Come selezionare la classe dirigente

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Abbiamo visto nel precedente articolo quanto sia importante per uno Stato potersi affidare a leader politici con visione strategica, esperienza e carisma. Il caso della Gran Bretagna, in negativo, è eclatante: una delle nazioni più potenti della terra, negli ultimi 20 anni, ha inanellato una serie impressionante di flop politici e istituzionali, nonostante abbia potuto contare su un sistema economico robusto in grado di resistere alla profonda crisi del 2007, sapendosi rinnovare e crescere.

Oggi si trova nella posizione ridicola di aver promosso, senza ragioni plausibili, un referendum sull’opportunità di rimanere nell’Unione Europea oppure uscirne, evento mai successo prima e regolamentato dai Trattati Europei – art. 50 TUE -, ma non nella legislazione interna inglese. Avendo il popolo deciso di uscire, il governo è impantanato da mesi in un negoziato sfiancante con Bruxelles, ha riscosso una sonora sconfitta per ben due volte in Parlamento e a tutt’oggi non è dato sapere se e come la faccenda verrà risolta, nell’incombenza di una tornata elettorale a cui non ha ormai titolo per partecipare. Neanche fra le fila dell’opposizione sembra potersi intravedere uno statista in grado di raccogliere il testimone della sfida e portare il Regno Unito fuori dallo stato di impasse.

Tutto questo rende a nostro avviso evidente come esista un chiaro problema di selezione della classe dirigente politica, non molto diverso da quanto ogni azienda si trova ad affrontare quotidianamente. A ben vedere ogni organismo che riesce a sopravvivere per lungo tempo deve essere in grado di scegliere in modo efficace il proprio leader, ovvero deve avere un sistema di selezione dei dirigenti che consenta di porre al proprio vertice il migliore fra quelli disponibili, oltre che un meccanismo di rimozione e turnover per chi si dimostrasse inadeguato.

Pensiamo agli Stati Uniti, che nei momenti più critici della storia sono riusciti a eleggere alla carica presidenziale personaggi che si sono rivelati statisti di livello e che hanno saputo guidare con mano ferma e acume strategico il paese, in modo talvolta inaspettato. Ronald Reagan, ad esempio, quando venne eletto nel 1981 – nel momento più difficile della guerra fredda – destò non poche perplessità: come avrebbe potuto un ex attore settantenne gestire la difficile situazione e reggere il confronto con la temibile potenza sovietica?

Ebbene, la storia ha dimostrato che proprio Reagan è stato l’artefice principale del crollo del regime comunista, insieme all’altro grande personaggio di quegli anni, papa Giovanni Paolo II, il polacco Karol Wojtyla, altro incredibile prodotto della selezione di leader di un organismo plurisecolare: la Chiesa Cattolica.

Se la Chiesa ha potuto sopravvivere da oltre duemila anni nonostante crisi, persecuzioni, derive e deviazioni, è proprio grazie alla capacità (i fedeli ritengono che sia l’intervento divino sotto forma di Provvidenza) di affidarsi, tempo per tempo a leader di grande carisma, visione strategica, determinazione. L’esempio della Chiesa è infatti oggi studiato dalle scuole di management come sistema di selezione di eccellenza nel lungo periodo.

Scegliere un leader è l’operazione più importante e delicata per la sopravvivenza di un organismo politico, sociale o economico. Se questo è evidente nel caso di aziende o grandi corporations, altrettanto importante è per uno Stato o una comunità. La storia è certamente fatta di ideali, di contesti economici, di relazioni, ma soprattutto di leader: ogni ideale cammina sulle gambe di un grande uomo o una grande donna.

Mao Tse Tung, Fidel Castro, Nelson Mandela, Martin Luther King, John F. Kennedy, De Gaulle, Gandhi, Ben Gurion, Arafat, in ordine totalmente casuale e per limitarsi al secolo scorso, sono esempi di leadership di successo, in cui solidi ideali, visione strategica, capacità organizzativa e efficace selezione di collaboratori hanno consentito la realizzazione di grandi imprese.

Alcune di queste doti sono naturali, fanno parte del patrimonio genetico e costituiscono lo speciale talento di cui i leader dispongono. Ma in tutti i casi è necessario sviluppare e allenare queste doti, renderle idonee all’esercizio del potere. Un sistema efficiente parte infatti dalla formazione e dall’acquisizione di esperienza, la quale è un vero e proprio asset per chi voglia essere un leader.

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Ci vuole studio, esercizio, applicazione graduale e progressiva, capacità di costruire un network e un sistema di relazioni. Altrimenti il talento inaridisce e resta sterile.

Confrontando la classe politica di oggi nel nostro paese con quella delle generazioni precedenti, il divario risulta evidente: oggi sarebbe impensabile realizzare, ad esempio, il miracolo economico o portare il nostro paese fra le potenze mondiali se ci dovessimo affidare ai leader politici attuali. I partiti del secolo scorso, organizzazioni pesantemente messe in discussione e sostanzialmente scomparse, organizzavano vere e proprie scuole di formazione per i propri quadri (ad esempio quella del Partito Comunista alle Frattocchie), dove i giovani aspiranti leader studiavano i fondamenti teorici dell’ideologia ma anche elementi di organizzazione e amministrazione, entravano in contatto con i dirigenti affermati, potevano costituire il loro sistema di relazioni.

Dopo questa prima fase, iniziavano la loro carriera negli organismi locali (sezioni di partito, consigli comunali, enti pubblici o amministrazioni locali) dove gradualmente avanzavano nella scala gerarchica, poi assumevano via via responsabilità maggiori in consessi più importanti. Solo quelli che si affermavano al termine di questo percorso emergevano al livello di leader di partito.

Forse non c’è da essere nostalgici dei partiti, vista la deriva degli anni Novanta, ma certo il sistema di oggi, basato – quando va bene – su capacità di gestione aziendale e, quando va male, sulla prossimità col capo carismatico o su un sondaggio in Internet, pone molte perplessità in merito alla possibilità di individuare dirigenti capaci ed esperti.

Già il semplicistico sillogismo “chi è bravo a gestire un’azienda è anche bravo ad amministrare una comunità” è molto contestabile. Per gestire un’azienda non è sempre necessario avere il consenso dei destinatari delle decisioni, basta quello dei proprietari. Il decisionismo, che non coincide con la capacità decisionale, è originato dal potere di cui si dispone e normalmente è alimentato dai buoni risultati. I quali risultati si valutano non in funzione dell’interesse generale, ma del profitto per l’azionista o del valore creato.

E francamente risulta difficile aspettarsi qualcosa di buono con questi presupposti.

 

 

 

 

 

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L’Europa in cerca di leader

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Su una cosa europeisti e sovranisti si trovano d’accordo: non esistono oggi nel vecchio continente leader capaci di prendersi sulle spalle i destini dell’Europa. Il declino della lunga parabola politica di Angela Merkel apre un vuoto che nessuno sembra al momento in grado di colmare. Anche se la cancelliera ha sempre privilegiato e anteposto gli interessi nazionali a quelli europei, è innegabile che – forte anche di un consenso che ora comincia a scricchiolare – ha sempre avuto quel carisma e quella statura che le hanno consentito di dialogare da pari a pari con i grandi della terra, in primo luogo Stati Uniti, Russia e Cina.

Dopo le grandi speranze riposte in Emmanuel Macron, che aveva messo l’Europa al centro del programma politico del suo movimento En marche, la Francia sta gradualmente piombando in una fase di pericolosa incertezza, sotto i colpi dei cosiddetti “gilets jaunes”. La Spagna invece sta cercando di risollevarsi da una crisi economica lunga e sfiancante, come pure la Grecia, dove almeno Tsipras ha mostrato doti di visione strategica per certi versi sorprendenti. Sull’Italia, meglio sorvolare.

