Crediti cattivi e banche cattive

Iniziamo da lontano. Il mestiere della banca è quello di raccogliere denaro dai risparmiatori per prestarlo alle imprese, in modo tale da guadagnare sulla differenza (la cosiddetta forbice) fra i tassi attivi, quelli riscossi dai beneficiari dei prestiti, e i tassi passivi, quelli pagati ai depositanti.

Questa funzione, chiamata “intermediazione creditizia”, è fondamentale in ogni sistema avanzato perché rende più efficiente il circuito finanziario e assicura un migliore utilizzo delle risorse di cui il sistema dispone, rendendo produttivo, in quanto facilitatore degli investimenti, il risparmio delle unità in surplus.

Condizione di sopravvivenza della banca è che sia in grado, in ogni momento, di adempiere ai suoi obblighi, in particolare a quello di rimborsare i depositi quando i clienti lo richiedono, se si tratta di depositi a vista, oppure alla relativa scadenza. L’equilibrio della banca è basato dunque sulla circostanza che analoga capacità di rimborso la abbiano le imprese clienti, per ciascun segmento di scadenza.

Sintetizzando, il credito può essere a breve termine (o a vista, cioè a scadenza indeterminata salvo revoca) e a medio/lungo termine. Tendenzialmente la banca deve quindi utilizzare il risparmio a vista (i conti correnti) per finanziare i cicli produttivi e il risparmio a lungo termine (attraverso le obbligazioni o i certificati di deposito) per finanziare gli investimenti. Già il disallineamento delle scadenze fra attivo e passivo bancario (il cosiddetto mismatch) genera problemi non da poco, che possono portare all’illiquidità della banca, come avvenne in Italia nella crisi degli anni ‘30 del secolo scorso, che portò alla nascita dell’IRI e delle banche pubbliche: per scongiurare tale eventualità la banca deve sempre poter contare su adeguate riserve di mezzi liquidi o di attività prontamente liquidabili.

Oltre ai problemi di liquidità, la banca può incorrere in vere e proprie perdite economiche originate dal default delle imprese clienti, cioè dal loro fallimento o quanto meno dell’incapacità a rimborsare i prestiti. In questo caso l’istituto dovrà svalutare il proprio credito, ovvero cancellarlo dalle proprie attività o ridurlo in proporzione alla possibilità di recupero. Se il fenomeno si manifesta per molti clienti, e quindi genera forti svalutazioni e perdite, l’equilibrio economico e patrimoniale della banca può venirne compromesso con conseguente necessità di rinforzare il capitale, e quindi chiedere risorse ai propri azionisti.

Esistono diverse gradazioni di sofferenza, ovvero di problematicità del credito. La normativa fiscale consente di detrarre le svalutazioni dei crediti solo se c’è una procedura fallimentare, altrimenti la svalutazione è tassata. Quindi la banca è stretta fra l’incudine dell’Autorità di Vigilanza, che richiede sempre le svalutazioni massime, e il martello del vincolo di bilancio, aggravato dall’onere fiscale.

I crediti in sofferenza o non performing – in acronimo dall’inglese NPL (non performing loans)- sono una vera e propria spina nel fianco per le banche. La manovra più semplice, di pulizia del bilancio, è quella di cederli a soggetti specializzati nel recupero crediti, che li pagheranno secondo una certa percentuale del loro valore teorico, ovvero del prestito originario maggiorato degli interessi non pagati. Per i crediti totalmente irrecuperabili, difficilmente la banca – con una cessione pro soluto[1] – potrà ottenere più del 5/10 % del valore; mentre per altre tipologie di crediti (ad esempio mutui ipotecari, prestiti personali, credito al consumo) si potrà arrivare anche al 30%.

Una società specializzata nella gestione e recupero di portafogli non performing, può recuperare quote anche importanti del credito, in alcuni casi può arrivare al recupero integrale o quasi, con solo modesti stralci. La differenza fra quanto riesce a recuperare e il prezzo pagato alla banca costituisce il reddito di queste società. Si tratta di un business di grande interesse, perché molto spesso il credito è assistito da garanzie immobiliari, la cui gestione attiva – attività che la banca difficilmente riesce a fare – può consentire di conseguire utili molto elevati.

Visto che nei grandi portafogli di prestiti in sofferenza ci sono sempre titoli diversi e a diverso grado di possibile recuperabilità, si può ben dire che in molte situazioni bancarie di crisi la parte più interessante per un investitore sia proprio questa, mentre l’attività creditizia tradizionale ben difficilmente potrà essere risollevata, in un mercato come l’attuale.

La tendenza, nei casi di crisi bancarie rilevanti, è oggi quella di concentrare in un’unica società – la cosiddetta bad bank – tutti i crediti dubbi per poi scorporarla dalla banca e alleggerire il bilancio.


[1] Si definisce pro soluto la cessione del credito in cui l’acquirente (cessionario) si sostituisce integralmente al venditore (cedente) e rinuncia a qualunque pretesa futura sul credito verso il debitore (ceduto). L’altra tipologia di cessione è quella pro solvendo, in cui il venditore cedente si libera dall’obbligazione solo quando l’acquirente cessionario abbia ottenuto il pagamento dal debitore ceduto. In tale ultimo caso, dunque, l’acquirente potrà restituire il credito e recuperare quanto pagato qualora si verifichino condizioni negative: la banca otterrà quindi un prezzo più alto ma non potrà eliminare tali poste dal proprio bilancio.

Green new deal? Il contributo di Marco Mancuso

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Continuiamo ad occuparci di ecologia, ambiente, sviluppo sostenibile, ma questa volta sotto il profilo delle opportunità industriali che si aprono, che – per quanto si è detto nei precedenti articoli – rischianmo di diventare delle vere e proprie “issues” per il futuro.

Il problema sarà allora non “se” l’onda verde si manifesterà ma “come”, “quando” e “in che misura”, e soprattutto se siamo pronti a cavalcarla o rischiamo invece di esserne travolti.

Ospitiamo con piacere il contributo di un giovane e brillante ingegnere energetico e nucleare, uno dei cervelli in fuga che società ben più attrezzate della nostra sono riuscite ad attrarre proprio per rispondere alle sfide epocali che ci attendono. Così il nostro paese, dopo aver investito risorse ingenti nella formazione e preparato ottimi professionisti, si ritroverà ancora più arretrato e fuori mercato.

Un punto di vista interessante di chi opera in prima linea, un’analisi pur necessariamente sintetica ma senz’altro pregnante e acuta, da non perdere.

Buona lettura, dunque!


 

 

Ragionando sulla nuova crociata dell’ambientalismo, questo articolo cerca di andare oltre al dibattito sui modi, i tempi o gli argomenti, cercando di analizzare un po’ più ad ampio spettro il tema, ricercando alcuni fatti tangibili e provando a commentare le ricadute macro e micro economiche.

