L’ABC dell’economia: l’evoluzione della moneta

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Nel brevissimo e necessariamente semplificato excursus che abbiamo fatto nell’articolo della scorsa settimana per descrivere l’origine della moneta, abbiamo visto che con la specializzazione del lavoro e la nascita degli scambi, emersero tre necessità:

  • misurare il valore dei beni e dei servizi da scambiare;
  • disporre di un adeguato mezzo di scambio che evitasse il baratto;
  • conservare il valore nel tempo per rendere possibile l’acquisto in un momento successivo.

 

Abbiamo già detto che l’entità in grado di soddisfare queste tre esigenze era proprio la moneta, le cui funzioni classiche sono infatti rispettivamente:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

Attraverso la moneta si misurava il valore relativo di ciascun bene: si determinava quante unità di moneta valeva ogni prodotto e così era facile sapere, ad esempio, quanti attrezzi agricoli poteva valere una lepre o quanti animali ci volevano per farsi costruire una capanna.

Ognuno di questi beni aveva un sia pure rudimentale mercato nel quale, attraverso la dinamica della domanda e dell’offerta, veniva a determinarsi il prezzo in numero di unità monetarie.

 

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Allo stesso tempo la moneta era anche un mezzo di scambio, perché veniva accettata da tutti coloro che vendevano un bene o un servizio, nel presupposto che quando avessero voluto comprare qualche altra cosa, l’avrebbero potuta tranquillamente utilizzare. Ciò avveniva perché ogni abitante della comunità riponeva fiducia nel mezzo monetario, e questo avveniva inizialmente per il contenuto aureo o argenteo della moneta: ogni moneta conteneva una data quantità di oro che ne garantiva il valore nello spazio e nel tempo.

Proprio la garanzia di valore nel tempo è la terza funzione della moneta: consente di rinviare il consumo e la spesa ad un’epoca successiva, e quindi sostanzialmente di “risparmiare”. L’agricoltore doveva conservare il ricavo della vendita dei prodotti fino alla stagione della semina successiva, oppure fino a che non avrebbe avuto bisogno di un aratro o una vanga nuovi. Il cacciatore doveva tenere in deposito i denari ricavati vendendo le prede per acquistare un nuovo strumento da caccia al momento del bisogno, e così via.

A ben vedere però, tutto il meccanismo si basava sulla fiducia: chi accettava in pagamento la moneta era sicuro che essa avrebbe mantenuto il suo valore. La garanzia era data dal sovrano, in quanto la legge stessa imponeva di accettare la moneta da lui emessa, attraverso la quale si potevano ovviamente estinguere tutte le obbligazioni nei confronti dello Stato. Il fatto che la moneta avesse un “valore intrinseco” dato dal contenuto di metallo prezioso era del tutto secondario; così come l’obbligo che lo Stato aveva di convertire tutte le monete che dovessero essere presentate in oro secondo il rapporto di legge.

In effetti nessuno chiedeva la conversione, almeno fino al momento in cui lo Stato godeva della fiducia dei cittadini. Così colui che emetteva moneta aveva il sostanzioso privilegio di creare mezzi di pagamento dovendo solo mantenere una quantità di metallo prezioso minima per consentirgli di fronteggiare eventuali, ma sporadiche richieste. Col tempo, si capì che questa facoltà, oltre a rappresentare un formidabile strumento di potere, poteva consentire enormi guadagni dati dalla differenza fra valore nominale della moneta (il valore facciale, ovvero l’importo scritto sulla moneta stessa) e il suo valore intrinseco (ovvero la quantità di oro che doveva essere tenuto immobilizzato). Questo fenomeno era il cosiddetto “signoraggio”, sul quale gli storici hanno molto scritto.

Il passaggio alla circolazione esclusivamente fiduciaria, ovvero l’abolizione dell’obbligo di conversione in oro, fu quindi una logica evoluzione del sistema. Basti ricordare, a tal proposito, l’annuncio dato dal Presidente USA Richard Nixon a Camp David il 15 agosto 1971, col quale si poneva fine alla convertibilità del dollaro in oro. Da quel momento il debito pubblico degli Stati Uniti divenne il mezzo privilegiato di pagamento per gli scambi mondiali, e il Governo USA poteva ampliare il proprio disavanzo semplicemente stampando biglietti verdi, a patto che ci fosse qualcuno che li prendeva.

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Per questo la scritta che faceva bella vista sulle vecchie lire “pagabile a vista al portatore”, nella sostanza già superata, è ora del tutto sparita dalle banconote in Euro, dove è rimasta la sola firma del Governatore della Banca Centrale, quale garante di ultima istanza e depositario della fiducia dei cittadini.

 

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L’ABC dell’economia: la moneta

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Riprendiamo dopo qualche settimana la nostra serie sull’ABC dell’economia, parlando di moneta.

Fino ad ora ci siamo soffermati soprattutto sul circuito economico, parlando dei fenomeni che riguardano la produzione e lo scambio di beni e servizi. E’ tempo adesso di guardare “l’altra faccia della luna”: la finanza.

Temuta, odiata, esaltata; virtuale al massimo grado ma anche terribilmente reale; facilitatrice degli scambi e allo stesso tempo killer di aziende e individui: la finanza è tutto e il contrario di tutto.

Il circuito finanziario di un sistema è quello in cui circolano la moneta e i suoi derivati. Rende possibile lo sviluppo dell’economia e l’allocazione delle risorse laddove sono più efficienti, ma nel tempo ha acquisito vita autonoma rispetto ai beni e servizi. Il suo sviluppo, grazie agli algoritmi e all’applicazione della matematica finanziaria, è inarrestabile, decisamente eccessivo se si considera che il volume delle attività finanziarie in circolazione è ormai da tempo un multiplo di quello delle attività reali.

Rispetto alla necessità iniziale di agevolare gli scambi svincolandoli dal baratto, oggi la moneta è diventata un caposaldo del sistema e uno degli strumenti principali di intervento dello Stato. Attraverso il meccanismo dei derivati, ogni fenomeno può innescare una serie di conseguenze finanziarie virtualmente incontrollabili.

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Si pensi al fenomeno, tristemente famoso, dei mutui “subprime”, che ha innescato una delle crisi più devastanti dell’era moderna. Si partiva da un’operazione elementare: l’acquisto della casa attraverso il ricorso ad un mutuo residenziale. Il mutuo veniva poi “cartolarizzato”, ovvero trasformato in un titolo obbligazionario in modo tale che la banca che lo aveva concesso potesse rientrare in possesso della liquidità per fare altri mutui. Questo titolo (lontano parente delle famose “cartelle fondiarie”[1] che sono state abolite nel 1976) produceva interessi che provenivano dal pagamento delle rate dell’acquirente della casa, ma poteva generare a sua volta una serie infinita di nuovi rapporti finanziari: poteva essere venduto ad un altro investitore, trasformato tramite un derivato da tasso variabile a tasso fisso o viceversa, concentrato con altri mutui per formare pacchetti negoziabili di titoli cosiddetti asset backed, ovvero con “garanzia reale” (l’ipoteca sulla casa) sottostante che avrebbe dovuto renderlo sicuro.

 

In tal modo la banca che aveva concesso il mutuo avrebbe potuto recuperare le risorse per concedere altri prestiti ed era portata, pur di far crescere i propri affari, ad accordarli a clienti con grado di affidabilità sempre più basso, ben lontano da quello della clientela “primaria” (da qui il termine subprime, inferiore al livello primario) ed a finanziare percentuali sempre maggiori del bene acquistato, talvolta anche oltre il 100%.

