AVVISO AI NAVIGANTI – A Palos!

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Come Cristoforo Colombo alla guida delle sue tre caravelle, non ci resta che salpare per l’America. Anche se per il dollaro prevede un calo, l’unico consiglio che il Nostromo si sente di dare in questi tempi grami è di puntare sull’azionario USA, che grazie al generoso foraggio della Fed continuerà a crescere.

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Prima o poi anche questa ultima rotta uscirà dalle nostre carte, ma fino ad allora il fiume di dollari riversato sull’economia, in assenza di impieghi produttivi perché la crisi anche là morde, continuerà ad arrivare in borsa. Rapide incursioni e prese di profitto, e sperando di non restare – fra qualche mese – con il cerino in mano.

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Ma almeno fino alle elezioni di novembre, la navigazione verso l’Atlantico non dovrebbe riservare brutte sorprese. Con un occhio anche al petrolio.

IL NOSTROMO

E’ la stampa, bellezza! (Ai tempi del Coronavirus)

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Prosegue nel blog la miniserie dedicata al mondo post-coronavirus: che tipo di società sarà quella che emerge dalle macerie della pandemia? Abbiamo cercato di immaginare, anche con il contributo di professionisti ed esperti dei diversi settori di attività, quali cambiamenti strutturali comporterà lo tsunami del virus, che conseguenze dovremo affrontare e come ne verrà modificata la nostra vita.

Abbiamo iniziato parlando delle determinanti e degli effetti demografici, poi abbiamo visto cosa c’è da aspettarsi in ambito economico e finanziario e in quello immobiliare e delle costruzioni.

Oggi ospitiamo il contributo di un noto e brillante giornalista televisivo, Pierangelo Maurizio, che dal suo punto di osservazione privilegiato immagina cosa lascerà nel mondo del giornalismo e delle comunicazioni il famigerato Covid-19. Ci accorgeremo che anche qui, e non poteva essere diversamente, che il virus farà da moltiplicatore e acceleratore di una crisi epocale già iniziata da tempo. Per contenere il dilagare dei nuovi guru (oggi gli scienziati, domani chissà) ai quali deleghiamo responsabilità politica e visibilità, non basterà il ritorno alla TV generalista e la consapevolezza del valore del servizio pubblico, ma occorrerà, per i giornalisti e anche per tutti noi, studiare e farsi trovare preparati su tutti i fronti. Altrimenti ci aspetta un futuro di DPCM e conferenze stampa con poche e addomesticate domande e molti “consigli per gli acquisti”.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

Che Covid farà? Nel senso: a tre mesi dall’inizio di questo cataclisma che si è abbattuto sulle nostre vite, sulla nostra economia, sui nostri rapporti personali, sulla nostra dimensione collettiva e dunque sulla nostra identità, quali sono i cambiamenti profondi, quelli che verranno, ma anche le opportunità, visti da un fronte particolare come l’informazione? Grazie alla stimolante sollecitazione di Marco Parlangeli  ad immaginare l’orizzonte prossimo proviamo a trovare qualche risposta. Dicendo subito che al pari di altri settori, mi riferisco ad esempio all’ultimo intervento dell’ing. Pietro Mele sull’immobiliare, l’emergenza da pandemia non ha fatto altro che agire da catalizzatore e amplificatore delle criticità “ad un passo dal burrone” di un settore strategico, massacrato da dieci anni di una crisi epocale che, appunto per essere epocale, non è una crisi ma un cambiamento strutturale irreversibile.

Cosa resterà di queste settimane? Di sicuro le schermate dei decreti del presidente del consiglio, semplici atti amministrativi ma con decisioni draconiane sul Paese, annunciati tra le 23.30 e le 23.45 da Facebook, portatori insani di un precedente pericoloso. Per alcuni verbo incarnato della agorà digitale, per altri riedizione in salsa orwelliana del balcone di Piazza Venezia. Come i contagi è aumentata a dismisura anche la confusione tra comunicazione e informazione (comunicazione: comunico ciò che mi interessa; informazione: metto in forma, do forma alle notizie nell’interesse di un soggetto terzo, la cosiddetta opinione pubblica.

Complessivamente l’informazione (professionale) vive un paradosso da Covid 19. La drammaticità degli eventi, l’incertezza di una situazione imprevista, le ha ridato centralità, seconda solo alla vera prima linea, la sanità. Tutti incollati ai tg, ai siti on line dei giornali, perfino i programmi cosiddetti di infotaintment sopravvissuti sono diventati sempre più “info” e sempre meno “taitment”. Ed ecco la prima contraddizione.

Se gli operatori della sanità hanno rovesciato la vulgata ultradecennale e spesso infame nella generalizzazione della “malasanità”, ora giustamente ri-definiti “angeli” ed eroi”, non allo stesso modo i giornalisti, in particolare il sindacato (unico) e gli organi di rappresentanza della categoria, sono riusciti a riaffermare la natura di servizio pubblico dell’informazione. Tant’è che tuttora non si è riusciti nemmeno ad avere la possibilità nei casi motivati di ricorrere a tamponi e test sierologici nonostante siamo una categoria a rischio. Segno anche di una professione intimorita, ripiegata su stessa e sul declino, schiacciata dal ricatto economico del precariato. Il paradosso da Covid dell’informazione è ancora più eclatante a proposito di un aspetto di solito poco considerato, l’aspetto industriale. Un articolo, un servizio giornalistico è “frutto dell’ingegno collettivo”. Cioè un prodotto caratterizzato – o che dovrebbe esserlo – da una forte componente creativa-personale ma all’interno di un processo produttivo industriale complesso. Tutti i tg e i programmi di approfondimento hanno fatto il pieno di ascolti seppure con un calo della pubblicità a marzo e aprile valutata intorno al 39-40%. Cioè a fronte di una (ulteriore) pesante riduzione delle risorse, la crisi da pandemia tuttavia ha riconfermato la tv generalista come il mezzo che aggrega in uno spazio temporale limitato la platea più vasta. Ma i giornali di carta stampata, a parte un paio di eccezioni, hanno continuato la perdita verticale di copie vendute. Con il sapore della beffa che ha regalato la facoltà data alle edicole di restare aperte mentre … gli italiani erano chiusi a casa. Risultato: molte edicole hanno definitivamente chiuso i battenti.

