I corni del dilemma: le buone azioni di fine anno

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Come abbiamo visto la scorsa settimana, il mercato azionario italiano è cresciuto di quasi il 30% dall’inizio dell’anno, sulla scia del forte trend rialzista che ormai da molto tempo sta interessando il mercato USA. I vecchi operatori dei borsini (i locali delle banche dove si seguivano in diretta le contrattazioni) erano soliti affermare che il trend è tuo amico (trend is your friend) e, in casi come questo, si facevano portare volentieri dalla corrente per partecipare alla festa e mettere fieno in cascina.

Tuttavia fra le tante incertezze che ci circondano, una certezza possiamo averla: prima o poi la pacchia finisce e l’investitore prudente deve evitare di trovarsi a quel momento con il portafoglio totalmente investito, per non essere travolto dall’inversione di tendenza che molto probabilmente sarà intensa e repentina. Inoltre è altrettanto probabile che il prossimo anno, in cui ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i mercati vedranno una grande instabilità legata ai possibili esiti dell’importante tornata elettorale, per cui non è da ritenere verosimile che il rally possa continuare, almeno a questi ritmi, oltre la metà del 2020.

E’ chiaro che 6/8 mesi sono comunque molti nell’ottica di un investitore e che la gestione sbagliata di questo periodo può fare molto male sia – nella migliore delle ipotesi – come opportunità di guadagno non sfruttate sia soprattutto se rischiasse di essere travolto dal crollo prossimo venturo.

Infatti una serie di fattori, molto importanti, possono influenzare in modo significativo l’andamento dei mercati e comunque sono portatori di instabilità: dall’ingresso nell’agone del nuovo Presidente della BCE Christine Lagarde dopo l’era di Mario Draghi, all’evoluzione della lunga diatriba sui dazi commerciali fra USA e Cina; dall’ancora incerto sviluppo della Brexit (che ha da tempo compiuto i tre anni) alla capacità di tenuta del governo italiano per tutta la legislatura.

Riuscirà il governatore della Federal Reserve americana a resistere alle pressioni sempre più forti del Presidente uscente Trump per far diminuire i tassi?  E come si presenteranno le trimestrali delle società quotate nel nostro paese in una fase congiunturale di netto rallentamento? Piazza Affari avrà ancora benzina nel serbatoio per correre dopo un aumento del 30% in dieci mesi?

Considerando che mancano circa 5 settimane di mercati aperti da qui alla fine dell’anno e che in questo periodo molti operatori e gestori faranno di tutto per tenere i prezzi al massimo livello possibile al fine di presentare bilanci positivi e incassare i bonus legati alle performance, è ragionevole ritenere che l’attesa inversione di tendenza almeno fino all’anno nuovo non debba verificarsi.

Naturalmente si tratta di un’impostazione di breve o brevissimo periodo, di natura esclusivamente speculativa e finalizzata a lucrare, in chiave tattica, redditi aggiuntivi rispetto a quelli definiti come obiettivi di rendimento del portafoglio. E’ un classico punto di vista da trader, più che dell’investitore: chi ha comunque investito sulla base di una strategia ben precisa (individuando correttamente la propria asset allocation) e di una valutazione sulla gestione economica delle aziende quotate, potrà tranquillamente continuare su questa strada, non facendosi prendere ora dalla frenesia di partecipare al banchetto o, al momento del crollo, dalla depressione che arriverà.

Nella logica dell’investitore entrare ora su un titolo è invece abbastanza difficile, perché i prezzi, in rapporto agli utili societari, sono in genere molto alti, anche se continuano a crescere. Il consiglio è quindi quello di portare a casa, se possibile, le plusvalenze teoriche emerse. In tal caso, è vero che non si guadagnerà più se il corso dell’azione dovesse aumentare ancora, ma è anche vero che in caso di crollo improvviso ci saremmo cautelati. Se e quando il crollo avverrà, mantenendo comunque la fiducia in quel particolare titolo, potremmo ricomprarlo a un prezzo più basso e ci ritroveremmo nella stessa situazione di partenza ma con un bell’utile in saccoccia.

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Dal punto di vista del trader, invece, si potrebbe pensare a incursioni rapide su alcuni titoli particolari al momento in cui i prezzi dovessero scendere del 2 o 3 per cento in una singola giornata oppure oltre un certo livello soglia, per poi rivendere al rimbalzo successivo, quando si arrivi a una plusvalenza ritenuta accettabile. In questo caso si deve costruire un elenco (la cosiddetta watchlist), di titoli graditi, da monitorare giorno per giorno. Il concetto dovrebbe essere quello che, se anche nel breve termine non si riesce a chiudere quella operazione e il titolo continuasse a scendere, avremmo sempre effettuato un investimento che ha senso; al limite incasseremmo i dividendi al prossimo stacco.

Va in ogni caso tenuto presente qual è il livello di rischio che si intende correre, ovvero il limite massimo di perdita ritenuto sostenibile, per poi uscire anche in stop loss se le cose dovessero mettersi male.

Viceversa, estremamente rischioso è impostare una strategia short su alcuni titoli o sugli indici di borsa, ovvero vendere allo scoperto e a termine al fine di lucrare sul crollo che si prevede alle porte. Questa strategia è molto pericolosa, ed espone a perdite potenzialmente illimitate se invece il mercato continua a crescere, tanto più se si utilizza la leva finanziaria che amplifica, come noto, sia i guadagni che le perdite.

