Virus al maschile e al femminile

COVID 19

 

Pubblichiamo questa settimana il contributo di un giovane e valente studioso sugli effetti della pandemia a livello demografico.

Più volte in passato abbiamo cercato di esaminare i diversi aspetti di cui ci siamo occupati anche dal punto di vista demografico, un’angolazione decisiva per capire come si evolvono i sistemi economici in relazione alle dinamiche della popolazione.

 

Questa settimana parliamo del virus, e non poteva essere diversamente.

Il COVID-19 ha avuto un impatto dirompente sia a livello globale che, soprattutto, in Italia. Gli effetti di questo virus non si placheranno al termine della fase 1, ma sono destinati a continuare per lungo tempo, lasciando un segno profondo sia a livello sociale che economico. Anche gli aspetti demografici del virus non devono essere sottovalutati, poiché l’effetto che ha avuto sulle classi di età avanzata porterà modifiche non indifferenti nella composizione della popolazione e, quindi, in quella che gli esperti chiamano “piramide dell’età”, facendo sì che i governi adottino nuove politiche demografiche.

Torneremo ovviamente sull’argomento pandemia con una miniserie che ne esaminerà anche gli altri aspetti: da quello più prettamente economico a quello socio-politico, dai megatrends nel mercato del lavoro a quelli della politica, della democrazia e della comunicazione.

 

L’unico aspetto che non tratteremo sarà quello medico, perché in queste settimane ne siamo letteralmente sommersi.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

Il COVID-19, più noto alla cronaca con l’appellativo di Corona virus, ormai da alcuni mesi sta colpendo profondamente il nostro Paese. Ciò modificherà il sistema sanitario ed economico italiano, e certamente avrà anche non risibili ricadute in campo demografico. Infatti, se epidemiologia e demografia sono materia tra loro affini e con correlazioni evidenti, è necessario capire come la popolazione italiana abbia modificato la propria fisionomia, come il virus stia colpendo in modo diverso le classi di età e i sessi e come ciò influirà sulle scelte di politica demografica di breve-medio termine.

 

Come è ovvio, ancora non esiste una vera letteratura scientifica su questa nuova malattia, pertanto non è semplice dare una valutazione organica e strutturale, ma prendendo in esame i dati pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) è possibile costruire un primo modello di studio e tentare così di avere una panoramica generale.

 

Ormai è noto che il Corona virus si sia diffuso prevalentemente nelle regioni del nord, con la Lombardia che da sola raggiunge quasi il 60% dei morti, con circa 12000 vittime su 23000; se ai numeri lombardi si sommano quelli di Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte si arriva all’85% dei morti sul totale italiano. Tale fattore sarà naturalmente rilevante per la struttura della popolazione di queste regioni; in particolare il profilo demografico dei piccoli comuni della bergamasca, epicentro del contagio, subirà profonde modificazioni.

 

Regione Numero decessi percentuale
Lombardia 11384 56,9
Emilia-Romagna 2775 13,9
Piemonte 1523 7,6
Veneto 982 4,9
Italia 19996 100

I dati dell’ISS sono calcolati al 16 aprile

 

Approfondendo l’osservazione sui dati statistici maggiormente attinenti alla demografia, si evince che l’età media dei deceduti è di 79 anni e che i deceduti sono in prevalenza maschi. Infatti, se gli infetti sono quasi in egual numero tra maschi e femmine, con circa 80000 casi per sesso, i morti di sesso maschile sono oltre 13000 mentre le donne solamente 7000, con un tasso di letalità che per i primi si attesta intorno al 16,4% e 8,7% per le seconde.

Analizzando le classi di età, ogni classe vede sempre maggiore mortalità maschile che femminile e una letalità che per i maschi raggiunge la vetta del 40% tra gli 80 egli 89 anni, mentre per le donne arriva al 21%, sempre nella stessa classe. Se la letalità oltre gli 80 anni raggiunge le più alte percentuali, suscitano interesse i dati riguardanti la classe 70-79 in cui i morti sono quasi 5000 maschi e meno di 2000 donne, cioè 70% uomini e 30% donne. La letalità maschile si ferma al 30%, essendo il numero di contagiati 15000, e quella femminile al 16%. Tali numeri non sono però esaurienti per comprendere l’incidenza della malattia ed è necessario confrontarli con la struttura della popolazione. Tra i 70 e i 79 anni la popolazione femminile supera del 15% quella maschile, quindi una popolazione di circa 500.000 unità in più, ma nonostante ciò il genere maschile è quello più colpito, con 1,8‰ individui deceduti e le donne si fermano allo 0,9‰.