Il dato di partenza, oggettivo ed inopinabile, è che il nuovo “ismo” del 21esimo secolo genera nuove opportunità di mercato e ne chiude di altre.

Che sia customer oriented o market oriented, che sia un “il mercato ha una mancanza ed io azienda la colmo” (Nissan, Ford, Chevrolet nei primi anni 2000), che sia un “il futuro è dell’auto elettrica ed io azienda ti dimostro di poter produrre un’ auto sportiva, appealing e orientata alle masse” (Tesla a cavallo del 2010) o che sia un “il cliente sa quello che vuole ed io azienda glielo propongo nel tentativo di riguadagnare i clienti disaffezionati” (tutti gli altri big Car Maker dal 2015 in poi), il mercato dell’ automotive è stato profondamente scosso dall’ambientalismo dell’ultimo ventennio e dal cosiddetto “Effetto Tesla”.

La sfida tra i costruttori di autoveicoli nei prossimi decenni sarà accaparrarsi una fetta del mercato del motore elettrico (e che ogni anno aumenta sempre di più). Le competenze richieste in questo settore oggi vertono principalmente su guida autonoma e assistenza alla guida, auto sempre connessa e suoi servizi, elettrificazione del veicolo e infrastruttura di approvvigionamento (terminali di ricarica a casa, colonnine di ricarica on the road): se avete queste conoscenze, fatevi avanti.

L’ambientalismo post Buco dell’ozono può anche essere visto come una moda, una cultura a cui appartenere, uno strumento di propaganda o una nuova linea promozionale: ecco quindi grandi catene commerciali della fast fashion (H&M, Zara) che fanno delle economie di scala e del prezzo basso il loro punto di forza, ritrovarsi a proporre nuove collezioni “sostenibili” ad un prezzo “meno basso” per i clienti più “conscious”.

Oppure la ri-ri-ri-nascita dell’usato o del riciclo, della vendita di seconda mano, dei mercatini delle pulci. Due facce della stessa medaglia che offrono nuove opportunità di business e meno cartoni da spostare durante il trasloco.

Anche i nuovi negozi Bio e gli alimenti a chilometro zero sono ascrivibili per analogia alla categoria: quello che non più di 70 anni fa era la normalità e che l’industria frigorifera e la globalizzazione hanno messi fuori mercato, oggi Carlo Petrini e l’eco-friendly hanno riportato in auge.

La prima Grünewelle (onda verde) nei primi anni 2000 ha visto un interesse globale con progressivo riempimento di tutte le lacune anche da parte di personale ri-qualificato. Quando i giovani neolaureati del periodo si sono affacciati per la prima volta al mondo del lavoro hanno visto (non solo a livello nazionale ma anche europeo) una polarizzazione di pochi stage non pagati/ poco pagati alternati a tante posizione di manager con esperienza pluriennale.

Nel mezzo il nulla o poco più.

Questa seconda onda verde del secondo decennio 2000 vede un nuovo tentativo sovra-nazionale di accordo sulle emissioni: siano queste nazioni sviluppate o altresì nazioni in via di sviluppo che non accettano briglie nella loro corsa, il tentativo rimane tale e si fracassa sui veti delle singole nazioni. A livello di singolo stato però, anche la risposta politica (orientata al o modellata dal cittadino) cerca di cavalcare il consenso e adattarsi al contesto industriale e produttivo.

I paesi scandinavi spingono per il bando ai motori tradizionali in una economia già da anni incentrata su energia rinnovabile e (termo-)valorizzazione del rifiuto, la Germania ha recentemente reso noto un accordo di governo che nel tentativo di proteggersi dalla recessione non si dimentica dei giovani del FridaysForFuture, persino negli Stati Uniti anti accordi di Parigi la nuova corrente a sinistra del partito dem prova a farsi aruspice di una nuova agenda green da trasformare in disegno di legge nel 2020.

Il resto d’Europa è forse ancora impegnata con i suoi fantasmi interni (Italia, Francia, Regno Unito, Polonia, Spagna) ma è possibile che nel prossimo ciclo di elezioni gli argomenti di una economia verde e la promessa di nuovi posti di lavoro divengano sempre più centrali.

Al momento sembra quasi che il sentimento ambientalista abbia attecchito più a livello locale e meno a livello globale, o quantomeno che sia più difficile trovare un accordo sull’argomento via via che le comunità di individui e l’architettura sociale si complica.

Tuttavia le iniziative dei singoli continuano a moltiplicarsi e le aziende cercano di partecipare alla festa per mangiare un pezzo di torta.

Il vento di un nuovo Green New Deal soffia ed il sistema economico risponde di conseguenza.

 

 

Marco Mancuso (*)

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(*) Marco Mancuso, 29 anni, vive a Monaco di Baviera con la fidanzata Elonora.
Nato a Palermo e laureatosi in Ingegneria Energetica e Nucleare tra Palermo e Torino, si è trasferito in Germania nel 2015 e lavora oggi nel settore automotive presso il gruppo Volkswagen.

Parla italiano, inglese, tedesco e spagnolo, ama viaggiare e  conoscere nuove culture ma non si dimentica mai della sua Sicilia.

Com’era bella la mia valle…

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Volendo ancora parlare di ambiente e di business, cerchiamo di evitare i riferimenti a Greta e alle manipolazioni ad effetto, più o meno interessate. Siccome tutto (o quasi) alla fine ha un connotato economico, è evidente che la rinnovata e diffusa sensibilità ecologica presenta conseguenze importanti anche da questo punto di vista, tanto che si parla molto – spesso troppo – di green economy.

Secondo la bibbia dei tempi di Internet, Wikipedia, si definisce economia verde (in inglese green economy), o più propriamente economia ecologica, un modello teorico di sviluppo economico che prende origine da un’analisi bioeconomica del sistema economico dove oltre ai benefici (aumento del Prodotto Interno Lordo) di un certo regime di produzione si prende in considerazione anche l’impatto ambientale cioè i potenziali danni ambientali prodotti dall’intero ciclo di trasformazione delle materie prime a partire dalla loro estrazione, passando per il loro trasporto e trasformazione in energia e prodotti finiti fino ai possibili danni ambientali che produce la loro definitiva eliminazione o smaltimento[1]

Si è spesso parlato, al proposito, di sviluppo sostenibile, ovvero di crescita economica che possa durare nel tempo, senza pregiudicare l’ambiente in cui viviamo ed esaurire le risorse che il nostro pianeta ci offre, ma che abbia la capacità di mantenere, e anzi migliorare, il nostro habitat, utilizzi fonti di energia rinnovabili e limiti al massimo l’inquinamento, in particolare le emissioni di anidride carbonica nell’aria, la famigerata CO2.

