Puntare, mirare, fuoco!

Ok The Work Target Game Summit Shot Objective

 

Una volta definita la short list dei titoli nel mirino con le indicazioni che abbiamo dato nel precedente articolo, basta concentrarsi su quelli prescelti, seguendone l’andamento. Rispetto ai valori correnti, per ogni titolo occorre dunque individuare il livello minimo di profitto che ci proponiamo (nel nostro caso, avevamo detto il 5%) e la perdita massima che siamo disposti ad accettare, calcolando i relativi prezzi di uscita nei due casi.

I concetti di take profit (TP) e stop loss (SL) sono molto importanti in finanza: per ogni investimento bisogna aver presente il livello al quale, secondo la nostra strategia, si deve vendere o perché si è conseguito l’utile che ci eravamo proposti o, al contrario, perché siamo arrivati alla massima perdita sostenibile. Nel primo caso, favorevole, anche se la quotazione sta crescendo e ci piacerebbe arrotondare il guadagno, può infatti succedere che una brusca inversione di tendenza faccia scivolare il prezzo sotto quel livello, vanificando la possibilità di guadagno. Nel secondo caso, negativo, quando un titolo inizia a scendere, è molto pericoloso tenerlo oltre il livello di SL sperando in un recupero, perché potrebbe crollare ancora (e in genere succede), amplificando la perdita.

Per evitare brutte sorprese, è indispensabile agire con prudenza e praticare una costante autodisciplina.

Supponiamo, ad esempio, di aver inserito nella nostra lista il titolo ENI, blue chip del settore energetico nazionale, peraltro un titolo di grande solidità e valore, e che la sua quotazione corrente sia 14,5. Il nostro pacchetto obiettivo (avevamo stabilito singoli investimenti nell’ordine di € 20,000) sarà quindi di 1350 azioni, il TP intorno a 15,25, con un guadagno lordo di € 1.012,5 e, se consideriamo accettabile una perdita massima di € 1,500, lo SL sarà intorno a 13,4.

Ciò significa che se entriamo oggi a 14,5, la nostra strategia ci indica di uscire in utile a 15,25 oppure in perdita a 13,4. Se nel corso dell’investimento il titolo staccasse un dividendo di 1 € per azione, naturalmente i due livelli si modificherebbero rispettivamente in 14,25 (quando viene pagato il dividendo, il prezzo del titolo in genere scende) e 12,4, rendendo tutto più semplice. Stessa cosa se riuscissimo ad entrare, grazie ad un buon timing di ingresso, a un livello inferiore a quello corrente.

Se andiamo a vedere gli indici di borsa sul titolo ENI, troviamo P/E a 12,68 e P/BV a 1,03, livelli che in prima approssimazione possiamo considerare accettabili per entrare. Se guadiamo i grafici a 3 e 6 mesi, vediamo che la performance è stata rispettivamente di – 2,9% e – 4,8%; che negli ultimi due mesi il titolo ha subito una discreta flessione e che nell’ultimo anno il valore minimo è stato 13,4 e il massimo oltre 16. Sono tutti elementi favorevoli per un possibile ingresso. Un esame un po’ più approfondito dovrebbe comprendere anche la valutazione dei target price ovvero dei prezzi “equi” secondo il parere degli analisti, ma questo ricede l’accesso a informazioni non immediatamente reperibili, salvo sottoscrivere abbonamenti a qualche società di informazione (tipo Bloomberg o Reuters) o appoggiarsi a un consulente.

Una volta verificato che siamo in “zona acquisto”, non resta che attendere il momento giusto. Con un po’ di pazienza, dovremmo aspettare una flessione temporanea del pezzo, in modo da guadagnare almeno qualche altro decimale nell’entry point, ovvero nel prezzo di acquisto.

Se tutte le condizioni di cui sopra sono verificate, faremo un investimento ben calibrato e ponderato, coerente con la nostra strategia e con gli elementi di giudizio disponibili in quel momento; se le nostre valutazioni sono corrette, molto probabilmente riusciremo a portare a casa il profitto che volevamo. Se invece le cose dovessero mettersi male, dobbiamo essere pronti a vendere quando il prezzo dovesse raggiungere il livello di SL.

Per seguire in modo efficace tutti i nostri investimenti, è necessario tenere a portata di mano tutte le informazioni raccolte in fase di analisi, per confrontarle con la performance effettiva. A questo punto un buon foglio elettronico (spreadsheet) è pressoché indispensabile: il programma più utilizzato è in genere Excel, facile da usare e di grande versatilità.