Ulteriore attenzione la richiedono la classe 50-59 e quella 90+. Nella prima classe, pur rappresentando in termini assoluti un’età fortunatamente non molto colpita, è d’uopo evidenziare come in percentuale sia raggiunto il picco del differenziale tra uomini e donne: infatti su 756 decessi 606 sono maschi, cioè l’80%. Tale dato, seppur non troppo significativo per il numero di vittime, certamente ci pone davanti ad un quesito di non facile soluzione, che forse può trovare risposta solo dallo studio delle cartelle cliniche pregresse di ogni singolo individuo, escludendo così tesi di tipo epidemiologico, rimanendo il numero di morti contenuto.

Un’altra domanda, ma di senso opposta, la pone la classe degli over 90, l’unica classe che rileva un maggiore numero di donne decedute rispetto agli uomini: 1483 donne e 972 uomini, rispettivamente il 60% e 40% del totale. Ovviamente anche questi dati richiedono maggiore approfondimento, ma forse estrapolare un’ipotesi è più semplice rispetto al caso precedente. Infatti la popolazione ultranovantenne è composta da 231.850 uomini e 591.348 donne, quindi le donne rappresentano più del doppio della popolazione e ciò viene rispettato anche a livello di contagi (2470 a 7333). Pertanto, il maggior numero di decessi femminili è quasi certamente dovuto solamente alla sproporzionalità della classe di età, poiché la stessa letalità rimane più alta per gli uomini (39%) che per le donne (20%).

 

 

L’analisi appena condotta sui report dell’ISS non è certamente uno studio esaustivo delle problematiche correlata alla diffusione del COVID-19, ma vuole essere un semplice ma dettagliato spunto per avviare una riflessione più profonda che non riguardi unicamente il caso Italiano, ma possa fungere da pungolo per allargare l’osservazione a livello internazionale e comprendere quale saranno le ripercussioni e le varie risposte economiche, sociali e demografiche che i governi sceglieranno di adottare, se proseguiranno con le privatizzazioni o se il sistema pubblico tornerà protagonista.

 

 


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(*) Bruno Borri, 26 anni, da sempre interessato a sviluppare tematiche di carattere storico-sociale, si è laureato a pieni voti in Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Siena con una tesi sulle società di mutuo soccorso e i movimenti operai di fine ‘800. Ha perfezionato gli studi con un master in Mutualità e Sanità integrativa, approfondendo gli aspetti di carattere demografico legati alla sanità e alla medicina di genere.

Nella sua vita non esistono però solo la storia e la demografia, ha una passione viscerale per il basket e i romanzi di Saramago.

 

(Punt e) MES

MES

 

Negli ultimi mesi, in Italia ma un po’ in tutta Europa, si è parlato molto del Meccanismo Europeo di Stabilità (in acronimo MES), detto anche Fondo salva-Stati. Poiché la sensazione è che di questo strumento si parli troppo, e talvolta a sproposito, può essere utile per i lettori riepilogare, in estrema sintesi, di cosa si tratta, come e da chi (specialmente per quanto riguarda l’Italia) è stato istituito, approvato e modificato nel tempo; come funziona e quali garanzie prevede, e perché – nonostante le polemiche e i dinieghi più o meno tattici – alla fine il nostro paese dovrà comunque accedervi.

Il MES – nato come fondo finanziario europeo, ovvero organismo internazionale su base regionale finalizzato alla salvaguardia della stabilità finanziaria dell’Eurozona – è attualmente un’impresa pubblica, in quanto suoi soci sono gli Stati sovrani dell’Unione Europea.

E’ pertanto uno degli strumenti a disposizione delle istituzioni dell’Ue, che ha subìto, negli anni, importanti trasformazioni di forma giuridica, di procedura, di provvista, mantenendo però l’originaria finalità di assistere finanziariamente gli Stati in difficoltà e i cui interventi sono condizionati al rispetto di una serie di vincoli.

La decisione “politica” di istituire il MES venne assunta dall’Ecofin il 10 maggio 2010 e a livello di Consiglio europeo il 25 marzo 2011. Per quanto riguarda l’Italia, l’approvazione della suddetta decisione del Consiglio Europeo fu deliberata nella riunione del Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2011, presieduto da Silvio Berlusconi (ministri di quell’esecutivo erano, oltre a Giulio Tremonti all’Economia e Anna Maria Bernini alle Politiche europee, fra gli altri, Umberto Bossi, Renato Brunetta, Giorgia Meloni).

