -Chi ha avuto ha avuto?

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Alla fine tanto tuonò che piovve: lo scroscio sui mercati è arrivato, forte e chiaro. Impossibile non prendersi gli schizzi del mare in tempesta, ma ora il tema è: quanto durerà? E che strascichi lascerà? Fuoco di paglia o inizio del Gotterdammerung?

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Certo, lo scopriremo vivendo. Ma i mercati continuano a essere inondati di liquidità, i tassi vengono tenuti ovunque sott’acqua, la raccolta dei fondi continua a crescere e si avverte in giro una gran voglia di continuare a divertirsi.

Il Nostromo, felice di aver dato un altro buon consiglio ai naviganti, è persona ottimista per natura e, pur non cercando di afferrare il coltello mentre cade, non vede la nave in pericolo, almeno per ora, e resterà coperto a bordo campo.

 

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IL NOSTROMO

Pensione: Diritto o Privilegio?

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Trascorrere una vecchiaia serena, senza l’assillo di dover reperire le risorse per garantirsi un’esistenza dignitosa dopo una vita di lavoro è con tutta evidenza un diritto e una conquista di civiltà. Talvolta però, nell’Italia di oggi, sembra invece un privilegio e un miraggio, che ben difficilmente i giovani di oggi potranno ottenere.

In parte ciò è dovuto certamente all’evoluzione demografica degli ultimi decenni, che ha visto progressivamente diminuire la quota di popolazione attiva e produttiva e aumentare quella inattiva, sia disoccupata che pensionata. Gioca tuttavia un ruolo importante anche la distorsione di un sistema che dovrà passare dal calcolo della pensione col metodo retributivo a quello contribuivo[1] cercando di ridurre al minimo i disagi e i diritti acquisiti, ma anche di assicurare sostenibilità finanziaria. Infine – ed è il problema senz’altro più grave – molto è dovuto anche alla disoccupazione giovanile che rende difficile per i ragazzi trovare un lavoro stabile e continuativo che consenta il regolare versamento dei contributi necessari per costituire la pensione.

L’ingiustizia viene percepita in modo ancora più forte vedendo privilegi quali le “pensioni d’oro” di cui godono i parlamentari che hanno magari esercitato l’ufficio parlamentare per una sola legislatura, oppure – anche se in via di esaurimento – i “pensionati baby” che nel settore pubblico hanno ottenuto trattamenti di tutto rispetto già all’età di cinquant’anni o poco più.

Le dissennate gestioni della previdenza pubblica degli ultimi decenni del secolo hanno assicurato voti e seggi alla classe politica di allora, ma hanno contribuito a raggiungere un livello altissimo e oggi insostenibile del debito pubblico (che ha ovviamente assorbito, fra l’altro, anche i disavanzi del sistema pensionistico).

Soprattutto la “gestione allegra” delle casse dello Stato, con la quale è stato assicurato il consenso, ha concesso una serie di privilegi – ma anche di diritti del tutto legittimi dal punto di vista dei percipienti – che è molto difficile, se non impossibile, azzerare oggi senza ledere princìpi costituzionali attraverso la retroattività.

Passare infatti dal sistema retributivo (in cui i lavoratori di oggi, attraverso i loro contributi, pagano le pensioni di oggi) a quello contributivo (in cui ciascuno accumula la propria pensione) è pressoché impossibile senza colpire duramente chi alla fin fine ha solo fatto ciò che le leggi del tempo consentivano, e in parte imponevano, magari decidendo in modo irreversibile di lasciare il lavoro perché poteva contare su una determinata pensione.

Se costituissimo oggi un sistema pensionistico ex-novo con modalità contributive, come hanno fatto i fondi pensione complementari a partire dalla riforma del 1993, potremmo farlo in condizioni di equilibrio. Ma dover assicurare il flusso di pensioni in essere praticamente senza finanziamento implica la formazione di un disavanzo che qualcuno deve coprire.