Se un debitore non avesse pagato una rata, naturalmente non sarebbe successo niente, finché il suo caso fosse rimasto isolato e le altre operazioni sarebbero rimaste invece in ammortamento regolare. Ma quando le insolvenze iniziarono a moltiplicarsi, fino ad interessare la maggioranza dei mutuatari, si verificò l’effetto domino in tutto il percorso che il mutuo aveva fatto, travolgendo coloro che vi erano intervenuti.

Il valore di quei titoli originati dal mutuo crollò ed il mercato venne ben presto inondato dalle case che erano state ipotecate, e che all’epoca erano state sopravvalutate. Così la crisi da finanziaria diventò a pieno titolo economica e reale.

Questo era solo un esempio per dimostrare la potenza devastatrice che può avere la finanza quando diventa fuori controllo: ci torneremo, ma intanto partiamo dall’inizio.

Cosa è la moneta e a cosa serve? Nonostante si tratti di un elemento molto comune, che tutti più o meno hanno in tasca, sono due domande alle quali non è facile rispondere. Ci proviamo.

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Vediamo intanto come nasce la moneta e a cosa doveva servire. Le finalità della moneta in origine erano tre:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

La moneta affonda infatti le sue radici nell’attività di scambio di beni e servizi che può essere considerata un’esigenza primaria dell’uomo inserito in un contesto sociale.

In un ambiente isolato ed autarchico infatti, ogni individuo doveva procurarsi direttamente ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere: cibo, acqua, ricovero per riscaldarsi e difendersi dai pericoli e dalle intemperie. E così ognuno dei nostri antenati primitivi doveva saper cacciare, coltivare, allevare animali, costruire case o capanne, come pure attrezzi per la caccia e l’agricoltura.

Col tempo, venne naturale rendersi conto che aggregandosi con i suoi simili, molte delle funzioni di sopravvivenza primarie erano facilitate: si cominciarono così a creare le prime specializzazioni. Chi andava a caccia acquisiva abilità e conoscenza del territorio e, se non aveva altre incombenze, poteva farlo meglio di chi magari coltivava la terra o costruiva le case o gli attrezzi. L’evoluzione logica era che il cacciatore vendesse una delle sue prede non destinata al suo consumo in cambio magari dei prodotti del campo, di un attrezzo per la caccia o della costruzione di una casa.

La specializzazione ebbe dunque come immediata conseguenza il sorgere delle tre esigenze che abbiamo indicato sopra e che la moneta avrebbe soddisfatto. Lo vedremo nel prossimo articolo.

 


[1] Secondo l’Enciclopedia Treccani Online, la cartella fondiaria era un Titolo a reddito fisso, a medio o a lungo termine, emesso… dagli istituti di credito fondiario allo scopo di raccogliere capitali da destinare sotto forma di mutuo all’acquisto o al miglioramento delle proprietà rurali o urbane. L’emissione delle c. avveniva parallelamente alla stipula dei mutui fondiari, in modo tale che il totale delle c. emesse risultasse sempre uguale al volume complessivo dei mutui in essere, finanziando così attività a lungo termine con passività di uguale scadenza.

Fondi Hedge e Private Equity

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Concludiamo questa breve serie sui derivati e gli investimenti alternativi parlando di due strumenti molto noti fra gli addetti ai lavori ma spesso circondati da diffidenza e fama sinistra presso il grande pubblico: le quote di hedge funds e di private equity funds. Si tratta in entrambi i casi di quote di fondi comuni di investimento chiusi, gestiti da società specializzate con criteri molto diversificati ed in modo attivo.

A differenza dei fondi comuni più diffusi (azionari, obbligazionari, bilanciati) che molto spesso si limitano a una gestione passiva o a benchmark, questi hanno generalmente come obiettivo un rendimento assoluto, cioè il loro risultato di gestione non è dato da un confronto con un dato medio di settore (se ho fatto meglio dei competitor sono stato bravo) ma in base al profitto in valore assoluto distribuito ai sottoscrittori, una volta pagate le spese di gestione e rimborsati i manager (se ti ho dato almeno gli Euro che ti ho promesso sono stato bravo).

Abbiamo spesso assistito al paradosso di fondi di investimento che, pur avendo perso, esprimevano soddisfazione (e percepivano commissioni di successo) perché comunque avevano fatto meglio del benchmark di riferimento del settore, ovvero dell’indice che rappresenta una media fra i risultati dei diversi operatori. Ad esempio negli ultimi anni dello scorso decennio, nel pieno della grande crisi, gli indici di performance settoriale erano tutti fortemente negativi: per i fondi azionari abbiamo assistito a perdite anche a doppia cifra in un anno. Poteva capitare che un determinato fondo azionario perdesse, mettiamo, il 5% in un anno e che i sottoscrittori perdessero di fatto due volte si vedessero “cornuti e mazziati”(non mi piace granchè come espressione, vedi te se lasciarla o meno): non solo il loro patrimonio era diminuito, ma i gestori si prendevano anche laute success fee (commissioni di successo), avendo comunque battuto il benchmark.

 

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Nel caso degli hedge fund, l’obiettivo è invece quello di far crescere il valore del fondo in modo costante e progressivo nel tempo, attraverso modelli di gestione dinamici e con assunzione di rischi anche rilevanti, purché bilanciati da una adeguata diversificazione. Per far questo, tali fondi possono ricorrere anche a strumenti sofisticati, generalmente preclusi ai fondi tradizionali, quali: possibilità di vendite allo scoperto, transazioni in opzioni e futures, ricorso alla leva finanziaria e tecniche di copertura (hedging) complesse.

La categoria degli hedge funds, che da noi vengono impropriamente definiti “fondi speculativi”, è composita e comprende tanto il piccolo fondo specializzato per settore o area geografica, quanto il grande operatore world-wide, aggressivo e presente su tutti i mercati. I soggetti appartenenti a quest’ultima categoria sono quelli che in gran parte alimentano la speculazione sui mercati e danno origine talvolta a veri e propri sconvolgimenti di mercato, tanto che è stato coniato per loro il termine di “fondi locusta” o “cavalletta”.

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In realtà la speculazione è una componente fisiologica dei mercati, perché consente di riportare le loro condizioni in equilibrio quando se ne siano allontanate. I fondi scommettono su tali movimenti e, se indovinano la previsione o riescono a innescarla, conseguono un profitto; altrimenti sono i primi a perdere.

Contrariamente ad un giudizio superficiale negativo, si tratta quindi di strumenti che possono ben trovare spazio in un portafoglio equilibrato e razionale e che hanno in genere una funzione anticiclica, nel senso che possono produrre utili anche quando i mercati sono in calo, proprio perché possono operare allo scoperto.

Sul mercato esistono anche i fondi secondari, ovvero fondi che hanno in portafoglio a loro volta quote di fondi hedge, e che pertanto possono offrire ai loro sottoscrittori un’ulteriore garanzia di diversificazione e la possibilità di accedere anche a fondi che un privato non potrebbe mai acquisire perché magari sono richiesti livelli minimi di investimento rilevanti oppure una conoscenza diretta degli operatori e dei mercati in cui agiscono.

Il limite di investimento è una delle caratteristiche che rende questi strumenti adatti a portafogli di dimensioni di un certo livello e non alla portata di tutti gli investitori. Inoltre per i fondi di maggior successo, occorre spesso “mettersi in fila” perché trattandosi di fondi chiusi i collocamenti sono esauriti e bisogna attendere il lancio di un nuovo fondo oppure la vendita da parte di un sottoscrittore. In alcuni casi, per precisa scelta dei gestori e quando siamo in presenza di eccellenze riconosciute, tali prodotti sono riservati solo ai già clienti e non vengono aperti a nuovi sottoscrittori.

