Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

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Togliamo i social network ai politici!

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Dare consigli sugli investimenti non è certo un esercizio facile in questi tempi di grande instabilità e incertezza, tuttavia cercheremo di analizzare, sia pure sinteticamente, la situazione dei mercati per formare qualche plausibile ipotesi di scenario.

Il primo aspetto che vorremmo sottolineare è la forte sensibilità alla politica, o meglio alle dichiarazioni dei leader politici più influenti e delle autorità monetarie. Non si tratta ovviamente di una novità, ma quello che oggi colpisce è la rapidità delle reazioni a semplici esternazioni sui social network, in particolare per quanto riguarda il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ormai abituato a formulare pensieri e intenzioni su Twitter.

Un tempo ciò avveniva magari con interviste sui media, o meglio con atti ufficiali, che però impiegavano qualche tempo – fosse pure solo poche ore – a raggiungere la massa dgli operatori. In questo tempo c’era la possibilità di correggere il tiro, smentire (spesso anche il vero), spiegare e approfondire. Gli effetti venivano così in qualche modo mediati e attenuati, anche se ovviamente a lungo andare quello che doveva succedere succedeva.

Se Trump si sveglia un po’ nervoso, magari infastidito dalla difficoltà dei negoziati economici con la Cina, twitta che l’America imporrà nuovi dazi per 300 miliardi di dollari sulle merci cinesi. Neanche il tempo di inviare il messaggio, che i mercati cominciano a scendere, prefigurando cali delle esportazioni USA in settori quali le materie agricole, i prodotti energetici, la meccanica; e parallelamente aumenti dei costi dei prodotti importati dall’Asia quali materie prime e tecnologia. E’ successo qualche giorno fa: meno 2 per cento nelle borse USA e, a cascata, in quelle europee e asiatiche.

Poi i negoziati riprendono e Trump twitta che, tutto sommato, alla fine un accordo si troverà e che i cinesi non sono poi così cattivi. E il mercato reagisce in modo opposto. Alla fine, magari, gli indici tornano dov’erano, ma molti investitori avranno sicuramente perso e altrettanti speculatori guadagnato, mentre la situazione dei fondamentali economici non è ovviamente cambiata rispetto a qualche giorno prima.

Lo stesso accade con le avventate dichiarazioni degli esponenti della Federal Reserve (la banca centrale USA) sulla politica dei tassi: ogni volta che paventano un aumento, questo viene immediatamente scontato dai mercati e i prezzi delle azioni e delle obbligazioni subiscono drastiche diminuzioni. Poi, visto il danno (inutile) provocato, magari gli stessi esponenti rilasciano dichiarazioni opposte (i tassi aumenteranno, ma non subito e non tanto), e i mercati si riprendono. Simili scenari sono successi anche per quanto riguarda la storia infinita della Brexit, e si potrebbe continuare.

Se l’obiettivo dei politici è quello di far parlare di sé e provocare attenzione, certo in questo modo viene facilmente centrato. Ma la buona amministrazione è un’altra cosa, fatta di scelte ponderate, razionali, negoziate con le opposizioni e sostenute da ampio consenso.

Tutto questo ci porta a dire che, dal punto di vista dell’economia e non solo, sarebbe molto meglio che ai politici e a chi occupa posizioni di rilievo istituzionale venisse interdetto l’uso dei social network, e che quello che devono, o vogliono, comunicare al mercato e al pubblico indistinto, debbano dirlo attraverso i canali che la legge mette loro a disposizione. Per i mercati è di tutta evidenza la necessità che non ci debbano esere turbative al regolare funzionamento; peraltro esistono proprio fattispecie di reato che consistono nell’aggiotaggio[1]  e nella manipolazione di mercato[2], in base alle quali viene punito chi diffonda notizie false o relative ad operazioni simulate (ovvero non esistenti), atte a provocare alterazioni sensibili dei prezzi degli strumenti finanziari quotati.

Senza entrare nell’ipotesi di aggiotaggio, che prevede un profitto illecito ed un beneficio personale per chi lo commette, è purtroppo frequente il caso di dichiarazioni, anche rese in buona fede, e pensieri personali che hanno comunque l’effetto di turbare il mercato.

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Si pensi al caso del tragico crollo del ponte Morandi a Genova: qualche esponente governativo dichiarò che occorreva togliere la concessione alla società che gestiva (e che ancora gestisce) le autostrade, colpevole – a suo parere – di non aver fatto i necessari interventi di manutenzione e consolidamento sull’infrastruttura. A parte la valutazione sulla colpa, che spetta sempre ad un giudice al termine di un procedimento articolato e complesso, è evidente che si trattava di un’opinione personale, tanto che ad oggi le concessioni sono sempre pienamente in vigore. Nel frattempo però il titolo della società è crollato in borsa, e il suo valore non è ancora stato recuperato. Nessuno mette in dubbio che l’esponente in parola potesse attivarsi per togliere (in modo legittimo e nei tempi previsti dalla legge) la concessione, ma perché affermare “a caldo” una cosa così grave?

Tutto sommato impedire ai politici l’utilizzo di esternazioni immediate, soprattutto a mezzo dei social network, è anche nel loro interesse, per evitare dichiarazioni di cui si potrebbero pentire, una volta esaminate con calma ed equilibrio, anche se poi non vengono neanche smentite, perché come è noto “la smentita è una notizia data due volte”. Per riscuotere un effimero consenso, spesso si provocano vere e proprie turbative di mercato.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Nel prossimo articolo proveremo a dare qualche consiglio di buon senso.

 

 


[1][1] Il reato di aggiotaggio bancario avviene quando coloro che rappresentano una Società o un’Azienda agiscono nel tentativo di volgere a proprio favore il prezzo di mercato di strumenti finanziari quotati. Tale reato si compie attraverso la divulgazione di dati o informazioni irreali, fuorvianti e non veritiere che finiscono per alterare il mercato finanziario determinando un rialzo o un abbassamento dei prezzi attraverso il quale si realizza un  beneficio illecito penalmente perseguibile.

[2] Reato compiuto da colui che diffonde notizie false oppure pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari

Il migliore dei mondi possibili

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Si può discutere se, parafrasando il filosofo tedesco del XVIII secolo Gottfried Wilhelm von Leibniz, un sistema economico in crescita sia sempre e comunque “il migliore dei mondi possibili”. Oppure se il PIL (il prodotto interno lordo) sia sempre e comunque una misura del benessere, ricordando la nota affermazione di Robert Kennedy secondo la quale il PIL  “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Certo è comunque che quando il prodotto di una nazione cresce, anche la sua ricchezza aumenta; se c’è più produzione e più reddito, sicuramente aumentano le risorse a disposizione e il lavoro. Per questo il test più usato per valutare l’efficienza di un governo o il successo di un’amministrazione è proprio il PIL: se questo cresce da un anno all’altro, è opinione comune che quel governo abbia fatto un buon lavoro, se diminuisce che non abbia invece avuto successo.