Pertanto, quello che ha detto il premier Conte nella conferenza stampa nella quale ha attaccato duramente – e secondo noi in modo inopportuno – l’opposizione è formalmente corretto e sarebbe singolare che non lo fosse.

Il passaggio previsto in Parlamento per la ratifica avvenne alla Camera dei Deputati – su un testo peraltro già notevolmente modificato rispetto all’originale – il 19 luglio 2012, dove a fronte dei 325 voti favorevoli, ci furono 53 voti contrari (i 51 della Lega Nord Padania + i 2 ribelli del Popolo della Libertà Guido Crosetto e Lino Miserotti) e 36 astenuti, fra i quali il gruppo Italia dei Valori.

E’ quindi corretto quello che sosteneva il premier Conte sul fatto che lui lo strumento l’ha trovato già pronto e definito e che la Meloni era ministro quando venne approvato. E’ anche corretto quanto detto da Salvini, che in Parlamento nel 2012 la Lega votò contraria, anche se poi faceva parte dello stesso Governo (il Berlusconi IV) che l’aveva deliberato.

Il MES sostituiva strumenti già da tempo operanti (per la precisione il FESF e l’EFSM, sui quali risparmiamo dettagli ai nostri pazienti lettori) e collaudati, sulla scorta di quanto accadeva in Europa in quegli anni con i casi di Grecia, Portogallo e Irlanda. Il Fondo si stava infatti trasformando in un vero e proprio sistema di sostegno per le economie in difficoltà e per questo si prevedevano condizioni aggiuntive molto severe, così come generalmente fa qualunque banca quando presta denaro, in particolare a soggetti traballanti.

Il MES effettua prestiti a condizioni vantaggiose (tassi contenuti e lunghe scadenze) oppure acquista sul mercato secondario titoli di Stato dei paesi in crisi; le condizioni a cui l’intervento è subordinato “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite” (art. 12). Potranno essere attuati, inoltre, interventi sanzionatori per gli Stati che non dovessero rispettare le scadenze di restituzione i cui proventi andranno ad aggiungersi allo stesso MES….”. È previsto, tra l’altro, che “in caso di mancato pagamento, da parte di un membro del MES, di una qualsiasi parte dell’importo da esso dovuto a titolo degli obblighi contratti in relazione a quote da versare […] detto membro del MES non potrà esercitare i propri diritti di voto per l’intera durata di tale inadempienza” (art. 4, c. 8).

Come si vede, si tratta di condizioni che possono essere molto coercitive e violente, simili a quelle vigenti ad esempio per il FMI (Fondo Monetario Internazionale), e che possono rappresentare ingerenze molto pesanti nella vita dei paesi, già stremati dalle difficoltà. Da questo punto di vista è giustificato il timore di chi paventava “commissariamenti” di fatto dei paesi debitori ed anche stravolgimenti dei rapporti democratici all’interno degli stati in crisi.

Si deve però tenere presente che si tratta di un prestito (si può ovviamente discutere e proporre l’istituzione di uno strumento diverso che configuri erogazioni a fondo perduto, ma questo è un’altra cosa) e che sono in ballo risorse di tutti gli Stati, i quali devono rispondere ai propri elettori di come hanno gestito le risorse. L’Italia, ad esempio, ha sottoscritto circa il 20% del capitale del MES, complessivamente ammontante a 700 miliardi di Euro, e dei 125,4 miliardi che rappresentano la sua quota, ne ha già versati 14,3. E’ chiaro che se venisse fatto un prestito dal MES a paesi terzi “senza condizioni” e con nessuna probabilità di rimborso, i contribuenti italiani ne subirebbero un danno e ben difficilmente accetterebbero che le loro risorse venissero dirottate su altri paesi.

Da quello che risulta, rispetto al 2012 sono cambiate un bel po’ di cose e dalla comparsa di Covid19 si può dire, a buon titolo, che tutto il mondo è cambiato. Il fatto che praticamente tutti i paesi europei siano interessati a fronteggiare l’emergenza sanitaria e che questa comporti il fabbisogno di ingentissime risorse, ha favorito una revisione dei meccanismi e degli strumenti disponibili. In primo luogo il Presidente Ursula Van der Leyden ha comunicato che il patto di stabilità era sospeso in relazione alla spesa sanitaria. Quindi ciascuno Stato potrà spendere quanto necessario facendo semplicemente aumentare il suo debito pubblico.