Tale passaggio venne effettuato nel Cile di Pinochet – sotto la guida dei “Chicago boys”, gli economisti dell’entourage reaganiano del tempo – attraverso la semplice eliminazione dei diritti con una nuova legge, contando sul fatto che il consenso non era necessario e l’ordine pubblico veniva garantito con metodi dittatoriali. Nelle democrazie questo passaggio è invece molto complicato e richiede decenni di tempo, saggezza e gradualità, oltre che un ambiente economico in crescita con popolazione attiva e reddito che aumentano di anno in anno.

In Italia, a partire dal governo Dini, si è tentato un “atterraggio morbido” attraverso sistemi misti con i quali si sono dovuti superare i gap generazionali che inevitabilmente creavano, allungando sempre di più l’età della pensione in modo tale da far crescere la quota di popolazione che paga i contributi e limitare quella che riscuote le pensioni.

Oggi di fatto si va in pensione a 68 anni e i meccanismi di anticipazione sono ostacolati al massimo. Fino alla recente esperienza della “legge Fornero” con la quale vennero eliminati i benefici già previsti per molti che avevano già lasciato il lavoro, creando il fenomeno dei cosiddetti “esodati”.

 

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E’ vero che le condizioni di vita sono oggi generalmente migliorate e che alla soglia dei 70 anni molti sono ancora in buona salute e in grado di lavorare. Ma questo comporta un notevole ostacolo al turnover nei posti di lavoro e all’ingresso dei giovani, approfondendo il divario fra chi lavora, o gode di tutti i privilegi e i giusti diritti garantiti, e chi non lavora o entrerà al lavoro sempre più tardi, rendendo così la pensione un vero e proprio miraggio.

Anche le innovazioni normative, quale ad esempio la previdenza complementare, hanno sicuramente migliorato il sistema, offrendo possibilità e soluzioni nuove con opportuni incentivi fiscali, ma solo per coloro che già potevano contare su una pensione. Si possono stipulare polizze assicurative a contributo previdenziale, ma come si fa a pagare i premi se non si ha reddito? Anche opzioni che un tempo consentivano di anticipare l’età della pensione, quale il riscatto degli anni di laurea, sono di fatto precluse a chi non lavora o è appena entrato nel mondo del lavoro con redditi troppo bassi.

Un tempo la vita scorreva su binari magari noiosi e prevedibili, ma tutto sommato rassicuranti: il lavoro, la carriera, la pensione. Oggi tutto questo è per molti un vero miraggio.

 


[1] La differenza fra i due metodi di calcolo della pensione è stata ampiamente descritta nel precedente articolo (si veda     https://marcoparlangeli.com/2020/02/12/pensione-paradiso/).

AVVISO AI NAVIGANTI – Il mondo da una parte, i mercati dall’altra

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Il Nostromo deve confessare di essere un po’ disorientato: vede il mondo andare da una parte e i mercati dall’altra. Leggendo le notizie tutti i giorni non sembrano esserci ragioni di ottimismo: il virus che si espande a macchia d’olio, il governo in bilico, l’economia che tira il freno. Eppure i mercati paiono disinteressarsene e proseguono allegramente la loro marcia trionfale verso massimi sempre più alti.

o miracolo

Allora, delle tre l’una: o il Nostromo comincia a perdere colpi (e questo è possibile, vista l’età che avanza), o la finanza è diventata schizofrenica (e anche questo non è da escludere), oppure economia e mercati stanno viaggiando in modo totalmente indipendente.

Come che sia, una cosa è certa: perdere questa fase di euforia e prezzi alti sarebbe un peccato, ma ritrovarsi dentro una crisi improvvisa a pieno carico sarebbe anche peggio. Il consiglio è allora quello di cominciare ad attrezzare qualche protezione, e  riportare a casa i primi investimenti.

IL NOSTROMO

PENSIONE PARADISO

Affrontiamo questa volta un argomento fino ad ora mai trattato in questo blog: la previdenza e il sistema pensionistico. Probabilmente si tratta di un tema che la maggior parte dei nostri lettori, per la loro età anagrafica, non ha ancora approfondito o affrontato, erroneamente rinviandone la relativa presa di coscienza al momento in cui si avvicinerà l’età fatidica di abbandonare il lavoro.