Il nostro consiglio è di costruirne uno calibrato sulle proprie esigenze. Ad esempio, per un portafoglio medio con 7/8 categorie di strumenti finanziari e più rapporti bancari, potremmo fare tanti fogli quanti sono i dossier, e in ciascun foglio i singoli titoli raggruppati per asset class. In un foglio iniziale “desktop” potrebbero poi essere riepilogati sia i saldi delle banche che quelli delle categorie di titoli, così da avere sott’occhio, ad ogni aggiornamento, il valore di mercato complessivo e la plusvalenza o minusvalenza rispetto al costo d’acquisto.

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Per ogni titolo dovrebbe essere riportato il costo, il valore di mercato e la conseguente plus/minusvalenza, nonché i livelli di take profit e stop loss inizialmente definiti.

Un’utile implementazione potrebbe essere quella di riportare nel desktop anche l’asset allocation strategica e il conseguente scostamento rispetto a quella effettiva.

In sintesi, il nostro file di Excel “patrimonio finanziario” dovrebbe avere i seguenti fogli:

DESKTOP, BANCA X, BANCA Y, BANCA Z, etc.

In ogni foglio, i titoli dovrebbero essere riportati con tutte le informazioni specifiche raccolte:

CODICE ISIN, DENOMINAZIONE, QUANTITÀ, PREZZO DI CARICO, VALUTA DI ACQUISTO, CONTROVALORE DI ACQUISTO, PREZZO DI MERCATO, PLUS/MINUSVALENZA, TAKE PROFIT, STOP LOSS, CATEGORIA.

In quest’ultima cella, quella delle asset class, dovrebbe essere indicato il numero corrispondente, come ad esempio:

 

  • Liquidità
  • Azioni Italia
  • Azioni Estero
  • Obbligazioni Italia 1-3 anni
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso variabile
  • Obbligazioni Estero 1-3 anni
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso variabile
  • Polizze vita …

e così via.

Con uno strumento del genere, da aggiornare ogni due o tre giorni, o al massimo ogni settimana attraverso i valori che ogni banca rende consultabili online sulle proprie piattaforme di home banking, avremo la possibilità di valutare come sta andando il portafoglio e, in caso, prendere per tempo le necessarie contromisure evitando brutte sorprese. Se riusciamo a mantenere una disciplina costante e ci atteniamo alla nostra asset allocation, potremo sempre limitare le eventuali perdite all’entità che avevamo considerato sostenibile e, salvo andamenti imprevisti del mercato, riusciremo a realizzare i nostri obiettivi di rendimento.

AGOSTO MESE DI TREGENDA PER L’INVESTITORE

 

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Dovremmo essere ormai abituati alla volatilità dei mercati, ma un calo del 7,75% dell’indice FTSE Mib (1) in un mese rappresenta meglio l’andamento delle montagne russe che non quello della borsa di uno degli otto maggiori sistemi economici del mondo.

Se continuasse a questo ritmo per i prossimi 12 mesi, vedremmo polverizzarsi oltre il 90% della capitalizzazione delle maggiori 40 società del Paese. E tutto questo nel momento in cui gli indici azionari degli Stati Uniti continuano a crescere ad un tasso mai visto da prima della grande crisi del 2007, e anche l’Europa tutto sommato non se la sta passando male.

Cosa sta succedendo in Italia e cosa dobbiamo attenderci nelle prossime settimane? E soprattutto, come diceva Lenin, che fare?

 

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Le risposte a queste domande, e ad altre simili, richiedono più capacità divinatorie che non onesta conoscenza di fatti e dinamiche del mondo dell’economia e della finanza. Proviamo a dare qualche chiave di lettura ragionevole, e come al solito qualche indicazione di puro buon senso.

Un celebre adagio, molto popolare fra gli investitori americani, suggeriva: sell in may and run away, ovvero “vendi a maggio e scappa via”, come abbiamo ricordato anche su questo blog proprio in primavera. Mai previsione fu più azzeccata, almeno per quanto riguarda il mercato italiano.