Generalmente è però possibile acquisire quote dei fondi hedge attraverso le banche di maggiori dimensioni e i broker, ma è consigliabile acquisire prima informazioni sui gestori, sul track record (ovvero sui risultati conseguiti in passato), sulle caratteristiche e lo stile di gestione.

 

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Sostanzialmente diversi sono i fondi di private equity, che generalmente non sottoscrivono titoli quotati o largamente diffusi, ma entrano in situazioni di start-up o di turnaround aziendale scommettendo sulla capacità di valorizzare le aziende in cui entrano, per poi cederle realizzando un profitto. Tali fondi entrano nel capitale sociale (equity) delle aziende target e quasi sempre ne assumono il controllo guidando la fase di crescita o di recupero. Una volta realizzato l’obiettivo, la partecipazione viene dismessa tipicamente attraverso il collocamento in borsa.

Molti di questi soggetti riescono a realizzare ingenti profitti e a remunerare lautamente i sottoscrittori delle quote, anche se i rischi sono normalmente elevati: basta però un buon affare per compensarne tre o quattro andati male.

Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte per gli hedge in materia di rilevanti limiti minimi di ingresso, difficoltà di entrare nei fondi di maggior successo ed esistenza di un circuito secondario interessante.

 

Si conclude con questo articolo la mini-serie su derivati e investimenti alternativi, che talvolta ha portato i nostri lettori a esaminare situazioni complesse e tecnicamente articolate. Anche se spesso si tratta di strumenti non alla portata di tutti, per entità dei patrimoni richiesti e per livello di conoscenze, è comunque importante sapere che esistono tali possibilità di investimento, certo non consuete per il risparmiatore medio ma che possono dare comunque delle belle soddisfazioni, se ben gestiti e sfruttati.

Il Forex Trading

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Quando vediamo pubblicità e inserzioni molto pressanti che sollecitano i risparmiatori ad investire in particolari prodotti, la prima reazione deve essere di sana diffidenza. Non si tratta di vendere un prodotto o un servizio, in concorrenza con altri simili, ma di proporre soluzioni che – per rendimento offerto e rischio – possano trovare favorevole accoglienza.

Non a caso la legge prevede vincoli molto stringenti per la sollecitazione del risparmio, sia dal punto di vista soggettivo (ovvero dei soggetti abilitati a farla) sia oggettivo, inerente le tipologie di prodotto (emittente, scadenza, caratteristiche tecniche). In particolare, devono essere esplicitati ai futuri acquirenti tutti i vincoli e i potenziali rischi.

Le insistenti inserzioni da parte di piattaforme di negoziazione, generalmente con base all’estero, che prospettano mirabolanti guadagni nel trading di valute senza necessità di impiegare denaro, vanno pertanto prese con molta cautela.

Occorre premettere che non stiamo parlando della semplice sottoscrizione di un titolo azionario o obbligazionario denominato in valuta estera, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog, come potrebbe essere l’acquisto di un Treasury Bond del governo americano o delle azioni di Microsoft. Queste sono scelte di investimento lineari e del tutto analoghe a quelle in titoli similari nazionali o in euro, salvo il rischio di cambio.

In questo caso parliamo di trading, ovvero negoziazione, di strumenti derivati complessi, in primo luogo futures ed opzioni che hanno come sottostanti le valute estere e che consentono di guadagnare o perdere a seconda che i rapporti di cambio vadano nella direzione che avevamo previsto o in quella contraria.

Ci viene detto con molta enfasi che si tratta di un’operatività semplice, priva di rischio e che comporta investimenti minimi per l’apertura del conto. Se così fosse, avremmo davvero trovato la soluzione a tutti i problemi. In realtà si tratta di informazioni non corrette, nella maggior parte dei casi colpevolmente fuorvianti.

In primo luogo, l’operatività di questi strumenti non è affatto semplice: sapersi muovere nel mondo dei derivati richiede infatti conoscenze e capacità tecnica di gestire le piattaforme che non sono alla portata di tutti. Le conoscenze naturalmente possono essere acquisite con lo studio e la preparazione: se c’è interesse ad approfondire, è senz’altro positivo dedicarvisi ed accrescere la propria cultura in materia. Ed è anche vero che tutti gli intermediari offrono pacchetti “demo”, ovvero conti simulati che funzionano in tutto e per tutto come quelli reali, sui quali è possibile esercitarsi ed acquisire pratica.

Tuttavia non si può dire che sia un’operatività elementare e la possibilità di errore è sempre dietro l’angolo. Naturalmente se impostiamo un’operazione sbagliata, è possibile chiuderla immediatamente in genere senza grossi contraccolpi se ce ne accorgiamo subito, ma nel frattempo le commissioni e le spese dell’intermediario vengono comunque addebitate (e in misura doppia: una per l’operazione sbagliata e una per quella che la corregge). Può ad esempio capitare di invertire i valori di stop loss e take profit, di cui parliamo sotto, con il risultato che la transazione, appena eseguita, viene subito chiusa.

 

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Meno che mai possiamo credere che si tratti di operazioni senza rischio: in molti casi è come una lotteria, il costo del biglietto va comunque sempre sostenuto. E’ vero che al massimo si può perdere quanto si è versato sul conto per consentire l’operatività, ma è vero anche che in tal caso pure i potenziali guadagni non potranno che essere limitati.

E’ infatti necessario costituire un deposito sul quale verranno via via bloccati i margini per le operazioni eseguite: operando a leva – come abbiamo spiegato in uno dei precedenti articoli –  possiamo limitarci a mettere in gioco solo una parte dei capitali investiti. Quel deposito verrà poi incrementato con gli utili realizzati e addebitato con le perdite subite.

Inoltre il fatto che non siano richieste somme di denaro particolarmente rilevanti è infatti fuorviante, perché in tal caso, se è vero che le perdite saranno al massimo contenute nell’importo versato, è vero che con operazioni di piccolo importo anche i potenziali guadagni non potranno che essere molto contenuti. Più che un modo per investire il risparmio, il forex trading è quindi da considerare una sorta di attività imprenditoriale che richiede un capitale iniziale, anche se minimo.

Non vogliamo entrare nel merito delle singole operazioni tecniche, che esulano dagli obiettivi del blog e sarebbero rivolti ad un pubblico già esperto, o almeno con qualche familiarità col trading. Basti accennare al fatto che le operazioni più diffuse sono le combinazioni di future su due divise, di segno opposto. Ad esempio la combinazione EURUSD (il cosiddetto Eurodollaro), in assoluto la più trattata, consiste nel contemporaneo acquisto a termine di Euro e vendita a termine di dollari USA, in modo tale che chi possiede 1 contratto guadagna se l’Euro si apprezza rispetto al dollaro, passando ad esempio dall’attuale cambio di 1,17 a 1,25 e invece perde se accade il contrario, ovvero se il cambio passa ad esempio a 1,15.

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Tale contratto, anziché comprato può anche essere venduto e, in tal caso, la posizione diventa short, ovvero “corta”, da consegnare, e i termini di guadagno o perdita sono esattamente l’opposto. Da un punto di vista pratico non cambia niente, perché a scadenza non si dovrà consegnare né ricevere alcunché, ma verrà semplicemente accreditata (se abbiamo “vinto”) o addebitata (se invece abbiamo “perso”) la differenza.

Inoltre, durante la vita dell’operazione, potremo seguire sulla piattaforma l’andamento della nostra posizione ed eventualmente chiuderla prima se ci riteniamo soddisfatti dell’utile maturato oppure se vogliamo congelare la perdita per evitare ulteriori danni.