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Cerchiamo di mettere in fila gli elementi di base che costituiscono il fondamento del sistema previdenziale, che molto spesso vengono troppo frettolosamente dati per scontati, per capire quale sia la situazione nel nostro paese, quali problemi si prospettano per gli anni a venire, e cosa può essere fatto per evitare brutte sorprese.

In Italia, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, si è gradualmente cercato di abbandonare il precedente meccanismo di calcolo delle pensioni, cosiddetto “retributivo”, insostenibile in un sistema economico caratterizzato da invecchiamento della popolazione, elevato tasso di disoccupazione strutturale, e quindi progressivo aumento del rapporto fra popolazione non attiva (che non versa i contributi) e popolazione totale.

Il sistema retributivo,  infatti, produce per l’ente previdenziale (l’INPS) un inevitabile squilibrio finanziario fra entrate (i contributi sociali riscossi) e uscite (le pensioni pagate) che origina un disavanzo strutturale coperto attraverso l’aumento del debito pubblico. In tale sistema le pensioni vengono calcolate come percentuale degli ultimi stipendi percepiti (in genere la media degli ultimi 10 anni) e vengono alimentate, tempo per tempo, dai contributi pagati dai lavoratori attivi. Anche partendo da una situazione di equilibrio, è evidente che se la popolazione invecchia, con conseguente aumento dei trattamenti pensionistici erogati e diminuzione dei contributi incassati, e se non c’è un proporzionale aumento della nuova forza lavoro, il sistema non può reggere.

Questo meccanismo presenta, a fronte dell’unico svantaggio che è quello di essere insostenibile, una serie di indubbi vantaggi: consente al pensionato di mantenere un livello di vita e una capacità di spesa molto vicini a quelli di quando lavorava; dà la possibilità di capitalizzare al massimo gli avanzamenti di carriera al termine della vita lavorativa (più alti gli ultimi stipendi, maggiore la pensione di cui si godrà); rende felice, e quindi elettoralmente ben disposta, una gran parte della popolazione, che oltre tutto tende ad aumentare progressivamente.

A maggior ragione se si consente di andare in pensione molto presto con il sistema delle pensioni di anzianità, per le quali basta un certo numero di anni di lavoro (i famosi 15 anni, sei mesi e un giorno dei dipendenti pubblici fino a qualche decennio fa) per accedere alla pensione. Finché ci sono lavoratori che pagano i contributi, e finché si può scaricare sul debito pubblico il disavanzo degli enti di previdenza, è il migliore dei mondi possibili, quello della “pensione paradiso”.

Il problema è che in tal modo vengono impiegate risorse che il paese non possiede, ma che in qualche modo anticipa a carico delle generazioni future, ammesso che prima o poi qualcuno rimborsi il debito pubblico, argomento di cui abbiamo parlato in un precedente articolo: si veda

https://marcoparlangeli.com/2019/10/01/riusciremo-mai-a-ripagare-il-debito/

 

Quando poi si decise, o meglio i vincoli di bilancio imposti dall’Europa ci costrinsero, a riequilibrare i conti e a contenere il debito pubblico, si passò (o più precisamente si iniziò un percorso di passaggio, ancora non compiuto) al metodo cosiddetto “contributivo”.

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Se il retributivo ha idealmente un contenuto sociale e solidaristico (chi lavora e guadagna mantiene chi non lavora trasferendo una parte del suo reddito), il contributivo ha un contenuto più spiccatamente finanziario.

Questo metodo consiste nell’accumulare, per ciascun lavoratore, i contributi che egli versa nel corso della sua vita lavorativa, accreditandoli in un conto previdenziale personale. Tali risorse confluiscono nelle casse dell’ente previdenziale che le impiega al fine di conservarne il valore e generare un reddito da investimento e, al momento della pensione, il capitale così costituito (cosiddetto “montante”) viene restituito sotto forma di rendita allo stesso individuo.

Teoricamente questo sistema, da un punto di vista finanziario, è perfetto e sostenibile. Ognuno raccoglie quello che ha seminato e non ci sono travasi di risorse da categorie di lavoratori ad altri. Nella realtà questo, purtroppo, non sempre succede, o quanto meno non sempre dà luogo ad una pensione che sia sufficiente per vivere dignitosamente, soprattutto se i versamenti non sono stati continui negli anni, se magari si è dovuto riscattare parte del fondo per esigenze familiari o, ancora peggio, se chi ha gestito le risorse ha prodotto perdite di capitale.