L’indice FTSE Mib il 7 maggio di quest’anno si fermò al valore di 24.544, ovvero bel 19,7 punti percentuali sopra il livello di 20.495 fatto segnare il 3 settembre. Chi ha detenuto azioni ininterrottamente da allora fino a ieri ha visto diminuire del 20% il suo investimento. Vista da un’altra angolazione, un investitore che avesse liquidato tutto all’inizio di maggio, potrebbe ricomprarsi oggi lo stesso portafoglio ad un prezzo inferiore di un quinto. Dopo soli 5 mesi, una performance di tutto rispetto.

Esiste quindi, al di là delle leggende di borsa (basate però sull’osservazione statistica negli anni), un fenomeno di stagionalità dei mercati che vede molto spesso l’agosto dei mercati soffrire con una certa regolarità.

In genere, quando le azioni scendono, i titoli del reddito fisso salgono. Questo perché chi vende le azioni dirotta la liquidità ottenuta verso le obbligazioni, facendone aumentare il prezzo, ovvero innescando, o avvantaggiandosi (a seconda di come si intenda la direzione del rapporto causa-effetto) di una tendenziale riduzione dei tassi di interesse.

In Italia purtroppo questo non è accaduto, perché in questo periodo i tassi, impercettibilmente ma sistematicamente, hanno continuato a crescere.

In parte ciò è avvenuto a causa dell’annunciato piano di riduzione del quantitative easing (2) da parte della Banca Centrale Europea, che per sua natura avrebbe comunque portato ad un aumento dei tassi di interessi. Per l’Italia, questo trend è stato rafforzato dal clima di incertezza che si è diffuso all’indomani delle elezioni politiche, e che tuttora pervade i mercati.

 

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La conseguenza è che anche i titoli obbligazionari hanno visto ridursi i loro valori di borsa, e in modo tanto maggiore quanto più protratta era la loro scadenza. Per cui anche chi cercava investimenti a lungo termine, più rischiosi ma generalmente più redditizi, oppure investimenti “a alto rendimento” (i cosiddetti high yields) ha registrato perdite consistenti.

Tutto questo mentre in America, e in parte negli altri mercati europei, il valore delle attività finanziarie continuava sorprendentemente a crescere. Molti investitori hanno quindi preferito vendere titoli italiani per acquistare più performanti titoli esteri, e questo – insieme alla rarefazione dei flussi di capitali dall’estero, scoraggiati dal clima di incertezza di cui si diceva – ha ulteriormente depresso i nostri listini.

Abbiamo così assistito ad un periodo di sofferenza piuttosto prolungato. Il punto è: si tratta di un ciclo come tanti, destinato a essere riassorbito dalla prossima fase di crescita; oppure è l’inizio di una vera e propria crisi, dopo che siamo usciti a gran fatica e neanche del tutto dalla grande recessione del 2007?

Questa è la domanda centrale, e dalla risposta deriva l’indicazione su quale strategia attuare col portafoglio. Se pensiamo che si tratti di una fase del ciclo, la cosa migliore è aspettare che i valori tornino “normali” e quindi stare fermi leccandosi le ferite (calati juncu ca passa la china, ovvero chinati giunco che passa la piena, come dice un vecchio proverbio siciliano).

 

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Se invece pensiamo che sia solo l’inizio di un nuovo prolungato periodo di crisi, meglio vendere accollandosi le perdite piuttosto che rischiare ulteriori diminuzioni del valore del portafoglio.

Gli analisti e gli strategist delle maggiori case di investimento non danno risposte univoche, ed in effetti esistono motivi a teorico sostegno di entrambe le tesi. Da un lato un ciclo economico che vede comunque il PIL crescere a un ritmo superiore agli anni passati e il valore dei multipli che ormai si sono allineati a due anni fa, al termine della grande crisi,

Dall’altro, l’incertezza politica che raggiungerà il suo culmine quando verrà discussa la legge di bilancio il mese prossimo, e l’ampiamente previsto declassamento delle maggiori agenzie di rating dei titoli sul sistema Italia.

L’unico consiglio che è ragionevole dare, in queste fasi, è quello di tenersi il più possibile liquidi, evitando la tentazione di acquistare titoli che ai valori attuali sono a veri propri livelli di saldi di fine stagione, e di approfittare dei rimbalzi di borsa per alleggerire, sia pure con qualche perdita, le proprie posizioni.

Per il resto, come si diceva, occorrerebbe la sfera di cristallo.