Ma ciò che è apparsa più evidente durante l’emergenza è stata la perdita (anche qui ulteriore) di autonomia. Come immagine plastica ne rimarranno le quotidiane conferenze stampa con il bollettino su morti e contagiati, senza domande degne di questo nome anche di fronte alle ripetute affermazioni che “è tutto sotto controllo”. Quando con tutta evidenza non tutto era ed è sotto controllo, in particolare in alcune situazioni purtroppo come la Lombardia.

Sicuramente a spiazzare i giornalisti è stato l’irrompere sulla scena di un potere nuovo, ritenuto e che si autocelebra come “neutro”, ovvero il potere scientifico. Ma al netto delle vanità personali e delle pingui fee (compensi) che stanno affiorando per le continue apparizioni televisive, fin dai primi giorni doveva essere chiaro che nessun potere è “neutro”, neppure quello dei portatori della “certezza scientifica”. Anzi, il brandire come scomuniche le accuse di fake news dei nuovi sacerdoti della verità è l’esatto opposto del metodo scientifico, basato sul dubbio e per il quale una verità assoluta può non esserlo più il giorno o il minuto dopo.

Penso che come giornalisti dovremo al più presto colmare questo gap di conoscenze tecniche, studiando, restituendo spazio alla divulgazione, con competenza, modestia, ma senza timori reverenziali. Se vuoi occuparti come si deve di un caso giudiziario devi, dopo la disclosure,  conoscere gli atti quanto se non meglio di avvocati e magistrati. Se ti occupi di una pandemia devi saper districarti tra proteine, molecole, virus “chimere” (prodotti in laboratorio), Rna ecc. Perché o l’informazione è, per usare una semplificazione ma che rende l’idea, il “cane da guardia” nei confronti del potere o non è. Di tutti i poteri, compreso il neo-potere (pseudo) scientifico costituito.

Per concludere e senza annoiare ancora. La crisi dell’editoria, in particolare della carta stampata ma anche della tv con tempi più diluiti, è molto semplice: le multinazionali di internet succhiano i contenuti, la cui elaborazione ha costi molto alti, senza pagarli e senza pagare le tasse. Processo agevolato dai tanti poteri, palei o occulti, che non amano il giornalismo. Come se ne esce dopo l’emergenza Covid o trasformandola in un’occasione? Ricostruendo un sistema dell’informazione (con risorse e redditività adeguata alla “merce” trattata) riconosciuto come infrastruttura strategica per lo sviluppo del Paese, se governo e parlamento vareranno i provvedimenti e le regole valide per tutti, che finora non hanno voluto o saputo varare. E se i giornalisti ritroveranno il senso e l’orgoglio del proprio mestiere. Oppure assisteremo alla definitiva demolizione di quello che è sempre stato un pilastro della democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta. Ci rimarrà sempre la possibilità di importare dalla Cina il suo simulacro come le mozzarelle farlocche.

 

E’ la stampa, bellezza.

 

Pierangelo Maurizio (*)

 

 

 


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(*) Pierangelo Maurizio, 61 anni, giornalista professionista dal 1988, ha lavorato a: Repubblica, Tempo, Giornale, Libero, Rai1, Rai2, Rai3; collabora  con La Verità. E’ stato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e il terrorismo e di quella sul “dossier Mitrokhin”. Autore di alcuni saggi tra cronaca e ricostruzione storica, tra cui “Via Rasella, 50 anni di menzogne” divenuto un caso. E’ autore anche di “Piazza Fontana, tutto quello che non ci hanno detto. Dal 2003 è a Mediaset, prima al Tg5 e ora come inviato di “Quarto grado”

 

AVVISO AI NAVIGANTI – L’ottimismo del calabrone

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Di questi tempi, nessuno può ragionevolmente affermare di avere esperienza per operare con successo in finanza, semplicemente perché una situazione del genere non era mai accaduta prima. Succedono cose strane, come la schizofrenia della borsa: l’economia cola a picco sotto i colpi del virus, e i mercati reggono, con multipli esagerati. Razionalmente si dovrebbe scappare a gambe levate, come peraltro consiglia il vecchio adagio: sell in may e run away. Eppure…

Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica, lo abbiamo detto altre volte, il calabrone non può volare a causa della forma e del peso del proprio corpo, in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare. E così i mercati, nei quali prevale ampiamente il gramsciano ottimismo della volontà sul pessimismo della ragione.

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Almeno fino a quando le banche centrali continueranno a pompare liquidità, che il settore produttivo non può assorbire perché la domanda langue.

IL NOSTROMO

Sull’orlo del baratro: la fragilità antica del real estate in Italia

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Prosegue nel blog la miniserie dedicata al mondo post-coronavirus: che tipo di società sarà quella che emerge dalle macerie della pandemia? Abbiamo cercato di immaginare, anche con il contributo di professionisti ed esperti dei diversi settori di attività, quali cambiamenti strutturali comporterà lo tsunami del virus, che conseguenze dovremo affrontare e come ne verrà modificata la nostra vita.