Questo elemento è un gas che si forma nei processi di combustione – derivanti dall’utilizzo di energia negli impianti industriali e nei mezzi di trasporto –  dall’unione del carbonio contenuto nei combustibili con 2 atomi di ossigeno presenti nell’aria. La produzione in grande quantità di anidride carbonica è nociva per l’ozono, cioè lo strato gassoso presente nell’atmosfera che protegge la terra dall’azione dei raggi ultravioletti provenienti dal sole, e contribuisce al surriscaldamento climatico oltre a rendere pessima la qualità dell’aria soprattutto dei grandi centri cittadini.

Una prima risposta, più immediata, a questo problema, è quella della drastica riduzione dell’attività produttiva, il regime che potremmo definire dell’andare a cavallo. Se si produce meno, se ci si sposta a piedi (o, appunto, a cavallo), se non si utilizza energia elettrica, certamente le emissioni si riducono. Alcuni ipotizzano, forse provocatoriamente, che si possa tornare indietro nel sentiero dello sviluppo, e quindi eliminare i mezzi inquinanti: riscaldamento, mezzi di trasporto, sistemi di produzione. E’ possibile rinunciare a tutto questo? Sicuramente no, anche se alcuni teorici della “decrescita” sicuramente dicono cose sensate. [2]

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Come ha affermato Serge Latouche[3], uno dei principali fautori di questa corrente di pensiero, la decrescita è innanzitutto uno slogan per indicare la necessità e l’urgenza di un “cambio di paradigma“, di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita basato sulla produzione esorbitante di merci e sul loro rapido consumo.

Secondo tale impostazione, si tratterebbe quindi di mettere in discussione le principali istituzioni socio-economiche, al fine di renderle compatibili con la sostenibilità ecologica, un rapporto armonico uomo-natura, la giustizia sociale e l’autogoverno dei territori, invertendo un tendenza che tenderebbe all’autodistruzione.

Ripensare a molte nostre abitudini, rivedere il modello di vita consumistico e i sistemi di produzione “energivori” è sicuramente un indirizzo utile e salutare. Ma rinunciare alle comodità, al benessere, al progresso scientifico, agli spostamenti non è pensabile.

L’altra strada è allora quella della green economy, modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dallo sviluppo e quindi dalla crescita del PIL, sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime. Questo modello offre sicuramente anche molte opportunità di business reale, e occasione di creare prospettive di lavoro interessanti nel cosiddetto settore dei green jobs.

La green economy ha infatti grande bisogno di personale esperto che pianifichi la strategia aziendale in tema di impatto ambientale. Pensiamo ad esempio alle competenze in:

  • risk management, utile alle valutazione dei potenziali rischi sulla sicurezza del territorio derivanti dall’operato dell’azienda;
  • installazione di materiali ecosostenibili, come sistemi di riscaldamento e molti altri strumenti al servizio di case e uffici;
  • installazione e manutenzione di impianti a basse emissioni di carbonio, con competenze in materia di energia intelligente.

Tra i profili dedicati allo studio e alla progettazione, le competenze maggiormente richieste in questo ambito sono:

  • ingegneria degli impianti (idrici, di riscaldamento, di ventilazione ecc.);
  • ricerca e sviluppo;
  • meccatronica (il mix di competenze informatiche, meccaniche ed elettroniche, fondamentali per progettare motori e impianti sostenibili).

Probabilmente quindi esiste una giusta via di mezzo tra il puro e semplice rimpianto di una società bucolica ormai impensabile e uno sviluppo senza freni che distrugge l’ambiente e ne esaurisce le risorse.

 

 


[1] Da https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_verde

[2] Il concetto di decrescita è alla base di una corrente di pensiero politico, economico e sociale favorevole alla riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura ovvero sviluppo sostenibile in termini di indici di sviluppo di fronte anche al rapporto sui limiti dello sviluppo, nonché di equità fra gli esseri umani stessi.

 

[3] Serge Latouche, Le pari de la décroissance, Paris, Fayard, 2006.

Sparsa le trecce morbide…

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Il dolore di Ermengarda nell’Adelchi manzoniano – rinnovato a ogni generazione di studenti di latino alle prese con l’accusativo alla greca – per aver appreso che il marito che l’aveva abbandonata si era nuovamente sposato, richiama il dolore della treccia più famosa di oggi, quella di Greta Thunberg, per il degrado del pianeta.

Dobbiamo confessare che le sempre più frequenti apparizioni sui media di Greta Thunberg e le lezioncine che dispensa – con il consenso e anzi l’appoggio delle classi dominanti – tanto da farle fare un intervento alle Nazioni Unite davanti ai grandi della Terra – ci provocano una certa reazione di fastidio, se non di vero e proprio disappunto, ben diversa dal clima di generale e incondizionata ammirazione di cui gode la furba svedesina.

E questo non tanto per le cose che dice, in gran parte giuste e condivisibili (come si fa a non essere d’accordo sulla necessità di un maggiore rispetto per l’ambiente e di un corretto uso delle risorse?), quanto per la sovraesposizione e anche l’utilizzo improprio da parte dei genitori di una minore che forse dovrebbe meglio impiegare il proprio tempo sui banchi di scuola piuttosto che sul set.

La Svezia è stata d’altra parte una delle prime nazioni a porre con forza il problema della conservazione dell’ambiente, fin dagli anni ’70, e a organizzare la propria vita sociale e politica in modo corretto e responsabile, anche se ora il mito della socialdemocrazia scandinava è decisamente appannato.

A parte Greta, il vero problema, oltre a quelli seri dell’ambiente, è l’ondata di estremismo ecologista che da qualche tempo imperversa, che rischia di trasformarsi in una sorta di nuova religione, con forti connotati di intransigenza e fideismo.

 

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Dopo i pressanti allarmi sul “buco dell’ozono”, il cui pericolo sembra ora rientrato, e il sostanziale fallimento dei negoziati sul clima fra le grandi potenze mondiali, l’ambientalismo ha ripreso nuovo vigore, di pari passo con l’accresciuta consapevolezza che lo sviluppo economico non può esaurire o pregiudicare le risorse naturali. Il ritmo di crescita economica a doppia cifra degli ultimi 20/30 anni di regioni del mondo sovrappopolate, in modo particolare India e Cina, ma in generale di tutta la regione asiatica, fa sorgere il giustificato dubbio che le fonti energetiche tradizionali (petrolio, gas naturale, carbone) possano esaurirsi nel giro di qualche decennio.

Da qui il giusto obiettivo da un lato di ridurre il consumo di queste risorse, limitando così anche il relativo inquinamento ambientale, dall’altro di ricercare nuove fonti rinnovabili o rigenerabili.