Un’altra ipotesi operativa da prendere in considerazione può essere quella degli strumenti derivati. Se vogliamo sterilizzare gli utili teorici fino a questo momento emersi senza tuttavia vendere i titoli, potremmo acquistare un certificato (i cosiddetti ETC o ETF) il cui valore aumenta al diminuire dell’indice di borsa, o dell’andamento di un particolare titolo. Si tratta di titoli che utilizzano una determinata leva finanziaria e il cui costo di acquisto può essere considerato una sorta di premio assicurativo. Con opportuni calcoli, è possibile determinare quale ammontare del certificato sottoscrivere a fronte di un determinato utile da plusvalenza che si vuole congelare. Da quel momento in avanti, se i calcoli sono corretti, qualunque cosa succeda il nostro utile teorico non sarà più in discussione; ovviamente però si rinuncerà a eventuali ulteriori guadagni se i nostri titoli dovessero continuare a crescere.

In sostanza, se il mercato crescerà si guadagnerà con il portafoglio, ma si perderà sul derivato; se invece si verificherà il temuto crollo, il derivato si apprezzerà nella stessa misura della minusvalenza sui titoli.

Pur essendo una soluzione interessante, si tratta tuttavia di strumenti che richiedono un certo grado di conoscenza teorica e un’attitudine ad operare sui mercati, per cui sono più adatti a investitori esperti. E inoltre si tratta di strumenti caratterizzati da una certa opacità, specie in merito ai costi caricati da chi li produce e da chi li commercializza. Sono loro che, in ultima analisi, guadagnano con ogni situazione di mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia o Raddoppia: seguire il trend o ritirarsi con ordine?

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Ancora poche settimane di mercato aperto e anche questo 2019 passerà in archivio. L’interesse degli investitori è ovviamente concentrato su quello che potrà succedere nei prossimi giorni, per cercare di capire quali possono essere le decisioni più efficaci sul portafoglio. Per poter fare questo, è tuttavia necessario analizzare prima quello che è successo in passato, in particolare nell’ultimo anno, per molti aspetti piuttosto singolare.

Dopo il disastro generalizzato che ha interessato praticamente tutti gli asset (ovvero gli strumenti finanziari disponibili per l’investimento) nella seconda metà dello scorso anno, ad esclusione dell’azionario USA, il 2019 è partito subito bene e già dopo i primi tre o quattro mesi molti investitori erano riusciti a recuperare buona parte delle perdite subite l’anno precedente. Il mercato azionario italiano, in particolare, ha intrapreso un sentiero di forte crescita dei volumi, ma anche l’obbligazionario ha performato piuttosto bene, grazie soprattutto alle politiche espansive delle banche centrali, sia quella europea che quelle americana e britannica.

Le banche centrali, contrariamente alle attese, hanno proseguito le politiche monetarie tese a favorire la crescita economica e quindi finalizzate a mantenere bassi i tassi di interesse. Quando i tassi sono bassi, infatti, le imprese dovrebbero trovare più conveniente investire e le famiglie indebitarsi per fare acquisti di beni durevoli, e per tale via stimolare la domanda e la produzione.

In realtà sappiamo bene che non è sempre così perché, oltre determinati livelli, il reddito non risponde più agli stimoli monetari, configurandosi la cosiddetta trappola della liquidità: nonostante i tassi estremamente contenuti (abbiamo visto che in questo periodo sono anche negativi), le imprese non chiedono nuovi prestiti perché comunque non hanno sufficiente domanda dai loro clienti per poter vendere i nuovi maggiori prodotti. In questi casi gli economisti – con una metafora efficace – dicono che “il cavallo non beve” e per far crescere l’economia sono necessari stimoli più forti, quali la politica fiscale e quella di bilancio pubblico.

La politica monetaria espansiva è basata sul principio dell’aumento di liquidità, ovvero dell’incremento della quantità di moneta in circolazione. Con più moneta che circola nel sistema, aumenta la domanda di strumenti finanziari, in primo luogo azioni ed obbligazioni, ed è questo il motivo per cui il mercato azionario, nell’anno che ormai volge al termine, ha visto crescere i propri prezzi.

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Anche nel mercato obbligazionario crescono i prezzi dei titoli e questo determina la riduzione dei tassi di interesse. Esiste una relazione algebrica di proporzionalità inversa fra prezzo di un titolo obbligazionario e tasso di interesse; senza voler entrare nel dettaglio tecnico, è comunque intuibile che se molti investitori chiedono di acquistare un titolo obbligazionario, chi lo emette può ridurre il tasso di rendimento che deve pagare; se si tratta di un titolo a tasso fisso, in cui la cedola non cambia, l’aggiustamento avviene proprio attraverso il prezzo in maniera pressoché automatica.

Un esempio renderà chiaro il concetto. Supponiamo di avere un titolo che, al prezzo iniziale di 100, paga una cedola annuale del 5%. Se i tassi di mercato diminuiscono, supponiamo di mezzo punto percentuale, questo titolo diventerà molto appetibile sul mercato perché offre una cedola superiore a quelle correnti nella nuova situazione. Aumentando la domanda di quel titolo, ne aumenterà anche il prezzo che tenderà ad andare a 111, in modo tale che la sua cedola (5 Euro) rispetto a 111, esprima un rendimento intorno a 4,50%, nuovo livello di mercato.