A questo proposito, è buona norma inserire fin dall’inizio i limiti automatici cosiddetti di stop loss e di take profit. Il primo è finalizzato a contenere l’eventuale perdita entro un limite massimo predeterminato e il secondo a portare a casa un profitto, ritenuto fin dall’inizio soddisfacente e che potrebbe invece sparire con successivi movimenti. In entrambi i casi, una volta raggiunte le quotazioni impostate, la transazione viene chiusa automaticamente.

Si tratta di impostazioni prudenziali, che richiedono comunque una strategia fin dall’inizio.

 

 

 

 

 

 

Gli investimenti alternativi

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di completare l’esame degli “investimenti alternativi”, dopo che nei precedenti articoli avevamo parlato di derivati e, in particolare nell’ultimo della serie, delle commodities, ovvero delle materie prime.

L’argomento è interessante e non solo da un punto di vista puramente teorico, ma soprattutto per le concrete implicazioni in termini di scelta degli investimenti. In un momento in cui i mercati presentano grande volatilità, ovvero subiscono frequenti e profonde oscillazioni di prezzi, e soprattutto in queste settimane in cui i rendimenti dei titoli obbligazionari e delle altre forme più diffuse di investimento sono molto bassi, pensare a qualcosa di diverso è naturale.

 

Esiste infatti una categoria di attività finanziarie, ovvero di strumenti in cui può essere impiegato il risparmio, che è in effetti “residuale”, ovvero comprende titoli di varia natura, diversificati per caratteristiche, tipologie di emittenti, livello di rischio: sono i cosiddetti “investimenti alternativi”.

Si tratta di attività decisamente eterogenee, il cui elemento comune è di non essere molto diffusi fra il grande pubblico dei risparmiatori e, pertanto, di essere in qualche modo “di nicchia” e tendenzialmente adatti a chi possiede un livello di conoscenze e preparazione più elevato della media o a chi comunque è disposto a studiare e approfondire la materia. Non perché siano necessariamente strumenti più rischiosi, ma spesso solo più sofisticati o meno conosciuti, che però possono essere utili per diversificare un portafoglio e spesso dare un contributo interessante alla redditività.

Nei portafogli modello, il peso degli investimenti alternativi è del resto venuto via via crescendo, spesso anche in seguito a mode più o meno passeggere. Ciò non vuol dire che essi siano in assoluto da respingere, ma il consiglio è di fare un’attenta selezione e, soprattutto, di avere una cognizione precisa del rischio e delle limitazioni che tali investimenti comportano.

Delle commodities abbiamo parlato nell’articolo della scorsa settimana, oggi ci occupiamo invece di preziosi; nelle prossime settimane affronteremo invece il forex trading, i fondi hedge e la private equity, oscure e minacciose espressioni nella lingua di Albione di cui non vogliamo anticipare il significato per non guastare la sorpresa del lettore.

Non tratteremo invece, per precisa scelta, di un comparto che negli ultimi due anni ha conosciuto una popolarità enorme, quello delle criptovalute.

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Resistendo alle molte richieste che ci sono pervenute, confessiamo di non conoscere in modo sufficiente questo strumento. Tuttavia, il costante tambureggiamento sulla rete e le sollecitazioni ad investire di cui tutti sono oggetto con grande insistenza, ne fanno a nostro avviso un motivo sufficiente per innalzare una barriera di sana diffidenza. Troppe “stangate” (parafrasando il titolo di un celebre film degli anni ’80) abbiamo visto passare, per poter suggerire ai lettori di trasferire risorse a siti web per i quali non disponiamo di elementi di giudizio, col rischio concreto di non poter poi smobilizzare l’investimento e di rientrare in possesso, prima o poi, del denaro.

Ci siamo spesso chiesti infatti cosa succederebbe se una mattina, collegandoci al sito che gestisce l’investimento, lo trovassimo oscurato o non più raggiungibile o, semplicemente, non più esistente. E anche se disponiamo di una chiavetta con tutte le informazioni necessarie a identificare l’investimento, non riusciamo a capire dove potremmo andare per recuperare quanto in precedenza versato.

In altri termini, pur consapevoli del rischio di precludersi una buona possibilità di reddito, riteniamo necessaria una maggiore tutela legale e una concreta vigilanza istituzionale prima di avventurarsi, sia pure con somme minime, in questa strada. Probabilmente ci arriveremo, ma a quel punto i rendimenti saranno certamente meno allettanti e più allineati al resto dei mercati.

Iniziamo dunque a parlare dell’investimento in preziosi.

La prima e più tradizionale forma di investimento è quella in beni preziosi, tipicamente oro e diamanti, ma in questa categoria possiamo far rientrare anche le opere d’arte, i gioielli, gli oggetti da collezione di valore.

Si tratta di forme di impiego che hanno una duplice caratteristica economica: da un lato mantengono il loro valore nel tempo a prescindere da inflazione, svalutazione, default di Stati sovrani e simili; dall’altro non producono interessi né, in generale, alcun flusso di reddito.

Si tratta quindi di un tipico impiego in “riserva di valore”, di natura essenzialmente difensiva, ovvero mirata a mantenere intatto il potere d’acquisto del proprio patrimonio rispetto a eventi esterni che potrebbero comprometterlo.

D’altra parte, anche per i preziosi, come per qualunque altro strumento negoziabile, esiste un mercato in cui vengono scambiati o, per meglio dire, esistono tanti mercati quante sono le tipologie di beni. Tali mercati sono soggetti alla consueta legge della domanda e dell’offerta, in relazione alla quale quando la prima aumenta e/o la seconda diminuisce, il prezzo inevitabilmente cresce. E la domanda tipicamente cresce quando si diffonde il timore di eventi che possano pregiudicare il potere d’acquisto della moneta.

In tali circostanze, o anche in concomitanza con una rarefazione dell’offerta, il valore della riserva accumulata in preziosi sarà superiore al costo originario, dando luogo a una potenziale plusvalenza. In questo caso però, rivendendo il bene, torneremo in possesso di denaro e ci troveremo esposti al rischio di svalutazione incombente, anche se avremo costituito una riserva di maggior valore per assorbire eventuali future perdite.

Un esempio numerico aiuterà a capire questo punto. Supponiamo di acquistare oggi un lingotto da 3 kg di oro al prezzo di 35 € al grammo, per un investimento iniziale di € 105.000. Supponiamo che a distanza di un anno si sia verificata un’inflazione del 10% e che il prezzo dell’oro sia passato da 35 a 50 € al grammo. Dopo un anno il nostro investimento potrà quindi essere smobilizzato a € 150.000, che però – in seguito all’inflazione – avranno un potere d’acquisto corrispondente a € 135.000 di un anno prima.

In tal caso, se vendiamo il lingotto e portiamo a casa la plusvalenza, ci troveremo in mano di nuovo Euro che saranno soggetti a possibile nuova svalutazione: avremo però costituito una riserva di 30.000 € che può costituire un buon argine di sicurezza per mantenere il valore reale del patrimonio in caso di nuova ulteriore svalutazione.

Al contrario, se manteniamo l’investimento in forma aurea, il rischio è quello che il prezzo dell’oro si riduca, perché magari i tassi di interesse aumentano e vengono preferiti dagli investitori forme di impiego più remunerative; oppure perché vengono scoperti nuovi giacimenti che aumentano l’offerta sul mercato.

Anche in questo caso, l’investimento non è quindi privo di rischio, come in generale qualunque altra forma: dunque nessun pasto è gratis, secondo una celebre massima economica di Milton Friedman.

Per molti aspetti l’investimento in oro è simile a quello in commodities di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente, ma in quel caso facevamo riferimento al trading di derivati sulle materie prime e non alla detenzione fisica del bene acquistato. Inoltre, come abbiamo più volte segnalato, analoghi risultati dell’investimento fisico possono essere conseguiti investendo in titoli azionari o in indici direttamente correlati al prezzo dell’oro.