I più attempati fra i lettori del blog ricorderanno certamente le condizioni di vita degli anni ’70 alla fine del “miracolo economico” che sancì l’ingresso del nostro Paese fra i grandi della Terra. Le città erano (almeno apparentemente) molto più inquinate di oggi, con le emissioni di scarico e i fumi delle ciminiere fino ai margini dei centri storici, con i locali pubblici pieni di fumo come camere a gas e pochissima o nulla attenzione da parte delle aziende agli effetti tossici di molte lavorazioni sull’ambiente, con i centri cittadini – oggi in gran parte chiusi al traffico – invasi dalle auto e mezzi di trasporto.

Intere città venivano edificate in spregio alle sensibilità ambientali e prendevano forma i numerosi ‘mostri ecologici’ che oggi è spesso complicato demolire. L’agricoltura biologica era ancora di là da venire e l’uso di diserbanti chimici era indiscriminato e incontrollato. Anche oggi esistono ahimé situazioni del genere, ma sono chiaramente illegali e c’è comunque una sensibilità diffusa e un sentire comune che fanno condannare utilizzi di risorse non rispettosi dell’ambiente. Sottrarsi alla legislazione di tutela è purtroppo sempre possibile e continuamente vengono scoperte situazioni di enormi truffe specie sul versante dello smaltimento dei rifiuti, in particolare di quelli più inquinanti. Si tratta però sempre di reati, rispetto a un sistema di leggi che, seppur sempre migliorabile, oggi pare sufficientemente completo, anche purtroppo a causa dei numerosi disastri che si sono verificati negli anni.

Un tempo macchine e dispositivi consumavano energia molto più di oggi e la stessa produttività degli impianti di estrazione era molto inferiore a quella attuale. Le città erano meno verdi di oggi, intasate da traffico e inquinate dagli scarichi. Nuovi cantieri venivano aperti continuamente nelle periferie, dando vita a palazzoni uso conigliere e insediamenti con minima disciplina edilizia. Lo scarico in mare e nei fiumi di rifiuti era pratica diffusa e spesso tollerata. Probabilmente era la stessa situazione che si verifica oggi in Cina e in India, dove sull’altare dello sviluppo venivano sacrificate risorse naturali e salvaguardia dell’ambiente.

Tanto che la risposta dei cinesi a chi imputa loro il naufragio dei negoziati sull’ambiente è quella di chi è chiamato ad osservare limitazioni proprio da coloro che tale situazione hanno in precedenza causato, come le potenze industriali occidentali. Prima vi siete sviluppati voi e avete devastato l’ambiente – dicono i sudditi del celeste impero a noi occidentali – e ora che lo facciamo noi, vorreste che ci fermassimo. Certo è che l’impatto sul pianeta di una popolazione di qualche miliardo di esseri umani è molto maggiore di quello dell’Europa e degli Stati Uniti qualche decina di anni fa.

Le emergenze ambientali però non si esauriscono nei problemi dell’inquinamento e della disponibilità di risorse dei paesi sviluppati o in via di sviluppo, ma anche nella deforestazione e nel processo di desertificazione del pianeta. Tutte cose giuste e meritevoli di attenzione e comportamenti corretti, pena il rischio di veri e propri disastri ambientali nelle prossime generazioni. Giusto preoccuparsene e soprattutto insegnare nelle scuole i principi dell’ecologia e del rispetto della natura.

Tuttavia l’esasperazione dei toni, come pure l’enfasi e la riprovazione generale verso chi non è allineato paiono francamente esagerati. In alcuni casi si fa dell’ecologia una vera e propria piattaforma politica, come se la tutela dell’ambiente non dovesse essere comune a tutti gli schieramenti e l’azione politica non dovesse svilupparsi invece anche su altri temi di interesse più specifico.

Altrimenti si rischiano situazioni ridicole, come quella che, nell’incapacità di assicurare un efficiente smaltimento dei rifiuti urbani, parcellizza gli obblighi di raccolta differenziata presso gli utenti senza integrare il processo con inceneritori all’avanguardia e riciclo dei materiali. Così non si fa altro che trasferire sugli utenti una parte dei costi e lavoro senza peraltro migliorare né la qualità del servizio né gli effetti negativi sull’ambiente.

 

Un altro falso mito, insomma.

Riusciremo mai a ripagare il debito?

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Il debito pubblico del nostro paese, come abbiamo visto nei precedenti articoli, è di circa 2.386,2 miliari di Euro, equivalente a 93.000 € a famiglia: rappresenta circa il 135% del Prodotto Interno Lordo, ovvero del totale dei redditi prodotti in un anno nel paese.

Ciò significa che occorrerebbe il prodotto di un anno e tre mesi per ripagare il debito: come se una famiglia che incassa 50.000 € di stipendi in un anno, avesse un debito di 70.000 €, o un’azienda che fattura un milione all’anno avesse debiti per 1,34 milioni. Sono livelli che nessuno potrebbe sostenere, forse neanche nel breve o brevissimo periodo, ma certamente non nel medio. Allora perché lo Stato italiano va avanti da tempo in questa situazione? E soprattutto: riuscirà mai a liberarsi da questo enorme macigno?

Dei motivi storici della formazione del debito abbiamo parlato ripetutamente: attraverso i disavanzi di bilancio, che si sono susseguiti e stratificati nel tempo senza una strategia efficace di rimborso. I tioli del debito pubblico, nei quali è incorporata la maggior parte della posizione debitoria hanno generalmente una scadenza ben precisa, che va da 1 mese (BOT) a 10, 15 e più anni; esistono poi anche titoli cosiddetti perpetual, per i quali non è previsto il rimborso.

Naturalmente il Governo cerca di scaglionare in modo efficiente le scadenze in modo che i rimborsi possano essere ben gestiti, ma ogni mese vanno emessi nuovi titoli col cui ricavato in parte si estinguono quelli scaduti e in parte si fronteggiano i fabbisogni di cassa correnti.

Oltre a questo, c’è il peso degli interessi che – a un costo medio del 4% – incidono sui conti per circa 100 miliardi di Euro all’anno. Ogni punto di diminuzione dello spread vale circa 24 miliardi di interessi passivi risparmiati da parte dello Stato, ovvero l’importo del gigantesco aumento dell’IVA che si paventa quest’anno.

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Ma il vero problema è quello del rimborso. E’ evidente che il primo passo è quello di ridurre l’entità del debito, e invece abbiamo visto che continua a crescere. Per ridurlo occorre impostare (e poi realizzare) un piano di rientro, che si ponga un obiettivo realizzabile e individui le modalità per conseguirlo.