Ma quello che veramente colpisce, in questo panorama desolante, è l’insipienza della classe dirigente britannica. La perfida Albione ha espresso una serie incredibile di leader incapaci e spesso dannosi, non solo per l’Europa ma spesso anche per gli stessi sudditi di Sua Maestà. L’ultimo a cui si possa riconoscere almeno un minimo di visione strategica è stato Tony Blair, dopo di che il vuoto assoluto.

Eppure i motivi per criticare Blair nella sua azione di Governo non sono mancati, a partire dall’invasione dell’Iraq nel 2003 e prima ancora da quella dell’Afghanistan nel 2001. Verrebbe da pensare a quel baritono che, dopo un sonoro fiasco, disse alla platea: “Fischiate me? Vedrete il tenore…”.

Tony Blair ha servito il Regno Unito come Primo Ministro per 10 anni, dal 1997 al 2007, sulle ali di un successo storico per il suo partito, il Labour Party, che ottenne in quel periodo la più ampia vittoria elettorale della sua storia. Del suo successore, Gordon Brown, premier fino al 2010, si ricorda solo la sconfitta elettorale che lo ha cancellato – con pochi rimpianti – dalla scena politica, e ha consegnato il paese al partito dei Tories, sia pure in coalizione con i liberal democratici.

Il periodo successivo, fino al 2016, è quello in cui ha governato David Cameron, leader conservatore che può legittimamente aspirare al primato di peggior premier britannico. In ambito di politica estera, si ricorda (in joint-venture con Sarkozy, altro politico fallimentare) l’invasione militare della Libia del 2011, che viene considerata alla base della nascita e dello sviluppo dell’Isis, e una delle principali cause della recrudescenza del terrorismo islamico, che da allora ha infestato il mondo occidentale con una serie impressionante di attentati.

Ma il vero capolavoro di Cameron è stato il referendum sull’adesione permanente del Regno Unito alla UE, ad esito del quale il nostro si è dovuto dimettere, cessando almeno di fare danni al suo paese e all’Europa. La scelta di indire un referendum era originata dalla necessità di mantenere il consenso all’interno del suo partito, una specie di scambio con l’ala più radicale dei Tories.

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Il partito è stato completamente disgregato, ma soprattutto con quella decisione è iniziato un percorso che, a tre anni di distanza, è ancora ben lontano dal potersi definire concluso. La cosiddetta “Brexit” è ormai il tormentone di questi anni: Theresa May, da circa due anni al timone, non può essere accusata di scarso impegno nel tentare di districare la matassa, ma certamente non possiede la statura politica e l’esperienza necessarie.

Per ben due volte la May ha portato in Parlamento una bozza di accordo per l’uscita dall’Unione negoziato con Bruxelles, e per ben due volte è stata respinta con perdite. La soluzione più gettonata sembra ora essere quella del rinvio, proprio mentre si stanno preparando le elezioni europee forse più tormentate. Si sta facendo strada anche l’ipotesi di un nuovo referendum, perché è ormai chiaro che il voto del 2016 venne dato senza avere un’idea di cosa avrebbe voluto dire “uscire dall’Europa”, a parte il costo ingente che i sudditi di Sua Maestà sapevano di dover comunque sostenere.

Nel frattempo i mercati risentono ovviamente dell’instabilità sia della sterlina che degli strumenti finanziari negoziati a Londra. Molte banche stanno trasferendo la sede continentale da Londra a altre piazze europee ed ovviamente le agenzie comunitarie hanno già fatto i bagagli, portandosi dietro flussi di spesa non indifferenti.

Sia chiaro: Londra è il più antico mercato finanziario del mondo e, così come si è sviluppato nel corso dei secoli in modo autonomo, certamente riuscirà a sopravvivere ed anzi a trovare nuove opportunità di crescita. Così come la forza lavoro comunitaria potrà nel tempo essere sostituita da nuove leve extra-europee.

Solo non si capisce a chi tutto questo abbia giovato: non agli inglesi, non al resto dell’Europa, meno che mai ai mercati. L’impressione è che si tratti di un colossale errore di strategia politica e di valutazione da parte di David Cameron.

Un leader e uno statista deve non tanto interpretare e farsi portavoce degli umori prevalenti nel popolo, quanto essere in grado di indirizzare il consenso verso le soluzioni più idonee agli effettivi interessi del Paese, anche se possono sembrare impopolari o difficili da far capire.

Seguire “la pancia” del paese può essere elettoralmente conveniente (e nel caso di Cameron neppure questo), ma alla lunga penalizzante. Il vero problema, non solo della Gran Bretagna ma di tutta l’Europa, è il meccanismo di selezione della classe dirigente, oggi chiaramente fallimentare. Come dire che il problema non sta nell’istituzione europea, ma nel manico.

Ma di questo torneremo a parlare nei prossimi articoli.

 

Cosa succede nel Bel Paese?

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La scorsa settimana abbiamo esaminato, seppur in modo molto sintetico, le tendenze dello scenario economico in America, in Cina e in Europa, finalizzate ad acquisire utili indicazioni per la gestione del nostro portafoglio. Riepilogando, a costo di sfidare l’eccessiva semplificazione:

semaforo verde per azionario USA, azionario mercati asiatici ed emergenti, azionario Europa (ma con giudizio) e obbligazionario Europa;

semaforo rosso: obbligazionario USA, dollaro

e, in ogni caso, cinture allacciate per la volatilità che si annuncia sempre sostenuta.

Se restringiamo il focus al nostro paese, vediamo una situazione oggettivamente non positiva, nonostante le frequenti rassicurazioni del Governo, che sembrano sempre più un “dovere d’ufficio” che non una rappresentazione corretta della situazione. Parlare di crescita dell’economia italiana e basare su stime in aumento anche la legge di bilancio per il 2019, ci pare eccessivamente ottimista.

Se il prodotto interno lordo andrà peggio del previsto, infatti, ciò potrà dar luogo a tre possibili conseguenze: un aumento del debito pubblico; la necessità di far crescere le entrate (ovvero le imposte) oltre le previsioni; la necessità di ridurre ulteriormente le spese – o, naturalmente, una combinazione dei tre effetti.

A parte la prima strada, che incontrerebbe la decisa opposizione dell’Europa ma anche difficoltà sui mercati per ricercare chi possa finanziare il maggior debito, negli altri casi sarà indispensabile porre mano a una manovra di bilancio aggiuntiva, eventualità che fino ad ora il Governo ha decisamente escluso.

Con tutta la buona volontà, è veramente difficile pensare che – contrariamente a quanto prevedono tutte le agenzie nazionali e sovranazionali di analisi economica ad eccezione di quelle governative – il reddito nazionale possa crescere nel corso del 2019. Anzi, siccome dopo due trimestri consecutivi di risultato negativo, tecnicamente si parla di recessione, possiamo dire a ragione di trovarci di nuovo in un periodo di recessione.

Inutile nascondere il fatto che in questo momento l’Italia rappresenta l’anello debole della catena economica continentale, forse più ancora di paesi storicamente deboli quali Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna. Il sistema produttivo, dopo la lunghissima ed estenuante crisi iniziata nel 2007, è in fase di faticosa ripresa e soprattutto le aziende esportatrici hanno ricominciato a produrre utili, dopo che molte di esse sono state espulse dal sistema non avendo resistito alla prolungata recessione.