Poi è stata la volta della BCE che, dopo l’iniziale incertezza con l’ormai famosa incauta dichiarazione della Presidente Christine Lagarde, sta in effetti potenziando il suo già consistente programma di acquisto di titoli pubblici sul mercato.

Infine la proposta sul tavolo relativa al MES, in cui – data la comunanza del problema per tutti gli Stati – l’unico vincolo sarà quello di finalizzare il denaro proprio all’emergenza sanitaria. E’ vero che le condizioni a cui i prestiti sono sottoposte verranno definite da parte degli organi tecnici del MES solo una volta completato l’iter politico, ma non si vede perché questi organi (in sostanza il Consiglio di Amministrazione, in cui tutti gli stati sono rappresentati in funzione delle rispettive quote di partecipazione al Fondo) dovrebbero deliberare condizioni diverse da quelle approvat dai Governi, col solo risultato di non fare poi l’operazione. E’ infatti evidente che, in caso di difformità, lo Stato richiedente non firmerà il contratto. Basta saper leggere le bozze di contratto prima di firmare: questo è ciò che è richiesto al Governo italiano.

Detto ciò, e considerato che ben difficilmente gli Stati rinunceranno al MES, se non altro per recuperare – in fase di ristrettezza – almeno in parte le risorse da essi stessi versate. L’unico effetto, certo e tangibile, del non ricorso al MES sarebbe quello di “dirottare” il denaro dei contribuenti italiani verso i bisogni degli altri paesi europei.

Che poi il MES non sia la soluzione ottimale e definitiva, che sia ulteriormente migliorabile e che si possano studiare ed istituire altri strumenti, non impedisce, come è ovvio, di utilizzare questo strumento nel momento del bisogno.

AVVISO AI NAVIGANTI – Le anime morte

Il Nostromo, essendo di natura spirito libero e contrario a vincoli e obblighi – altrimenti non se ne andrebbe da solo per mare – è particolarmente insofferente alle pur giustificate limitazioni che il momento impone e all’ambaradan dell’ io resto a casa, dell’andrà tutto bene e del tricolore alle finestre.

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A modo suo, anche il geniale Nikolaj Vasil’evič Gogol’ nel poema Le anime morte narrava di un utilizzo improprio della statistica: il Consigliere Pavel Ivanovič Čičikov acquistava a buon prezzo le anime morte, per poterne incassare il testatico che i sopravvissuti erano tenuti a pagare prima del censimento successivo.

Ora, il Nostromo non sa di virus e biologia, ma di numeri ha una certa pratica. Che significato avrà mai il numero dei contagiati se non è dato sapere a quanti, in che modo e come sono scelti quelli a cui vengono fatti i tamponi? E in quanto tempo se ne conosce il risultato in modo da poter stimare quanti hanno a loro volta contagiato? Come si fa a stimare i fattori di rischio (un malato ogni tanti contagiati, un deceduto ogni tanti malati)? I malati a casa cosa fanno, con chi stanno, quanto sono malati? Quanti dei guariti si prendono il virus una seconda volta? Quanto incidono le altre patologie sui decessi?

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Non avendo alcuna certezza, non si può che navigare a vista, sperando nello stellone. E comunque, non parlate al Nostromo di app di tracciamento Immuni, che potrebbe reagire male.

IL NOSTROMO

Pasqua di Passione, di Resurrezione, di Passaggio

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Per una volta cambiamo la tradizione del blog, pubblicando l’articolo settimanale con qualche giorno di anticipo: anziché il martedi, come ormai consuetudine da quattro anni, scegliamo di pubblicarlo alla vigilia di questo week end, un tempo grande festa religiosa e gioioso momento di vacanza.

Il motivo, oltre all’occasione per rivolgere ai lettori il più sincero augurio e  un ringraziamento per l’attenzione con la quale ci seguono sempre più numerosi, apparirà chiaro dopo la lettura di queste righe.

La Pasqua arriva quest’anno in un momento tragico ed è destinata in un certo senso a fare da spartiacque (Pasqua di passaggio) fra una prima fase di reazione immediata alla pandemia e una seconda fase di graduale ritorno alla vita “normale”. Cerchiamo allora di fare il punto e un primo bilancio del ciclo che si chiude e di immaginare cosa può aspettarci per il prossimo futuro.