 

Il debito possiamo estinguerlo sostanzialmente in tre modi:

  • Vendendo le attività, ovvero il patrimonio di cui si dispone (come facevano i vecchi proprietari fondiari che per pagare le tasse o reperire risorse finanziarie cedevano poco a poco le proprietà fino ad azzerarle);
  • Attraverso gli avanzi finanziari che vengono destinati al rimborso;
  • In modo violento attraverso la svalutazione o la cancellazione del debito, oppure con elevata e persistente inflazione che riduce il valore reale delle attività e passività, realizzando una redistribuzione della ricchezza a danno dei creditori e a vantaggio dei debitori.

 

L’ultimo caso si verifica solo in casi straordinari e passa attraverso il fallimento dello Stato (come è capitato in Argentina alcuni anni orsono) oppure in seguito ad eventi storicamente devastanti, come in Germania durante la Repubblica di Weimar.

Il bilancio dello Stato italiano è strutturalmente in disavanzo, per cui anche la seconda opzione è in pratica impercorribile: per cui resta solo la prima.

Per uno Stato vendere le proprie attività significa in pratica privatizzare le imprese pubbliche e/o alienare gli immobili: sono entrambe modalità più volte tentate in passato, sempre con scarso successo.

La stagione delle privatizzazioni è stata quella degli anni ’90, quando vennero poste sul mercato le migliori e più redditizie imprese pubbliche: banche, aziende di comunicazione, società di gestione della rete elettrica, del gas e dell’acqua. Il processo, a posteriori, si è rivelato una vera cuccagna per chi ne ha saputo approfittare, riuscendo ad acquisire asset importanti e profittevoli quali Telecom, Autostrade, Borsa Italiana, Credito Italiano, BNL, le Casse di Risparmio e tanti altri.

Il processo di privatizzazione è in realtà molto complesso: si deve assicurare la trasparenza delle procedure e si deve ottenere il massimo valore possibile, cosa difficile quando il mercato è imperfetto e viziato da opacità. A maggior ragione quando si tratta di attività in qualche modo strategiche come l’elettricità o le comunicazioni, nelle quali lo Stato ha voluto mantenere quanto meno un potere di veto sulla gestione aziendale.

Nel caso dell’Enel, ad esempio, è stata mantenuta una quota (la cosiddetta golden share) che attribuisce poteri particolari al socio pubblico, ma che – rendendo non contendibile l’azienda – ne diminuisce il valore di mercato. Nel caso di Telecom, invece, è stata promossa e agevolata la costituzione di un gruppo di azionisti graditi (il cosiddetto “nocciolino duro”) che ne rilevassero il controllo di fatto: anche in questo caso il valore ottenibile con la vendita è inferiore a quello teorico.

Stessi problemi si sono presentati per la vendita di immobili. Spesso sono stati fatti tentativi di alienare immobili pubblici quali caserme, ospedali e edifici dismessi, aree e grandi contenitori urbani: tuttavia avendo sempre vincoli di destinazione molto stringenti, non è facile trovare acquirenti che possano mettere a reddito questi asset, motivo per cui le procedure sono andate spesso deserte.

Risulta quindi evidente che è molto difficile, se non impossibile, ridurre il debito pubblico, a meno di eventi straordinari non augurabili. Il massimo che si potrebbe ottenere è, in primo luogo, di avere almeno il pareggio del bilancio corrente, quindi evitare nuovi disavanzi correnti impedendo almeno una ulteriore crescita. Potrebbe poi essere impostato un piano di dismissioni di durata di almeno 4/5 anni che riuscisse a riportare il rapporto debito/PIL almeno al 100%, pur nella consapevolezza, per quanto abbiamo detto sopra, che si tratta di un processo lungo e difficile.

 

 

Il super debito dello Stato italiano

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Fra i parametri di finanza pubblica previsti dal Trattato di Maastricht del 1992, era compreso quello dell’indebitamento degli Stati membri, secondo il quale non deve essere superato il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL. Tale rapporto può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato.

Fra tutti i parametri, il rapporto debito/PIL è sicuramente il più disatteso, non solo dall’Italia ma anche da altri Stati (fra i più disallineati Francia, Olanda e Belgio), e proprio per questo è prevista una deroga così ampia da renderlo aggirabile con estrema facilità. Usando termini qualitativi e impalpabili quali “misura significativa” e “ritmo adeguato”, è evidente che viene lasciata alle autorità dell’Unione Europea la libertà di approvare anche situazioni decisamente fuori dai limiti. Del resto, rispetto a 27 anni fa quando venne sottoscritto il Trattato e i parametri entrarono in vigore, i mercati finanziari – grazie anche alle esperienze delle diverse crisi che si sono susseguite nel tempo – hanno progredito molto e i meccanismi di assorbimento sono sensibilmente migliorati, rendendo gestibili anche livelli di indebitamento più alti del passato.

Inoltre, e soprattutto, si sono intensificati i vincoli economici e istituzionali fra gli Stati a livello europeo e con l’introduzione dell’Euro è stato eliminato il fattore di rischio rappresentato dal cambio all’interno dell’UE.

In ogni caso, livelli di debito pari o superiori al prodotto lordo di un anno sono oggettivamente molto elevati e richiedono forte attenzione: la situazione diventa infatti critica quando, oltre all’alto indebitamento, sussiste anche un deficit significativo, sempre in rapporto al PIL, esattamente come nel caso dell’Italia. In tale ipotesi, finanziare il disavanzo significa far aumentare ancora il debito e questo – in presenza di un mercato stagnante – può creare difficoltà di collocamento dei titoli.

In Italia il debito complessivo della pubblica amministrazione era pari al 132,2% del PIL nel 2018, ed è stimato al 134,1% per l’anno in corso e al 135,5% per l’anno prossimo. Come si vede, quindi, non solo siamo ben oltre il 60%, ma neanche in riduzione e meno che mai in avvicinamento al 60%. In valore assoluto, il debito pubblico italiano a fine giugno ha raggiunto il livello record di 2.386,2 miliari di Euro, corrispondente a 93.000 € a famiglia. Un importo enorme, una cifra difficile da concepire e comprendere anche dal solo punto di vista numerico. Praticamente impossibile da rimborsare, almeno per qualche generazione, se non attraverso misure violente, quali la cancellazione e la svalutazione, che renderebbero però impossibile acquisire nuove risorse per pagare le spese, anche quelle correnti.

E’ la situazione che si è verificata qualche anno fa in Argentina e ha portato al fallimento dello stato attraverso la dichiarazione di insolvenza e che è stata sfiorata anche dalla Grecia, la quale ha però potuto evitare il crac grazie all’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, i quali hanno però preteso manovre economiche “lacrime e sangue”.