Il punto strutturalmente debole è rappresentato dal settore pubblico e, in particolare, dall’enorme zavorra rappresentata dal debito pubblico, eccessivamente alto rispetto al reddito, ovvero alla capacità del paese di ripagarlo. Questo rende impossibile mettere mano a politiche fiscali o di bilancio espansive, in grado di sostenere e stimolare l’economia: entrambe le tipologie di politica economica comportano infatti aumento del deficit di bilancio, e quindi dell’indebitamento.

Per crescere da solo, in assenza di stimoli, il nostro sistema non ha risorse sufficienti, né ci possiamo aspettare interventi pubblici espansivi. La stessa politica degli investimenti, secondo le intenzioni del Governo “del cambiamento” è destinata a segnare un punto di arresto, se non di vero e proprio arretramento.

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Tutto questo comporterà probabilmente un aumento dello spread e il relativo calo del valore dei titoli pubblici. Sottoscrivere oggi titoli del debito pubblico italiano espone al ragionevole rischio di vederne ridurre il valore: ed è per questo rischio che gli investitori richiedono una remunerazione più elevata, al fine di compensare appunto il maggior rischio.

Inoltre il mercato azionario, grazie al forte rimbalzo dei primi mesi dell’anno, ha raggiunto valori di P/E (il rapporto fra prezzo del titolo azionario e utili, di cui spesso ci siamo occupati) molto elevati.

Il suggerimento è quindi quello di ridurre l’esposizione all’Italia, vendendo ove possibile i titoli in portafoglio (approfittando del buon momento della borsa) e sicuramente non investendovi nuove risorse.

Naturalmente, anche in questo caso, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: esistono aziende quotate in buona salute, con i conti a posto e operanti in settori quanto meno stabili. Al prezzo giusto, tali titoli possono essere dunque acquistati, specie in vista della distribuzione dei dividendi prevista in maggio/giugno a valere sugli utili di bilancio dell’anno passato. A tale proposito, è oggi possibile sapere se, quando e in quale misura le società esaminate hanno in programma di distribuire dividendi.

E’ comunque sempre necessario tenersi pronti ad affrontare la probabile elevata volatilità del mercato, con prezzi che si possono muovere anche del 4/5% in un giorno, in una direzione o nell’altra. Soprattutto, non ci si deve far prendere dal panico se la borsa dovesse prendere un deciso piano inclinato, originato da un crollo di fiducia sul sistema nel suo complesso che, quando si verifica, trascina tutto con sé.

Se anzi c’è un titolo o un settore sul quale abbiamo una prospettiva di lungo periodo stabile o in crescita, potremmo approfittare di questi momenti di calo per fare acquisti o incrementare la posizione.

Al di fuori di questo, meglio non investire in questo momento sul nostro paese.

Uno sguardo al mondo

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Proseguiamo l’analisi di scenario iniziata nei precedenti articoli, come sempre finalizzata ad acquisire utili indicazioni per la gestione del nostro portafoglio. Pur nelle diverse indicazioni che gli analisti ci offrono, è possibile ritrovare alcuni elementi comuni, i cosiddetti macrotrends.

I timori di una crisi imminente dei mercati sembrano essersi dissolti come neve al sole, forse fugati più dall’ottimismo indotto dal rasserenamento dei rapporti fra USA e Cina che da un effettivo miglioramento dei fondamentali, ovvero dei parametri e degli indicatori che misurano la situazione economica Anche la correzione di rotta della banca centrale americana ha contribuito ad allentare l’improvvisa tensione che verso la fine dell’anno scorso aveva bruscamente interrotto la crescita dei valori di mercato.

I dati societari dell’ultimo trimestre del 2018, diffusi a inizio anno insieme a quelli dell’intero esercizio fiscale, hanno confermato la buona tenuta dell’economia americana e anche le previsioni per il trimestre in corso sono complessivamente orientate alla stabilità. I tassi di interesse alla fine aumenteranno, ma si ritiene non oltre un quarto di punto nel corrente anno e questo ha rassicurato il sistema.

Per gli Stati Uniti siamo insomma di fronte a una crescita non così negativa da causare una flessione degli utili aziendali, né così robusta da spingere in forte rialzo l’inflazione e i tassi di interesse. L’inflazione è infatti intorno 2,2%, molto vicina al valore obiettivo della Banca Centrale del 2%, e il tasso di disoccupazione è al 4%, un livello che nei libri di scuola viene considerato “frizionale”, ovvero fisiologico anche in piena occupazione.

Tuttavia i corsi azionari sono molto cresciuti negli ultimi mesi e hanno raggiunto multipli elevati. Quanto potrà ancora ragionevolmente durare la cuccagna? Il redde rationem naturale è il 2020, quando scadrà il mandato dell’attuale amministrazione e gli americani saranno chiamati ad eleggere il nuovo presidente. Fino ad allora è ragionevole ritenere che i fondamentali del sistema economico americano si mantengano piuttosto stabili. Ciò non vuol dire che i valori delle attività finanziarie resteranno fermi, tutt’altro: come abbiamo più volte detto, la forte volatilità è ormai una componente strutturale dei mercati e dobbiamo quindi abituarci a stare sulle montagne russe.

C’è quindi da aspettarsi un 2019 ragionevolmente tranquillo, quanto meno tale da non rendere necessarie vendite precipitose in perdita. L’attesa per il dollaro è che dal secondo trimestre alla fine dell’anno il biglietto verde perda valore rispetto all’euro.

Alla luce di queste ipotesi, pertanto, chi ha azioni USA può tranquillamente mantenerle in portafoglio almeno per quest’anno, monitorando il mercato in modo da vendere sui rimbalzi del mercato, tenendo però sempre d’occhio il rapporto di cambio. Nuovi acquisti potrebbero essere raccomandabili solo in fine d’anno, per chi avesse un’aspettativa positiva sull’evoluzione del sistema economico USA nel 2020. Meglio stare alla larga, invece, dai titoli obbligazionari che saranno inevitabilmente penalizzati dall’aumento dei tassi, pur se contenuto rispetto alle previsioni.

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Nell’altra parte del mondo, in Cina, la crescita è rallentata rispetto al passato, ma si mantiene sempre sostenuta: dal 6,6% del 2018 si prevede che passi al 6,1% per l’anno in corso. Il governo cinese ha dimostrato di saper ben condurre l’economia, manovrando politica fiscale e monetaria in modo da fornire i necessari stimoli allo sviluppo. Il problema, in questo caso, è rappresentato dai rapporti commerciali con gli USA e dall’esito dei negoziati in corso. Il sentiment comune è ora quello che l’apice della crisi sia superato e che, alla fine, si riesca a trovare un accordo che non penalizzi gli asiatici.

E’ vero che la Cina è un formidabile concorrente commerciale per le imprese americane, ma è anche vero che è il maggior detentore del debito pubblico USA e un ottimo cliente per i coltivatori di cereali e soia del Midwest e del centro del paese, importante bacino elettorale per Trump.

In generale, si può ritenere che investire sui mercati emergenti, in particolare quelli asiatici, sia in questa fase una buona idea, a patto di limitarsi ad impiegarvi una parte non eccessiva del proprio portafoglio. In tempi di bassi rendimenti, può essere un modo di migliorare le performance. In tal caso, meglio le azioni delle obbligazioni e meglio le valute locali che non il dollaro o l’euro.

Per quanto riguarda l’Europa, invece, le notizie non hanno un’intonazione altrettanto positiva e ciò soprattutto a causa delle a noi note difficoltà per l’Italia e del forte rallentamento registrato dalla Germania, storicamente la locomotiva dello sviluppo per il vecchio continente.