 

Le commodities

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I derivati, come abbiamo visto, sono contratti complessi aventi ad oggetto attività finanziarie che possono essere le più diverse: azioni, titoli, valute estere e anche materie prime (le cosiddette commodities). In sostanza possono essere prese come riferimento per costruire i derivati tutte le attività (asset) e gli strumenti trattati su mercati regolamentati in grado di determinare prezzi universalmente accettati e significativi.

Dobbiamo confessare che rispetto ai derivati su strumenti diversi, le commodities ci piacciono particolarmente. Il motivo è semplice: dietro ai flussi di denaro virtuale ed ai click delle innumerevoli tastiere di computer, questa volta ci sono le merci, i metalli, gli animali e così via, ovvero quanto di più materiale e “fisico” ci possa essere sui mercati finanziari.

Ciascuno di questi prodotti è tradizionalmente oggetto di scambio sui mercati di tutto il mondo, dove ovviamente vengono trattati e suddivisi in tipologie e lotti omogenei. Ad esempio, nel comparto del petrolio greggio c’è il segmento del “Brent crude oil del Mare del Nord” e del “Light crude oil”; come pure c’è il segmento in cui si negoziano lotti da 1.000 barili a contratto e quello “mini” dove se ne trattano da 500.

 

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In ogni caso, chi compra e chi vende sa esattamente qual è l’oggetto della transazione, anche se in concreto – nel mondo reale esterno ai mercati – si possono avere le tipologie più diverse.

Come in ogni mercato che si rispetti, anche in questo la speculazione è ampiamente presente e svolge un ruolo rilevante. Tuttavia a differenza di altri prodotti, le materie prime hanno un circuito materiale effettivo in cui operano le imprese che realizzano i prodotti che consumiamo ogni giorno, da quelli che portiamo in tavola (carne di maiale, succo d’arancia, mais, zucchero, cacao, caffè e così via) a quelli che riempiono i serbatoi delle auto e che consentono di riscaldarci come il gasolio o il gas naturale.

Non solo, tali prodotti sono fortemente soggetti alla ciclicità produttiva (la stagionalità) o estrattiva e a quella della domanda mondiale: i prezzi sono quindi molto sensibili all’andamento dei raccolti ed ai consumi, alla produttività e alla tecnologia applicata.

Fare trading sulle commodities impone, quindi, di conoscere i differenti settori merceologici, i fattori che ne determinano il trend di mercato, la geopolitica dei paesi produttori e di quelli consumatori. Per chi non ha nel DNA i geni dello “gnomo di finanza” e vuole comunque investire in modo diversificato, si tratta di un settore di attività molto più divertente e variegato di altri.

Questi strumenti possono essere oggetto di investimento di capitale diretto, oppure – in questo caso più opportunamente – di contratti derivati attraverso i quali prendere posizione al rialzo o al ribasso, come abbiamo visto in precedenza.

Supponiamo ad esempio di aver maturato la convinzione che il prezzo del petrolio sia destinato a crescere nei prossimi tre mesi. Abbiamo fatto le nostre ricerche e ci siamo convinti che la Cina e le altre tigri asiatiche continueranno a svilupparsi e ad assorbire energia; che l’OPEC riesca a ridurre la produzione mondiale e che le scorte si siano esaurite, mentre la tecnologia estrattiva non è in grado di aumentare la produttività degli impianti esistenti o di individuare nuovi pozzi.

Cosa deve fare allora un investitore che vuole tenersi long sul petrolio? Naturalmente la soluzione non è quella di acquistare qualche barile e tenerlo in giardino per poi provare a rivenderlo…

La prima ovvia soluzione, per chi ha consuetudine coi mercati finanziari tradizionali, è quella di acquistare titoli azionari o obbligazionari di società petrolifere, il cui valore prevedibilmente aumenterà col crescere del prezzo del greggio. Stesso risultato si può raggiungere acquistando indici (quali ETF) oppure quote di fondi comuni specializzati nel settore energetico.

Ci sono però anche modalità diverse, più efficienti da un punto di vista finanziario, proprio nell’ambito del trading sulle commodities. Abbiamo visto nell’articolo precedente come è possibile, attraverso le opzioni, assumere una posizione rialzista: acquistare una “call” oppure vendere una “put”. E questo potremo farlo senza impiegare tutto il capitale necessario, ma ricorrendo alla leva, ovvero all’indebitamento, limitando comunque il rischio dell’eventuale perdita all’importo del premio pagato o riscosso sull’opzione.

Un esempio, in particolare, può aiutarci a capire meglio. Se riteniamo che da oggi a tre mesi il prezzo del petrolio aumenti, ma che poi sia destinato a diminuire nei successivi tre mesi, potremmo combinare le due opzioni acquistando uno spread con due “gambe”: ovvero in acquisto l’opzione a tre mesi e in vendita quella a sei mesi.

L’operazione a cui si fa riferimento, il cosiddetto commodity spread, è quindi un’operazione ancora più complessa, ma essendo composta di una parte long e di una parte short, possiamo ragionevolmente ritenere che il rischio complessivo sia in qualche modo attenuato.

commodity spread

 

Anche in questo caso non abbiamo la pretesa di spiegare le operazioni che sono state solo accennate: lo scopo è solo quello di rendere un’idea della complessità di questo tipo di investimenti.

E’ facile trovare su internet pubblicità che invogliano ad entrare nel mercato del trading su derivati e sicuramente questo tipo di operatività può rappresentare una buona forma di diversificazione degli impieghi e di reddito aggiuntivo.

Si deve però tenere presente che è richiesta, oltre ad una certa competenza o almeno dimestichezza di base con gli strumenti oggetto di negoziazione, anche una seria attività di ricerca sia sui fondamentali dei diversi mercati, sia con le statistiche passate per quanto riguarda la stagionalità.

 

 

 

 

 

Leva, margini e opzioni

 archimede

 

“Datemi una leva e solleverò il mondo”, così diceva Archimede. E così pensano anche molti investitori improvvisati. Il matematico siracusano intendeva naturalmente il principio della leva in senso fisico per cui, una volta individuato un punto di appoggio, la leva riesce a sollevare pesi anche grandi con una forza relativamente limitata.

Non molto diverso però è anche il nostro caso: con un contenuto ammontare di risorse proprie, è possibile attivare operazioni di volume anche significativamente maggiore attraverso il ricorso al debito.

Il meccanismo del margine sulle operazioni in derivati lo abbiamo accennato nell’articolo precedente: se ad esempio l’operazione prevede una leva 5, verrà trattenuto a garanzia un margine pari al 20% dell’investimento.

In particolare si distinguono due tipi di margine: un margine iniziale, che serve per poter eseguire l’operazione, e un margine di mantenimento, che serve per continuare a tenerla in piedi in caso di andamento negativo oltre il limite garantito.

Generalmente il margine di mantenimento è inferiore a quello iniziale, ma il concetto è lo stesso. Operazioni di questo tipo vengono valorizzate dagli intermediari in tempo reale e, qualora venisse evidenziata una perdita potenziale che arriva al margine, essi le chiuderanno immediatamente, salvo che l’investitore non integri la garanzia con nuovi versamenti.

Normalmente si impostano anche i cosiddetti “limiti”, che possono essere di stop loss e/o di take profit.

Nel primo caso (stop loss) sarà un limite inferiore, al fine di contenere la perdita entro un importo massimo prestabilito; nel secondo caso (take profit) si tratterà di un limite superiore al fine di monetizzare il profitto una volta raggiunto un livello target soddisfacente ed evitare che successive diminuzioni lo dissolvano.