Abbiamo iniziato parlando delle determinanti e degli effetti demografici, poi abbiamo visto cosa c’è da aspettarsi in ambito economico e finanziario. Oggi ci occupiamo, con l’aiuto di Pietro Mele, di un settore strategico in ogni società evoluta: quello immobiliare, delle costruzioni, dell’”hardware sociale”.

Se è vero che ogni crisi parte dall’immobiliare e che ogni ripresa inizia da lì, è del tutto evidente come il real estate sia insieme termometro, evidenza e propulsore dei cicli economici. Pietro ci dice che ci troviamo sul ciglio di un burrone, in cui non il virus ma le scelte di politica economica e sociale e la fragilità endemica del sistema ci hanno portati. Sta a noi trasformare la crisi in opportunità oppure decidere di finire nel baratro.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

In periodo di Covid-19, con previsione di crollo del P.I.L nazionale del 9,5% su base annua, appare abbastanza semplice pronosticare un futuro molto difficoltoso se non drammatico per il settore immobiliare.

Innanzitutto, però, occorre sezionare il concetto, in quanto nella definizione generale di settore immobiliare si includono vari sottoinsiemi che potremmo identificare nelle seguenti macro-aree (diverse tra loro ma accomunate da stesse problematiche): il mercato della compravendita immobiliare, il settore dell’edilizia (cioè delle costruzioni e degli appalti privati e pubblici) e gli investimenti nelle iniziative immobiliari (cioè lo sviluppo immobiliare).

Tra tutti questi elementi di un unico sistema vi è un fattore in comune: la crisi.

Può essere utile affrontare il tema tramite un concetto preso in prestito dall’ingegneria strutturale.

Si definisce “fragile” un sistema strutturale (composto da vari elementi portanti tra loro connessi) il cui punto di rottura (di crisi) è molto vicino al limite della sua elasticità (cioè la capacità di ritornare nell’originaria configurazione dopo lo sforzo).

Si definisce invece “duttile” un sistema strutturale che quando è sottoposto a uno sforzo è capace di deformarsi a lungo prima di rompersi (la crisi del sistema): in pratica “si adatta” allo sforzo.

Il nostro sistema immobiliare appare oggi di tipo fragile, vista la difficoltà di adattarsi alle condizioni al contorno, oggi negative, che ne determinano una difficile esistenza.

Tali condizioni sono principalmente riconducibili alla ridottissima capacità di spesa (incidente sul mercato immobiliare), alle difficoltà di erogazione bancaria (incidente sul mercato e sull’edilizia), alla fuga di investimenti, soprattutto esteri, strutturati (incidente sullo sviluppo immobiliare).

Non si può certo affermare che la fragilità del nostro sistema immobiliare dipenda solo dal coronavirus, quanto piuttosto che abbia origini ad esso precedenti.

In sintesi potremmo elencare: l’enorme ed ingiustificata tassazione, la relativa e scarsa valorizzazione del patrimonio ad esclusivo favore della rendita dello stesso (non ha un valore intrinseco, ma vale come fattore moltiplicativo della resa economica), le difficoltà burocratiche dissuasive per tutti gli  investitori (soprattutto se stranieri), le politiche urbanistiche ( con abuso di frasi-spot ostative: consumo del suolo, cementificazione…), il non incremento demografico e il bisogno di liquidare patrimoni (che comportano la forte riduzione del rapporto richiesta/offerta).

Difficile pensare che il sistema immobiliare così aggredito da ogni componente esterna e privo di ogni congiuntura che gli sia favorevole non possa essere divenuto fortemente fragile, al di là delle resistenze  peculiari che gli sono proprie, date da: la durabilità delle nostra costruzioni (e pertanto la conservazione del valore), il mito della casa di proprietà, la tendenza consolidata a rendere patrimonio immobiliare la gestione del risparmio familiare, la necessità crescente di servizi di una società civile che si sviluppa.

La fragilità è data dal fatto che il settore vive in condizioni “critiche”, date dalla crisi e prossimo quindi alla propria crisi. Vi è anche da considerare, infine, quella parte del settore immobiliare che è componente funzionale dell’attività di un’azienda e che ne costituisce il patrimonio.

Ogni crisi fa generare buoni affari a chi possiede liquidità in eccedenza; risultano facilmente individuabili due grandi e divergenti provenienze: i fondi e il riciclaggio.

L’albergo privo di clienti sarà costretto a dismettere: da quale direzione arriverà l’offerta?

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Ecco che il real estate diventa tema non più e non solo dell’economia (di cui è pilastro portante) ma della politica e del sociale, peraltro anche deficit di servizi e di spazi di aggregazione dei quartieri periferici che contribuisce a generare criminalità e disagio sociale. Come può quindi il sistema uscire dalle condizione di fragilità, dalla posizione di equilibrio ormai instabile in cui si trova (in bilico sull’orlo del baratro)?

E’ da tenere conto che una politica di investimenti nel settore da parte del Governo avrebbe la lungimiranza di impensati ritorni economici sull’intero sistema-paese per l’indotto di cui è traino, oltre che in termini di benefici sociali, culturali, occupazionali quindi…..esistenziali.

E probabilmente un ipotetico “business plan globale” di un nuovo corso sostenuto da una politica di sinergia tra pubblico (decisioni governative) e privato (supporto dai grandi contenitori del capitale) darebbe evidente  dimostrazione della sostanziale inversione di tendenza dell’intero settore.

La detassazione sul patrimonio edilizio, una nuova visione urbanistica di gestione del territorio, un obbligato sveltimento burocratico fortemente necessario; una politica di incentivazione alla riqualificazione delle periferie, al recupero dei grandi contenitori vuoti del centri storici e a quello dei borghi abbandonati (peraltro in Italia di grande pregio) e all’edilizia necessaria per attività produttive in ambito rurale; il tutto, sostenuto da un nuovo e diverso rapporto verso il credito bancario, darebbe al sistema quella duttilità necessaria per potersi adattare a quei fenomeni  macro-economici a cui ci sottopone la globalizzazione di oggi, effetti da Covid-19 compresi.