Le previsioni di crescita per l’Eurozona sono state riviste al ribasso, dall’1,7 all’1,1% e questo ha portato Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea (BCE) a parlare di “considerevole rallentamento dell’espansione”, tanto da portare la stessa BCE a rivedere – in senso espansivo – la propria politica monetaria.

La policy della BCE è infatti guidata da due obiettivi, fra loro contrastanti: il controllo dell’inflazione (propugnato soprattutto dai tedeschi) e il sostegno allo sviluppo. Mentre negli ultimi tempi aveva nettamente prevalso il perseguimento del primo obiettivo, con l’annunciata intenzione di aumentare i tassi e ridurre la liquidità del sistema, ora i timori per la crescita hanno preso il sopravvento. Inoltre, last but not least, l’inasprimento del clima per le relazioni commerciali con gli Stati Uniti comporterà sicuramente qualche problema per l’industria europea, in primo luogo per il settore automotive, molto presente e forte proprio in Germania.

Tuttavia i risultati delle aziende sono ancora solidi e i livelli dei mercati presentano ancora buoni spazi di crescita. Tutto sommato quindi l’investimento in azioni europee non è una cattiva idea, a patto di scegliere aziende solide e settori se non in crescita, almeno stabili e soprattutto purché rappresenti una quota non eccessiva del proprio portafoglio. In alternativa, potrebbe essere valutato anche l’investimento in un fondo azionario Europa, in cui la scelta di quali azioni sono da comprare viene demandata a gestori professionali.

Dato che, come abbiamo visto sopra, i tassi non verranno aumentati, può essere razionale investire anche in obbligazioni, tenendo però presente che, almeno per emittenti “sicuri”, i rendimenti ottenibili saranno molto contenuti.

Se questo è ciò che può dirsi in relazione alla situazione europea, l’Italia sarà invece oggetto di esame nel prossimo articolo.

 

Cosa succederà nei mercati nel 2019?

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Certamente nel 2019 non sarà “tre volte Natale e festa tutto il giorno”, come cantava Lucio Dalla nel 2002 nella bellissima L’anno che verrà, ma qualche trasformazione è comunque ragionevole attendersela. Cerchiamo di capire cosa accadrà nell’anno da poco iniziato sui mercati finanziari o, meglio, cosa prevedono che accada gli analisti più accreditati al fine di dare indicazioni ragionevoli per investire al meglio il nostro risparmio.

Sarà una rassegna molto sintetica e necessariamente generica e cercheremo, volutamente, di evitare dettagli e tecnicismi, limitandoci a segnalare i macrotrends nei diversi segmenti di mercato.

L’anno passato è stato caratterizzato da una grande, e per certi aspetti inattesa, crescita dell’economia statunitense, che ha visto aumentare, insieme al reddito nazionale e all’occupazione, in primo luogo il mercato azionario. Ciò è attribuibile in larga misura agli sgravi fiscali adottati dall’Amministrazione Trump, anche se in alcuni periodi sono prevalsi i timori legati all’inasprimento dei rapporti commerciali con la Cina.

Il mercato azionario USA si è mantenuto molto sostenuto fino all’ultimo trimestre dell’anno, quando – il 3 ottobre 2018 – un’improvvida dichiarazione di Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve (la banca centrale americana, di seguito Fed), annunciò un’accelerazione della politica monetaria restrittiva, con l’intenzione di inasprire l’aumento dei tassi già deciso. Rispetto al livello massimo di tutti i tempi, raggiunto proprio quello stesso giorno, la borsa di New York iniziò da quel momento a precipitare e a farsi prendere dal panico. La discesa continuò fino alla vigilia di Natale, quando la Fed iniziò a mandare segnali opposti lasciando intendere che la linea sui tassi non era poi così rigida. Confortato dai dati rassicuranti sull’inflazione e dalla ripresa del negoziato tra Cina e Stati Uniti sulle politiche commerciali, il mercato ha iniziato quindi a riprendersi, acquistando velocità e sicurezza.

Verrebbe da riflettere su un sistema in cui il più importante mercato finanziario del mondo è così sensibile alle dichiarazioni di una singola persona, sia essa il Presidente degli Stati Uniti o della Fed. Ma tant’è, hic Rhodus hic saltus.

Ora dunque il mercato azionario USA appare abbastanza equilibrato e sembra che sia stata raggiunta una buona sintonia di intenti fra la Banca Centrale e la Casa Bianca: questo fa prevedere un periodo di relativa stabilità dei corsi.

Da un lato le azioni hanno raggiunto quotazioni inimmaginabili, con multipli elevatissimi dopo un così lungo periodo di crescita e si teme un rincaro dei costi di produzione e del costo del lavoro, fattori che penalizzerebbero il mercato. Dall’altro i risultati dell’esercizio 2018 sono stati generalmente superiori a quanto ci si aspettava (e altrettanto positivi si prevede che siano anche nel primo trimestre del 2019) e il clima delle relazioni con la Cina e i partner europei degli Stati Uniti è migliorato, fattori questi che portano a invece prevedere una crescita.

 

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Tutto ciò induce ad aspettarsi un 2019 in sostanziale equilibrio, anche se la volatilità si manterrà elevata, mentre per il 2020 gli analisti si attendono un netto peggioramento delle condizioni economiche.

A questo va aggiunto l’andamento del dollaro rispetto all’euro, che dall’attuale livello di 1,13 è previsto in crescita per tutto il primo trimestre fino a 1,10 (stiamo parlando del rapporto euro/dollaro che, quando aumenta, evidenzia un rafforzamento dell’euro e quando invece diminuisce un rafforzamento del dollaro) per poi ridiscendere a 1,20 per la fine dell’anno in corso.

Ciò significa che probabilmente investire oggi in azioni USA, al di là dei buoni dividendi che si incasserebbero, non porterebbe grandi guadagni perché il poco che si potrebbe realizzare dall’aumento di valore delle azioni (ammesso e non concesso, come si diceva sopra, che i corsi aumentino) lo perderemmo con un’evoluzione penalizzante del cambio.

Sul mercato azionario europeo pesano le incertezze in merito alla chiusura della vertenza sulla Brexit (il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione) e alle elezioni che in primavera andranno a definire il nuovo equilibrio politico del Parlamento Europeo, nel quale il peso dei movimenti anti-europeisti e sovranisti soprattutto in Italia, Austria e Olanda è un’effettiva spada di Damocle. Sul sistema economico continentale peserà inoltre il problema dei dazi doganali USA sul settore automobilistico, potenzialmente molto negativi. In Italia, nonostante l’insperato andamento positivo nei mesi di gennaio e febbraio, le incertezze sono ancora maggiori e la cautela è d’obbligo per evitare di scottarsi come è successo nel 2018.

Pressoché unanimi sono invece gli analisti nel prevedere una crescita dei paesi emergenti e in particolare di quelli asiatici, incluso il Giappone che dovrebbe continuare il percorso di uscita da una crisi profonda ormai ultradecennale.

Altrettanto concordi sono i pareri in merito al probabile apprezzamento, fra le commodities, di oro e petrolio, date le quotazioni particolarmente depresse che stanno registrando in queste settimane.

I mercati obbligazionari, sia da noi che dall’altra parte dell’Atlantico, dovranno comunque fare i conti con gli attesi aumenti dei tassi che le banche centrali stanno perseguendo un po’ dappertutto. Quando i tassi aumentano, i valori delle obbligazioni diminuiscono, per un effetto meramente matematico. Essendo i tassi in crescita, l’attesa è che i prezzi dei titoli obbligazionari, soprattutto quelli a tasso fisso, debbano scendere. Per questo, chi vuole investire in questo tipo di strumenti, dovrà tendenzialmente privilegiare quelli a tasso variabile e aspettare ad acquistare il tasso fisso una volta che i paventati aumenti dei tassi saranno avvenuti.