I mercati hanno beneficiato, nel corso di quest’anno, dell’abbondante liquidità presente sul mercato ed hano consentito a chi deteneva i titoli di realizzare buoni risultati. La questione che si pone ora è quindi: che fare? Converrà tenere ancora i titoli, e al limite acquistarne altri, contando sulla continuazione del trend; oppure approfittare del rally del 2019 per portare a casa i guadagni e mantenersi liquidi in attesa della temuta inversione dei mercati?

Il problema è quindi molto semplice, ma la soluzione tutt’altro che scontata: quando finirà la pacchia? Perchè è certo che prima o poi il ciclo si invertrà; si tratta solo di vedere quando e in che modo. Ben pochi avevano previsto una crescita ininterrotta del nostro mercato azionario (+ 27% da inizio anno) e chi, ad esempio, ne fosse uscito dopo soli due o tre mesi, si sarebbe perso tutto l’incremento con le relative opportunità.

Se i pessimisti avessero però avuto ragione (e ovviamente nessuno può avere risposte sicure prima), avrebbero potuto ricomprarsi gli stessi titoli a prezzi notevolmente ribassati e lucrare una consistente plusvalenza oppure, alternativamente, si sarebbero risparmiati perdite sanguinose.

Vista così, potrebbe sembrare una situazione di scommessa o gioco d’azzardo, e per molti aspetti effettivamente lo è. Tuttavia, esistono diverse possibilità per limitare i rischi e nello stesso tempo non rinunciare a qualche beneficio, tenendo sempre presente il trade-off rischio-rendimento, ovvero la circostanza che per guadagnare di più occorre assumere rischi maggiori. Purtroppo non esistono in finanza (e non solo) strumenti in grado di realizzare entrambi gli obiettivi.

 

Lo vedremo meglio nel prossimo articolo.

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Il vento continua a soffiare

Il mercato azionario italiano ha fatto + 27% dall’inizio dell’anno, e continua a crescere. Potrà durare? Di sicuro prima o poi la pacchia finisce; ma quando? L’inversione di tendenza sembra matura, l’economia reale arranca, i multipli sono alle stelle. L’investitore razionale e timoroso dovrebbe riportare a casa i suoi soldi e tenerli al sicuro in attesa del ciclone. Il punto è che l’attesa può durare mesi.

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Ma come il calabrone che a dispetto della fisica continua a volare, così Piazza Affari non smette di crescere. Seguire il vento, col rischio di trovarsi in mezzo alla tempesta a pieno carico oppure restare fermi in rada col rischio di perdere opportunità importanti?

Adelante con juicio, raccomanda il Nostromo. Restiamo su titoli solidi di società in utile, e male che vada incasseremo i dividendi a primavera. E nel frattempo, portiamo a casa il più possibile.

IL NOSTROMO

Green new deal? Il contributo di Marco Mancuso

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Continuiamo ad occuparci di ecologia, ambiente, sviluppo sostenibile, ma questa volta sotto il profilo delle opportunità industriali che si aprono, che – per quanto si è detto nei precedenti articoli – rischianmo di diventare delle vere e proprie “issues” per il futuro.

Il problema sarà allora non “se” l’onda verde si manifesterà ma “come”, “quando” e “in che misura”, e soprattutto se siamo pronti a cavalcarla o rischiamo invece di esserne travolti.

Ospitiamo con piacere il contributo di un giovane e brillante ingegnere energetico e nucleare, uno dei cervelli in fuga che società ben più attrezzate della nostra sono riuscite ad attrarre proprio per rispondere alle sfide epocali che ci attendono. Così il nostro paese, dopo aver investito risorse ingenti nella formazione e preparato ottimi professionisti, si ritroverà ancora più arretrato e fuori mercato.

Un punto di vista interessante di chi opera in prima linea, un’analisi pur necessariamente sintetica ma senz’altro pregnante e acuta, da non perdere.

Buona lettura, dunque!


 

 

Ragionando sulla nuova crociata dell’ambientalismo, questo articolo cerca di andare oltre al dibattito sui modi, i tempi o gli argomenti, cercando di analizzare un po’ più ad ampio spettro il tema, ricercando alcuni fatti tangibili e provando a commentare le ricadute macro e micro economiche.

Il dato di partenza, oggettivo ed inopinabile, è che il nuovo “ismo” del 21esimo secolo genera nuove opportunità di mercato e ne chiude di altre.

Che sia customer oriented o market oriented, che sia un “il mercato ha una mancanza ed io azienda la colmo” (Nissan, Ford, Chevrolet nei primi anni 2000), che sia un “il futuro è dell’auto elettrica ed io azienda ti dimostro di poter produrre un’ auto sportiva, appealing e orientata alle masse” (Tesla a cavallo del 2010) o che sia un “il cliente sa quello che vuole ed io azienda glielo propongo nel tentativo di riguadagnare i clienti disaffezionati” (tutti gli altri big Car Maker dal 2015 in poi), il mercato dell’ automotive è stato profondamente scosso dall’ambientalismo dell’ultimo ventennio e dal cosiddetto “Effetto Tesla”.