Se ben impostata l’operazione, dunque, sarà in grado, se di esito positivo, di liquidare automaticamente il profitto e incassare; se di esito negativo, di limitare la perdita.

Ma quali sono le operazioni eseguibili con i derivati? Impossibile catalogare tutti i derivati esistenti: sono infiniti e spesso molto complessi. Limitiamoci pertanto a quelli più comuni fra gli investitori: le opzioni sui future.

Il concetto è quello di pagare (o riscuotere) un premio per avere la facoltà di perfezionare o meno, ad una data scadenza, un’operazione a prezzo predeterminato. Ovviamente, l’operazione si farà solo se il prezzo corrente in quel momento sarà favorevole, ovvero sarà quello su cui avevamo puntato. In tal caso si conseguirà un guadagno che, al netto del premio pagato, costituisce l’utile dell’operazione.

In particolare, possiamo “scommettere” sull’aumento del prezzo, assumendo la posizione cosiddetta “long” oppure al contrario sulla sua diminuzione, mettendosi, come si dice in gergo, in “short”.

Il meccanismo è semplice: per esempio se un determinato strumento (azione, valuta o commodity[1], di cui parleremo nel prossimo articolo) oggi è quotato 100 e riteniamo che fra 3 mesi valga 105, lo compriamo a termine attraverso lo strumento di un contratto derivato e ci mettiamo “long”. Paghiamo un premio di 2 e, se avremo indovinato, dopo tre mesi avremo il diritto di comprarlo pagando complessivamente 102, per rivenderlo subito a 105 ed intascare così la differenza.

Viceversa, sempre col titolo quotato oggi 100, se scommettiamo sulla diminuzione del suo prezzo, ci mettiamo “short” e vendiamo a 3 mesi ad un valore ipotetico di 95. Se paghiamo un premio di 2 e abbiamo indovinato, alla scadenza ricompreremo il nostro titolo sul mercato al prezzo corrente – a quella data – di 95 e, in base all’opzione acquistata, daremo esecuzione al contratto rivendendolo ai 100 del prezzo iniziale che, al netto del premio di 2, ci permetterà di mettere in tasca i 3 di utile.

Se invece sbagliamo la nostra scommessa e il prezzo del nostro titolo si muove in direzione opposta a quella da noi ipotizzata, anziché guadagnare avremo una perdita, che al massimo sarà uguale al premio pagato: oltre quel limite, infatti, conviene rinunciare all’operazione.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di “acquistare” opzioni, ma ovviamente il meccanismo funziona parimenti all’opposto, perché le opzioni possono essere anche vendute. In tal caso quanto sopra descritto vale al contrario: si assume posizione “long” vendendo un’opzione e una posizione “short” acquistandola.

Ma non basta: le opzioni possono essere di due tipi, ovvero “put” e “call”, dall’inglese rispettivamente consegnare e ritirare.

E così, per assumere posizioni lunghe o corte, possiamo acquistare o vendere sia put che call. Ma il bello è che possiamo fermarci anche a mezza strada, senza necessariamente arrivare fino alla meta. In altri termini, possiamo decidere di coprire parte del rischio assunto (l’operazione in gergo si chiama “hedging”) ponendo in essere operazioni di segno opposto, in una qualunque delle combinazioni intermedie.

A questo punto i lettori meno esperti, sempre ammesso che abbiano continuato a leggere fino ad ora – e non ne sarei così sicuro-saranno quanto meno disorientati.

Vorrei tranquillizzarli: l’obiettivo di questo blog non è quello di spiegare le operazioni tecnicamente più complesse, ma quello molto meno ambizioso di far capire il livello di rischio che determinati investimenti possono comportare e, soprattutto, quello di consigliare di astenersi da operazioni di cui non si comprende il contenuto. Abbiamo infatti sempre parlato di “investimento prudente e consapevole”: si tratta proprio di questo.

Con il prossimo articolo, concluderemo questa miniserie dedicata ai derivati, parlando di commodities, una tipologia di strumenti sui quali vengono costruiti frequentemente derivati. Già fin d’ora emerge però chiaramente il chiaro indirizzo di approcciare con molta cautela e prudenza questo tipo di operatività, non lasciandosi ingannare da pubblicità fuorvianti e dall’illusione di guadagni facili e senza rischio.

 

 


[1] Con il termine inglese commodity si intende in generale qualunque tipo di materia prima (metallo, prodotto energetico, derrata alimentare, animali e così via) che può essere scambiato su un mercato in cui ne vengono trattati lotti standard per qualità e quantità

Derivati: croce o delizia?

Derivatives

 

 

Riprendiamo un argomento che si può considerare a pieno titolo centrale nell’educazione finanziaria: è consigliabile avventurarsi nel campo dei derivati oppure è meglio astenersene, lasciando queste “diavolerie” agli sherpa della finanza?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la nostra risposta non è negativa, o almeno non lo è in assoluto, nel senso che non ce la sentiamo di demonizzare un’intera categoria di strumenti che, usati cum grano salis, potrebbero invece essere molto utili.

La risposta alla domanda iniziale non può quindi che essere: dipende. Dipende in primo luogo dagli obiettivi che ci proponiamo e dall’assetto patrimoniale dell’investitore, ma soprattutto dal suo grado di conoscenza dei mercati e di propensione al rischio.

Non a caso abbiamo parlato di “investitore” e non di “speculatore”. Il punto di vista che esaminiamo in queste note è infatti quello di chi intenda impiegare i propri risparmi in modo consapevole e razionale. Ciò può comprendere, e normalmente comprende, l’assunzione di un certo grado di rischio a fronte di una prospettiva di maggiore rendimento. L’importante è che l’investitore sia pienamente conscio dei rischi che sta correndo e che sia in grado di assorbire l’eventuale perdita in cui può incorrere.

Diversa l’attività, e anche gli obiettivi, dello speculatore. Chi opera in finanza sa bene che gli speculatori svolgono una funzione importante sui mercati, funzione che entro certi limiti è fisiologica ed anche benefica. Si tratta di una vera e propria attività imprenditoriale, finalizzata al conseguimento di un profitto che remuneri il capitale, naturalmente esposto al rischio di impresa. Il capitale che viene impiegato in un’impresa è infatti “strutturalmente” soggetto ad un alto livello di rischio, che si riflette nel suo maggior costo. Ovvero, ogni impresa, per poter “ripagare” il capitale che viene fornito dai soci, deve remunerarlo a un rendimento ben maggiore di quello corrente sul mercato finanziario. Tanto che si parla di “premio al rischio”.

Tutto questo per dire che lo speculatore, fra le frecce al proprio arco, ha sicuramente molti derivati ed è abituato a maneggiarli. Diverso il discorso del risparmiatore.

La prima funzione dei derivati è infatti quella storica della “copertura”, tecnicamente chiamata “hedging”. Si tratta di una sorta di assicurazione del rischio, che consente di proteggere l’investimento dal verificarsi di un evento sfavorevole.

Facciamo un esempio che chiarisca il concetto. Supponiamo che il nostro risparmiatore decida di acquistare una obbligazione a 5 anni in dollari, contando di guadagnare sul differenziale dei tassi, poiché il tasso sul dollaro a 5 anni è superiore a quello sull’euro per la stessa scadenza, ad esempio del 4% rispetto all’1%. Nel corso dell’investimento, potrebbe capitare che il dollaro si deprezzi del 5% all’anno rispetto all’euro, ovvero che il suo cambio passi da 1,20 a 1,45.