Ad esempio, in tutti i giudizi sull’amministrazione Trump negli Stati Uniti viene riconosciuto che è stata artefice di una formidabile crescita dell’economia, una delle più prolungate e consistenti degli ultimi decenni. Poi magari si può discutere se sia un bene che l’America si sia progressivamente isolata, che abbia messo in discussione rapporti storici e consolidati come quelli con l’Europa, che abbia fermato il processo di distensione con la Cina e di apertura dei commerci internazionali, che abbia innalzato muri all’immigrazione, che abbia favorito il riemergere di tensioni interne e spinte conservatrici quando non reazionarie.

Ma non si può non riconoscere che la ricchezza complessiva sia aumentata e che la disoccupazione sia praticamente scomparsa. Naturalmente si tratta di indicatori statistici, per cui – accanto a categorie di produttori che hanno visto crescere i propri profitti – ci sono stati anche ampi settori che hanno subito le conseguenze delle scelte politiche dell’amministrazione Trump, come ad esempio i produttori di soia che hanno visto crollare i prezzi del loro prodotto perché si sono bloccati i flussi commerciali con la Cina, maggior importatore mondiale.

E’ interessante allora chiedersi quali sono state le leve che hanno permesso questo boom economico, e in generale cosa può fare un governo per stimolare l’economia.

La risposta è, allo stesso tempo, semplice da descrivere e difficile da attuare. Semplice da descrivere perché si tratta dei tradizionali strumenti di politica economica a cui un governo può ricorrere per far crescere il sistema, ovvero la politica fiscale e la politica monetaria.

Difficile da attuare, perché ogni misura che venga utilizzata, come ogni farmaco, ha una serie di controindicazioni ed effetti collaterali che possono renderla inefficace o, addirittura, renderla controproducente. Ed è per questo che, ad esempio, in Italia è estremamente complicato far crescere il sistema con le stesse modalità.

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I fattori di successo dell’amministrazione Trump sono sostanzialmente: una politica fiscale generosa, caratterizzata da consistenti riduzioni di tasse e forti investimenti pubblici e aumento di spesa statale; e una politica monetaria espansiva, con molta liquidità immessa nel sistema e tassi tenuti molto contenuti.

In estrema sintesi, il reddito è composto dalla domanda per beni di consumo, proveniente dalle famiglie, e da quella per beni di investimento, proveniente dalle imprese e dalla pubblica amministrazione. I consumi crescono se aumenta il reddito disponibile, e questo succede se si riducono le tasse; gli investimenti crescono se diminuiscono i tassi di interesse (perché diventa più conveniente finanziare l’innovazione o aumentare le scorte) e se c’è un programma di spesa pubblica che si traduce in maggiori risorse disponibili sul mercato.

In America tutte queste leve sono state attivate con successo, in Italia nessuna di esse può essere introdotta senza effetti negativi, a parte la politica monetaria che però viene stabilita dalla Banca Centrale Europea a Francoforte. E qui solo la presenza forte di un Presidente come Mario Draghi ha consentito di mantenere a lungo un’impostazione espansiva, nonostante la netta opposizione tedesca storicamente contraria al contenimento dei tassi di interesse. La Germania, che non ha problemi di crescita economica in quanto il suo sistema produttivo è strutturalmente forte, teme il risorgere di un’inflazione che i bassi tassi di interesse potrebbero favorire e che in passato ha destabilizzato la nazione: basti pensare alla Repubblica di Weimar e alla mostruosa inflazione che minò alle basi il sistema e spalancò la porta alla deriva nazista.

Il meccanismo della politica monetaria espansiva è quello, in sintesi, dell’aumento della liquidità attraverso l’immissione sul mercato di massicce quantità di moneta. Questa avviene attraverso l’acquisto di titoli da parte della banca centrale. Essendo così abbondante il denaro in mano agli operatori, estremizzando il concetto, i prezzi delle attività finanziarie tendono a salire, per la nota legge della domanda e dell’offerta. Se il prezzo delle obbligazioni aumenta, i tassi automaticamente diminuiscono.

 

Se, per semplicità, prendiamo in esame le obbligazioni a tasso fisso, un aumento del loro prezzo comporta infatti una corrispondente diminuzione del rendimento effettivo. Un Treasury bond a 10 anni da 100 $ che ha una cedola annuale di 2,5, è quotato 100 quando il tasso di interesse è del 2,5%. Ma se il suo prezzo sale a 105, restando la cedola sempre invariata a 2,5 $, il suo tasso di rendimento effettivo diventa il 2,38%.

Con l’enorme mole di acquisti fatti dalle banche centrali europea e americana, anche se ci fosse un tendenza di mercato a far aumentare i tassi, questa verrebbe contrastata ed i tassi non aumentano. E’ esattamente quello che è successo in dicembre quando la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha dichiarato che avrebbe fatto cessare il programma di politica monetaria espansiva (denominato Quantitative Easing, ovvero “facilitazione monetaria”) e i mercati sono crollati, obbligando la stessa Fed a correggere il tiro poche settimane dopo, annunciando in pratica: “scusate, ci siamo sbagliati” e rinviando al futuro il ridimensionamento dell’intervento.

Proseguiremo ad occuparci dell’argomento nei prossimi articoli.

Progressività e Piattezza: la Flat Tax

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Se tutti pagassimo di tasse la stessa percentuale sul  reddito, che in termine tecnico si chiama “aliquota”, saremmo in una situazione di perfetta tax flat, ovvero “tassa piatta”, uno degli obiettivi dell’attuale compagine governativa italiana. Coloro che hanno redditi più elevati sarebbero dunque più avvantaggiati rispetto al nostro sistema fiscale attuale, nel quale la Costituzione prevede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, la progressività dell’imposizione.

Le attuali aliquote delle imposte sul reddito (definite da un sistema progressivo “a scaglioni”, ovvero a intervalli), vanno infatti dal 23% per lo scaglione più basso, fino a 15.000 Euro, al 43% di quello più alto. Ciò significa che chi ha un reddito annuo di 10.000 € pagherà 2.300 € di IRPEF, mentre chi ha un reddito di un milione di Euro all’anno ne pagherà 423.170.

In sostanza, quindi, chi ha il reddito più basso ne pagherà il 23% al fisco, chi ha quello più alto, nel nostro caso, ne pagherà oltre il 42%. Il presupposto alla base della norma costituzionale consiste nel fatto che per i meno abbienti le imposte sono più onerose, ovvero che una stessa percentuale può risultare nel primo caso insostenibile e nel secondo caso molto meno pesante.

I lettori più attenti avranno notato che il 43% di 1.000.000 è in realtà pari a 430.000, mentre l’importo che abbiamo indicato è inferiore. Il motivo sta nel fatto che il metodo previsto nel nostro sistema è quello della progressività per scaglioni, ovvero vengono indicati cinque intervalli di reddito[1] ad ognuno dei quali si applicherà un’imposta pari a quella dello scaglione precedente più la percentuale calcolata sulla parte residua. Nel nostro caso, ad esempio, lo scaglione di reddito precedente è quello che arriva fino a 75.000 €, con aliquota del 41%, e che al massimo prevede un’imposta di € 25.420. Tale imposta va aumentata del 43% della parte residua (ovvero di 1.000.000 – 75.000), pari a 925.000, cioè di € 397.750, giungendo così all’importo dovuto di 423.170 €.