La sfida tra i costruttori di autoveicoli nei prossimi decenni sarà accaparrarsi una fetta del mercato del motore elettrico (e che ogni anno aumenta sempre di più). Le competenze richieste in questo settore oggi vertono principalmente su guida autonoma e assistenza alla guida, auto sempre connessa e suoi servizi, elettrificazione del veicolo e infrastruttura di approvvigionamento (terminali di ricarica a casa, colonnine di ricarica on the road): se avete queste conoscenze, fatevi avanti.

L’ambientalismo post Buco dell’ozono può anche essere visto come una moda, una cultura a cui appartenere, uno strumento di propaganda o una nuova linea promozionale: ecco quindi grandi catene commerciali della fast fashion (H&M, Zara) che fanno delle economie di scala e del prezzo basso il loro punto di forza, ritrovarsi a proporre nuove collezioni “sostenibili” ad un prezzo “meno basso” per i clienti più “conscious”.

Oppure la ri-ri-ri-nascita dell’usato o del riciclo, della vendita di seconda mano, dei mercatini delle pulci. Due facce della stessa medaglia che offrono nuove opportunità di business e meno cartoni da spostare durante il trasloco.

Anche i nuovi negozi Bio e gli alimenti a chilometro zero sono ascrivibili per analogia alla categoria: quello che non più di 70 anni fa era la normalità e che l’industria frigorifera e la globalizzazione hanno messi fuori mercato, oggi Carlo Petrini e l’eco-friendly hanno riportato in auge.

La prima Grünewelle (onda verde) nei primi anni 2000 ha visto un interesse globale con progressivo riempimento di tutte le lacune anche da parte di personale ri-qualificato. Quando i giovani neolaureati del periodo si sono affacciati per la prima volta al mondo del lavoro hanno visto (non solo a livello nazionale ma anche europeo) una polarizzazione di pochi stage non pagati/ poco pagati alternati a tante posizione di manager con esperienza pluriennale.

Nel mezzo il nulla o poco più.

Questa seconda onda verde del secondo decennio 2000 vede un nuovo tentativo sovra-nazionale di accordo sulle emissioni: siano queste nazioni sviluppate o altresì nazioni in via di sviluppo che non accettano briglie nella loro corsa, il tentativo rimane tale e si fracassa sui veti delle singole nazioni. A livello di singolo stato però, anche la risposta politica (orientata al o modellata dal cittadino) cerca di cavalcare il consenso e adattarsi al contesto industriale e produttivo.

I paesi scandinavi spingono per il bando ai motori tradizionali in una economia già da anni incentrata su energia rinnovabile e (termo-)valorizzazione del rifiuto, la Germania ha recentemente reso noto un accordo di governo che nel tentativo di proteggersi dalla recessione non si dimentica dei giovani del FridaysForFuture, persino negli Stati Uniti anti accordi di Parigi la nuova corrente a sinistra del partito dem prova a farsi aruspice di una nuova agenda green da trasformare in disegno di legge nel 2020.

Il resto d’Europa è forse ancora impegnata con i suoi fantasmi interni (Italia, Francia, Regno Unito, Polonia, Spagna) ma è possibile che nel prossimo ciclo di elezioni gli argomenti di una economia verde e la promessa di nuovi posti di lavoro divengano sempre più centrali.

Al momento sembra quasi che il sentimento ambientalista abbia attecchito più a livello locale e meno a livello globale, o quantomeno che sia più difficile trovare un accordo sull’argomento via via che le comunità di individui e l’architettura sociale si complica.

Tuttavia le iniziative dei singoli continuano a moltiplicarsi e le aziende cercano di partecipare alla festa per mangiare un pezzo di torta.

Il vento di un nuovo Green New Deal soffia ed il sistema economico risponde di conseguenza.

 

 

Marco Mancuso (*)

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(*) Marco Mancuso, 29 anni, vive a Monaco di Baviera con la fidanzata Elonora.
Nato a Palermo e laureatosi in Ingegneria Energetica e Nucleare tra Palermo e Torino, si è trasferito in Germania nel 2015 e lavora oggi nel settore automotive presso il gruppo Volkswagen.

Parla italiano, inglese, tedesco e spagnolo, ama viaggiare e  conoscere nuove culture ma non si dimentica mai della sua Sicilia.

AVVISO AI NAVIGANTI – A testa alta

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Camminando sempre a testa bassa, si rischia di perdere la strada di casa. Quando si naviga, è necessario tenere sempre presente la rotta da seguire e non andare alla giornata.

Spesso siamo così presi dai movimenti di breve periodo del mercato da perdere di vista la strategia, e così capita di ritrovarsi con un portafoglio squilibrato. Seguire il trend va bene (trend is your friend), ma tenendo sempre presente dove ci troviamo e dove vogliamo andare. L’asset allocation è importante, altrimenti la corrente può portarci fuori rotta: troppa tattica può essere dannosa.

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Sfruttare questa fase crescente del mercato porta fieno in cascina, ma attenzione. Quando il mercato girerà, è importante non farsi trovare con l’uomo nero in mano per non giocarsi tutto quello che abbiamo guadagnato in tempi di vacche grasse.