Per chi si cimenta con le valute, oltre a quanto si è detto del dollaro, sarà utile tenere d’occhio l’andamento della sterlina inglese e del franco svizzero. La prima, nel caso in cui si verifichi una Brexit “morbida” ovvero relativamente ordinata e senza scossoni – scenario che sembra prevalere fra gli analisti nonostante l’acceso dibattito in corso nel Parlamento inglese-, dovrebbe verosimilmente apprezzarsi sia rispetto all’euro che al dollaro.

Il franco svizzero, al contrario, è previsto in calo rispetto all’euro a causa dell’aumento dei tassi in Eurozona di cui abbiamo parlato sopra.

Dunque, riepilogando: azioni USA almeno per quest’anno ancora da tenere; azioni europee e italiane da maneggiare con cura ma da scegliere in modo selettivo; obbligazioni da evitare a meno che siano a tasso variabile; e per le valute: il dollaro in crescita fino a fine mese e poi in flessione per la fine dell’anno, sterlina con buone potenzialità se la Brexit sarà “morbida” e franco svizzero in flessione.

False evidenze, bugie e pregiudizi: un contributo di Filippo Miraglia

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La mini-serie sull’immigrazione prosegue questa settimana con il contributo di un dirigente nazionale dell’Arci, una delle organizzazioni che più si sono impegnate nell’attività di accoglienza per i migranti, cercando di compensare la cronica insufficienza dell’intervento delle autorità statali e comunitarie, tanto da configurare una vera e propria situazione di sostituzione, anziché – come dovrebbe essere – di sussidiarietà. 

La vicenda umana e professionale di Miraglia è tutta incentrata sull’antirazzismo e al servizio dei diritti delle minoranze e dei disperati che arrivano nel nostro paese, per i quali col nuovo governo sarà anche “finita la pacchia”, ma che certo grandi motivi di soddisfazione non devono aver avuto neanche in passato.

Si tratta di un’impostazione ideale da puro “civil servant”, che parte da premesse diverse da quelle solidaristiche religiose ma arriva alle stesse conclusioni di impegno per la costruzione di un mondo migliore, inclusivo e aperto.

Il contributo di Miraglia ci accompagnerà per questa settimana e la prossima e rappresenta un punto di vista originale e pregnante che, insieme a quanto pubblicato con gli altri interventi, può contribuire a fornirci un quadro il più possibile completo su quello che, a tutti gli effetti, è il fenomeno più rilevante della nostra civiltà di oggi.

Buona lettura, dunque!

 


 

 

Il dibattito pubblico sull’immigrazione da anni è terreno di battaglia politica per la conquista del consenso e non solo con l’approssimarsi di appuntamenti elettorali.

Questa forte politicizzazione ha fatto sì che, progressivamente, si siano consolidate quelle che potremmo chiamare “false evidenze”, cioè verità presunte, non supportate da dati reali, che tanti, quasi tutti, danno per scontate e che non necessitano di alcuna dimostrazione.

La legislazione sull’immigrazione è stata ed è oggetto, oramai da più di vent’anni, di continui interventi che rendono instabile la condizione giuridica dello straniero (con un ruolo sempre più discrezionale della pubblica amministrazione) e che, soprattutto, si caratterizzano per una crescente riduzione dei diritti degli stranieri. Un riformismo dal segno meno, che alimenta l’idea che negare diritti agli stranieri contribuisca a migliorare la condizione degli italiani.

Gli esempi, più recenti sono la legge Orlando Minniti, del precedente governo di centro sinistra, che per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana ha cancellato alcune importanti garanzie giurisdizionali per una sola categoria di persone, i richiedenti asilo, e la Salvini più recente, che – tra le altre cose – ha cancellato il titolo di soggiorno per ragioni umanitarie.

Tra le false evidenze la più usata è quella che fa riferimento all’arrivo in Italia e in Europa di un numero enorme, intollerabile, di persone che chiedono asilo.

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Negli ultimi anni, non certo a causa delle cosiddette primavere arabe (2011), ma soprattutto a causa di guerre, conflitti interni, persecuzioni e violenze diffuse, il numero di persone costrette a lasciare le loro case è aumentato in maniera esponenziale.

Nel 2018, i dati ancora non sono disponibili, se il trend degli ultimi anni è confermato, arriveremo certamente a un numero vicino ai 70 milioni di uomini e donne in cerca di protezione.

Se 70 milioni sono l’1% della popolazione mondiale, l’UE, anche senza considerare le enormi diseguaglianze economiche e quindi anche le disparità in merito alla capacità di spesa tra i Paesi occidentali e, ad esempio, quelli dell’Africa e del Medio Oriente, l’UE, con i suoi 500 milioni di abitanti, 7% circa della popolazione del Pianeta, dovrebbe dare accoglienza al 7% di questi 70 milioni, ossia a circa 5 milioni di profughi.

Nell’UE il numero di 5 milioni è stato leggermente superato in 10 anni, cioè negli anni che vanno dal 2008 al 2017. Quindi al momento l’UE non corrisponde neanche al 10% della risposta di accoglienza che spetterebbe sulla base della sua popolazione, se calcoliamo la media degli accolti ogni anno negli ultimi 10 anni.

Molto di più di noi fanno Paesi poverissimi e piccolissimi come il Libano e la Giordania, per non parlare del Kenia e della Turchia.

Eppure ovunque, anche in interventi che sembrano orientati a favore dei diritti degli stranieri, leggiamo parole e concetti che danno per scontato che il flusso di persone arrivato in Europa e in Italia negli ultimi anni sia enormemente superiore a quel che possiamo sopportare.

Se poi si considera il nostro Paese, che rappresenta il 12% della popolazione UE (60 milioni su 500), dei 5 milioni circa di persone che spetterebbero all’UE ogni anno, l’Italia dovrebbe accoglierne ameno 600 mila (12% di 5 milioni).

Siamo molto lontani da questi numeri e l’Italia, nel decennio 2008 – 2017, ha accolto circa 540 mila persone. In dieci anni, non in un solo anno, come dovrebbe spettarci se ci fosse un’equa ripartizione a livello mondiale.

Per riportare alle sue giuste dimensioni il nostro ruolo e il fenomeno degli arrivi di stranieri in Italia, si potrebbe paragonare il numero di richiedenti asilo accolti dall’Italia in 10 anni, 540 mila circa, con i 650 mila stranieri regolarizzati in un solo giorno nel 2002 dal governo Berlusconi, a seguito dell’entrata in vigore della nota legge Bossi Fini: in un giorno più persone irregolari regolarizzate che quanti richiedenti asilo sono stati accolti in 10 anni!

Nel prossimo articolo esamineremo più nel dettaglio i meccanismi e l’organizzazione dell’accoglienza.

Filippo Miraglia (*)

 

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(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

Risparmio fai da te?

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Come abbiamo detto in uno dei precedenti articoli, l’anno da poco finito è stato per i risparmiatori il peggiore dal 1901. Solo chi avesse avuto la preveggenza di investire una parte notevole del proprio patrimonio in azioni americane, probabilmente, è riuscito a non perdere il proprio denaro.

Ancora peggio sarebbe mediamente andata a chi avesse affidato tutte le proprie risorse a uno o più gestori professionali (a parte le poche eccezioni che sempre esistono in questi casi): solo il 10% dei fondi di diritto italiano ha battuto il proprio benchmark, ovvero il parametro di riferimento e confronto per la categoria a cui appartiene. Risultato: a novembre 2018 (ultimo periodo di dati disponibile) la raccolta complessiva dei fondi è diminuita di oltre 4 miliardi di Euro, ovvero molti sottoscrittori hanno disinvestito le proprie quote ancorché in netta perdita.