Alla fine il destino di una comunità, anche in un suo elevato grado di complessità, è sempre determinato dalle scelte dei governanti: altrimenti non si spiega il motivo per cui in territori dotati di enormi ricchezze naturali vivano popolazioni nell’indigenza e in altri meno dotati prosperino civiltà evolute. E ciò vale nei periodi ordinari come in quelli dell’emergenza.

Sulla base di  tali principi si gioca la grande sfida sul futuro di un vecchio continente post Covid, di cui il settore immobiliare fa parte; tutto dipende dal saper determinare il proprio progresso tramite la possibilità di conciliare una logica vocazione “progressista” con la necessità di liberarsi una illogica mentalità conservatrice stringente sugli interventi sul territorio, fatto che contribuirebbe in maniera determinante alla salvezza dell’intero settore.

L’idealizzazione del passato, anche a livello estetico, non può essere scusante ed ostacolo alla legittimazione di un processo di cambiamento legislativo che risponda a precise esigenze di sviluppo economico e sociale e alle necessità dettate dall’emergenza. E solo la capacità di interpretare la criticità  del particolare momento storico che stiamo vivendo sarà risolutiva per allontanarsi dall’orlo del baratro.

 

Alla fine è sempre un problema di illuminazione politica…..

Pietro Mele

 

 


 

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(*) Pietro Mele, 62 anni, ingegnere libero professionista.

Grande promessa del basket senese degli anni 80, si è laureato a Firenze in Ingegneria Civile con specializzazione in Ingegneria Sismica nel 1986. E’ iscritto all’Ordine degli Ingegneri di Siena e all’Ordine degli Ingegneri di Riga (Lettonia).

Nel febbraio 2009 ha fondato la società di ingegneria Studio Strutture srl, con sede nel centro storico di Siena, che si occupa di ingegneria strutturale e architettonica, oltre che svolgere attività di advisory e di project management di operazioni di sviluppo immobiliare, con  esperienze professionali inerenti  la progettazione di numerose opere di livello nazionale e di respiro internazionale.

Attualmente particolare interesse è rivolto all’impiantistica sportiva, e ai correlati sviluppi immobiliari consentiti dalla speciale normativa vigente in proposito. Partecipa attivamente alle realtà senesi di basket e calcio, nel solco della sua passione per lo sport.

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Aggiungi un posto a tavola

Aggiungiamo un posto a tavola, c’è un nuovo ospite: da qui in avanti, dovremo abituarci a convivere col virus. Per il Nostromo cambia poco: lui vede il mondo dalla barca e ormai scende pochissimo a terra. Ma è certo che niente sarà più come prima, a parte i Navigli affollati nell’ora dell’happy hour.

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Andrà tutto bene? Sarà difficile. Andrà bene a chi non è stato colpito dal coronavirus, a chi non ha perso il lavoro, a chi dispone della tranquillità economica per superare la crisi senza essere messo al tappeto. Tutti gli altri, invece, tanto contenti non saranno.

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Gli investitori dovranno abituarsi al saliscendi dei mercati e anche a prendersi qualche schiaffone, ma per chi avrà voglia di rischiare non mancheranno le buone occasioni.  Se il Nostromo dovesse puntare un paio di fiches per i prossimi mesi, una la punterebbe sull’azionario USA, anche se il dollaro perderà valore nei confronti dell’euro. E ‘altra sull’aumento del prezzo del petrolio, con tutto quello che ci gira intorno.

IL NOSTROMO

Economia di Guerra

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Proseguiamo l’esame del mondo che verrà dopo la fase acuta della pandemia. Abbiamo esaminato gli aspetti demografici, nelle prossime settimane parleremo delle conseguenze, più o meno strutturali, in altri settori di attività. Ci soffermeremo sul real estate, ovvero l’immobiliare, le costruzioni e tutto quello che vi ruota incontro e sulla comunicazione, i media e la pubblicistica. In entrambi i casi ospiteremo contributi di professionisti esperti dei relativi settori.

Oggi però parliamo di quello che conosciamo meglio: l’economia, la finanza, il lavoro. Ne abbiamo già accennato nei primi momenti dell’esplosione del virus, limitandoci a un orizzonte temporale di breve periodo, nell’ottica di un investitore.

E’ vero che, come diceva Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, ma mai come in questo caso si può affermare a ragione che dopo niente sarà più come prima. Esattamente come in tempo di guerra, quando non a caso si entrava nel tunnel dell’economia bellica che avrebbe tenuto il palcoscenico per diversi anni a venire.

E’ stato detto che il virus è addirittura peggio della guerra, perché il nemico non si vede e ti può arrivare addosso da qualunque parte, trasmesso da amici, parenti e conviventi, portandoci a nutrire diffidenza verso chiunque ci circondi.

Nell’economia di guerra, le produzioni nazionali vengono in massima parte riconvertite per soddisfare le esigenze militari e quindi orientate alla siderurgia, alle armi, alla chimica, ma anche alla logistica e ai trasporti. Al posto delle armi ci sono ora i dispositivi farmaceutici, sanitari, le biotecnologie, la ricerca. Molte fabbriche tessili si sono convertite a produrre mascherine e camici sterili; aziende meccaniche si dedicano a produrre respiratori e così via.

Interi comparti sono spazzati via e, in particolare, tutti quelli legati al divertimento, allo spettacolo, al turismo, esattamente come in guerra. Naturalmente, via via che la situazione si normalizza, si cercherà di tornare alle vecchie abitudini, anche se adottando le misure di sicurezza e le cautele del caso. Solo che talvolta le nuove disposizioni renderanno pressoché impossibile o non economico tornare al business ante-virus e, comunque, i margini di profitto, quando ancora si potrà parlare di profitto, ne risulteranno drasticamente compressi.