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A maggior ragione se, come accade ai giovani di oggi, l’ingresso nel mondo del lavoro avviene molto tardi e in forme instabili e precarie, con retribuzioni magari a livello minimo. Per molti dei nostri ragazzi la pensione resterà un miraggio.

Nel prossimo articolo vedremo come è stato realizzato il passaggio da un sistema all’altro e quali prospettive si possono ragionevolmente aprire.

AVVISO AI NAVIGANTI -Ancora vento in poppa

Chiacchiere

Il mese di febbraio è cominciato bene sui nostri mercati, e il Nostromo spera che in molti abbiano ascoltato (almeno) gli ultimi avvisi, perché ora possono festeggiare San Valentino o il Carnevale – a seconda delle preferenze – con qualche soldino in più.

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Il virus continua a fare danni e molta paura, e non va sottovalutato. Sicuramente l’economia ne avvertirà i contraccolpi, ma prima o poi si ritroverà un equilibrio, salvo che non si prevedano effetti catastrofici, nel qual caso il portafoglio sarà davvero l’ultimo dei nostri problemi.

Se così è, gli alti e bassi possono essere sfruttati, su titoli di buona qualità, per rapide incursioni, pronti alla ritirata alle prime avvisaglie. Per ora continuaiamo a navigare, finché il vento non cambia.

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IL NOSTROMO

NON DI SOLO VIRUS – I mercati in tempo di epidemia

VIRUS

Difficile di questi tempi parlare di economia, o di qualunque altro aspetto della vita sociale e della cronaca, senza fare riferimento all’epidemia del temibile coronavirus, che dalla lontana provincia cinese di Wuhan (alzi la mano chi ne aveva sentito parlare prima, anche se si tratta di una megalopoli di enormi dimensioni) rischia di espandersi a macchia d’olio in tutto l’orbe terracqueo.

Quando si parla di epidemia, inevitabilmente si toccano corde che innescano paure ancestrali di punizioni divine, diffidenze verso chiunque possa essere anche solo sospettato di aver incrociato il virus, e panorami apocalittici del tipo della peste manzoniana. Un nemico subdolo, che non si vede ma che ci può attaccare anche solo respirando aria infetta. E, di conseguenza, la reazione, istintiva ma non giustificabile, di emarginazione e allontanamento degli “untori”, in questo caso molto facilmente identificabili dai tratti somatici.

Anche l’economia, inevitabilmente, risente e risentirà del coronavirus, e l’effetto sarà tanto maggiore quanto più lunga sarà questa prima fase di sviluppo del morbo. Se dovesse prevalere la ragionevole aspettativa di poter contenere l’espansione dell’epidemia e limitarne i danni – come la sua recente identificazione e isolamento del virus, proprio in Italia, lascerebbe sperare –, molto probabilmente gli effetti negativi verrebbero rapidamente riassorbiti e si tornerebbe o si tenderebbe a tornare alla situazione precedente, caratterizzata da mercati con abbondante liquidità e tutto sommato tonici.

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Se invece ciò non accadesse, e nei prossimi giorni l’espansione dovesse continuare – e lo farebbe con progressione geometrica, quindi con rapide e crescenti accelerazioni – gli effetti sarebbero devastanti, in primo luogo per l’economia cinese, uno dei motori trainanti dello sviluppo mondiale. In questo caso, il crollo della domanda asiatica avrebbe conseguenze molto pesanti su redditi e produzioni di tutto il mondo sviluppato e il blocco sostanziale dei commerci sarebbe inevitabile. Una sorta di contrappasso per il Presidente Trump che, proprio nell’anno elettorale, si troverebbe a dover raccogliere il frutto velenoso della chiusura degli scambi con il celeste impero, che proprio lui aveva fortemente propugnato.