 

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(1) Il FTSE MIB (Financial Times Stock Exchange Milano Indice di Borsa) è il più significativo indice azionario della Borsa italiana. È il paniere che sintetizza l’andamento delle azioni delle 40 società italiane quotate con maggiore capitalizzazione, flottante e liquidità.
(2) La politica monetaria di quantitative easing consiste nel favorire un aumento della quantità di moneta in circolazione attraverso l’acquisto di titoli sul mercato da parte della banca centrale. Il quantitative easing, la cui traduzione letterale è “alleggerimento quantitativo”, viene chiamato in italiano anche “allentamento monetario” o QE (acronimo di Quantitative Easing). Attuando un piano di allentamento monetario, le banche centrali si pongono quali acquirenti di titoli di stato con denaro creato “ex-novo” e al fine di incentivare la crescita economica (per questo il QE viene anche chiamato “stimolo”).

LA TRUFFA DEL MARE E ALTRE TRUFFE

Il blog torna dopo la pausa pasquale, e questa volta vorrei partire da una notazione personale, per affrontare però un argomento molto importante di interesse generale, al quale – come i miei lettori ben sanno – tengo in modo particolare, ovvero l’educazione finanziaria.

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Sabato 7 aprile, insieme all’editore Roberto Campanelli e con la valida regia dell’amico Alessandro Lorenzini, abbiamo presentato a Siena il mio primo libro “La truffa del mare”. E’ stata una bella serata, piacevole e secondo me interessante (ma la mia è un’opinione largamente di parte), che mi ha dato l’opportunità di rivedere tanti amici e conoscenti in un clima cordiale e costruttivo. Un clima che ho ritrovato con piacere dopo sette anni di assenza dalla scena pubblica.

Scontato il ringraziamento, sentito e non formale, a tutti gli intervenuti, in modo particolare a chi ha comprato il mio libro.

Grazie anche ad Alessandro, col quale avevo avuto modo di collaborare per la trasmissione radiofonica “Finanza facile” e che secondo me merita ampiamente un posto di primo piano nella stampa cittadina, e non solo in ambito sportivo.

Soprattutto grazie all’editore Roberto Campanelli che, con stile e grande passione, ha condiviso il progetto del libro, investendoci tempo, energie e risorse e ne ha tratto un volume elegante e raffinato.

Il racconto prende spunto da un fatto realmente accaduto, una vicenda che ha visto raggirato un gran numero di risparmiatori, fra i quali anche molte persone di cultura e buon livello di istruzione e competenza. Una vicenda in cui la realtà ha superato di gran lunga, come spesso accade, la fantasia, e che nei suoi tratti fondamentali i lettori del libro si troveranno a ripercorrere.

Lo spunto offerto dal libro è quello di mettere in guardia dalle mode del momento e dai fenomeni che possono trasformarsi in bolle finanziarie. Elemento comune ad entrambi i casi è la circostanza che il valore degli strumenti finanziari acquistati si allontana in modo sensibile dal loro valore economico intrinseco.

 

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E’ vero che determinare tale valore non è facile, soprattutto quando gli strumenti sono complessi, quali i derivati. C’è innanzitutto un problema di informazione sui dati aziendali, che non sempre sono esaurienti e comprensibili, neanche in caso di società quotate. Basti pensare al caso “Parmalat” oppure ai recenti scandali bancari per rendersi conto che spesso i bilanci espongono situazioni lontane anni luce dalla realtà.

Si apre a questo punto un altro fronte di debolezza per la tutela dei risparmiatori, sul quale dovremo tornare nei prossimi interventi del blog: il ruolo e l’affidabilità delle autorità di vigilanza e tutela del mercato, e delle società di certificazione dei bilanci.

Non è giusto né corretto fare di ogni erba un fascio, ma è difficile dare un giudizio positivo dell’operato di queste istituzioni quando emergono con chiarezza – e solo a posteriori – bilanci falsi, poste taroccate, insussistenze di patrimonio, crediti fortemente e irrimediabilmente deteriorati. Del resto, a questa conclusione è giunta anche la commissione parlamentare appositamente istituita con la presidenza di Pierferdinando Casini.