IL NOSTROMO

 

 

Com’era bella la mia valle…

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Volendo ancora parlare di ambiente e di business, cerchiamo di evitare i riferimenti a Greta e alle manipolazioni ad effetto, più o meno interessate. Siccome tutto (o quasi) alla fine ha un connotato economico, è evidente che la rinnovata e diffusa sensibilità ecologica presenta conseguenze importanti anche da questo punto di vista, tanto che si parla molto – spesso troppo – di green economy.

Secondo la bibbia dei tempi di Internet, Wikipedia, si definisce economia verde (in inglese green economy), o più propriamente economia ecologica, un modello teorico di sviluppo economico che prende origine da un’analisi bioeconomica del sistema economico dove oltre ai benefici (aumento del Prodotto Interno Lordo) di un certo regime di produzione si prende in considerazione anche l’impatto ambientale cioè i potenziali danni ambientali prodotti dall’intero ciclo di trasformazione delle materie prime a partire dalla loro estrazione, passando per il loro trasporto e trasformazione in energia e prodotti finiti fino ai possibili danni ambientali che produce la loro definitiva eliminazione o smaltimento[1]

Si è spesso parlato, al proposito, di sviluppo sostenibile, ovvero di crescita economica che possa durare nel tempo, senza pregiudicare l’ambiente in cui viviamo ed esaurire le risorse che il nostro pianeta ci offre, ma che abbia la capacità di mantenere, e anzi migliorare, il nostro habitat, utilizzi fonti di energia rinnovabili e limiti al massimo l’inquinamento, in particolare le emissioni di anidride carbonica nell’aria, la famigerata CO2.

Questo elemento è un gas che si forma nei processi di combustione – derivanti dall’utilizzo di energia negli impianti industriali e nei mezzi di trasporto –  dall’unione del carbonio contenuto nei combustibili con 2 atomi di ossigeno presenti nell’aria. La produzione in grande quantità di anidride carbonica è nociva per l’ozono, cioè lo strato gassoso presente nell’atmosfera che protegge la terra dall’azione dei raggi ultravioletti provenienti dal sole, e contribuisce al surriscaldamento climatico oltre a rendere pessima la qualità dell’aria soprattutto dei grandi centri cittadini.

Una prima risposta, più immediata, a questo problema, è quella della drastica riduzione dell’attività produttiva, il regime che potremmo definire dell’andare a cavallo. Se si produce meno, se ci si sposta a piedi (o, appunto, a cavallo), se non si utilizza energia elettrica, certamente le emissioni si riducono. Alcuni ipotizzano, forse provocatoriamente, che si possa tornare indietro nel sentiero dello sviluppo, e quindi eliminare i mezzi inquinanti: riscaldamento, mezzi di trasporto, sistemi di produzione. E’ possibile rinunciare a tutto questo? Sicuramente no, anche se alcuni teorici della “decrescita” sicuramente dicono cose sensate. [2]

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Come ha affermato Serge Latouche[3], uno dei principali fautori di questa corrente di pensiero, la decrescita è innanzitutto uno slogan per indicare la necessità e l’urgenza di un “cambio di paradigma“, di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita basato sulla produzione esorbitante di merci e sul loro rapido consumo.

Secondo tale impostazione, si tratterebbe quindi di mettere in discussione le principali istituzioni socio-economiche, al fine di renderle compatibili con la sostenibilità ecologica, un rapporto armonico uomo-natura, la giustizia sociale e l’autogoverno dei territori, invertendo un tendenza che tenderebbe all’autodistruzione.

Ripensare a molte nostre abitudini, rivedere il modello di vita consumistico e i sistemi di produzione “energivori” è sicuramente un indirizzo utile e salutare. Ma rinunciare alle comodità, al benessere, al progresso scientifico, agli spostamenti non è pensabile.

L’altra strada è allora quella della green economy, modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dallo sviluppo e quindi dalla crescita del PIL, sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime. Questo modello offre sicuramente anche molte opportunità di business reale, e occasione di creare prospettive di lavoro interessanti nel cosiddetto settore dei green jobs.

La green economy ha infatti grande bisogno di personale esperto che pianifichi la strategia aziendale in tema di impatto ambientale. Pensiamo ad esempio alle competenze in:

  • risk management, utile alle valutazione dei potenziali rischi sulla sicurezza del territorio derivanti dall’operato dell’azienda;
  • installazione di materiali ecosostenibili, come sistemi di riscaldamento e molti altri strumenti al servizio di case e uffici;
  • installazione e manutenzione di impianti a basse emissioni di carbonio, con competenze in materia di energia intelligente.

Tra i profili dedicati allo studio e alla progettazione, le competenze maggiormente richieste in questo ambito sono:

  • ingegneria degli impianti (idrici, di riscaldamento, di ventilazione ecc.);
  • ricerca e sviluppo;
  • meccatronica (il mix di competenze informatiche, meccaniche ed elettroniche, fondamentali per progettare motori e impianti sostenibili).

Probabilmente quindi esiste una giusta via di mezzo tra il puro e semplice rimpianto di una società bucolica ormai impensabile e uno sviluppo senza freni che distrugge l’ambiente e ne esaurisce le risorse.