Se dovessimo scommettere su uno dei due scenari, non avremmo dubbi nel puntare sul primo, come già avvenuto con la SARS, l’aviaria, la febbre suina, e molti altri focolai. Tanta è la (comprensibile) paura delle pandemie, e il senso della nostra impotenza, che siamo naturalmente portati a percepire un pericolo maggiore di quello reale. Sia chiaro: giusto e sacrosanto tenere alta la guardia e fare di tutto, senza risparmio,  affinché la diffusione venga bloccata.

Altra cosa, però, rinunciare a uscire di casa, evitare contatti con il mondo, cambiare lo stile e i progetti di vita per la paura. D’altra parte è praticamente impossibile, al giorno d’oggi, impedire alla gente di muoversi o mettere in isolamento intere città, quando magari durante le due settimane di incubazione i portatori inconsapevoli hanno avuto tutto il tempo di propagare il virus in zone molto estese.

I mercati hanno reagito, come sempre in questi casi, in modo molto emotivo, al limite dell’irrazionale: grandi volumi di vendite sul comparto industriale (i cinesi non importeranno più), sul petrolio e i petroliferi (l’economia cinese andrà in recessione e la domanda di energia crollerà), sui titoli del lusso, sui trasporti e sul turismo (i cinesi non compreranno più moda europea e non viaggeranno più), sui finanziari (i mercati di tutto il mondo si paralizzeranno).

E, d’altra parte, forti aumenti dell’oro (eravamo stati facili profeti qualche settimana fa), crescita di prezzi anche di tutti i beni rifugio, apprezzamento di farmaceutici e alimentari, come se si stesse preparando una guerra mondiale e non ci fosse un domani.

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Saranno decisive le prossime giornate di contrattazione: era scontato che alla riapertura del mercato cinese ci sarebbe stato un crollo pesante, ma alla fine si è trattato della perdita cumulata che più o meno tutti gli altri mercati hanno registrato nei giorni di chiusura delle contrattazioni in Cina, prima per i festeggiamenti del Capodanno e poi per effetto del virus.

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Se questa tendenza dovesse continuare anche nei prossimi giorni, non possiamo nasconderci che la situazione si farebbe davvero molto pesante per gli investitori di ogni parte del pianeta. Anche per questo la People’s Bank di Pechino (la banca centrale cinese) sta inondando il mercato domestico di quantità mai viste di Yuan, per agevolare la reazione del sistema.

Se però prevarrà, come tutti si augurano e come pare più probabile, il ritorno alla razionalità, questi giorni potrebbero rappresentare una ghiotta opportunità di acquisto per titoli che comunque fra un paio di mesi inizieranno a distribuire dividendi. E se la reazione dei mercati fosse più rapida e più forte del previsto, ciò potrebbe consentire qualche buon guadagno del tipo “mordi e fuggi”. Naturalmente devono sempre essere tenuti presenti i rischi di un investimento azionario, tanto più in un momento di instabilità e irrazionalità come l’attuale: il rischio di ritrovarsi inchiodati con titoli in calo è da mettere sempre in conto, per cui in genere è buona norma entrare sul mercato ai primi segnali di ripresa, per cavalcare il trend e mai andargli contro.

Certo che l’anno del topo non poteva iniziare nel modo peggiore…

AVVISO AI NAVIGANTI – Shopping time

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Il coronavirus, fra i tanti effetti devastanti, ha cancellato dai giornali ILVA, riforma della giutizia fine prescrizione mai, tentennamenti del governo giallorosso, stagnazione economica e altre amenità del genere. Alla fine, bene o male, tutto tornerà come prima, a meno che non si tratti davvero del colpo di grazia alla nostra civiltà, ma in quel caso il portafoglio sarà davvero l’ultima delle nostre preoccupazioni.

Anche la Brexit è più o meno ormai storia, il contenzioso con i cinesi sembra sotto controllo e l’impeachment di Trump è stato affossato dai suoi pretoriani in Senato. Il cambio del dollaro – in prospettiva elettorale – diminuirà rispetto all’euro, ma i mercati dovrebbero restare tonici almeno per qualche altro mese.

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Gli scossoni di questi giorni sono allora una ghiotta opportunità per fare un po’ di shopping, ma solo per chi ha fisico e non teme qualche altra possibile spallata. Se avevamo tenuto da parte delle munizioni, questo è il tempo di spararle.

IL NOSTROMO