Ci troviamo davanti ad apparati burocratici giganteschi, con funzionari iperpagati e costi enormi per la collettività che, nonostante gli ampi poteri di intervento di cui dispongono, non sono mai riusciti ad impedire fenomeni di truffa ai danni dei risparmiatori. Andate a spiegare a chi è rimasto impigliato nelle obbligazioni subordinate di banche praticamente fallite o nei titoli spazzatura che le varie Consob, Banca d’Italia, eccetera svolgono una funzione di utile tutela del risparmio…

Oltre alle truffe vere e proprie, per le quali le problematiche sono di natura penale e criminale più che strettamente economica, esistono però, come si diceva sopra, i casi di “mode finanziarie” e le bolle speculative, oltre che i “cigni neri” (1) di cui abbiamo più volte parlato in questo blog.

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A parte il “cigno nero”, contro le mode finanziarie e le bolle speculative un ruolo importante può giocare proprio l’educazione finanziaria e il rispetto di alcune regole di buon senso, che vanno sempre tenute presenti da chi si trova a valutare investimenti dei propri risparmi.

La moda finanziaria si verifica quando uno strumento di investimento si trova a riscuotere un gran successo sul mercato, con molti investitori che lo sottoscrivono senza conoscerne le caratteristiche, ma per una sorta di emulazione di amici e conoscenti che lo consigliano e ne testimoniano la convenienza, inducendo i risparmiatori a non volersi far sfuggire un’occasione di profitto “sicuro”. E’ a grandi linee la vicenda narrata nel mio libro “La truffa del mare”

La bolla finanziaria si verifica quando, analogamente al caso precedente, forti acquisti si concentrano su un determinato titolo o strumento, facendone crescere il prezzo di mercato ben oltre il valore reale. Più il prezzo cresce e più il “parco buoi” (come veniva definita la massa degli investitori dagli habitué di borsa) corre a comprare, gonfiando, da qui il termine bolla, il corso del titolo.

 

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In entrambi i casi, il risveglio del risparmiatore sarà sicuramente brusco e doloroso, e non gli verrà lasciato il tempo di uscire dall’investimento perché “non si può cercare di afferrare per la lama un coltello che cade”.

Nel prossimo articolo riproporremo alcune semplici regole di prudenza e buon senso che garantiscono al risparmiatore di incorrere in brutte sorprese.

 

(1)

L’espressione è stata resa popolare dall’omonimo saggio di Taleb Nassim del 2007 ed indica un evento isolato e inaspettato che ha un impatto enorme e che solo a posteriori può essere spiegato e reso prevedibile, ossia un evento a bassissima probabilità e ad altissimo potenziale di danno.

 

Per chi volesse ordinare il libro:

ROBERTO CAMPANELLI EDITORE:   rcampanellieditore@katamail.com

http://bit.ly/2sMWQYb

https://www.lafeltrinelli.it/smartphone/libri/marco-parlangeli/truffa-mare/9788889992081

 

CONOSCERE LA FINANZA: Un percorso per acquisire le conoscenze di base

Si è parlato spesso di educazione finanziaria e certamente diffondere la conoscenza di strumenti e processi è un passaggio indispensabile per un corretto ed efficiente funzionamento dei mercati.
Proviamo oggi ad individuare un percorso che metta in grado chi è digiuno di finanza di comprenderne almeno i meccanismi di base, di orientarsi fra i diversi prodotti disponibili sul mercato e di essere pienamente consapevole dei rischi che ogni decisione di investimento inevitabilmente comporta.

 

In rete oggi si trovano molte informazioni, anche se, attendibilità a parte, molto spesso si tratta di informazioni per un pubblico non completamente digiuno di nozioni finanziarie. Se è relativamente facile trovare approfondimenti su alcuni aspetti particolari che consentano di conoscere tutto o quasi su uno specifico prodotto, ciò che è difficile è invece reperire informazioni di base in un paese in cui il sistema scolastico licenzia dalla scuola dell’obbligo cittadini a cui non ha insegnato come poter gestire un conto corrente o una carta di credito.

Cosa dovrebbe dunque fare una persona di media cultura che non ha nessuna nozione di base economica e tuttavia non vuole delegare totalmente le proprie funzioni di risparmio, spesa, gestione di patrimonio e degli strumenti finanziari più comuni?

Questo blog ha spesso affrontato il tema dell’educazione finanziaria, cercando di dare consigli anche a chi avesse poche o nessuna nozione di base. Abbiamo anche pubblicato una mini-serie sull’investimento consapevole, iniziata il 13/9/2016 con “La scelta degli investimenti”:

La scelta degli investimenti

Per molte settimane ci siamo occupati del processo di investimento di un risparmiatore medio, individuando un percorso che parte dall’esame delle condizioni patrimoniali e reddituali, del modello di vita, della propensione al rischio. Si individuava una corretta asset allocation, ovvero una ripartizione ideale del patrimonio fra diverse classi o categorie di strumenti, per arrivare alle modalità di scelta del singolo titolo.