La ratio della progressività sta nel fatto che il peso delle imposte per il cittadino è tanto meno gravoso quanto più alto è il suo reddito. Nel nostro esempio, il primo contribuente resterà con 7.700 € di reddito disponibile, mentre il secondo con 576.830 €: pur avendo pagato aliquote diverse, il peso sostenuto per il carico tributario è in generale da considerarsi equo.

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Se avessimo invece un’aliquota unica, appunto flat (piatta), mettiamo pure per ipotesi al livello della minore, il 23%, il cittadino più ricco pagherebbe solo 230.000 €, restando con un reddito disponibile di 770.000: come si vede, una soluzione senz’altro a lui più favorevole. Lo sarebbe anche se l’aliquota unica fosse intermedia, diciamo del 30 o 35%, e lo sarebbe ancora di più se volessimo applicare un’aliquota che mantenesse il gettito invariato, come dovrebbe essere per non peggiorare, a parità di tutto il resto, il bilancio dello Stato. La misura sarebbe quindi una vera e propria redistribuzione del reddito dalle classi a minor reddito a quelle più abbienti.

Se invece si volesse lasciare invariato il peso fiscale per i più poveri, una manovra del genere dovrebbe essere compensata da minori spese oppure da un aumento del deficit, il disavanzo fra entrate e uscite pubbliche. Questo è uno dei motivi della diatriba fra il Governo italiano e la Commissione UE.

Naturalmente si tratta di scelte politiche legittime, una volta che siano passate al vaglio degli elettori. La scelta di favorire un ceto sociale rispetto ad un altro rientra pienamente nell’indirizzo politico e, anzi, la fiscalità è ormai l’unica leva di politica economica che gli stati nazionali dell’Unione ancora hanno a disposizione, essendo quella monetaria concentrata a Francoforte. Per questo l’unificazione fiscale sarà l’ultimo vero passo dell’unità europea, se mai ci arriveremo.

Ciò che non si può fare, in un sistema aperto, è ignorare i vincoli di bilancio. Non è l’Unione Europea che lo impone, ma le regole elementari di amministrazione. Non si può espandere il deficit all’infinito, ma solo nella misura in cui sia possibile trovare qualcuno che lo finanzi: tipicamente esso comporta infatti l’aumento del debito, a condizione che ci sia chi acquista i titoli del nostro debito. Ma per far questo, si deve dimostrare di avere i conti in ordine: chi concederebbe nuovo credito a un soggetto fortemente indebitato e in dissesto?

Legittimo, e anzi giusto, proporsi di ridurre il peso del fisco per i contribuenti. Occorre però indicare anche come far fronte al conseguente fabbisogno che se ne originerebbe. Inoltre, nel nostro sistema, l’abolizione della progressività delle imposte sul reddito richiederebbe una modifica della Costituzione, cosa non impossibile ma neanche scontata.

La flat tax, come tutte gli altri strumenti di alleggerimento dell’onere tributario, ha la sua ragion d’essere nel fatto che, aumentando il reddito disponibile per i cittadini, questi sarebbero portati ad aumentare la loro domanda di beni di consumo e di investimento, dando avvio a un circuito virtuoso di incremento del reddito attraverso il meccanismo del moltiplicatore[2].

Ci si dovrebbe chiedere, però, quale misura di beneficio fiscale sia più idonea a rendere massimo questo effetto: una riduzione di tasse per i redditi più alti, per quelli più bassi, oppure per le imprese. Normalmente sono i meno abbienti che hanno una maggiore propensione a consumare, per cui si può ritenere che una stessa riduzione di imposte per i redditi più bassi abbia un effetto moltiplicativo maggiore sui consumi, e sia quindi più efficace; mentre una riduzione di imposte per le imprese porti soprattutto a maggiori investimenti, e quindi all’aumento di domanda per beni di investimento.

In realtà si tratta sempre di enunciazioni teoriche, perché è comunque possibile che le risorse addizionali acquisite vengano invece impiegate per ridurre debiti preesistenti. E’ solo a posteriori che si può valutare la reale efficacia di una misura di agevolazione fiscale.

Nel prossimo articolo parleremo ancora di imposte dirette, e in particolare del sistema delle ritenute d’acconto e delle detrazioni, dopo di che ci occuperemo di quelle indirette, che vengono applicate non nel momento della produzione di ricchezza ma in quello della sua spesa o consumo.

La storia continua…

 

 

 

 

 

 

 


[1] I vigenti scaglioni di reddito, con le relative aliquote, per l’IRPEF sono i seguenti: fino a € 15.000 23%; da 15.001 a 28.000 28%; da 28.001 a 55.000 38%; da 55.001 a 75.000 41%; oltre 75.000 43%.

[2] Si veda, al proposito, il nostro articolo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ del 23/1/2018, nel quale abbiamo di cercare in modo dettagliato il meccanismo del moltiplicatore keynesiano.

L’ozio creativo del risparmiatore

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Abbiamo a più riprese suggerito ai nostri lettori di mantenersi il più possibile liquidi in questo periodo, al fine di evitare le diminuzioni di valore dei titoli (soprattutto azionari, ma anche delle obbligazioni a tasso fisso) che potrebbero conseguire all’atteso peggioramento dei mercati.

Dopo la corsa dei primi mesi dell’anno, che ha consentito a molti di recuperare almeno buona parte delle perdite subite nel terribile 2018, è infatti molto probabile che il trend venga invertito, alcuni prevedono anche pesantemente. In realtà i multipli, ovvero gli indici che misurano il rapporto fra prezzo di borsa e andamento economico della società, non sono del tutto fuori fase e potrebbero teoricamente consentire almeno un altro periodo di stabilità. E anche i dati trimestrali sono stati in generale in linea con le aspettative e non deludenti.

Tuttavia molti segnali inducono alla prudenza e molti analisti mettono in guardia dal pericolo di una nuova crisi. E sappiamo per esperienza che quando si cominciano a sentire i primi scricchiolii, spesso la valanga è improvvisa e potente.

Anche se abbiamo in portafoglio titoli di buona qualità, relativi ad aziende solide che fanno buoni prodotti ed hanno prospettive di sviluppo, tuttavia se la loro quotazione di borsa dovesse crollare trascinata dal mercato, converrebbe sempre trovarsi liquidi, ovvero con cash disponibile, per poterseli ricomprare a prezzo più basso.

Ora dunque che i mercati hanno iniziato a dare i primi segnali di debolezza, cosa deve fare il nostro investitore razionale: prendersi qualche mese di vacanza e disinteressarsi del portafoglio? Oppure impiegare utilmente in modo proficuo questo tempo in cui il giunco deve chinarsi fino a che la piena non è passata?

Premesso che farsi una bella vacanza, per chi ne ha la possibilità, è sempre un’ottima idea, il nostro consiglio è quello di impiegare il tempo di inattività forzata per studiare e ricercare nuove opportunità in modo da farsi trovare pronti alla fine del ciclo, quando comunque – in modo più o meno rapido – il ciclo si invertirà e le quotazioni torneranno a salire. A quel punto, un buon timing di ingresso potrà farci guadagnare tempo prezioso per entrare in un investimento prima degli altri e, quindi, a prezzi più bassi. Inoltre sarà possibile approfondire e valutare strumenti o settori produttivi che fino ad ora non abbiamo avuto il tempo o la possibilità di studiare adeguatamente.