 

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Questo debito è rappresentato ed incorporato, per la maggior parte, nei titoli pubblici quali Buoni Poliennali del Tesoro e Certificati di Credito del Tesoro (o altre tipologie di analoghi strumenti), oltre ai Buoni Ordinari del Tesoro che hanno scadenze entro i 12 mesi e che dovrebbero fronteggiare solo temporanei squilibri di tesoreria.

Oltre a ciò, il debito comprende anche le posizioni debitorie a vario titolo degli enti pubblici e degli enti locali, concesse da istituzioni creditizie nazionali o comunitarie.

I titoli pubblici sono posseduti per la maggior parte da privati residenti, che vi investono una quota del loro risparmio, e da banche italiane, per le quali rappresentano una forma di impiego alternativa ai prestiti alle imprese. Si può senz’altro dire che il debito dello Stato è controllato da privati o enti nazionali e questo è un elemento di relativa tranquillità per la sua gestione.

Le banche, a loro volta, possono utilizzare BTP e CCT come garanzia per ottenere prestiti dalla Banca Centrale Europea, la quale – a sua volta – può sottoscrivere direttamente, in generale sul mercato aperto e quasi mai all’emissione, questi titoli e mantenerli nel proprio portafoglio. Quando ciò succede, la BCE immette liquidità nel sistema e quindi aumenta la quantità di moneta in circolazione, favorendo la diminuzione dei tassi di interesse e, per questa via, dando impulso alla crescita dell’economia.

Fino a poco tempo fa – e, seppure in misura ridotta esiste ancora – era in corso un preciso programma della BCE di acquistare ogni mese quantitativi crescenti di titoli pubblici, proprio al fine di aumentare la liquidità e favorire la crescita. Questo programma era denominato quantitative easing, ovvero “facilitazione quantitativa” e ha caratterizzato negli ultimi anni in senso espansivo la politica monetaria nell’Eurozona, in analogia a quanto ha fatto la Federal Reserve negli Stati Uniti.

Naturalmente, quando le banche centrali vendono titoli di Stati detenuti in portafoglio o non rinnovano titoli giunti a scadenza e rimborsati, si verifica l’effetto opposto, ovvero la diminuzione della quantità di moneta e la restrizione monetaria, con tendenziale aumento dei tassi di interesse.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali possono essere le modalità per rimborsare parzialmente, o almeno ridurre l’entità, dell’ingente debito pubblico del nostro Paese.

 

 

 

Tassi e inflazione

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Concludiamo questa breve serie di articoli tornando a parlare di una vecchia conoscenza: l’inflazione, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog. Questa volta, proseguendo l’esame delle leve di intervento dei governi per incidere sull’economia, cerchiamo di capire il rapporto fra modifica dei tassi di interesse e controllo dell’inflazione.

Abbiamo detto più volte che in ambito europeo c’è un contrasto permanente fra la Germania, che ha come principale obiettivo la lotta all’inflazione e vorrebbe una politica monetaria rigorosa (ovvero tassi di interesse più alti) e i paesi mediterranei, in particolare l’Italia, che vorrebbero invece far crescere l’economia e spingono per avere tassi più contenuti. In tal modo si favorirebbero gli investimenti da parte del sistema produttivo e, per questa via, si aumenterebbe produzione e reddito.

Non è che i tedeschi siano cattivi (anche se molti lo pensano): forse sono solo troppo concentrati sui propri interessi e poco sensibili ai problemi degli altri, i cui sistemi non sono certo floridi e ricchi come quello germanico. Ma è vero anche che, se dovessimo tornare a livelli alti di inflazione come spesso abbiamo sperimentato in passato, sarebbe una brutta cosa per tutti. Alcuni hanno addirittura paragonato l’inflazione al cancro che divora i valori reali delle attività finanziarie e che si autoalimenta. All’estremo, ciò potrebbe portare alla disgregazione sociale, come successe proprio in Germania negli anni ‘30 quando il prezzo del pane aumentava dalla mattina alla sera di qualche milione di marchi, finché non arrivò Hitler con la deriva della follia nazista.

Ma se un livello troppo alto di inflazione è un pericolo per la tenuta dei nostri sistemi (e di sicuro rappresenta una forma di redistribuzione della ricchezza a danno di chi possiede attività finanziare e a favore di chi ha debiti), molti concordano oggi nel ritenere desiderabile e positivo un livello minimo – generalmente indicato nel 2% all’anno – che assicurerebbe un buon funzionamento e una crescita ordinata, rendendo disponibile i giusti livelli di liquidità e moneta che lubrificano correttamente l’economia.

Per questo le banche centrali tendono a gestire la quantità di moneta in modo da consentire un aumento fisiologico e controllato del livello dei prezzi che accompagni lo sviluppo del reddito.

Come si produce l’inflazione? Rispondere non è facile, e le possibili cause sono molte. Tipicamente però si riconducono a due categorie: inflazione da eccesso di liquidità e inflazione da costi.

 

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La prima si verifica quando c’è troppa moneta in circolazione rispetto ai beni acquistabili. Facciamo un esempio limite, che chiarirà il concetto. Supponiamo di essere in un sistema chiuso, che produce un solo tipo di bene, supponiamo il pane, e che ha raggiunto la massima capacità produttiva. In una situazione di equilibrio, supponiamo che si producano 1.000 chili di pane a 100 Euro al chilo e che la quantità di moneta nel nostro microcosmo sia 100.000 Euro. Se a un certo punto la quantità di moneta viene raddoppiata, avremo 200.000 Euro per comprare gli stessi 1.000 chili di pane: abbamo infatti ipotizzato che non sia possibile aumentare il livello di produzione. Gradualmente il prezzo del nostro pane si porterà a 200 Euro al chilo, perché chi detiene la moneta riverserà la sua domanda su quell’unico bene. Alla fine il prezzo (nominale) raddoppierà, ma il prezzo reale del pane sarà sempre lo stesso[2], perché sono sempre gli stessi 1.000 chili. Questa è inflazione da eccesso di liquidità: se mettiamo più mezzi di pagamento a disposizione dei consumatori, questi faranno crescere la domanda, ma si tratterà di una crescita “drogata” perché la produzione è sempre la stessa.

Nello stesso esempio, supponiamo che ci sia un solo produttore di pane e che il costo della sua materia prima aumenti del 10%. Potendo trasferire questo aumento di costo sul prezzo, anche il prezzo del pane aumenterà del 10%, e questa è inflazione da costi, come quella che si verificò negli anni Settanta in seguito al forte e generalizzato aumento del petrolio da parte dei paesi produttori.