Il meccanismo del benchmark, in casi come questo, è veramente infernale e, ça va sans dire, penalizzante per il risparmiatore.   Il benchmark è infatti un indice che sintetizza il rendimento medio di una determinata categoria di strumenti finanziari in un certo periodo. Ad esempio, se il nostro fondo è un obbligazionario in Italia, il suo benchmark (che peraltro è stato il fondo stesso a scegliere) sarà costruito in modo da rappresentare, a fine periodo, la performance media del mercato obbligazionario nel nostro Paese.

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Il fondo di cui abbiamo sottoscritto le quote, contando sugli strabilianti redimenti degli anni passati, confronterà alla fine di ogni periodo la sua performance con quell’indice. Se l’avrà superato, il gestore sarà stato bravo e avrà diritto a commissioni supplementari (le cosiddette success fee); in caso contrario le sue statistiche peggioreranno, ma a rimetterci sarà solo il cliente.

A parte i dubbi legittimi su come è costruito il benchmark (non è possibile pensare a una media del tutto asettica, ma verosimilmente vedrà maggiormente pesati quelli statisticamente più efficienti qual è il soggetto della frase?), il bello è che nel 2018 tutti i benchmark hanno avuto segno negativo.

Se il fondo avrà fatto meglio del benchmark, ma non abbastanza da realizzare un risultato positivo, l’ignaro risparmiatore si troverà “cornuto e mazziato”: non solo avrà subito una perdita patrimoniale, ma dovrà anche pagare le commissioni variabili di successo al gestore. E comunque quest’anno per molti gestori il problema non si è neanche posto: come dicevamo all’inizio molti di loro hanno raggiunto performance addirittura peggiori del loro benchmark.

A parte i pochi casi di eccellenza, spesso legati ad intuizioni particolari dei gestori che magari hanno puntato con successo su un particolare titolo o una particolare valuta, il panorama è davvero sconsolante. E con l’entrata in vigore della normativa MiFid II[1], i risparmiatori ne verranno compiutamente informati.

Col rendiconto del 2018, che dovrebbe essere inviato in febbraio, i gestori saranno infatti obbligati ad esporre in chiaro quanti Euro hanno addebitato a titolo di commissioni e oneri vari al cliente. Non più solo in termini percentuali, incomprensibili e ben camuffabili, ma direttamente in Euro. E così, per molti, scoprire che a fronte di un patrimonio di 100.000 Euro affidato in gestione, il fondo – dopo aver perso magari il 5 o 6% di valore – ne ha prelevati a vario titolo circa 10 o 12.000, certamente non sarà piacevole.

Che fare allora? Abbandonare del tutto il risparmio gestito e dedicarsi al “fai da te”? Naturalmente no, c’è sempre un giusto spazio per professionisti della finanza ed è ragionevole ritenere che chi opera sistematicamente sui mercati possa in generale essere di grande aiuto al risparmiatore, come pure un buon supporto può venire dalla consulenza e dalla promozione finanziaria, specie se le nuove norme verranno applicate in modo compiuto e non solo formale.

Certo è che i consigli in questa fase sono particolarmente complicati. Da un lato le scottature dei mercati ancora bruciano e le perdite del 2018 verranno implacabilmente evidenziate nei rendiconti che banche e gestori stanno inviando ai clienti. Non solo: dall’economia reale e dai dati previsionali non ci sono motivi di grandi aspettative.

Dall’altro, però, chi ha investito in titoli di buona qualità e non ha ceduto alla tentazione di disfarsene quando le quotazioni precipitavano, continuerà a percepire regolarmente le cedole delle obbligazioni e i dividendi delle azioni e da qui a pochi mesi qualche piccola soddisfazione dovrebbe fare timido capolino. Il 2019 è cominciato in modo positivo, qualche segno positivo c’è stato, anche se l’impressione è che si tratti di un piccolo fuoco di paglia.

Piedi per terra, dunque: manteniamoci almeno per un po’ ancora liquidi, in attesa che i timidi segnali di inversione si consolidino e magari pronti a fare qualche acquisto a saldo.

Continuiamo ad affidare parte dei nostri risparmi ai gestori, ma in modo più selettivo e guardando con attenzione e senza sconti cosa hanno fatto in passato, cambiando cavallo quando quello su cui siamo non ci convince del tutto.

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Sulle prospettive dei singoli settori e sulle asset class torneremo nei prossimi articoli.

La diversificazione continua a essere un’ottima idea: del resto se un anno terribile come quello passato non si era visto dal 1901, anche solo per un mero calcolo delle probabilità, è ragionevole attendersi che l’anno prossimo sia migliore.

Com’è scritto all’inizio della pagina che state leggendo, infatti, il meglio deve ancora venire.

 

 


[1] Normativa europea entrata in vigore il 3/1/18 che disciplina i servizi di investimento con l’obiettivo di tutelare i risparmiatori ed assicurare condizioni di trasparenza e correttezza

Cresce la popolazione, cresce il reddito

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Abbiamo visto nel precedente articolo come le teorie malthusiane attribuissero alla pressione demografica la causa della povertà e della fame nel mondo. Secondo l’economista inglese del Settecento e i suoi seguaci, infatti, le risorse disponibili nel mondo aumentano molto meno velocemente della popolazione e quindi si crea una forte tensione sui mercati.

Se non si apportano correttivi a questa tendenza o se non ci sono forti aumenti di produttività per effetto delle nuove tecnologie, il mondo ritrova un suo equilibrio solo attraverso carestie, guerre o epidemie.

Siccome oggi l’aumento demografico nelle società occidentali è essenzialmente dovuto ai flussi migratori, che irrobustiscono le statistiche e abbassano l’età media della popolazione, c’è chi potrebbe – con questi presupposti – concludere che il fenomeno dell’immigrazione sia alla base di tutti i mali.

Se guardiamo però la cosa da un diverso punto di vista, ovvero seguendo l’impostazione keynesiana, possiamo considerare che un forte incremento di popolazione in un qualunque sistema si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda aggregata di beni e servizi. Queste persone avranno infatti inizialmente bisogno di generi di sopravvivenza quali cibo, vestiario, medicinali, abitazioni e così via; successivamente di istruzione, assistenza sanitaria, giustizia, servizi pubblici.

In ogni caso, dal momento in cui i migranti arrivano ai paesi di destinazione, e indipendentemente dalle procedure di acquisizione dei permessi di soggiorno, essi determinano un aumento di spesa pubblica se non altro per la gestione degli arrivi, le problematiche di ordine pubblico, le procedure di rimpatrio: è dunque ragionevole ritenere che il primo immediato effetto economico sia l’aumento della spesa pubblica.

Tutto ciò comporta l’aumento del reddito nazionale, definito proprio come somma della domanda aggregata: dovranno essere prodotte maggiori quantità di beni e servizi di consumo e la spesa pubblica si traduce in aumento di stipendi e costi del personale (forze dell’ordine, spese di giustizia, ecc.) e fornitura di generi di sopravvivenza. Ci dovrà quindi essere qualcuno, nel sistema, che produce quei beni per soddisfare la nuova domanda e ben presto queste aziende avranno a loro volta la necessità di investire in nuovi macchinari o nuovi prodotti e servizi, dando luogo all’aumento della domanda per investimenti. Attraverso il meccanismo del moltiplicatore del reddito, che abbiamo descritto in modo dettagliato nella serie sull’abc dell’economia (si veda a questo riguardo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ ), si avrà un effetto finale di crescita molto superiore a quello del primo incremento che ha innestato il processo.