Si tratta di applicare, sostanzialmente, la teoria aristotelica dell’ozio creativo, che suggerisce di liberarsi dalle incombenze e dalle preoccupazioni per nutrire lo spirito e la mente con arte, poesia, letteratura, teatro. L’ozio non è quindi un momento di vuoto, ma uno stato di crescita e di realizzazione del benessere. Ben lontano dal concetto negativo che i romani gli avrebbero poi attribuito parlando di negotium, ovvero di attività commerciali e operose che si contrapponevano, appunto, all’ozio (neg-otium).

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Ciò che bisogna innanzitutto evitare, in periodi di crisi e di crollo dei mercati, è farsi ingolosire da prezzi bassi su titoli che ci piacciono. Gli esperti consigliano sempre di aspettare un chiaro segnale di inversione: anche se un prezzo ha raggiunto un livello interessante, conviene aspettare che si consolidi prima di entrare, ovvero che si mantenga per qualche giorno e inizi a crescere. Altrimenti rischiamo di vederlo scendere di nuovo. In borsa si dice, a questo proposito, “mai cercare di afferrare un coltello che sta cadendo”.

Altra cosa che è molto consigliabile fare, in questi momenti, è la revisione dell’asset allocation. Come abbiamo spesso detto, il processo razionale di investimento inizia individuando la migliore ripartizione del portafoglio fra diverse tipologie di strumenti finanziari. Ciascun investitore, in base ai propri obiettivi di medio e lungo periodo, alla propria situazione patrimoniale e reddituale, alla propensione al rischio e alle informazioni di cui dispone, dovrebbe definire un suo mix ideale fra azioni, obbligazioni, liquidità, polizze e altri titoli. A questo mix dovrebbe poi tendere con le scelte di investimento considerandolo come modello o benchmark. Periodicamente, attraverso verifiche e fine tuning, dovrebbe implementare in chiave tattica questo mix, in modo da avvantaggiarsi delle oscillazioni di breve periodo, attraverso la cosiddetta asset allocation tattica,  da affiancare a quella strategica.

Proprio nei momenti di svolta dei fondamentali (previsioni sull’andamento del reddito, dei tassi, delle valute e così via) è necessario rivedere la propria strategia, modificando il mix obiettivo di strumenti finanziari.

Inoltre è consigliabile utilizzare questo periodo per approfondire alcuni strumenti che potrebbero avere un andamento anticiclico (ovvero i cui prezzi aumentano quando tutti gli altri diminuiscono. Un tipico esempio sono alcune commodities, ad esempio l’oro. Nei momenti di crisi, è naturale accumulare metallo prezioso, il cui valore pensiamo possa resistere alle spallate dell’inflazione (questo è sicuro) o del crollo dei prezzi generalizzato (e già questo è meno sicuro).

Per gli investitori più azzardati, più propensi a rischiare, potrebbe anche essere valutato qualche strumento derivato che cresce al diminuire degli indici di borsa (i cosiddetti derivati short). Salvo che non si abbiano informazioni attendibili e attitudine a questi tipi di investimento, il nostro consiglio è però quello di stare alla larga, perché improvvise riprese del mercato potrebbero fare molto male, tanto più quanto i prodotti sono “a leva”, ovvero hanno un valore che aumenta un certo numero di volte per ogni punto di riduzione dell’indice.

 

In ultima analisi, anche quando non ci sono acquisti da fare, è comunque bene mantenersi informati e dedicare al mercato almeno quella mezz’oretta al giorno che sarebbe opportuno spenderci per seguire i propri investimenti.

 

 

Come selezionare la classe dirigente

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Abbiamo visto nel precedente articolo quanto sia importante per uno Stato potersi affidare a leader politici con visione strategica, esperienza e carisma. Il caso della Gran Bretagna, in negativo, è eclatante: una delle nazioni più potenti della terra, negli ultimi 20 anni, ha inanellato una serie impressionante di flop politici e istituzionali, nonostante abbia potuto contare su un sistema economico robusto in grado di resistere alla profonda crisi del 2007, sapendosi rinnovare e crescere.

Oggi si trova nella posizione ridicola di aver promosso, senza ragioni plausibili, un referendum sull’opportunità di rimanere nell’Unione Europea oppure uscirne, evento mai successo prima e regolamentato dai Trattati Europei – art. 50 TUE -, ma non nella legislazione interna inglese. Avendo il popolo deciso di uscire, il governo è impantanato da mesi in un negoziato sfiancante con Bruxelles, ha riscosso una sonora sconfitta per ben due volte in Parlamento e a tutt’oggi non è dato sapere se e come la faccenda verrà risolta, nell’incombenza di una tornata elettorale a cui non ha ormai titolo per partecipare. Neanche fra le fila dell’opposizione sembra potersi intravedere uno statista in grado di raccogliere il testimone della sfida e portare il Regno Unito fuori dallo stato di impasse.

Tutto questo rende a nostro avviso evidente come esista un chiaro problema di selezione della classe dirigente politica, non molto diverso da quanto ogni azienda si trova ad affrontare quotidianamente. A ben vedere ogni organismo che riesce a sopravvivere per lungo tempo deve essere in grado di scegliere in modo efficace il proprio leader, ovvero deve avere un sistema di selezione dei dirigenti che consenta di porre al proprio vertice il migliore fra quelli disponibili, oltre che un meccanismo di rimozione e turnover per chi si dimostrasse inadeguato.

Pensiamo agli Stati Uniti, che nei momenti più critici della storia sono riusciti a eleggere alla carica presidenziale personaggi che si sono rivelati statisti di livello e che hanno saputo guidare con mano ferma e acume strategico il paese, in modo talvolta inaspettato. Ronald Reagan, ad esempio, quando venne eletto nel 1981 – nel momento più difficile della guerra fredda – destò non poche perplessità: come avrebbe potuto un ex attore settantenne gestire la difficile situazione e reggere il confronto con la temibile potenza sovietica?

Ebbene, la storia ha dimostrato che proprio Reagan è stato l’artefice principale del crollo del regime comunista, insieme all’altro grande personaggio di quegli anni, papa Giovanni Paolo II, il polacco Karol Wojtyla, altro incredibile prodotto della selezione di leader di un organismo plurisecolare: la Chiesa Cattolica.

Se la Chiesa ha potuto sopravvivere da oltre duemila anni nonostante crisi, persecuzioni, derive e deviazioni, è proprio grazie alla capacità (i fedeli ritengono che sia l’intervento divino sotto forma di Provvidenza) di affidarsi, tempo per tempo a leader di grande carisma, visione strategica, determinazione. L’esempio della Chiesa è infatti oggi studiato dalle scuole di management come sistema di selezione di eccellenza nel lungo periodo.