 

  EURO Cambio Perdita DOLLARI
Investimento iniziale 100 1,20   120
Interessi annuali 1     4,8
Interessi totali 5     24
Netto ricavo finale 105     144
  99,3 1.45  5,7 €  

 

 

Per effetto del deprezzamento, aver investito in dollari in questo caso comporterebbe una perdita dei 0,7 € in conto capitale e un mancato guadagno complessivo di 5,7 €, nonostante che il dollaro abbia un tasso di interesse maggiore.

Ma se ci troviamo al terzo anno e fino a quel punto il dollaro ha perso solo l’1%, potremmo neutralizzare ulteriori eventuali perdite di cambio attraverso un derivato. Nell’esempio di cui sopra, alla fine del terzo anno avremmo da una parte 103 €, e dall’altra 134,4 $ che, al cambio meno penalizzante €/$ di 1,212, corrisponderebbero a 110,9 €.

In particolare, in questo caso, potremmo fare una vendita a termine dei dollari, che ci consentirà di determinare il cambio del netto ricavo in valuta alla scadenza del titolo, senza più temere brutte sorprese e considerando acquisito il maggior guadagno di 8 € che l’operazione ha prodotto fino a quel momento. Potremmo pertanto, alla fine del terzo anno, vendere 144 $ con scadenza fine quinto anno, al cambio di 1,212 oltre al costo finanziario per l’operazione che per semplicità qui trascuriamo.

In questa ipotesi, come si vede, il derivato ha eliminato un fattore di rischio dell’investimento ed ha dato luogo ad una situazione più prudente. Occorre dire che il cambio a termine del dollaro (il cosiddetto strike) incorporerà anche il differenziale tassi, per cui il guadagno sullo spread – da quel momento in poi – sarà azzerato. Ma il guadagno pregresso sarà comunque definitivamente acquisito.

Ben diverso il caso dello sprovveduto che si avventura, senza disporre delle necessarie conoscenze, nelle opzioni su future sulle valute, magari convinto da pubblicità ingannevoli che magnificano presunti guadagni fantastici senza impiego di capitale.

Come diceva Keynes, con una delle sue frasi di maggior successo che anche in questo blog abbiamo spesso citato, “non esistono pasti gratis”. E’ vero che è possibile operare sui derivati in valuta con ricorso alla leva, stanziando solo una somma limitata rispetto al volume movimentato, ma è anche vero che questo modo di fare ha più attinenza col mondo delle scommesse che con quello della finanza.

Le molte piattaforme c.d. “forex”, ovvero di trading di valute, che sono offerte su internet spesso in modo fuorviante e ingannevole, hanno in realtà un’unica certezza: quella del guadagno in commissioni per l’intermediario. Per l’investitore possono rappresentare un’utile diversificazione del portafoglio ma anche una fonte di perdita continua.

Soffermiamoci intanto sul concetto di “leva finanziaria”, ovvero della modalità di investimento che consiste nell’impiegare, in determinate proporzioni, capitale proprio e capitale preso a prestito. Se operiamo ad esempio con leva 5, vuol dire che impiegando 10.000 euro del proprio capitale, potremo investirne fino a 50.000. Naturalmente sugli altri 40.000 pagheremo un interesse, ma se ad esempio il nostro investimento realizza un profitto del 5%, ovvero 2.500 euro, il tasso di rendimento del capitale impegnato, i 10.000 euro, sarà del 25%.

In pratica l’intermediario dà corso all’operazione “congelando” i nostri 10.000 euro sul conto, ovvero rendendoli indisponibili (il cosiddetto “margine”) fino a che l’operazione sia in piedi. Qualora la perdita raggiunga il margine, l’operazione viene chiusa automaticamente e il capitale viene utilizzato per coprire la perdita.

E’ quindi evidente che una somma iniziale da impiegare è indispensabile. Tale somma può certamente anche essere minima, ma in tal caso è evidente che per guadagnare cifre significative dovremo fare molte operazioni (per la gioia dell’intermediario) o assumere grandi rischi.

Nel prossimo articolo continueremo a parlare di leva e margini e vedremo quali sono i derivati più comuni per il trading su valute e su commodities.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ABC dell’economia: le esternalità

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Con il precedente articolo siamo entrati nel mondo del benessere, osservato dal punto di vista dell’equilibrio generale.

Il nostro punto di partenza era di verificare come le attività economiche influiscono sulla nostra qualità della vita. Abbiamo infatti visto che non basta considerare le sole funzioni meramente economiche come produzione, consumo, lavoro, spesa, reddito, e così via: ciò che serve per avere un sistema in equilibrio è anche una distribuzione di risorse che massimizzi il benessere dei cittadini.

Intendiamoci bene sul termine “massimizzare”. Non vuol dire che ciascun soggetto abbia il massimo benessere assoluto per sé: sarebbe bello ma impossibile. Vuol dire invece che in quella data situazione non è possibile avere una distribuzione diversa di risorse senza che il miglioramento per qualcuno sia superiore al peggioramento per gli altri. Ovvero, come si usa dire, siamo al punto in cui l’utilità marginale complessiva è uguale a zero.

Se l’utilità di uno migliora, quella di uno o più altri peggiora: è la cosiddetta situazione di “società a somma zero”.

 

Per capire bene questo passaggio occorre aver presente il concetto di “esternalità”. Come si accennava nel precedente articolo, ogni attività economica provoca conseguenze anche per soggetti esterni a coloro ai quali l’attività è rivolta.

pollution industry

 

In altri termini, se pensiamo a uno stabilimento industriale del comparto chimico, ad esempio, è del tutto naturale aspettarsi che l’attività produttiva esercitata abbia effetti per l’imprenditore, per chi ci lavora, per i fornitori, per i clienti, per i concorrenti, per lo Stato che incassa le imposte. Tutti questi soggetti, chi più chi meno, hanno un interesse diretto nell’attività dell’azienda e traggono beneficio (o danno) economico dal lavoro e dal profitto dell’azienda stessa.

Il punto è che quasi inevitabilmente si creeranno effetti, generalmente negativi (le cosiddette esternalità negative,) anche per chi non ha niente a che fare con l’azienda, non ha alcun tipo di ritorno economico dalla sua attività e ne rimane economicamente estraneo. Si pensi a chi abita vicino allo stabilimento e deve sopportare l’inquinamento dell’aria prodotto dai gas di scarico oppure il rumore che la fabbrica genera o ancora eventuali residui liquidi che dovessero essere dispersi nell’ambiente.

Tutti questi disagi, che non hanno una manifestazione finanziaria diretta, incidono tuttavia sul benessere della popolazione, in alcuni casi anche pesantemente.

Il classico caso di esternalità negativa è quello di chi possiede una casa con una bella vista e a un certo punto vede sorgere davanti alle finestre un palazzo che la oscura. Nessuno lo ripaga per questo peggioramento della qualità della sua vita, ma l’effetto sul benessere è tangibile.

Oppure, all’opposto, il caso di chi acquista una casa in una zona mal collegata e a un certo punto l’amministrazione locale fa arrivare la metropolitana e costruisce una stazione vicina: il nostro proprietario non ha pagato niente a quel titolo, ma il valore della sua casa lievita sensibilmente.