 

 


[1] Da https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_verde

[2] Il concetto di decrescita è alla base di una corrente di pensiero politico, economico e sociale favorevole alla riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura ovvero sviluppo sostenibile in termini di indici di sviluppo di fronte anche al rapporto sui limiti dello sviluppo, nonché di equità fra gli esseri umani stessi.

 

[3] Serge Latouche, Le pari de la décroissance, Paris, Fayard, 2006.

AVVISO AI NAVIGANTI – Tempo di correre

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Il decennio si chiuderà bene, salvo eventi imprevisti. La tregua fra USA e Cina porterà all’accordo di fine novembre e il rissoso parlamento inglese non potrà tenere in scacco la Brexit ancora per molto. Ci restano ancora due mesi buoni di mercato – parliamo ovviamente dell’azionario – per mettere fieno in cascina con qualche uscita corsara.

Il consiglio del Nostromo è di monitorare i titoli che hanno buona salute e prospettive (ognuno ha la sua play-list), entrare a gamba tesa quando il mercato scende oltre il 2/3 per cento e uscire in profitto appena si torna un altro 2/3 per cento sopra. Si corre il rischio di rimanere inchiodati, ma in quel caso ci rifaremo coi dividendi. Se invece tutto continua ad andare come ora, i 5/600 € per ogni zingarata si portano a casa, utilizzando le minus fiscali dell’anno scorso per non pagare tasse. Pas mal

 

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Chi vol esser lieto sia, del doman non v’è certezza. Il prossimo decennio comincerà sicuramente peggio.

 

IL NOSTROMO

 

 

Sparsa le trecce morbide…

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Il dolore di Ermengarda nell’Adelchi manzoniano – rinnovato a ogni generazione di studenti di latino alle prese con l’accusativo alla greca – per aver appreso che il marito che l’aveva abbandonata si era nuovamente sposato, richiama il dolore della treccia più famosa di oggi, quella di Greta Thunberg, per il degrado del pianeta.

Dobbiamo confessare che le sempre più frequenti apparizioni sui media di Greta Thunberg e le lezioncine che dispensa – con il consenso e anzi l’appoggio delle classi dominanti – tanto da farle fare un intervento alle Nazioni Unite davanti ai grandi della Terra – ci provocano una certa reazione di fastidio, se non di vero e proprio disappunto, ben diversa dal clima di generale e incondizionata ammirazione di cui gode la furba svedesina.

E questo non tanto per le cose che dice, in gran parte giuste e condivisibili (come si fa a non essere d’accordo sulla necessità di un maggiore rispetto per l’ambiente e di un corretto uso delle risorse?), quanto per la sovraesposizione e anche l’utilizzo improprio da parte dei genitori di una minore che forse dovrebbe meglio impiegare il proprio tempo sui banchi di scuola piuttosto che sul set.

La Svezia è stata d’altra parte una delle prime nazioni a porre con forza il problema della conservazione dell’ambiente, fin dagli anni ’70, e a organizzare la propria vita sociale e politica in modo corretto e responsabile, anche se ora il mito della socialdemocrazia scandinava è decisamente appannato.

A parte Greta, il vero problema, oltre a quelli seri dell’ambiente, è l’ondata di estremismo ecologista che da qualche tempo imperversa, che rischia di trasformarsi in una sorta di nuova religione, con forti connotati di intransigenza e fideismo.

 

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Dopo i pressanti allarmi sul “buco dell’ozono”, il cui pericolo sembra ora rientrato, e il sostanziale fallimento dei negoziati sul clima fra le grandi potenze mondiali, l’ambientalismo ha ripreso nuovo vigore, di pari passo con l’accresciuta consapevolezza che lo sviluppo economico non può esaurire o pregiudicare le risorse naturali. Il ritmo di crescita economica a doppia cifra degli ultimi 20/30 anni di regioni del mondo sovrappopolate, in modo particolare India e Cina, ma in generale di tutta la regione asiatica, fa sorgere il giustificato dubbio che le fonti energetiche tradizionali (petrolio, gas naturale, carbone) possano esaurirsi nel giro di qualche decennio.

Da qui il giusto obiettivo da un lato di ridurre il consumo di queste risorse, limitando così anche il relativo inquinamento ambientale, dall’altro di ricercare nuove fonti rinnovabili o rigenerabili.

I più attempati fra i lettori del blog ricorderanno certamente le condizioni di vita degli anni ’70 alla fine del “miracolo economico” che sancì l’ingresso del nostro Paese fra i grandi della Terra. Le città erano (almeno apparentemente) molto più inquinate di oggi, con le emissioni di scarico e i fumi delle ciminiere fino ai margini dei centri storici, con i locali pubblici pieni di fumo come camere a gas e pochissima o nulla attenzione da parte delle aziende agli effetti tossici di molte lavorazioni sull’ambiente, con i centri cittadini – oggi in gran parte chiusi al traffico – invasi dalle auto e mezzi di trasporto.

Intere città venivano edificate in spregio alle sensibilità ambientali e prendevano forma i numerosi ‘mostri ecologici’ che oggi è spesso complicato demolire. L’agricoltura biologica era ancora di là da venire e l’uso di diserbanti chimici era indiscriminato e incontrollato. Anche oggi esistono ahimé situazioni del genere, ma sono chiaramente illegali e c’è comunque una sensibilità diffusa e un sentire comune che fanno condannare utilizzi di risorse non rispettosi dell’ambiente. Sottrarsi alla legislazione di tutela è purtroppo sempre possibile e continuamente vengono scoperte situazioni di enormi truffe specie sul versante dello smaltimento dei rifiuti, in particolare di quelli più inquinanti. Si tratta però sempre di reati, rispetto a un sistema di leggi che, seppur sempre migliorabile, oggi pare sufficientemente completo, anche purtroppo a causa dei numerosi disastri che si sono verificati negli anni.