Scegliere un leader è l’operazione più importante e delicata per la sopravvivenza di un organismo politico, sociale o economico. Se questo è evidente nel caso di aziende o grandi corporations, altrettanto importante è per uno Stato o una comunità. La storia è certamente fatta di ideali, di contesti economici, di relazioni, ma soprattutto di leader: ogni ideale cammina sulle gambe di un grande uomo o una grande donna.

Mao Tse Tung, Fidel Castro, Nelson Mandela, Martin Luther King, John F. Kennedy, De Gaulle, Gandhi, Ben Gurion, Arafat, in ordine totalmente casuale e per limitarsi al secolo scorso, sono esempi di leadership di successo, in cui solidi ideali, visione strategica, capacità organizzativa e efficace selezione di collaboratori hanno consentito la realizzazione di grandi imprese.

Alcune di queste doti sono naturali, fanno parte del patrimonio genetico e costituiscono lo speciale talento di cui i leader dispongono. Ma in tutti i casi è necessario sviluppare e allenare queste doti, renderle idonee all’esercizio del potere. Un sistema efficiente parte infatti dalla formazione e dall’acquisizione di esperienza, la quale è un vero e proprio asset per chi voglia essere un leader.

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Ci vuole studio, esercizio, applicazione graduale e progressiva, capacità di costruire un network e un sistema di relazioni. Altrimenti il talento inaridisce e resta sterile.

Confrontando la classe politica di oggi nel nostro paese con quella delle generazioni precedenti, il divario risulta evidente: oggi sarebbe impensabile realizzare, ad esempio, il miracolo economico o portare il nostro paese fra le potenze mondiali se ci dovessimo affidare ai leader politici attuali. I partiti del secolo scorso, organizzazioni pesantemente messe in discussione e sostanzialmente scomparse, organizzavano vere e proprie scuole di formazione per i propri quadri (ad esempio quella del Partito Comunista alle Frattocchie), dove i giovani aspiranti leader studiavano i fondamenti teorici dell’ideologia ma anche elementi di organizzazione e amministrazione, entravano in contatto con i dirigenti affermati, potevano costituire il loro sistema di relazioni.

Dopo questa prima fase, iniziavano la loro carriera negli organismi locali (sezioni di partito, consigli comunali, enti pubblici o amministrazioni locali) dove gradualmente avanzavano nella scala gerarchica, poi assumevano via via responsabilità maggiori in consessi più importanti. Solo quelli che si affermavano al termine di questo percorso emergevano al livello di leader di partito.

Forse non c’è da essere nostalgici dei partiti, vista la deriva degli anni Novanta, ma certo il sistema di oggi, basato – quando va bene – su capacità di gestione aziendale e, quando va male, sulla prossimità col capo carismatico o su un sondaggio in Internet, pone molte perplessità in merito alla possibilità di individuare dirigenti capaci ed esperti.

Già il semplicistico sillogismo “chi è bravo a gestire un’azienda è anche bravo ad amministrare una comunità” è molto contestabile. Per gestire un’azienda non è sempre necessario avere il consenso dei destinatari delle decisioni, basta quello dei proprietari. Il decisionismo, che non coincide con la capacità decisionale, è originato dal potere di cui si dispone e normalmente è alimentato dai buoni risultati. I quali risultati si valutano non in funzione dell’interesse generale, ma del profitto per l’azionista o del valore creato.

E francamente risulta difficile aspettarsi qualcosa di buono con questi presupposti.

 

 

 

 

 

L’Europa in cerca di leader

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Su una cosa europeisti e sovranisti si trovano d’accordo: non esistono oggi nel vecchio continente leader capaci di prendersi sulle spalle i destini dell’Europa. Il declino della lunga parabola politica di Angela Merkel apre un vuoto che nessuno sembra al momento in grado di colmare. Anche se la cancelliera ha sempre privilegiato e anteposto gli interessi nazionali a quelli europei, è innegabile che – forte anche di un consenso che ora comincia a scricchiolare – ha sempre avuto quel carisma e quella statura che le hanno consentito di dialogare da pari a pari con i grandi della terra, in primo luogo Stati Uniti, Russia e Cina.

Dopo le grandi speranze riposte in Emmanuel Macron, che aveva messo l’Europa al centro del programma politico del suo movimento En marche, la Francia sta gradualmente piombando in una fase di pericolosa incertezza, sotto i colpi dei cosiddetti “gilets jaunes”. La Spagna invece sta cercando di risollevarsi da una crisi economica lunga e sfiancante, come pure la Grecia, dove almeno Tsipras ha mostrato doti di visione strategica per certi versi sorprendenti. Sull’Italia, meglio sorvolare.

Ma quello che veramente colpisce, in questo panorama desolante, è l’insipienza della classe dirigente britannica. La perfida Albione ha espresso una serie incredibile di leader incapaci e spesso dannosi, non solo per l’Europa ma spesso anche per gli stessi sudditi di Sua Maestà. L’ultimo a cui si possa riconoscere almeno un minimo di visione strategica è stato Tony Blair, dopo di che il vuoto assoluto.

Eppure i motivi per criticare Blair nella sua azione di Governo non sono mancati, a partire dall’invasione dell’Iraq nel 2003 e prima ancora da quella dell’Afghanistan nel 2001. Verrebbe da pensare a quel baritono che, dopo un sonoro fiasco, disse alla platea: “Fischiate me? Vedrete il tenore…”.

Tony Blair ha servito il Regno Unito come Primo Ministro per 10 anni, dal 1997 al 2007, sulle ali di un successo storico per il suo partito, il Labour Party, che ottenne in quel periodo la più ampia vittoria elettorale della sua storia. Del suo successore, Gordon Brown, premier fino al 2010, si ricorda solo la sconfitta elettorale che lo ha cancellato – con pochi rimpianti – dalla scena politica, e ha consegnato il paese al partito dei Tories, sia pure in coalizione con i liberal democratici.

Il periodo successivo, fino al 2016, è quello in cui ha governato David Cameron, leader conservatore che può legittimamente aspirare al primato di peggior premier britannico. In ambito di politica estera, si ricorda (in joint-venture con Sarkozy, altro politico fallimentare) l’invasione militare della Libia del 2011, che viene considerata alla base della nascita e dello sviluppo dell’Isis, e una delle principali cause della recrudescenza del terrorismo islamico, che da allora ha infestato il mondo occidentale con una serie impressionante di attentati.

Ma il vero capolavoro di Cameron è stato il referendum sull’adesione permanente del Regno Unito alla UE, ad esito del quale il nostro si è dovuto dimettere, cessando almeno di fare danni al suo paese e all’Europa. La scelta di indire un referendum era originata dalla necessità di mantenere il consenso all’interno del suo partito, una specie di scambio con l’ala più radicale dei Tories.

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Il partito è stato completamente disgregato, ma soprattutto con quella decisione è iniziato un percorso che, a tre anni di distanza, è ancora ben lontano dal potersi definire concluso. La cosiddetta “Brexit” è ormai il tormentone di questi anni: Theresa May, da circa due anni al timone, non può essere accusata di scarso impegno nel tentare di districare la matassa, ma certamente non possiede la statura politica e l’esperienza necessarie.