Nell’articolo che pubblicammo il 24 marzo 2020, all’indomani dell’inizio della virulenza (Pasqua di passione)

( https://marcoparlangeli.com/2020/03/24/il-mondo-reale-e-quello-finanziario-dopo-il-virus/ )

Formulammo in quella sede una serie di previsioni che si sono puntualmente verificate, inclusa una prima approssimativa ipotesi sulla diminuzione del PIL confermata, molto più autorevolmente, dal centro studi di Confindustria. Il punto centrale era capire quanto sarebbe durata l’emergenza: ora sappiamo che nell’arco di un mese, in Italia, verrà avviata la seconda fase di ritorno a una normalità sostenibile e coerente con le esigenze di sicurezza ancora incombenti.

Sono state bloccate, in questo primo mese, praticamente tutte le attività economiche, ad eccezione dei servizi pubblici essenziali, della filiera alimentare e del comparto biomedico e sanitario (ma solo per quanto necessario a fronteggiare il virus). Interi settori sono paralizzati: turismo, manifattura, servizi, trasporti e le libertà costituzionali drasticamente compresse. Non è possibile muoversi al di fuori delle abitazioni, riunirsi, praticare riti religiosi; è stata solo assicurata la sopravvivenza cercando di evitare la diffusione della pandemia. Dopo la Cina, dove il Covid19 ha avuto origine, l’Italia è stato uno dei primi paesi ad essere investiti ed è oggi il primo ad avere imboccato il tunnel di uscita, lungo ed ancora pericoloso ma statisticamente definito. Gli altri paesi (in primo luogo Spagna, Regno Unito e USA) sono proprio in questi giorni nell’occhio del ciclone e possono utilizzare l’esperienza che abbiamo fatto noi.

L’Europa, dopo una prima fase di resistenza, ha messo in atto gli strumenti di cui dispone (fra i quali non sono compresi i cosiddetti “coronabond”) e ha mobilitato consistenti risorse finanziarie per fronteggiare la crisi.

I mercati da parte loro – in modo autonomo e decorrelato – che all’inizio parevano non risentire della situazione, si sono svegliati all’improvviso e in meno di una settimana sono stati travolti da un crollo violentisimo, che ha più che dimezzato il valore delle attività finanziarie e le capitalizzazioni di tutte le borse mondiali. C’è da dire che in parte questi valori erano stati gonfiati da un prolungato periodo di crescita favorito dalle politiche monetarie espansive delle banche centrali e questo ha reso ancora più forte il tonfo.

Poi c’è stato un rimbalzo importante, con parziale recupero di molti comparti, anche in questo caso causato dalle iniezioni di liquidità in dosi massicce, a fronte di una situazione economica in piena stagnazione. E’ come se i marcati finanziari si fossero mossi in modo indipendente dall’economia reale e godessero di vita autonoma.

Per questo il nostro timore è che arrivi a breve una seconda, violenta, ondata di ribassi a partire dagli Stati Uniti quando inizieranno a essere diffusi i dati del primo trimestre. Naturalmente ci auguriamo di sbagliare, ma riteniamo che i mercati finanziari non possano restare a lungo totalmente estranei e decorrelati rispetto al sistema produttivo. Consumi e investimenti, a parte quelli necessari a fronteggiare l’emergenza, sono completamente bloccati e non è dato sapere quando potrà esserci, e con che intensità, una reale ripresa. Molte aziende non saranno in grado, se non pesantemente sostenute dal settore pubblico, di riprendere l’attività; lavoratori autonomi e professionisti dovranno contare sui risparmi accumulati in precedenza; il gettito fiscale è destinato a ridursi drasticamente, come pure in sofferenza andranno i portafogli crediti delle banche.

E’ pensabile che in questa situazione i mercati possano quanto meno mantenersi al livello attuale o non è più plausibile attendersi invece un nuovo, pesante, crollo? Per questo abbiamo ritenuto di consigliare agli investitori di tenersi il più possibile liquidi, approfittando della temporanea ripresa che – come previsto – si è verificata all’indomani del primo crollo.