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Un ristorante che ha il suo break-even (ovvero il punto di equilibrio economico, quello in cui i ricavi pareggiano i costi) a 100 coperti al giorno e che è costretto a distanziare i tavoli e creare spazi aggiuntivi, probabilmente potrà fare non più di 70/80 coperti e, inoltre, dovrà assumere personale di custodia per smistare i clienti, gestire le code, controllare il rispetto delle disposizioni: certamente nella nuova situazione dovrà sostenere una perdita o accontentarsi, se va bene, di un minor profitto. Naturalmente avrà una serie di opzioni per fronteggiare questo stato di cose: potrà aumentare i prezzi, cercare di risparmiare sul personale o sulle materie prime, attrezzarsi per il take-away e le consegne a domicilio, attivare un servizio di catering per uffici, aziende, e così via. Ma, per il nostro ristoratore, certamente nulla sarà più come prima.

Lo stesso per interi comparti del turismo e dei trasporti: facile prevedere che tutti i servizi low-cost basati sull’alto numero di utenti si troveranno in grandi difficoltà e dovranno pensare a modalità alternative o integrazioni sostanziali.

D’altra parte, saranno fortemente incentivati tutti i settori che si avvalgono della distribuzione via internet e del consumo da casa in modalità privata.

Se non ci saranno ricadute pandemiche e – come sembra – la strada sarà quella di una graduale convivenza col virus, almeno fino a quando non sarà disponibile il vaccino, è comunque prevedibile che a livello aggregato ci sia a partire dai prossimi mesi un recupero di reddito, se non altro perché i programmi di spesa sospesi in questo periodo verranno ripresi. L’equilibrio verrà presumibilmente trovato a un livello più basso e non è detto che questo sia necessariamente un male.

Il lavoro cambierà radicalmente, ma a questo aspetto dedicheremo un articolo a parte.

Ciò che forse cambierà meno è la finanza. In questo periodo, in effetti, i mercati finanziari hanno continuato a funzionare a pieno regime e le borse non hanno chiuso neanche un giorno. Dopo lo shock iniziale dell’ultima settimana di marzo, quando i listini di tutto il mondo sono crollati in modo devastante, è iniziato un recupero graduale che ha portato a chiudere il mese di aprile in progresso.

Per questo era importante, per l’investitore, non farsi prendere dal panico ed evitare di vendere quando tutti vendevano. Chi ha avuto coraggio, ha inoltre fatto buoni guadagni con l’intraday, acquistando dopo il crollo e rivendendo nell’arco della stessa giornata o pochi giorni dopo.

Per un mercato finanziario come quello italiano, strutturalmente debole e instabile, il rischio di ulteriori rovesci è sempre dietro l’angolo, per cui il consiglio è quello di restare tendenzialmente liquidi, ovvero mantenere il denaro disponibile a vista. In generale però, con riguardo soprattutto al mercato azionario USA, potrebbe essere una buona idea entrare in questa fase, contando sulle continue e crescenti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali. Tutto questo denaro, che in prima battuta affluisce alle banche, prima o poi arriverà sui mercati finanziari sotto forma di domanda, ed avrà un effetto di sostegno ai prezzi.

Se dovessimo azzardare una previsione a medio termine – diciamo da qui alla fine dell’anno – diremmo di attendersi un dollaro che si indebolisce rispetto all’euro, alla sterlina e allo yuan e il prezzo del petrolio in decisa crescita.

Nel primo caso, infatti, verrà scontata sia la politica monetaria che quella economica espansiva in chiave elettorale, sia la forte crescita del debito pubblico USA in questa fase.

Nel caso del petrolio, è facile prevedere che non appena il mercato recupererà un minimo di equilibrio, e la produzione riprenderà a crescere, anche la domanda di energia aumenterà in modo consistente.

Per quanto riguarda il mercato obbligazionario, invece, tutto dipenderà da quale evoluzione avrà l’inflazione e da come, conseguentemente, si muoveranno i tassi di interesse. In queste fasi, tipicamente, si hanno due tendenze contrapposte: da un lato il calo drastico della produzione, che porterebbe all’aumento dei prezzi (perché i pochi prodotti disponibili saranno più richiesti sul mercato); dall’altro invece il calo della domanda (dovuto alle più estese condizioni di povertà e alla riduzione dei redditi disponibili) porterebbe alla riduzione dei prezzi. Il costo dei fattori produttivi è parimenti difficile da ipotizzare: il lavoro presumibilmente costerà meno (la disoccupazione renderà disponibile molta forza lavoro) ma le materie prime aumenteranno.

Alla base di tutto, sarà però fondamentale l’azione delle banche centrali. Se, come tutto lascia supporre, continueranno nelle politiche espansive di aumento della quantità di moneta e sostegno al reddito, probabilmente le spinte deflazionistiche verranno frenate ed andremo verso un controllato aumento dei prezzi.

AVVISO AI NAVIGANTI -Ho fatto un brutto sogno

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Il Nostromo ha avuto un incubo: ha sognato di trovarsi in Cina, gli avevano messo un microchip addosso attraverso il quale non solo erano tracciati i suoi spostamenti, ma gli veniva comunicato quello che poteva fare e quello da cui era escluso, dove poteva andare e dove no, addirittura quello che doveva piacergli e quello che doveva odiare.