Per ben due volte la May ha portato in Parlamento una bozza di accordo per l’uscita dall’Unione negoziato con Bruxelles, e per ben due volte è stata respinta con perdite. La soluzione più gettonata sembra ora essere quella del rinvio, proprio mentre si stanno preparando le elezioni europee forse più tormentate. Si sta facendo strada anche l’ipotesi di un nuovo referendum, perché è ormai chiaro che il voto del 2016 venne dato senza avere un’idea di cosa avrebbe voluto dire “uscire dall’Europa”, a parte il costo ingente che i sudditi di Sua Maestà sapevano di dover comunque sostenere.

Nel frattempo i mercati risentono ovviamente dell’instabilità sia della sterlina che degli strumenti finanziari negoziati a Londra. Molte banche stanno trasferendo la sede continentale da Londra a altre piazze europee ed ovviamente le agenzie comunitarie hanno già fatto i bagagli, portandosi dietro flussi di spesa non indifferenti.

Sia chiaro: Londra è il più antico mercato finanziario del mondo e, così come si è sviluppato nel corso dei secoli in modo autonomo, certamente riuscirà a sopravvivere ed anzi a trovare nuove opportunità di crescita. Così come la forza lavoro comunitaria potrà nel tempo essere sostituita da nuove leve extra-europee.

Solo non si capisce a chi tutto questo abbia giovato: non agli inglesi, non al resto dell’Europa, meno che mai ai mercati. L’impressione è che si tratti di un colossale errore di strategia politica e di valutazione da parte di David Cameron.

Un leader e uno statista deve non tanto interpretare e farsi portavoce degli umori prevalenti nel popolo, quanto essere in grado di indirizzare il consenso verso le soluzioni più idonee agli effettivi interessi del Paese, anche se possono sembrare impopolari o difficili da far capire.

Seguire “la pancia” del paese può essere elettoralmente conveniente (e nel caso di Cameron neppure questo), ma alla lunga penalizzante. Il vero problema, non solo della Gran Bretagna ma di tutta l’Europa, è il meccanismo di selezione della classe dirigente, oggi chiaramente fallimentare. Come dire che il problema non sta nell’istituzione europea, ma nel manico.

Ma di questo torneremo a parlare nei prossimi articoli.

 

Cosa succede nel Bel Paese?

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La scorsa settimana abbiamo esaminato, seppur in modo molto sintetico, le tendenze dello scenario economico in America, in Cina e in Europa, finalizzate ad acquisire utili indicazioni per la gestione del nostro portafoglio. Riepilogando, a costo di sfidare l’eccessiva semplificazione:

semaforo verde per azionario USA, azionario mercati asiatici ed emergenti, azionario Europa (ma con giudizio) e obbligazionario Europa;

semaforo rosso: obbligazionario USA, dollaro

e, in ogni caso, cinture allacciate per la volatilità che si annuncia sempre sostenuta.

Se restringiamo il focus al nostro paese, vediamo una situazione oggettivamente non positiva, nonostante le frequenti rassicurazioni del Governo, che sembrano sempre più un “dovere d’ufficio” che non una rappresentazione corretta della situazione. Parlare di crescita dell’economia italiana e basare su stime in aumento anche la legge di bilancio per il 2019, ci pare eccessivamente ottimista.

Se il prodotto interno lordo andrà peggio del previsto, infatti, ciò potrà dar luogo a tre possibili conseguenze: un aumento del debito pubblico; la necessità di far crescere le entrate (ovvero le imposte) oltre le previsioni; la necessità di ridurre ulteriormente le spese – o, naturalmente, una combinazione dei tre effetti.

A parte la prima strada, che incontrerebbe la decisa opposizione dell’Europa ma anche difficoltà sui mercati per ricercare chi possa finanziare il maggior debito, negli altri casi sarà indispensabile porre mano a una manovra di bilancio aggiuntiva, eventualità che fino ad ora il Governo ha decisamente escluso.

Con tutta la buona volontà, è veramente difficile pensare che – contrariamente a quanto prevedono tutte le agenzie nazionali e sovranazionali di analisi economica ad eccezione di quelle governative – il reddito nazionale possa crescere nel corso del 2019. Anzi, siccome dopo due trimestri consecutivi di risultato negativo, tecnicamente si parla di recessione, possiamo dire a ragione di trovarci di nuovo in un periodo di recessione.

Inutile nascondere il fatto che in questo momento l’Italia rappresenta l’anello debole della catena economica continentale, forse più ancora di paesi storicamente deboli quali Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna. Il sistema produttivo, dopo la lunghissima ed estenuante crisi iniziata nel 2007, è in fase di faticosa ripresa e soprattutto le aziende esportatrici hanno ricominciato a produrre utili, dopo che molte di esse sono state espulse dal sistema non avendo resistito alla prolungata recessione.

Il punto strutturalmente debole è rappresentato dal settore pubblico e, in particolare, dall’enorme zavorra rappresentata dal debito pubblico, eccessivamente alto rispetto al reddito, ovvero alla capacità del paese di ripagarlo. Questo rende impossibile mettere mano a politiche fiscali o di bilancio espansive, in grado di sostenere e stimolare l’economia: entrambe le tipologie di politica economica comportano infatti aumento del deficit di bilancio, e quindi dell’indebitamento.

Per crescere da solo, in assenza di stimoli, il nostro sistema non ha risorse sufficienti, né ci possiamo aspettare interventi pubblici espansivi. La stessa politica degli investimenti, secondo le intenzioni del Governo “del cambiamento” è destinata a segnare un punto di arresto, se non di vero e proprio arretramento.

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Tutto questo comporterà probabilmente un aumento dello spread e il relativo calo del valore dei titoli pubblici. Sottoscrivere oggi titoli del debito pubblico italiano espone al ragionevole rischio di vederne ridurre il valore: ed è per questo rischio che gli investitori richiedono una remunerazione più elevata, al fine di compensare appunto il maggior rischio.

Inoltre il mercato azionario, grazie al forte rimbalzo dei primi mesi dell’anno, ha raggiunto valori di P/E (il rapporto fra prezzo del titolo azionario e utili, di cui spesso ci siamo occupati) molto elevati.

Il suggerimento è quindi quello di ridurre l’esposizione all’Italia, vendendo ove possibile i titoli in portafoglio (approfittando del buon momento della borsa) e sicuramente non investendovi nuove risorse.

Naturalmente, anche in questo caso, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: esistono aziende quotate in buona salute, con i conti a posto e operanti in settori quanto meno stabili. Al prezzo giusto, tali titoli possono essere dunque acquistati, specie in vista della distribuzione dei dividendi prevista in maggio/giugno a valere sugli utili di bilancio dell’anno passato. A tale proposito, è oggi possibile sapere se, quando e in quale misura le società esaminate hanno in programma di distribuire dividendi.

E’ comunque sempre necessario tenersi pronti ad affrontare la probabile elevata volatilità del mercato, con prezzi che si possono muovere anche del 4/5% in un giorno, in una direzione o nell’altra. Soprattutto, non ci si deve far prendere dal panico se la borsa dovesse prendere un deciso piano inclinato, originato da un crollo di fiducia sul sistema nel suo complesso che, quando si verifica, trascina tutto con sé.