E infine l’Europa. Molti hanno sparato a zero sull’Unione imputandole una scarsa propensione ad aiutare gli Stati in difficoltà, spinta dal rigorismo degli stati del nord, in particolare Germania e Olanda. Torneremo più diffusamente in argomento in un prossimo articolo, quando sarannno chiare le decisioni dell’Eurogruppo e la capacità delle risorse messe in campo dall’Europa di fronteggiare la crisi.

E’ però di tutta evidenza che di fronte a un disastro del genere nessun paese, tanto meno l’Italia, strutturalmente debole e indebitata, può pensare di farcela da solo. Volenti o nolenti, la resurrezione dovrà passare da lì.

 

 

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Nudi alla meta

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Col passare degli anni e con i capelli sempre più bianchi, il Nostromo è diventato scettico e tende a non fidarsi. Teme che la ripresa dei mercati, di cui pure aveva parlato in tempi non sospetti, dopo lo tsunami da virus abbia esaurito – come diceva qualcuno molto popolare negli anni ’70 – la sua spinta propulsiva, e che un secondo cigno nero sia in agguato, pronto a fare il suo ingresso.

Magari si sbaglia, ma il suo consiglio è quello di approfittare di queste due ultime giornate prima dell’abbuffata pasquale per alleggerire i protafogli ed arrivare più liquidi possibili al lungo week end, anche a costo di qualche perdita o della rinuncia ai dividendi.

Meglio aver paura che buscarne, perché la seconda ondata – come dicono i virologi, veri oracoli degli anni venti – può fare molto più male della prima.

Buona Pasqua a tutti.

uovo di pasqua

IL NOSTROMO

Il falso problema dei Coronabonds

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Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza su un tema di cui negli ultimi giorni si parla molto, anzi decisamente troppo e spesso a sproposito, talvolta anche da parte purtroppo di chi ha ruoli importanti: l’idea dei cosiddetti coronabond (o, ancor più impropriamente, eurobond, strumento finanziario ben diverso, che invece esiste da tempo, è tutt’altra cosa e non è in discussione).

Ci si riferisce ad un particolare titolo pubblico, che dovrebbe essere emesso o garantito (questo non è molto chiaro) da tutti gli Stati europei e che dovrebbe servire ad affrontare l’emergenza della pandemia in corso, aiutando i singoli paesi a sostenere le spese più urgenti ed immediate. Condivisibile lo scopo, ma ahimé inattuabile, almeno in tempi brevi e con gli attuali meccanismi di funzionamento delle istituzioni europee.

Stupefacente che siano stati i rappresentanti di alcuni Stati sovrani a proporlo, che hanno così dimostrato scarsa conoscenza dell’Unione Europea e del suo funzionamento. Non sorprende quindi che la proposta sia stata respinta al mittente da parte dei responsabili dell’Unione e degli altri Stati. Quando si vuole dire qualcosa, occorre farlo nella lingua di chi ci deve ascoltare, che in questo caso è quella delle regole e delle procedure eurounitarie: sarebbe come se un qualunque cittadino si presentasse in Comune e chiedesse di avere denaro per una finalità, sia pure ampiamente condivisibile, al di fuori degli strumenti e delle regole che governano l’istituzione e poi accusasse il sindaco di essere insensibile alle sue richieste.

Per essere accolte, le richieste devono essere formulate secondo le norme che governano l’Unione e attraverso gli strumenti esistenti, altrimenti restano meri desideri. Le norme si possono cambiare, le procedure si possono (anzi si debbono) adattare alle esigenze che cambiano continuamente, gli strumenti si possono creare: ma tutto questo richiede tempo non compatibile con l’urgenza della richiesta.

Tanto più quando strumenti attivabili esistono e gli ostacoli che potevano essere messi al loro utilizzo sono stati rimossi. Vediamo meglio.

Innanzitutto i coronabond (ancora) non esistono, quindi vanno costruiti. Ciò significa individuare uno (o più) soggetti titolati ad emetterli, il mercato (o i mercati) nei quali possano essere scambiati, i soggetti che potrebbero avere interesse, oppure essere obbligati, a sottoscriverli. Tutte cose che richiedono tempo.

Nell’Unione Europea ogni stato ha un suo bilancio ed un proprio debito pubblico. Esistono poi organismi comunitari sovranazionali, in primo luogo la BEI (Banca Europea degli Investimenti), che finanzia i singoli Stati col proprio bilancio attraverso l’emissione di titoli caratterizzati da rating molto alto e grande negoziabilità sui mercati. Ma la BEI fa la banca, ovvero concede prestiti generalmente assistiti da garanzie: lo stesso fa – su scala più vasta – il Fondo Monetario Internazionale.