Per dire, se voleva andare al cinema, all’ingresso controllavano su un tablet e magari veniva fuori che non aveva pagato l’ultima rata di mutuo o era passato col rosso a un semaforo. Oppure andava al ristorante e invece del dolce gli portavano una pillola per dimagrire, perché il monitoraggio del suo stato di salute diceva che la glicemia era troppo alta.

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Ma siccome tutti i sogni finiscono all’alba, poi si è svegliato e si è tranquillizzato. Ha acceso la radio e ha appreso che la nuova app di tracciamento sarà solo volontaria. Ah, meno male, che brutto sarebbe stato vivere in un paese che somiglia alla Cina!

IL NOSTROMO

Virus al maschile e al femminile

COVID 19

 

Pubblichiamo questa settimana il contributo di un giovane e valente studioso sugli effetti della pandemia a livello demografico.

Più volte in passato abbiamo cercato di esaminare i diversi aspetti di cui ci siamo occupati anche dal punto di vista demografico, un’angolazione decisiva per capire come si evolvono i sistemi economici in relazione alle dinamiche della popolazione.

 

Questa settimana parliamo del virus, e non poteva essere diversamente.

Il COVID-19 ha avuto un impatto dirompente sia a livello globale che, soprattutto, in Italia. Gli effetti di questo virus non si placheranno al termine della fase 1, ma sono destinati a continuare per lungo tempo, lasciando un segno profondo sia a livello sociale che economico. Anche gli aspetti demografici del virus non devono essere sottovalutati, poiché l’effetto che ha avuto sulle classi di età avanzata porterà modifiche non indifferenti nella composizione della popolazione e, quindi, in quella che gli esperti chiamano “piramide dell’età”, facendo sì che i governi adottino nuove politiche demografiche.

Torneremo ovviamente sull’argomento pandemia con una miniserie che ne esaminerà anche gli altri aspetti: da quello più prettamente economico a quello socio-politico, dai megatrends nel mercato del lavoro a quelli della politica, della democrazia e della comunicazione.

 

L’unico aspetto che non tratteremo sarà quello medico, perché in queste settimane ne siamo letteralmente sommersi.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

Il COVID-19, più noto alla cronaca con l’appellativo di Corona virus, ormai da alcuni mesi sta colpendo profondamente il nostro Paese. Ciò modificherà il sistema sanitario ed economico italiano, e certamente avrà anche non risibili ricadute in campo demografico. Infatti, se epidemiologia e demografia sono materia tra loro affini e con correlazioni evidenti, è necessario capire come la popolazione italiana abbia modificato la propria fisionomia, come il virus stia colpendo in modo diverso le classi di età e i sessi e come ciò influirà sulle scelte di politica demografica di breve-medio termine.

 

Come è ovvio, ancora non esiste una vera letteratura scientifica su questa nuova malattia, pertanto non è semplice dare una valutazione organica e strutturale, ma prendendo in esame i dati pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) è possibile costruire un primo modello di studio e tentare così di avere una panoramica generale.

 

Ormai è noto che il Corona virus si sia diffuso prevalentemente nelle regioni del nord, con la Lombardia che da sola raggiunge quasi il 60% dei morti, con circa 12000 vittime su 23000; se ai numeri lombardi si sommano quelli di Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte si arriva all’85% dei morti sul totale italiano. Tale fattore sarà naturalmente rilevante per la struttura della popolazione di queste regioni; in particolare il profilo demografico dei piccoli comuni della bergamasca, epicentro del contagio, subirà profonde modificazioni.

 

Regione Numero decessi percentuale
Lombardia 11384 56,9
Emilia-Romagna 2775 13,9
Piemonte 1523 7,6
Veneto 982 4,9
Italia 19996 100

I dati dell’ISS sono calcolati al 16 aprile

 

Approfondendo l’osservazione sui dati statistici maggiormente attinenti alla demografia, si evince che l’età media dei deceduti è di 79 anni e che i deceduti sono in prevalenza maschi. Infatti, se gli infetti sono quasi in egual numero tra maschi e femmine, con circa 80000 casi per sesso, i morti di sesso maschile sono oltre 13000 mentre le donne solamente 7000, con un tasso di letalità che per i primi si attesta intorno al 16,4% e 8,7% per le seconde.

Analizzando le classi di età, ogni classe vede sempre maggiore mortalità maschile che femminile e una letalità che per i maschi raggiunge la vetta del 40% tra gli 80 egli 89 anni, mentre per le donne arriva al 21%, sempre nella stessa classe. Se la letalità oltre gli 80 anni raggiunge le più alte percentuali, suscitano interesse i dati riguardanti la classe 70-79 in cui i morti sono quasi 5000 maschi e meno di 2000 donne, cioè 70% uomini e 30% donne. La letalità maschile si ferma al 30%, essendo il numero di contagiati 15000, e quella femminile al 16%. Tali numeri non sono però esaurienti per comprendere l’incidenza della malattia ed è necessario confrontarli con la struttura della popolazione. Tra i 70 e i 79 anni la popolazione femminile supera del 15% quella maschile, quindi una popolazione di circa 500.000 unità in più, ma nonostante ciò il genere maschile è quello più colpito, con 1,8‰ individui deceduti e le donne si fermano allo 0,9‰.

Ulteriore attenzione la richiedono la classe 50-59 e quella 90+. Nella prima classe, pur rappresentando in termini assoluti un’età fortunatamente non molto colpita, è d’uopo evidenziare come in percentuale sia raggiunto il picco del differenziale tra uomini e donne: infatti su 756 decessi 606 sono maschi, cioè l’80%. Tale dato, seppur non troppo significativo per il numero di vittime, certamente ci pone davanti ad un quesito di non facile soluzione, che forse può trovare risposta solo dallo studio delle cartelle cliniche pregresse di ogni singolo individuo, escludendo così tesi di tipo epidemiologico, rimanendo il numero di morti contenuto.