Se anzi c’è un titolo o un settore sul quale abbiamo una prospettiva di lungo periodo stabile o in crescita, potremmo approfittare di questi momenti di calo per fare acquisti o incrementare la posizione.

Al di fuori di questo, meglio non investire in questo momento sul nostro paese.

Uno sguardo al mondo

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Proseguiamo l’analisi di scenario iniziata nei precedenti articoli, come sempre finalizzata ad acquisire utili indicazioni per la gestione del nostro portafoglio. Pur nelle diverse indicazioni che gli analisti ci offrono, è possibile ritrovare alcuni elementi comuni, i cosiddetti macrotrends.

I timori di una crisi imminente dei mercati sembrano essersi dissolti come neve al sole, forse fugati più dall’ottimismo indotto dal rasserenamento dei rapporti fra USA e Cina che da un effettivo miglioramento dei fondamentali, ovvero dei parametri e degli indicatori che misurano la situazione economica Anche la correzione di rotta della banca centrale americana ha contribuito ad allentare l’improvvisa tensione che verso la fine dell’anno scorso aveva bruscamente interrotto la crescita dei valori di mercato.

I dati societari dell’ultimo trimestre del 2018, diffusi a inizio anno insieme a quelli dell’intero esercizio fiscale, hanno confermato la buona tenuta dell’economia americana e anche le previsioni per il trimestre in corso sono complessivamente orientate alla stabilità. I tassi di interesse alla fine aumenteranno, ma si ritiene non oltre un quarto di punto nel corrente anno e questo ha rassicurato il sistema.

Per gli Stati Uniti siamo insomma di fronte a una crescita non così negativa da causare una flessione degli utili aziendali, né così robusta da spingere in forte rialzo l’inflazione e i tassi di interesse. L’inflazione è infatti intorno 2,2%, molto vicina al valore obiettivo della Banca Centrale del 2%, e il tasso di disoccupazione è al 4%, un livello che nei libri di scuola viene considerato “frizionale”, ovvero fisiologico anche in piena occupazione.

Tuttavia i corsi azionari sono molto cresciuti negli ultimi mesi e hanno raggiunto multipli elevati. Quanto potrà ancora ragionevolmente durare la cuccagna? Il redde rationem naturale è il 2020, quando scadrà il mandato dell’attuale amministrazione e gli americani saranno chiamati ad eleggere il nuovo presidente. Fino ad allora è ragionevole ritenere che i fondamentali del sistema economico americano si mantengano piuttosto stabili. Ciò non vuol dire che i valori delle attività finanziarie resteranno fermi, tutt’altro: come abbiamo più volte detto, la forte volatilità è ormai una componente strutturale dei mercati e dobbiamo quindi abituarci a stare sulle montagne russe.

C’è quindi da aspettarsi un 2019 ragionevolmente tranquillo, quanto meno tale da non rendere necessarie vendite precipitose in perdita. L’attesa per il dollaro è che dal secondo trimestre alla fine dell’anno il biglietto verde perda valore rispetto all’euro.

Alla luce di queste ipotesi, pertanto, chi ha azioni USA può tranquillamente mantenerle in portafoglio almeno per quest’anno, monitorando il mercato in modo da vendere sui rimbalzi del mercato, tenendo però sempre d’occhio il rapporto di cambio. Nuovi acquisti potrebbero essere raccomandabili solo in fine d’anno, per chi avesse un’aspettativa positiva sull’evoluzione del sistema economico USA nel 2020. Meglio stare alla larga, invece, dai titoli obbligazionari che saranno inevitabilmente penalizzati dall’aumento dei tassi, pur se contenuto rispetto alle previsioni.

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Nell’altra parte del mondo, in Cina, la crescita è rallentata rispetto al passato, ma si mantiene sempre sostenuta: dal 6,6% del 2018 si prevede che passi al 6,1% per l’anno in corso. Il governo cinese ha dimostrato di saper ben condurre l’economia, manovrando politica fiscale e monetaria in modo da fornire i necessari stimoli allo sviluppo. Il problema, in questo caso, è rappresentato dai rapporti commerciali con gli USA e dall’esito dei negoziati in corso. Il sentiment comune è ora quello che l’apice della crisi sia superato e che, alla fine, si riesca a trovare un accordo che non penalizzi gli asiatici.

E’ vero che la Cina è un formidabile concorrente commerciale per le imprese americane, ma è anche vero che è il maggior detentore del debito pubblico USA e un ottimo cliente per i coltivatori di cereali e soia del Midwest e del centro del paese, importante bacino elettorale per Trump.

In generale, si può ritenere che investire sui mercati emergenti, in particolare quelli asiatici, sia in questa fase una buona idea, a patto di limitarsi ad impiegarvi una parte non eccessiva del proprio portafoglio. In tempi di bassi rendimenti, può essere un modo di migliorare le performance. In tal caso, meglio le azioni delle obbligazioni e meglio le valute locali che non il dollaro o l’euro.

Per quanto riguarda l’Europa, invece, le notizie non hanno un’intonazione altrettanto positiva e ciò soprattutto a causa delle a noi note difficoltà per l’Italia e del forte rallentamento registrato dalla Germania, storicamente la locomotiva dello sviluppo per il vecchio continente.

Le previsioni di crescita per l’Eurozona sono state riviste al ribasso, dall’1,7 all’1,1% e questo ha portato Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea (BCE) a parlare di “considerevole rallentamento dell’espansione”, tanto da portare la stessa BCE a rivedere – in senso espansivo – la propria politica monetaria.

La policy della BCE è infatti guidata da due obiettivi, fra loro contrastanti: il controllo dell’inflazione (propugnato soprattutto dai tedeschi) e il sostegno allo sviluppo. Mentre negli ultimi tempi aveva nettamente prevalso il perseguimento del primo obiettivo, con l’annunciata intenzione di aumentare i tassi e ridurre la liquidità del sistema, ora i timori per la crescita hanno preso il sopravvento. Inoltre, last but not least, l’inasprimento del clima per le relazioni commerciali con gli Stati Uniti comporterà sicuramente qualche problema per l’industria europea, in primo luogo per il settore automotive, molto presente e forte proprio in Germania.

Tuttavia i risultati delle aziende sono ancora solidi e i livelli dei mercati presentano ancora buoni spazi di crescita. Tutto sommato quindi l’investimento in azioni europee non è una cattiva idea, a patto di scegliere aziende solide e settori se non in crescita, almeno stabili e soprattutto purché rappresenti una quota non eccessiva del proprio portafoglio. In alternativa, potrebbe essere valutato anche l’investimento in un fondo azionario Europa, in cui la scelta di quali azioni sono da comprare viene demandata a gestori professionali.

Dato che, come abbiamo visto sopra, i tassi non verranno aumentati, può essere razionale investire anche in obbligazioni, tenendo però presente che, almeno per emittenti “sicuri”, i rendimenti ottenibili saranno molto contenuti.

Se questo è ciò che può dirsi in relazione alla situazione europea, l’Italia sarà invece oggetto di esame nel prossimo articolo.