In alcuni casi quindi, come nell’ultimo sopra accennato, le esternalità possono essere positive, come quando si realizza un insediamento produttivo in una zona disagiata e scarsamente abitata: molto spesso si crea un effetto indotto che porta in quella zona scuole, negozi, strade, centri commerciali e così via. L’abitante di quella zona che, prima dell’insediamento, doveva mandare i figli a studiare a molti chilometri di distanza e dopo si trova ad avere la scuola sotto casa, certamente beneficia di un netto miglioramento del suo benessere, pur non avendone sostenuto alcun costo diretto.

amazon HQ

 

Basti pensare al caso del call for application del gigante USA Amazon che, avendo in programma la costruzione di una seconda sede in Nord America, ha chiesto alle amministrazioni locali interessate quali e quanti incentivi sarebbero state disposte a concedere pur di avere il centro nel loro territorio: ne abbiamo parlato diffusamente su questo blog nell’articolo “Il mondo all’incontrario” del 17/10/2017

Si potrebbe continuare all’infinito con altri esempi del genere. E’ evidente che, al crescere della complessità dei rapporti, l’attività economica di un’impresa diviene rilevante per un numero sempre maggiore di persone.

All’inizio, nel caso dell’impresa artigiana, essa riguarda solo il produttore e, tutt’al più, la sua famiglia. Poi, mano a mano che l’azienda cresce, quest’ultima avrà soci ed assumerà dipendenti e ci saranno i rapporti societari e di lavoro. Fino a comprendere il novero di tutti coloro che hanno interessi nell’azienda, i cosiddetti stakeholder, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog.

In questa categoria sono compresi i clienti, i fornitori, i finanziatori, la pubblica amministrazione che eroga servizi pubblici e riscuote imposte e tasse, le autorità sanitarie, le municipalità.

Ora abbiamo imparato che il sistema-impresa può coinvolgere, e molto spesso in effetti coinvolge, anche soggetti ad essa completamente esterni, attraverso il sistema delle esternalità.

 

La scienza economica, in questo caso, dice che chi determina una esternalità dovrebbe pagare coloro che la subiscono e chi ne beneficia dovrebbe riconoscere il beneficio economico a chi la produce. Tutto questo è naturalmente molto teorico ed è ben difficile determinare un “prezzo” equo per l’esternalità: alla fine in effetti tutto questo è molto spesso materia per i tribunali e gli avvocati. In America e nel Regno Unito, dove queste teorie sono nate, molto spesso le rivendicazioni prendono la forma di class action, ovvero azioni collettive promosse da intere categorie di persone.

Quello che qui interessa sottolineare è che l’equilibrio generale deve tenere in debita considerazione anche il benessere dei cittadini e non solo i loro rapporti strettamente economici.

Alla fine l’economia è per l’uomo e non l’uomo per l’economia.

 

L’ABC dell’economia: economia del benessere

pigou

Abbiamo interrotto la nostra miniserie sui fondamentali dell’economia parlando di equilibrio, un concetto centrale nella teoria economica. Anche se, concludevamo, non sempre vero in assoluto: molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.

Proviamo allora a estendere la nozione di equilibrio fino a comprendere anche la parte della cosiddetta “economia del benessere”. Gli individui non sono solo produttori, consumatori, risparmiatori, investitori ma anche, appunto, persone. E come tali hanno il diritto (secondo la Costituzione degli Stati Uniti, ma anche secondo la ragionevolezza) di perseguire la loro felicità.

“La felicità è una punizione degli dei” dicevano gli antichi Greci e in effetti è una parola talmente assoluta che può disorientare. Meglio, allora, parlare di benessere e parlarne nei consueti termini economici, forse meno romantici e suggestivi ma certo per noi più rassicuranti.

wellness

 

La nota citazione kennedyana secondo la quale “il PIL misura tutto fuorché la felicità” è parzialmente inesatta, almeno se ci limitiamo al concetto del benessere. La teoria economica ha infatti da tempo elaborato diverse tecniche per misurarne utilità e spiegare il comportamento economico finalizzato al raggiungimento e al mantenimento del benessere.

Proviamo quindi ad avventurarci in questo terreno piuttosto sconnesso, cercando di evitare i passaggi più impervi da un punto di visa tecnico, per giungere direttamente alle conclusioni. I lettori più versati nella scienza economica perdoneranno il metodo approssimativo e l’inevitabile semplificazione.

Il termine “economia del benessere” era il titolo del più celebre lavoro dell’economista inglese Arthur Cecil Pigou nel 1920 ed ebbe un tale successo da connotare, nei decenni a seguire e fino ad oggi, un complesso di fenomeni ed obiettivi che costituiscono spesso veri e propri programmi di economia politica da parte degli Stati sovrani più progrediti.

 

Il punto da cui partire è quello dell’equilibrio generale, inteso nel senso della migliore e più efficiente allocazione delle risorse disponibili in un determinato sistema. Abbiamo già visto nei precedenti articoli che, in un mercato concorrenziale perfetto, le risorse si distribuiscono in modo tale da realizzare – attraverso il sistema dei prezzi sui diversi mercati – la combinazione più efficiente fra i vari soggetti.

Balance

 

Se facciamo un passo avanti e pensiamo anche al benessere, possiamo immaginare una situazione di distribuzione di risorse e ricchezza tale che siano massimizzate non solo le funzioni economiche (produzione, consumo, investimento, etc.) ma anche il benessere dei cittadini.

Si tratta del cosiddetto “ottimo paretiano”, dal nome dell’economista e sociologo italiano Wilfredo Pareto che lo teorizzò fra il XIX e il XX secolo. In questa situazione, del tutto teorica, qualunque spostamento di risorse da un soggetto all’altro determina un vantaggio per alcuni ma uno svantaggio anche maggiore per altri. Parliamo naturalmente di svantaggio in termini puramente economici e misurabili, ma comprendente anche il concetto di “utilità” che determina il benessere in senso collettivo.

Vilfredo_Pareto_1870s

 

Il passaggio chiave per capire questa nozione è la marginalità, un termine con cui economisti e matematici hanno molta familiarità. Essa si fonda sul concetto di utilità marginale, ovvero la soddisfazione e il benessere – supposto misurabile ovviamente – che derivano da un’unità addizionale di risorsa, un dollaro, un euro, una casa, un chilo di pane e così via.

Partendo da una situazione di “ottimo paretiano”, quel dollaro in più che una diversa distribuzione di risorse nel mio sistema dovesse portare nelle mie tasche comporterà, in un’altra parte dello stesso sistema, una diminuzione di benessere o utilità superiore al miglioramento che ne posso trarre io. Se si guarda quindi all’interesse generale, molto meglio restare dove eravamo.

I nostri teorici del benessere affermano che le forze intrinseche del sistema tenderanno, magicamente, a riproporre una nuova situazione di equilibrio, certamente diversa dalla precedente ma tale – ugualmente – da massimizzare l’utilità per tutti.

Non ci interessa sapere se Pigou e i suoi avessero ragione o se invece sia necessario un intervento equilibratore da parte dello Stato: quello che vogliamo dire è che anche l’arida economia si deve preoccupare del benessere dei cittadini e non solo della loro capacità di produrre e consumare.

Pensiamo a tutta la tematica ambientale e dell’inquinamento. Un vero e reale equilibrio non può prescindere dal considerare anche le condizioni di vivibilità del nostro habitat. Se tutti fossero liberi di inquinare, i profitti monetari a livello generale e le risorse prodotte certamente aumenterebbero, ma il benessere ne risulterebbe compromesso.

La semplice teoria economica quantitativa ci dice che le risorse devono essere concentrate nelle mani di chi le può far moltiplicare. Tuttavia se nel far questo si producono dei danni ad altri e se ne provoca una riduzione del benessere, meglio produrre meno ma garantire una qualità della vita generale maggiore.

 

Nel prossimo articolo parleremo di un altro concetto essenziale per il benessere collettivo: quello di “esternalità”. Ogni attività economica produce infatti effetti non solo per chi la realizza o ne è interessato direttamente, ma anche talvolta a chi ne è totalmente estraneo, proprio come nel caso dell’inquinamento.