Un’altra domanda, ma di senso opposta, la pone la classe degli over 90, l’unica classe che rileva un maggiore numero di donne decedute rispetto agli uomini: 1483 donne e 972 uomini, rispettivamente il 60% e 40% del totale. Ovviamente anche questi dati richiedono maggiore approfondimento, ma forse estrapolare un’ipotesi è più semplice rispetto al caso precedente. Infatti la popolazione ultranovantenne è composta da 231.850 uomini e 591.348 donne, quindi le donne rappresentano più del doppio della popolazione e ciò viene rispettato anche a livello di contagi (2470 a 7333). Pertanto, il maggior numero di decessi femminili è quasi certamente dovuto solamente alla sproporzionalità della classe di età, poiché la stessa letalità rimane più alta per gli uomini (39%) che per le donne (20%).

 

 

L’analisi appena condotta sui report dell’ISS non è certamente uno studio esaustivo delle problematiche correlata alla diffusione del COVID-19, ma vuole essere un semplice ma dettagliato spunto per avviare una riflessione più profonda che non riguardi unicamente il caso Italiano, ma possa fungere da pungolo per allargare l’osservazione a livello internazionale e comprendere quale saranno le ripercussioni e le varie risposte economiche, sociali e demografiche che i governi sceglieranno di adottare, se proseguiranno con le privatizzazioni o se il sistema pubblico tornerà protagonista.

 

 


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(*) Bruno Borri, 26 anni, da sempre interessato a sviluppare tematiche di carattere storico-sociale, si è laureato a pieni voti in Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Siena con una tesi sulle società di mutuo soccorso e i movimenti operai di fine ‘800. Ha perfezionato gli studi con un master in Mutualità e Sanità integrativa, approfondendo gli aspetti di carattere demografico legati alla sanità e alla medicina di genere.

Nella sua vita non esistono però solo la storia e la demografia, ha una passione viscerale per il basket e i romanzi di Saramago.

 

(Punt e) MES

MES

 

Negli ultimi mesi, in Italia ma un po’ in tutta Europa, si è parlato molto del Meccanismo Europeo di Stabilità (in acronimo MES), detto anche Fondo salva-Stati. Poiché la sensazione è che di questo strumento si parli troppo, e talvolta a sproposito, può essere utile per i lettori riepilogare, in estrema sintesi, di cosa si tratta, come e da chi (specialmente per quanto riguarda l’Italia) è stato istituito, approvato e modificato nel tempo; come funziona e quali garanzie prevede, e perché – nonostante le polemiche e i dinieghi più o meno tattici – alla fine il nostro paese dovrà comunque accedervi.

Il MES – nato come fondo finanziario europeo, ovvero organismo internazionale su base regionale finalizzato alla salvaguardia della stabilità finanziaria dell’Eurozona – è attualmente un’impresa pubblica, in quanto suoi soci sono gli Stati sovrani dell’Unione Europea.

E’ pertanto uno degli strumenti a disposizione delle istituzioni dell’Ue, che ha subìto, negli anni, importanti trasformazioni di forma giuridica, di procedura, di provvista, mantenendo però l’originaria finalità di assistere finanziariamente gli Stati in difficoltà e i cui interventi sono condizionati al rispetto di una serie di vincoli.

La decisione “politica” di istituire il MES venne assunta dall’Ecofin il 10 maggio 2010 e a livello di Consiglio europeo il 25 marzo 2011. Per quanto riguarda l’Italia, l’approvazione della suddetta decisione del Consiglio Europeo fu deliberata nella riunione del Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2011, presieduto da Silvio Berlusconi (ministri di quell’esecutivo erano, oltre a Giulio Tremonti all’Economia e Anna Maria Bernini alle Politiche europee, fra gli altri, Umberto Bossi, Renato Brunetta, Giorgia Meloni).

Pertanto, quello che ha detto il premier Conte nella conferenza stampa nella quale ha attaccato duramente – e secondo noi in modo inopportuno – l’opposizione è formalmente corretto e sarebbe singolare che non lo fosse.

Il passaggio previsto in Parlamento per la ratifica avvenne alla Camera dei Deputati – su un testo peraltro già notevolmente modificato rispetto all’originale – il 19 luglio 2012, dove a fronte dei 325 voti favorevoli, ci furono 53 voti contrari (i 51 della Lega Nord Padania + i 2 ribelli del Popolo della Libertà Guido Crosetto e Lino Miserotti) e 36 astenuti, fra i quali il gruppo Italia dei Valori.

E’ quindi corretto quello che sosteneva il premier Conte sul fatto che lui lo strumento l’ha trovato già pronto e definito e che la Meloni era ministro quando venne approvato. E’ anche corretto quanto detto da Salvini, che in Parlamento nel 2012 la Lega votò contraria, anche se poi faceva parte dello stesso Governo (il Berlusconi IV) che l’aveva deliberato.

Il MES sostituiva strumenti già da tempo operanti (per la precisione il FESF e l’EFSM, sui quali risparmiamo dettagli ai nostri pazienti lettori) e collaudati, sulla scorta di quanto accadeva in Europa in quegli anni con i casi di Grecia, Portogallo e Irlanda. Il Fondo si stava infatti trasformando in un vero e proprio sistema di sostegno per le economie in difficoltà e per questo si prevedevano condizioni aggiuntive molto severe, così come generalmente fa qualunque banca quando presta denaro, in particolare a soggetti traballanti.