Ci sono poi meccanismi che moltiplicano l’effetto dell’inflazione, come quello della scala mobile, che abbiamo sperimentato in Italia sempre negli anni Settanta, non a caso ricordati come gli anni della grande inflazione. Il meccanismo consisteva in una clausola di adeguamento automatico dei salari quando l’inflazione aumentava. Grazie alla forza delle organizzazioni sindacali, i lavoratori in quegli anni ottennero che i loro salari crescessero automaticamente di una certa percentuale (il 75%) dell’aumento rilevato dei prezzi al consumo. Se cioè si constata un aumento dei prezzi generalizzato del 10%, i salari crescono del 7,5%. Questo però determina un aumento dei costi di produzione, che in qualche misura vengono scaricati sui prezzi, e così il meccanismo si autoalimenta.

In conclusione, è vero che con una politica monetaria restrittiva, che tende a ridurre la quantità di moneta e quindi aumentare i tassi di interesse, la liquidità diminuisce e qundi anche la domanda diminuisce ostacolando l’inflazione; ma può anche succedere che le imprese riescano a trasferire sui prezzi di vendita questo che per loro rappresenta un fattore di costo e provochino in effetti un aumento dei prezzi, che è l’esatto contrario di quanto si voleva ottenere.

Come si vede, l’economia è una materia molto empirica e una scienza (ammesso che sia una scienza) non certo precisa: quello che succede lo si scopre solo a posteriori; molto spesso determinate azioni di politica economica producono effetti opposti a quelli desiderati.


[2] Si definisce nominale il valore corrente o prezzo di un beno, espresso nell’unità di moneta in circolazione, mentre reale è lo stesso valore depurato del tasso di inflazione. Se un bene costa 100 e l’inflazione è del 2%, l’anno dopo il suo prezzo nominale sarà 102 ma quello realòe sarà sempre 100 (102- 2% di 100).

La quercia del tasso

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Proseguiamo il ragionamento iniziato nell’articolo precedente sulle leve che un governo può manovrare per stimolare la crescita economica e lo sviluppo e, in particolare, soffermiamoci sulla politica monetaria.

Ritroviamo, come protagonista, quel grazioso animaletto di cui abbiamo spesso parlato nei nostri articoli: il tasso (di interesse). In effetti la leva di cui le banche centrali dispongono, ovvero la quantità di moneta da immettere o da drenare dal sistema, ha l’unico scopo di modificare i tassi sul mercato. In particolare si ritiene che quando i tassi diminuiscono viene stimolata la crescita, mentre quando aumentano la produzione si riduce e tiene invece sotto controllo l’inflazione.

I presupposti del ragionamento sono sostanzialmente due:

  • Quando i tassi diminuiscono, le imprese aumentano gli investimenti e quindi contribuiscono, per questa via, all’aumento del reddito;
  • Quando i tassi diminuiscono significa che c’è un eccesso di moneta e quindi – a parità di offerta – l’aumento della domanda (di cui al punto precedente) si scarica unicamente sui prezzi, generando inflazione.

 

La realtà è però spesso più complessa della teoria: il tasso è un animale molto dispettoso che si diverte a fare scherzi. Può quindi benissimo accadere che la quantità di moneta aumenti, che i tassi diminuiscano, ma che il reddito non cresca (la cosiddetta “trappola della liquidità”); così come può accadere che i tassi aumentino ma che parimenti cresca anche l’inflazione, proprio come successe negli anni Settanta quando tassi a doppia cifra provocavano aumenti di costi che venivano integralmente trasferiti sui prezzi di vendita.

A questo punto al lettore medio, non specialista di economia, comincerà a girare la testa e si insinuerà il dubbio che l’economia è la scienza dove è possibile tutto e il contrario di tutto. Gli siamo nel cuore e, obiettivamente, non possiamo negare che abbia ragione. Ma andiamo con ordine, e vediamo come stanno le cose.

Per prima cosa, cerchiamo di capire chi guadagna e chi perde quando i tassi aumentano o diminuiscono.

 

Quando i tassi aumentano:

  • si avvantaggiano coloro che possiedono attività finanziarie (titoli, depositi, quote di fondi comuni, polizze vita) a rendimento variabile, perché il loro patrimonio produce più interessi;
  • sono penalizzati coloro che possiedono attività finanziarie a tasso fisso (ad esempio BTP) perché le cedole che incassano diventano inferiori a quelle che si possono ottenere da nuovi investimenti: ciò significa che il prezzo dei titoli che hanno in portafoglio diminuisce, e così pure il valore del loro patrimonio finanziario;
  • le imprese sono disincentivate ad investire perché – a parità di resa dei nuovi investimenti – i prestiti bancari necessari per finanziarli costeranno più cari, e anche il costo del capitale richiesto dagli azionisti sarà più alto;
  • il PIL tendenzialmente diminuisce perché, per effetto di quanto detto al punto precedente, diminuirà la domanda per beni di investimento;
  • inoltre saranno più onerosi anche i crediti al consumo e alle famiglie, scoraggiando così gli acquisti di beni durevoli e quindi facendo contrarre anche questa componente della domanda;
  • se diminuisce la domanda complessiva, essendoci meno liquidità e moneta nel sistema, diminuiranno anche le tensioni sui prezzi e l’inflazione dovrebbe parimenti diminuire;
  • la valuta nazionale (nel nostro caso l’Euro) aumenterà di valore rispetto alle altre valute, perché gli investitori esteri saranno attratti dai maggiori rendimenti ottenibili e saranno portare ad aumentare gli investimenti nel paese;
  • d’altra parte, se diminuisce il reddito è molto probabile che diminuiscano anche le importazioni (poiché si ritiene che esse siano proporzionali al reddito stesso) e per questa via dovrebbe migliorare la bilancia commerciale con l’estero;
  • la pubblica amministrazione dovrà pagare maggiori interessi ai possessori di titoli del debito pubblico, e quindi il suo bilancio peggiorerà vedendo crescere le uscite;
  • le banche faranno pagare di più i prestiti concessi alle imprese, ma dovrebbero aumentare anche gli interessi corrisposti ai depositanti; in realtà, come è noto, le banche sono rapidissime ad aumentare i tassi per loro attivi e molto più lente a rivedere quelli passivi, per cui in genere l’effetto sui loro profitti è considerato positivo.

 

Ovviamente nel caso  di una diminuzione dei tassi le conseguenze saranno prevedibilmente contrarie e speculari a quelle sopra riportate.

Alcune delle dinamiche descritte sono pressoché automatiche (come la riduzione dei prezzi delle obbligazioni o l’aumento degli interessi sul debito pubblico), altre sono invece molto più incerte perché dipendono dalle decisioni dei soggetti che intervengono nel ciclo economico, che spesso non sono né prevedibili né razionali, e dalla situazione di partenza del sistema economico (piena occupazione o larga disoccupazione; completo utilizzo della capacità produttiva delle imprese; esistenza di meccanismi di scala mobile e così via).