Un tempo macchine e dispositivi consumavano energia molto più di oggi e la stessa produttività degli impianti di estrazione era molto inferiore a quella attuale. Le città erano meno verdi di oggi, intasate da traffico e inquinate dagli scarichi. Nuovi cantieri venivano aperti continuamente nelle periferie, dando vita a palazzoni uso conigliere e insediamenti con minima disciplina edilizia. Lo scarico in mare e nei fiumi di rifiuti era pratica diffusa e spesso tollerata. Probabilmente era la stessa situazione che si verifica oggi in Cina e in India, dove sull’altare dello sviluppo venivano sacrificate risorse naturali e salvaguardia dell’ambiente.

Tanto che la risposta dei cinesi a chi imputa loro il naufragio dei negoziati sull’ambiente è quella di chi è chiamato ad osservare limitazioni proprio da coloro che tale situazione hanno in precedenza causato, come le potenze industriali occidentali. Prima vi siete sviluppati voi e avete devastato l’ambiente – dicono i sudditi del celeste impero a noi occidentali – e ora che lo facciamo noi, vorreste che ci fermassimo. Certo è che l’impatto sul pianeta di una popolazione di qualche miliardo di esseri umani è molto maggiore di quello dell’Europa e degli Stati Uniti qualche decina di anni fa.

Le emergenze ambientali però non si esauriscono nei problemi dell’inquinamento e della disponibilità di risorse dei paesi sviluppati o in via di sviluppo, ma anche nella deforestazione e nel processo di desertificazione del pianeta. Tutte cose giuste e meritevoli di attenzione e comportamenti corretti, pena il rischio di veri e propri disastri ambientali nelle prossime generazioni. Giusto preoccuparsene e soprattutto insegnare nelle scuole i principi dell’ecologia e del rispetto della natura.

Tuttavia l’esasperazione dei toni, come pure l’enfasi e la riprovazione generale verso chi non è allineato paiono francamente esagerati. In alcuni casi si fa dell’ecologia una vera e propria piattaforma politica, come se la tutela dell’ambiente non dovesse essere comune a tutti gli schieramenti e l’azione politica non dovesse svilupparsi invece anche su altri temi di interesse più specifico.

Altrimenti si rischiano situazioni ridicole, come quella che, nell’incapacità di assicurare un efficiente smaltimento dei rifiuti urbani, parcellizza gli obblighi di raccolta differenziata presso gli utenti senza integrare il processo con inceneritori all’avanguardia e riciclo dei materiali. Così non si fa altro che trasferire sugli utenti una parte dei costi e lavoro senza peraltro migliorare né la qualità del servizio né gli effetti negativi sull’ambiente.

 

Un altro falso mito, insomma.

AVVISO AI NAVIGANTI – Ottobre di penitenza

Tradizionalmente il mese di ottobre è un mese di penitenza, e anche i mercati si sono adeguati. Ma il Nostromo ritiene che fino al Natale qualche soddisfazione ce la possiamo togliere.

Con prudenza e selezionando gli oggetti, può essere il momento di prepararsi alle feste di fine anno, complice la anche Brexit (se finalmente arriveremo all’ultima slide), il clima più disteso dei negoziati USA – CINA e la liquidità del sistema, ancora alta.

Nel 2020 poi non sappiamo cosa succederà, ma questa è un’altra storia.

IL NOSTROMO

I falsi miti: numero dei parlamentari

Palazzo_Montecitorio_Rom_2009

 

Una vecchia ma illuminante storiella raccontava di un tale che, incontrando un amico, gli descriveva la sua paura per aver visto una macchina che procedeva contro senso nella sua corsia di autostrada. Al che l’altro, ribatteva : “Uno solo? Pensa che io stamani vedevo TUTTE le auto che andavano in senso contrario…”.

Talvolta questo è proprio quello che succede leggendo i giornali o guardando la TV: si sentono giudizi e opinioni che vengono quasi dati per scontati, implicitamente assumendo che tutti siano o debbano essere d’accordo. In realtà, se ci si ferma a riflettere, ci accorgiamo che in gran parte si tratta di falsi miti, o comunque di argomenti sui quali è ben possibile pensarla diversamente dall’opinione corrente. Capita allora di sentirsi proprio come quello della storiella che si trovava a procedere in direzione opposta a quella di tutti gli altri.

E’ il caso di due argomenti sui quali si sono recentemente spesi fiumi di parole e di inchiostro: la riduzione del numero dei parlamentari e l’ambientalismo esasperato. Proviamo a rimettere le idee in fila, naturalmente senza la pretesa di verità assoluta.