Il MES effettua prestiti a condizioni vantaggiose (tassi contenuti e lunghe scadenze) oppure acquista sul mercato secondario titoli di Stato dei paesi in crisi; le condizioni a cui l’intervento è subordinato “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite” (art. 12). Potranno essere attuati, inoltre, interventi sanzionatori per gli Stati che non dovessero rispettare le scadenze di restituzione i cui proventi andranno ad aggiungersi allo stesso MES….”. È previsto, tra l’altro, che “in caso di mancato pagamento, da parte di un membro del MES, di una qualsiasi parte dell’importo da esso dovuto a titolo degli obblighi contratti in relazione a quote da versare […] detto membro del MES non potrà esercitare i propri diritti di voto per l’intera durata di tale inadempienza” (art. 4, c. 8).

Come si vede, si tratta di condizioni che possono essere molto coercitive e violente, simili a quelle vigenti ad esempio per il FMI (Fondo Monetario Internazionale), e che possono rappresentare ingerenze molto pesanti nella vita dei paesi, già stremati dalle difficoltà. Da questo punto di vista è giustificato il timore di chi paventava “commissariamenti” di fatto dei paesi debitori ed anche stravolgimenti dei rapporti democratici all’interno degli stati in crisi.

Si deve però tenere presente che si tratta di un prestito (si può ovviamente discutere e proporre l’istituzione di uno strumento diverso che configuri erogazioni a fondo perduto, ma questo è un’altra cosa) e che sono in ballo risorse di tutti gli Stati, i quali devono rispondere ai propri elettori di come hanno gestito le risorse. L’Italia, ad esempio, ha sottoscritto circa il 20% del capitale del MES, complessivamente ammontante a 700 miliardi di Euro, e dei 125,4 miliardi che rappresentano la sua quota, ne ha già versati 14,3. E’ chiaro che se venisse fatto un prestito dal MES a paesi terzi “senza condizioni” e con nessuna probabilità di rimborso, i contribuenti italiani ne subirebbero un danno e ben difficilmente accetterebbero che le loro risorse venissero dirottate su altri paesi.

Da quello che risulta, rispetto al 2012 sono cambiate un bel po’ di cose e dalla comparsa di Covid19 si può dire, a buon titolo, che tutto il mondo è cambiato. Il fatto che praticamente tutti i paesi europei siano interessati a fronteggiare l’emergenza sanitaria e che questa comporti il fabbisogno di ingentissime risorse, ha favorito una revisione dei meccanismi e degli strumenti disponibili. In primo luogo il Presidente Ursula Van der Leyden ha comunicato che il patto di stabilità era sospeso in relazione alla spesa sanitaria. Quindi ciascuno Stato potrà spendere quanto necessario facendo semplicemente aumentare il suo debito pubblico.

Poi è stata la volta della BCE che, dopo l’iniziale incertezza con l’ormai famosa incauta dichiarazione della Presidente Christine Lagarde, sta in effetti potenziando il suo già consistente programma di acquisto di titoli pubblici sul mercato.

Infine la proposta sul tavolo relativa al MES, in cui – data la comunanza del problema per tutti gli Stati – l’unico vincolo sarà quello di finalizzare il denaro proprio all’emergenza sanitaria. E’ vero che le condizioni a cui i prestiti sono sottoposte verranno definite da parte degli organi tecnici del MES solo una volta completato l’iter politico, ma non si vede perché questi organi (in sostanza il Consiglio di Amministrazione, in cui tutti gli stati sono rappresentati in funzione delle rispettive quote di partecipazione al Fondo) dovrebbero deliberare condizioni diverse da quelle approvat dai Governi, col solo risultato di non fare poi l’operazione. E’ infatti evidente che, in caso di difformità, lo Stato richiedente non firmerà il contratto. Basta saper leggere le bozze di contratto prima di firmare: questo è ciò che è richiesto al Governo italiano.

Detto ciò, e considerato che ben difficilmente gli Stati rinunceranno al MES, se non altro per recuperare – in fase di ristrettezza – almeno in parte le risorse da essi stessi versate. L’unico effetto, certo e tangibile, del non ricorso al MES sarebbe quello di “dirottare” il denaro dei contribuenti italiani verso i bisogni degli altri paesi europei.

Che poi il MES non sia la soluzione ottimale e definitiva, che sia ulteriormente migliorabile e che si possano studiare ed istituire altri strumenti, non impedisce, come è ovvio, di utilizzare questo strumento nel momento del bisogno.

AVVISO AI NAVIGANTI – Le anime morte

Il Nostromo, essendo di natura spirito libero e contrario a vincoli e obblighi – altrimenti non se ne andrebbe da solo per mare – è particolarmente insofferente alle pur giustificate limitazioni che il momento impone e all’ambaradan dell’ io resto a casa, dell’andrà tutto bene e del tricolore alle finestre.

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A modo suo, anche il geniale Nikolaj Vasil’evič Gogol’ nel poema Le anime morte narrava di un utilizzo improprio della statistica: il Consigliere Pavel Ivanovič Čičikov acquistava a buon prezzo le anime morte, per poterne incassare il testatico che i sopravvissuti erano tenuti a pagare prima del censimento successivo.

Ora, il Nostromo non sa di virus e biologia, ma di numeri ha una certa pratica. Che significato avrà mai il numero dei contagiati se non è dato sapere a quanti, in che modo e come sono scelti quelli a cui vengono fatti i tamponi? E in quanto tempo se ne conosce il risultato in modo da poter stimare quanti hanno a loro volta contagiato? Come si fa a stimare i fattori di rischio (un malato ogni tanti contagiati, un deceduto ogni tanti malati)? I malati a casa cosa fanno, con chi stanno, quanto sono malati? Quanti dei guariti si prendono il virus una seconda volta? Quanto incidono le altre patologie sui decessi?

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Non avendo alcuna certezza, non si può che navigare a vista, sperando nello stellone. E comunque, non parlate al Nostromo di app di tracciamento Immuni, che potrebbe reagire male.

IL NOSTROMO