Via via che i nuovi arrivati si inseriscono nelle comunità di destinazione e riescono a trovare lavoro, almeno quelli che verranno regolarizzati (ma il fenomeno si verifica anche per chi resta come clandestino, pur sfuggendo alle statistiche ufficiali), percepiranno redditi da lavoro che danno luogo a ulteriore aumento della domanda aggregata: saranno quindi nuovi consumatori e contribuiranno a far crescere il reddito complessivo del paese.

Contrariamente dunque a quello che molti ritengono, i flussi di immigrazione non impoveriscono il sistema economico del Paese, ma anzi determinano un aumento della sua produzione e del suo reddito. Naturalmente, l’effetto complessivo dovrà tenere conto anche delle maggiori importazioni (parte dei nuovi prodotti domandati verranno acquistati dell’estero) e delle rimesse degli emigranti (il denaro che gli emigrati trasferiscono ai propri paesi di origine): con questi fenomeni, parte del nuovo reddito creato non viene mantenuto nel Paese di destinazione degli immigrati, ma viene trasferito all’estero.

Tuttavia un effetto espansivo importante si avrà anche sui mercati finanziari, nella misura in cui i nuovi arrivati riusciranno – una volta soddisfatte le esigenze di consumo primario legate alla sopravvivenza – a risparmiare parte del reddito percepito e ricercheranno forme di impiego.

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Si pensi, a questo proposito, all’importanza che sta assumendo, anche nei Paesi occidentali, il fenomeno della cosiddetta “finanza islamica”: molte banche e gestori del risparmio si stanno attrezzando per offrire prodotti che siano considerati rispondenti ai dettami della religione musulmana (cosiddetti halal), nella quale si riconosce la netta maggioranza delle popolazioni immigrate dai paesi poveri.

Questa comprende i grandi flussi finanziari originati direttamente dai Paesi islamici, in gran parte provenienti dai proventi del petrolio, che vengono investiti dai fondi sovrani nei più svariati asset dei paesi occidentali, fino al controllo o alla partecipazione importante in molte aziende anche strategiche. Ma anche in molte aree urbane ad elevata immigrazione, le banche cercano di acquisire nuova clientela e nuovi flussi di risparmio inserendo negli sportelli personale in grado di parlare arabo o delle stesse etnie degli immigrati, esponendo cartelli e comunicazioni nelle loro lingue, allestendo corner di accoglienza dedicati.

Si tratta di nuovi segmenti di mercato da non trascurare, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più difficile acquisire e fidelizzare nuova clientela.

Lo stesso sta avvenendo nella grande distribuzione, dove sempre più punti vendita espongono prodotti rivolti alle popolazioni neo insediate, come ad esempio nei grandi centri urbani in Germania, i cui supermercati hanno ormai generalmente ampi reparti di prodotti turchi, storicamente presenti in gran numero.

Ma l’effetto più immediato dei flussi migratori è quello che si determina sul mercato del lavoro. Poiché scopo principale di chi si mette in cammino è proprio quello di cercare lavoro: certamente infatti gli immigrati si presenteranno come forza lavoro disponibile, soprattutto per le mansioni meno qualificate e più faticose, nella fascia bassa delle retribuzioni.

Nella misura in cui per alcuni di questi lavori non si riesce a reperire mano d’opera, ciò aiuterà l’assetto produttivo soprattutto in prossimità della piena occupazione. Per questo nelle zone in fase di sviluppo e con elevata intensità di lavoro, i flussi migratori sono molto graditi dalle aziende.

Dove invece c’è disoccupazione diffusa, è ragionevole attendersi che un massiccio ingresso sul mercato tenda a favorire un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, in quanto i migranti saranno disposti a lavorare a minor costo e con minori garanzie, molto spesso creando anche le condizioni per il “lavoro nero”, quello non denunciato e non legale.

MIGRANTI: PROBLEMA O RISORSA?

 

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Abbiamo visto nei precedenti articoli come l’immigrazione sia un aspetto centrale della società occidentale di oggi, probabilmente il più importante, destinato a cambiarne i suoi connotati strutturali. L’invasione di moltitudini povere e affamate dalla periferia del mondo può essere vissuta come una minaccia ai fondamentali socio-culturali delle nostre comunità, oppure come una risorsa economica in grado di sopperire all’invecchiamento della popolazione. Può piacere o non piacere, ma l’impressione è che sia molto difficile, se non velleitario, opporsi a una tendenza che dà tutta l’impressione di essere epocale.

L’”invasione” dei migranti può essere percepita come un problema da risolvere innalzando muri e barriere, nel (vano) tentativo di mantenere integri e incontaminati i valori alla base del contratto sociale; oppure rappresentare il terreno ideale per mettere in pratica i principi di solidarietà e di altruismo di matrice religiosa oppure terzomondista.

 

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Come si vede, gli aspetti prevalenti, o almeno più pressanti, sono di natura sociale e culturale, e continueremo a parlarne nei prossimi articoli sul blog, ivi inclusi quelli di ordine pubblico connessi all’accoglienza e disciplina degli sbarchi, alle normative e regolamenti sui permessi di soggiorno, alle leggi sull’attribuzione della cittadinanza e a quelle che disciplinano l’impiego di lavoratori extra-comunitari.

In questo articolo e nel successivo, vorremmo cercare di fare invece una panoramica puramente economica, riepilogando le conseguenze che il fenomeno riveste a livello delle diverse funzioni primarie di produzione, consumo, risparmio, della spesa pubblica, del mercato del lavoro e dei mercati finanziari in generale. Esaminiamo dunque la sola parte che ha incidenza “numerica”, prescindendo da ogni altra considerazione ideologica, culturale e politica.

Del resto, molte delle potenze occidentali capitaliste si sono sviluppate a partire, e soprattutto grazie, al contributo degli immigrati che in alcuni casi, come in America nel XIX e XX secolo, hanno avuto un impatto non meno imponente di quello di oggi.

Gli Stati Uniti hanno costruito la loro fortuna economica proprio sugli immigrati, che provenivano inizialmente dalla vecchia Europa, sulla scia dei Pilgrim Fathers approdati nel 1620 con la nave Mayflower in Massachusetts.

 

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In seguito correnti di immigrazione consistenti sono arrivate dall’America Centrale e dal Sud America, e più di recente dall’Asia. Analogo andamento quello dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Sud Africa e così via, destinazione di consistenti flussi di gente misera e disperata soprattutto dall’Europa anglo-sassone.

Se si pensa a cosa erano quei territori e gli abitanti indigeni prima dei massicci afflussi di queste popolazioni straniere, è difficile non parlare di “colonizzazione”.  Usi, costumi, tradizioni, credenze religiose diverse da quelle autoctone si sono rapidamente affermate e sono divenute prevalenti.

Ben pochi rimpiangono oggi il mondo degli indigeni nativi, che pure un vasto movimento di opinione si propone di preservare dall’estinzione; oggi però la situazione è ben diversa, diametralmente opposta: gli immigrati arrivano in comunità già ricche di storia e culturalmente consolidate.

Le correnti di immigrazione nel mondo occidentale sono tendenzialmente la causa della (quando esistente) crescita demografica delle nostre comunità. Popolazioni giovani e molto prolifiche, nonostante le misere condizioni economiche, si inseriscono in un contesto di popolazione in calo quantitativo e che sta rapidamente invecchiando.