Il nuovo governo, che ha l’indiscutibile merito di aver almeno rinviato l’emarginazione del nostro paese dall’Unione Europea e la deriva sovranista, è nato con la condizione – imposta dal partito di maggioranza relativa – di ridurre il numero dei parlamentari, considerati troppi e inutilmente costosi. Così è stata votata in settimana, praticamente all’unanimità,  la legge che riduce il numero dei deputati da 630 a 315 e quello dei senatori da 400 a 200, per un totale di 345 seggi tagliati, ovvero il 36,5%. Il risparmio è stato stimato in circa 500 milioni di Euro per ogni legislatura, pari a 100 milioni all’anno.

Bene. Tutti contenti? Forse sì, ma a nostro parere non è una bella notizia. In primo luogo perché il problema della politica non è tanto quello del costo eccessivo in assoluto (su questo torniamo fra un attimo), ma della qualità del personale e del lavoro svolto.

Obiettivo di un paese serio non dovrebbe essere quello di avere una classe politica che costa poco in assoluto, ma che lavora bene, in modo illuminato ed efficiente, interpretando al meglio la volontà degli elettori e guidando il paese verso uno sviluppo sistematico e sostenibile, assicurando nel contempo equità e rispetto dei diritti. Il tutto con il vincolo che il costo sia coerente con le risorse complessive. Meglio pagare di più per un Parlamento che funziona piuttosto che risparmiare con eletti che disertano le sedute e il lavoro in commissione, che tutelano i propri interessi anziché quelli collettivi, che magari sono vulnerabili a episodi di corruzione o sono condizionati da pesanti conflitti di interesse. Un buon Parlamento può far risparmiare al paese molti più soldi di quelli che costa, attraverso un utilizzo efficiente della spesa pubblica, l’organizzazione di servizi di qualità, la realizzazione di un ambiente economico che tutela e favorisce il lavoro, l’iniziativa privata e la limitazione degli sprechi.

Recuperare 100 milioni di Euro all’anno – per un bilancio come il nostro che ha un disavanzo di 30 miliardi e un debito pubblico di quasi 2.500 miliardi – con una politica economica e fiscale intelligente non è un impresa difficile.

Un po’ come le polemiche di matrice pauperistica sui superstipendi dei manager privati: ci si indigna per i compensi pagati ai dirigenti, ma si dimentica che in un modello capitalista è perfettamente legittimo e razionale che gli azionisti decidano di pagare X milioni di euro all’anno a un capoazienda se sono convinti che con la sua opera la società potrà guadagnare 3 o 4 volte tanto. Diverso, ovviamente, il discorso per i manager pubblici, sui quali l’imposizione di tetti alla remunerazione è invece corretta, specie quando risulta difficile valutare la loro performance.

Così come una politica di solo contenimento dei costi non è mai una buona politica aziendale, se non è accompagnata, e anzi preceduta, da uno sviluppo dei ricavi e del giro di affari. Un commerciante che volesse solo risparmiare sugli acquisti, basterebbe che non acquistasse merce; ma cosa venderebbe poi ai suoi clienti? La logica dello sviluppo è l’esatto contrario, per cui anche un aumento dei costi è ampiamente giustificabile se ciò comporta un più che proporzionale incremento dei ricavi, in modo tale che il profitto comunque cresca.

C’è poi un altro aspetto non trascurabile. Se si parte dall’idea che l’attuale distribuzione dei seggi parlamentari rispetto al territorio sia corretta, un “taglio lineare” del loro numero rende necessaria un’operazione di riequilibrio distributivo, in modo da ottenere una nuova situazione soddisfacente. Se si riteneva una circoscrizione territoriale ben rappresentativa in precedenza, con il nuovo numero vanno sicuramente apportati dei correttivi per realizzare una distribuzione altrettanto rappresentativa. Se un senatore veniva eletto, ad esempio,  in un collegio di 500.000 abitanti, e oggi quel collegio – per effetto della riduzione del numero dei seggi – copre un milione di abitanti, certamente il rapporto degli eletti con la popolazione, specie quella dei piccoli centri isolati, diventa meno stretto e in qualche modo si affievolisce il legame con la politica.

Lo stesso per quanto riguarda il meccanismo elettorale, proporzionale o maggioritario. Se non si pone mano a una complessiva riforma del sistema rappresentativo, che assicuri un rapporto stretto fra eletti e elettori e, allo stesso tempo, un’efficace azione di governo, non si fa un buon servizio al paese. Ma se l’obiettivo è il puro e semplice taglio dei costi, ben difficile che si ottenga anche un miglioramento qualitativo, o quanto meno un mantenimento dello status quo.

Tutto sommato – almeno dal punto di vista del metodo – era sicuramente meglio affrontare il tema attraverso una complessiva proposta di riforma, come aveva fatto il Governo Renzi con il referendum che poi venne respinto dall’elettorato, decretando così la fine di quell’esecutivo. Si può condividere o meno quella proposta, ma allora era evidente che lo scopo non era tanto o solo quello di risparmiare, quanto quello di realizzare un diverso sistema di rappresentanza.

A ben guardare, sembra che il vero obiettivo della sbandierata riduzione del numero dei parlamentari sia quello di assecondare “la pancia” dell’elettorato, sempre diffidente e sospettosa nei confronti della politica.

 

Nel prossimo articolo parleremo di un altro grande falso mito, quello del neo-ecologismo e dell’ambientalismo estremista, affascinato dalle treccine di Greta Thunberg e dai conati anti progresso.