Le garanzie che questi organismi richiedono sono per lo più vincoli di bilancio, ovvero impegni più o meno stringenti da parte dei debitori a non aumentare il proprio debito e a mantenere condizioni economiche che consentano di ripagare questi prestiti. Tutti ricordano le condizioni capestro, lacrime e sangue, imposte alla Grecia al tempo della grande crisi.

Ogni Stato, si diceva, ha un suo bilancio ed un suo debito. Per reperire finanziamenti può emettere titoli pubblici che colloca sul mercato e che vanno ad incrementare il volume del debito del paese. Il problema sussiste quando questi titoli non vengono collocati, ovvero quando nessuno si fida più di quel paese e della sua capacità di ripagare capitale ed interessi.

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Se c’è un soggetto che si dichiara disposto, entro certi limiti e con determinate garanzie, ad assorbire un certo quantitativo di titoli, il problema è in gran parte risolto salvo il fatto che il tasso di interesse richiesto sarà probabilmente molto alto. Questo soggetto è la Banca Centrale Europea, che in quanto banca centrale ha la caratteristica di emettere moneta e lo fa proprio attraverso l’acquisto sul mercato di titoli.

Ciò contro cui i nostri politici avrebbero dovuto scagliarsi (e lo ha fatto il Presidente Mattarella) era l’affermazione della Presidente della BCE Christine Lagarde che si diceva indisponibile a sostenere i paesi più deboli e con spread più elevati. Poi la pandemia ha travolto anche i paesi più ricchi e la leva monetaria si è dimostrata quella più idonea ad affrontare l’emergenza, riversando sui sistemi enormi quantità di moneta che consentissero ai diversi Stati di superare la fase acuta. Ora anche la BCE, come le banche centrali di tutto il mondo, acquista tutti i titoli che sono necessari e la stabilità è, giustamente, passata in secondo piano rispetto al governo dell’emergenza.

Da parte sua, la Presidente della Commissione Europea Ursula Van Der Leyden ha immediatamente dichiarato che i vincoli di bilancio e i parametri di stabilità erano in questa fase sospesi. Quindi ciascuno Stato può ora attivare quel canale per reperire le risorse di cui ha bisogno, senza pensare a nuovi strumenti o nuove procedure, alle quali comunque si potrà lavorare coi tempi e con la necessaria costruzione del consenso.

Questo comporta però, due tipi di conseguenze di cui si deve essere consapevoli. La prima è il forte aumento del debito pubblico, che già cresceva a ritmi enormi anche senza virus. La seconda è che questa enorme quantità di moneta prima o poi creerà una nuova ondata di inflazione, anche perché – come si è visto in questi anni – il rientro dalla fase espansiva e il drenaggio di liquidità, con conseguente aumento dei tassi di interesse, è estremamente difficile e complesso. Come far rientrare un razzo lanciato a tutta velocità nella stratosfera.

Ma il gioco vale la candela: se vogliamo fronteggiare la spesa enorme e imprevista di queste settimane, dobbiamo accettare le conseguenze che arriveranno.

Quindi, a nostro parere: quello dei coronabond è un falso problema; intestardendosi nella richiesta i nostri governanti guadagneranno una sicura figura marrone, con nessuna probabilità di successo nell’immediato: lo strumento esiste, consolidato ed attivabile subito e passa dalla Banca Centrale Europea. Quello che conta è l’obiettivo.

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Lo strabismo dei mercati

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Già sappiamo che questo virus ci renderà più fragili e impauriti, oltre che più poveri, perché reddito e occupazione crolleranno (hanno già iniziato). Il Nostromo sospetta però che i mercati andranno per la loro strada, alimentati dal fiume di liquidità pompato dalle banche centrali di tutto il mondo.

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Dopo le batoste dei giorni scorsi, è dunque possibile che nonostante la crisi economica, le borse ricomincino a crescere, senza nessuna correlazione con le aziende che sono quotate. Dove altro finiranno questi soldi, che le banche non presteranno ai clienti, se non in borsa?

I volumi sono ancora troppo bassi, ma presto si potrà tornare a investire. Dobbiamo solo abituarci a questo strabismo e alla volatilità che pure crescerà.

Forse non andrà tutto bene, del resto primum vivere deinde philisophari. Ma prima o poi anche questa passerà

 

IL NOSTROMO