Il rapporto fra cicli demografici e sviluppo economico, che passa attraverso la disponibilità e lo sfruttamento delle risorse disponibili, è alla base della teoria demografica malthusiana, dal nome del fondatore Thomas Malthus, economista britannico del Settecento. Tale teoria ha poi conosciuto, negli anni ’70 del secolo scorso, nuova popolarità dando origine alla corrente di pensiero del “neo-malthusianesimo”, chiaramente ispirata alle idee del fondatore, aggiornate sulla scia della crisi petrolifera di quegli anni.

Malthus attribuiva principalmente alla pressione demografica la diffusione della povertà e della fame nel mondo, cioè in sostanza allo stretto rapporto esistente tra popolazione e risorse naturali disponibili sul pianeta. Secondo il teorico settecentesco, l’aumento della popolazione procede in progressione geometrica, mentre quello delle risorse in semplice progressione aritmetica , per cui, in assenza di correttivi, la crescita demografica è un fattore fortemente destabilizzante e foriero di crisi.

I correttivi possono essere il controllo delle nascite, oppure eventi tragici quali carestie, guerre, epidemie.

Una delle obiezioni alla teoria di Malthus era che si sarebbero dovuti anche considerare i progressi tecnologici e l’aumento della produttività dei fattori nel tempo, grazie alla quale la quantità di risorse disponibili può comunque essere notevolmente incrementata nel tempo. L’esempio più eclatante è proprio quello del petrolio: contrariamente ai timori degli anni dell’austerity, abbiamo imparato che molte fonti energetiche possono essere utilizzate in alternativa all’oro nero, che la resa dei pozzi petroliferi è molto migliorata e il consumo energetico è stato sensibilmente ottimizzato in impianti e macchinari.

Come vedremo meglio nel prossimo articolo, non sempre l’aumento demografico è un fattore negativo da un punto di vista economico: per la teoria keynesiana, infatti, l’aumento della domanda aggregata (naturale conseguenza dell’aumento della popolazione) è esso stesso aumento del reddito.

 

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(1) La progressione geometrica è una serie di numeri in cui il rapporto fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 8, 16, 32, 64 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). La progressione aritmetica è una serie di numeri in cui la differenza fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 6, 8, 10, 12 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). Come si vede, la prima è molto più rapida della seconda (il sesto numero è 64, mentre nel secondo caso è 12).

Outlook sui mercati nel 2019

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Dedichiamo l’articolo di Natale di quest’anno ad uno sguardo, sia pure a volo d’uccello, ai mercati finanziari per cercare di capire cosa può fare il nostro investitore prudente e razionale nell’anno che viene. Sono più i rischi o le opportunità? Siamo al termine di un lungo ciclo espansivo o all’inizio di una nuova grande depressione?

A queste domande cerchiamo di rispondere con i (non poco preoccupanti, in verità) dati di fatto e con qualche ragionamento.

Come ben sanno gli investitori, a parte i fortunati o i bravissimi che hanno puntato le loro fiches sull’azionario dell’India e sul dollaro, quasi tutti i mercati nel 2018 hanno subito perdite, in molti casi anche molto pesanti. Per una strana congiunzione astrale, era da oltre un secolo, per la precisione dal 1901, che tutte le asset class non presentavano andamenti in flessione ed ovviamente siamo tutti qui a chiedercene il motivo.

Il bello è che lo scorso anno, di questi tempi, quando la situazione era totalmente opposta ovvero quando tutte le classi erano in crescita, a nessuno veniva in mente di chiedersi il perché e la cosa sembrava totalmente naturale.

Grazie alle politiche restrittive delle banche centrali, in primo luogo Federal Reserve e BCE, i tassi base (sulle medie e lunghe scadenze) sono aumentati. Anche il premio al rischio e il costo del credito sono cresciuti e questo ha contribuito a far crollare i prezzi di tutte le obbligazioni.

Le azioni, dal canto loro, avevano raggiunto valori fuori da ogni logica dopo mesi di crescita sostenuta e con i dati degli andamenti economici (fatturato e utile delle imprese) in flessione: lo spillo ha iniziato a bucare la bolla.

Più o meno tutte le materie prime – a partire da oro e argento – hanno avuto prezzi in discesa ripida, in alcuni casi (come caffè, petrolio e soia) hanno raggiunto i minimi decennali. E tutte hanno visto incrementare la volatilità e l’instabilità, come nel caso del gas naturale che ha “regalato” un picco di oltre il 20% in un giorno. Roba mai vista, che ha fatto scomparire molti piccoli trader dal mercato sotto i colpi dei margin call[1].

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Stessa sorte per chi si dilettava di forex trading online[2]: grafici in fibrillazione con movimenti giornalieri in escursione anche del 10%.

La volatilità dei mercati è stata poi accentuata dall’instabilità innescata dagli eventi di politica estera delle maggiori potenze e dalle tensioni fra Stati.

La maggiore è stata quella originata dall’imposizione di dazi doganali, per la verità più annunciata che effettivamente realizzata, da parte degli Stati Uniti sui prodotti importati dalla Cina. Un certo peso hanno avuto, a inizio anno, anche i venti di guerra fra USA e Corea del Nord, per non parlare della Brexit e dei rapporti spesso tesi di Washington con il gigante russo.

Non sono mancate crisi regionali, come quella Ucraina e la Turchia, da tempo appesantita dalla deriva totalitaria.

Infine i problemi interni della Francia, con la rivolta dei gilet gialli, e dell’Italia, con il braccio di ferro con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e le spinte sovraniste della coalizione al governo del paese.

Tutti elementi negativi per la buona salute dei mercati, ma quasi sempre più a livello di minaccia e di sentiment che non di effettiva causalità. Vedendo dall’alto, era come se i diversi attori si divertissero a danzare sul ciglio di un burrone, dove bastava che uno cadesse per trascinare anche gli altri. Poi le crisi rientravano e si tirava un sospiro di sollievo fino alle successive. Ma ogni volta che i mercati scendevano, il crollo era brusco e intenso e alla ripartenza il recupero era sempre molto parziale.

La logica dell’investitore, in questo tipo di mercati, non era più quella di comprare sui ribassi per rivendere nei rialzi, ma di cercare di tornare in linea di galleggiamento e restare liquidi. Per questo, al primo cenno di crescita, il mercato veniva intasato dalle vendite e il titolo si fermava o tornava a scendere di nuovo.

In una situazione del genere, il consiglio per chi si trova con titoli in perdita, è quello di seguire molto attentamente l’andamento dei mercati e, appena possibile, vendere anche in pareggio o con piccole perdite. Se si è comprato con raziocinio (titoli di società che producono e guadagnano con la loro attività), prima o poi il prezzo si allineerà all’effettivo valore e intanto si possono incassare cedole e dividendi.

Chi invece dispone di liquidità, per il momento farà bene ad aspettare ancora prima di fare nuovi acquisti e non lasciarsi tentare da prezzi a saldo. Perché, come diceva Groucho Marx, quando siamo arrivati al fondo, si può sempre iniziare a scavare.

 


 

[1] Nel trading online si acquistano e vendono perlopiù strumenti derivati (futures, opzioni e simili) bloccando solo parte delle quantità movimentate, ovvero ricorrendo alla leva. Quando l’operazione diventa negativa e la perdita supera un determinato ammontare, la banca richiede un’integrazione del margine (cioè ulteriore versamento di denaro) o la chiusura dell’operazione stessa, rendendo la perdita definitiva. In quest’ultimo caso, peraltro, si accelera quello stesso movimento di mercato che aveva provocato la perdita: se i titoli stavano scendendo, la loro vendita provoca ulteriori cali in un circolo vizioso.

[2] Il forex trading è la compravendita con finalità speculativa di valute estere: In genere si opera su coppie di derivati (futures), comprandone una e vendendone un’altra in modo da guadagnare se quella comprata aumenta e quella venduta diminuisce.