 

Cosa succederà nei mercati nel 2019?

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Certamente nel 2019 non sarà “tre volte Natale e festa tutto il giorno”, come cantava Lucio Dalla nel 2002 nella bellissima L’anno che verrà, ma qualche trasformazione è comunque ragionevole attendersela. Cerchiamo di capire cosa accadrà nell’anno da poco iniziato sui mercati finanziari o, meglio, cosa prevedono che accada gli analisti più accreditati al fine di dare indicazioni ragionevoli per investire al meglio il nostro risparmio.

Sarà una rassegna molto sintetica e necessariamente generica e cercheremo, volutamente, di evitare dettagli e tecnicismi, limitandoci a segnalare i macrotrends nei diversi segmenti di mercato.

L’anno passato è stato caratterizzato da una grande, e per certi aspetti inattesa, crescita dell’economia statunitense, che ha visto aumentare, insieme al reddito nazionale e all’occupazione, in primo luogo il mercato azionario. Ciò è attribuibile in larga misura agli sgravi fiscali adottati dall’Amministrazione Trump, anche se in alcuni periodi sono prevalsi i timori legati all’inasprimento dei rapporti commerciali con la Cina.

Il mercato azionario USA si è mantenuto molto sostenuto fino all’ultimo trimestre dell’anno, quando – il 3 ottobre 2018 – un’improvvida dichiarazione di Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve (la banca centrale americana, di seguito Fed), annunciò un’accelerazione della politica monetaria restrittiva, con l’intenzione di inasprire l’aumento dei tassi già deciso. Rispetto al livello massimo di tutti i tempi, raggiunto proprio quello stesso giorno, la borsa di New York iniziò da quel momento a precipitare e a farsi prendere dal panico. La discesa continuò fino alla vigilia di Natale, quando la Fed iniziò a mandare segnali opposti lasciando intendere che la linea sui tassi non era poi così rigida. Confortato dai dati rassicuranti sull’inflazione e dalla ripresa del negoziato tra Cina e Stati Uniti sulle politiche commerciali, il mercato ha iniziato quindi a riprendersi, acquistando velocità e sicurezza.

Verrebbe da riflettere su un sistema in cui il più importante mercato finanziario del mondo è così sensibile alle dichiarazioni di una singola persona, sia essa il Presidente degli Stati Uniti o della Fed. Ma tant’è, hic Rhodus hic saltus.

Ora dunque il mercato azionario USA appare abbastanza equilibrato e sembra che sia stata raggiunta una buona sintonia di intenti fra la Banca Centrale e la Casa Bianca: questo fa prevedere un periodo di relativa stabilità dei corsi.

Da un lato le azioni hanno raggiunto quotazioni inimmaginabili, con multipli elevatissimi dopo un così lungo periodo di crescita e si teme un rincaro dei costi di produzione e del costo del lavoro, fattori che penalizzerebbero il mercato. Dall’altro i risultati dell’esercizio 2018 sono stati generalmente superiori a quanto ci si aspettava (e altrettanto positivi si prevede che siano anche nel primo trimestre del 2019) e il clima delle relazioni con la Cina e i partner europei degli Stati Uniti è migliorato, fattori questi che portano a invece prevedere una crescita.

 

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Tutto ciò induce ad aspettarsi un 2019 in sostanziale equilibrio, anche se la volatilità si manterrà elevata, mentre per il 2020 gli analisti si attendono un netto peggioramento delle condizioni economiche.

A questo va aggiunto l’andamento del dollaro rispetto all’euro, che dall’attuale livello di 1,13 è previsto in crescita per tutto il primo trimestre fino a 1,10 (stiamo parlando del rapporto euro/dollaro che, quando aumenta, evidenzia un rafforzamento dell’euro e quando invece diminuisce un rafforzamento del dollaro) per poi ridiscendere a 1,20 per la fine dell’anno in corso.

Ciò significa che probabilmente investire oggi in azioni USA, al di là dei buoni dividendi che si incasserebbero, non porterebbe grandi guadagni perché il poco che si potrebbe realizzare dall’aumento di valore delle azioni (ammesso e non concesso, come si diceva sopra, che i corsi aumentino) lo perderemmo con un’evoluzione penalizzante del cambio.

Sul mercato azionario europeo pesano le incertezze in merito alla chiusura della vertenza sulla Brexit (il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione) e alle elezioni che in primavera andranno a definire il nuovo equilibrio politico del Parlamento Europeo, nel quale il peso dei movimenti anti-europeisti e sovranisti soprattutto in Italia, Austria e Olanda è un’effettiva spada di Damocle. Sul sistema economico continentale peserà inoltre il problema dei dazi doganali USA sul settore automobilistico, potenzialmente molto negativi. In Italia, nonostante l’insperato andamento positivo nei mesi di gennaio e febbraio, le incertezze sono ancora maggiori e la cautela è d’obbligo per evitare di scottarsi come è successo nel 2018.

Pressoché unanimi sono invece gli analisti nel prevedere una crescita dei paesi emergenti e in particolare di quelli asiatici, incluso il Giappone che dovrebbe continuare il percorso di uscita da una crisi profonda ormai ultradecennale.

Altrettanto concordi sono i pareri in merito al probabile apprezzamento, fra le commodities, di oro e petrolio, date le quotazioni particolarmente depresse che stanno registrando in queste settimane.

I mercati obbligazionari, sia da noi che dall’altra parte dell’Atlantico, dovranno comunque fare i conti con gli attesi aumenti dei tassi che le banche centrali stanno perseguendo un po’ dappertutto. Quando i tassi aumentano, i valori delle obbligazioni diminuiscono, per un effetto meramente matematico. Essendo i tassi in crescita, l’attesa è che i prezzi dei titoli obbligazionari, soprattutto quelli a tasso fisso, debbano scendere. Per questo, chi vuole investire in questo tipo di strumenti, dovrà tendenzialmente privilegiare quelli a tasso variabile e aspettare ad acquistare il tasso fisso una volta che i paventati aumenti dei tassi saranno avvenuti.

Per chi si cimenta con le valute, oltre a quanto si è detto del dollaro, sarà utile tenere d’occhio l’andamento della sterlina inglese e del franco svizzero. La prima, nel caso in cui si verifichi una Brexit “morbida” ovvero relativamente ordinata e senza scossoni – scenario che sembra prevalere fra gli analisti nonostante l’acceso dibattito in corso nel Parlamento inglese-, dovrebbe verosimilmente apprezzarsi sia rispetto all’euro che al dollaro.

Il franco svizzero, al contrario, è previsto in calo rispetto all’euro a causa dell’aumento dei tassi in Eurozona di cui abbiamo parlato sopra.

Dunque, riepilogando: azioni USA almeno per quest’anno ancora da tenere; azioni europee e italiane da maneggiare con cura ma da scegliere in modo selettivo; obbligazioni da evitare a meno che siano a tasso variabile; e per le valute: il dollaro in crescita fino a fine mese e poi in flessione per la fine dell’anno, sterlina con buone potenzialità se la Brexit sarà “morbida” e franco svizzero in flessione.