Questo potrebbe essere un buon punto di partenza, anche se è incentrato più sulla persona che non sull’oggetto dell’investimento. Nel corso della mini-serie sono stati affrontati diversi argomenti, che potrebbero essere autonomamente approfonditi con ricerche mirate su Internet: basta digitare il titolo su Google o altri motori di ricerca, fare una rapida verifica dei siti che vengono proposti e, una volta trovato quello più adatto per il livello del lettore, utilizzarlo per tutte le ricerche.

Esistono anche testi di base che possono essere acquistati e consultati al bisogno. In verità sono piuttosto scettico sull’utilità di un percorso tradizionale di apprendimento basato su testi e programmi a modello delle materie scolastiche: senza una guida costante, rischia di essere un percorso noioso, lacunoso che, senza un interesse vero alla base, è quasi certo che venga abbandonato a metà.

Potrebbe essere utile invece un glossario o dizionario dei termini economici da consultare per le singole voci. Segnalo, per aver seppure in minima parte contribuito alla sua realizzazione, il “Glossario di educazione finanziaria: Parole di economia e finanza” della Global Thinking Foundation:

Guida all’investimento consapevole

Il percorso che suggerirei è quindi quello di partire da un articolo o intervento di carattere generale e poi approfondire, su Internet attraverso i motori di ricerca oppure su un glossario di pronta consultazione, i temi che interessano.

Altro punto di partenza è costituito dall’integrale lettura di contratti e prospetti dei prodotti che si intendono acquistare. Purtroppo è spesso una lettura noiosa e incomprensibile, ma ritengo che sia inevitabile. Le prime volte sarà un continuo ricorso al glossario o alla ricerca dei termini sul Web, ma mano a mano che si va avanti necessariamente una serie di concetti si riproporranno, saranno acquisiti e sarà più facile concentrarsi sulle parti non ricorrenti, che sono poi quelle dove spesso si annidano le insidie.

Con lo stesso sistema si può iniziare a leggere qualche articolo o contributo di stampa su argomenti specifici che possono interessare. È il caso degli articoli che ogni settimana vengono pubblicati su questo blog o anche della serie “Pillole di finanza” che, fino al mese scorso, ogni venerdì accompagnava le trasmissioni di “Finanza facile” su Radio Siena TV, i cui podcast sono facilmente reperibili sul sito dell’emittente oltre che su questo blog.

In questa fase consiglierei in ogni caso di consultare la stampa generalista, non quella specializzata, come ad esempio leggersi qualche buon articolo su settimanali o quotidiani che tratti di argomenti economici che possano interessare. Col glossario o lo smartphone a mano poi, ogni volta che si incontra un termine non chiaro, ricercarne la spiegazione.

Il passo successivo sono poi gli articoli di scenario che appaiono sulle sezioni economiche dei quotidiani, ad esempio Repubblica, il Corriere della Sera, il Quotidiano Nazionale. Oppure, a un livello maggiore, sul numero del sabato del “Foglio”: secondo me mantengono un buon rapporto fra leggibilità e comprensibilità e contenuti evoluti.

Si può iniziare a questo punto anche la consultazione di siti Web focalizzati e autorevoli quali: Lettera43, Formiche, Linkiesta.it, che spesso pubblicano newsletter diffuse gratuitamente con una semplice registrazione.

Questa fase secondo me può durare qualche settimana, al massimo due-tre mesi consultando queste fonti giornalmente. Se non è ancora sorta la crisi di rigetto, nel qual caso non resta che affidarsi “ai soldi sotto il materasso” (molto spesso neanche una scelta del tutto sbagliata!!), il nostro lettore modello può ora  iniziare a guardare la stampa specializzata per la quale c’è sempre ampia possibilità di scelta.

“Il sole 24 ore”, “Milano Finanza” e simili saranno ora alla portata anche del nostro investitore. Il metodo è sempre lo stesso, quello di approfondire i concetti che non sono chiari attraverso il glossario. Ma a questo punto ci si può avventurare, se questo percorso ha suscitato interesse, anche nella lettura di saggi o libri a carattere economico.