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Per questo possono accadere fenomeni che in pratica neutralizzano gli efetti attesi. Il più noto è la “trappola della liquidità”, che si verifica quando le imprese, nonostante il calo dei tassi di interesse e la disponibilità delle banche a concedere prestiti, non aumentano la loro richiesta di credito bancario e non effettuano nuovi investimenti: come si dice in gergo “il cavallo non beve”. Questo spiega perché, oltre un certo limite, le riduzioni dei tassi non hanno alcun effetto sul reddito, come è accaduto ad esempio in Giappone nell’ultimo decennio, dove – nonostanti tassi che sono praticamente zero – il PIL non riesce ad aumentare.

Le imprese possono avere molti motivi per non voler investire, a prescindere dal basso costo di acquisizione delle risorse necessarie. Se reputano che non ci sia nuova domanda per i loro prodotti, se sono già in piena capacità produttiva e non giudicano conveniente aprire nuove linee di prodotto; se la tassazione è troppo alta o più semplicemente se non hanno abbastanza fiducia nel futuro. In effetti le aspettative giocano un ruolo fondamentale in tutte le dinamiche economiche e in tutti i comportamenti.

Anche per quanto riguarda l’inflazione, molto spesso non è possibile prevedere o determinare gli effetti che si possono verificare. Di questo parleremo nel prossimo articolo.

Rifacendoci quindi al noto scritto di Achille Campanile, se ci aspettiamo che il tasso vada a riposarsi sotto un folto e frondoso albero (quello sacro a Zeus), sarà grande la nostra sorpresa nel trovarlo invece ai piedi di un tronco secco e corroso.

 

Il migliore dei mondi possibili

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Si può discutere se, parafrasando il filosofo tedesco del XVIII secolo Gottfried Wilhelm von Leibniz, un sistema economico in crescita sia sempre e comunque “il migliore dei mondi possibili”. Oppure se il PIL (il prodotto interno lordo) sia sempre e comunque una misura del benessere, ricordando la nota affermazione di Robert Kennedy secondo la quale il PIL  “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Certo è comunque che quando il prodotto di una nazione cresce, anche la sua ricchezza aumenta; se c’è più produzione e più reddito, sicuramente aumentano le risorse a disposizione e il lavoro. Per questo il test più usato per valutare l’efficienza di un governo o il successo di un’amministrazione è proprio il PIL: se questo cresce da un anno all’altro, è opinione comune che quel governo abbia fatto un buon lavoro, se diminuisce che non abbia invece avuto successo.

Ad esempio, in tutti i giudizi sull’amministrazione Trump negli Stati Uniti viene riconosciuto che è stata artefice di una formidabile crescita dell’economia, una delle più prolungate e consistenti degli ultimi decenni. Poi magari si può discutere se sia un bene che l’America si sia progressivamente isolata, che abbia messo in discussione rapporti storici e consolidati come quelli con l’Europa, che abbia fermato il processo di distensione con la Cina e di apertura dei commerci internazionali, che abbia innalzato muri all’immigrazione, che abbia favorito il riemergere di tensioni interne e spinte conservatrici quando non reazionarie.

Ma non si può non riconoscere che la ricchezza complessiva sia aumentata e che la disoccupazione sia praticamente scomparsa. Naturalmente si tratta di indicatori statistici, per cui – accanto a categorie di produttori che hanno visto crescere i propri profitti – ci sono stati anche ampi settori che hanno subito le conseguenze delle scelte politiche dell’amministrazione Trump, come ad esempio i produttori di soia che hanno visto crollare i prezzi del loro prodotto perché si sono bloccati i flussi commerciali con la Cina, maggior importatore mondiale.

E’ interessante allora chiedersi quali sono state le leve che hanno permesso questo boom economico, e in generale cosa può fare un governo per stimolare l’economia.

La risposta è, allo stesso tempo, semplice da descrivere e difficile da attuare. Semplice da descrivere perché si tratta dei tradizionali strumenti di politica economica a cui un governo può ricorrere per far crescere il sistema, ovvero la politica fiscale e la politica monetaria.

Difficile da attuare, perché ogni misura che venga utilizzata, come ogni farmaco, ha una serie di controindicazioni ed effetti collaterali che possono renderla inefficace o, addirittura, renderla controproducente. Ed è per questo che, ad esempio, in Italia è estremamente complicato far crescere il sistema con le stesse modalità.

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I fattori di successo dell’amministrazione Trump sono sostanzialmente: una politica fiscale generosa, caratterizzata da consistenti riduzioni di tasse e forti investimenti pubblici e aumento di spesa statale; e una politica monetaria espansiva, con molta liquidità immessa nel sistema e tassi tenuti molto contenuti.

In estrema sintesi, il reddito è composto dalla domanda per beni di consumo, proveniente dalle famiglie, e da quella per beni di investimento, proveniente dalle imprese e dalla pubblica amministrazione. I consumi crescono se aumenta il reddito disponibile, e questo succede se si riducono le tasse; gli investimenti crescono se diminuiscono i tassi di interesse (perché diventa più conveniente finanziare l’innovazione o aumentare le scorte) e se c’è un programma di spesa pubblica che si traduce in maggiori risorse disponibili sul mercato.

In America tutte queste leve sono state attivate con successo, in Italia nessuna di esse può essere introdotta senza effetti negativi, a parte la politica monetaria che però viene stabilita dalla Banca Centrale Europea a Francoforte. E qui solo la presenza forte di un Presidente come Mario Draghi ha consentito di mantenere a lungo un’impostazione espansiva, nonostante la netta opposizione tedesca storicamente contraria al contenimento dei tassi di interesse. La Germania, che non ha problemi di crescita economica in quanto il suo sistema produttivo è strutturalmente forte, teme il risorgere di un’inflazione che i bassi tassi di interesse potrebbero favorire e che in passato ha destabilizzato la nazione: basti pensare alla Repubblica di Weimar e alla mostruosa inflazione che minò alle basi il sistema e spalancò la porta alla deriva nazista.

Il meccanismo della politica monetaria espansiva è quello, in sintesi, dell’aumento della liquidità attraverso l’immissione sul mercato di massicce quantità di moneta. Questa avviene attraverso l’acquisto di titoli da parte della banca centrale. Essendo così abbondante il denaro in mano agli operatori, estremizzando il concetto, i prezzi delle attività finanziarie tendono a salire, per la nota legge della domanda e dell’offerta. Se il prezzo delle obbligazioni aumenta, i tassi automaticamente diminuiscono.

 

Se, per semplicità, prendiamo in esame le obbligazioni a tasso fisso, un aumento del loro prezzo comporta infatti una corrispondente diminuzione del rendimento effettivo. Un Treasury bond a 10 anni da 100 $ che ha una cedola annuale di 2,5, è quotato 100 quando il tasso di interesse è del 2,5%. Ma se il suo prezzo sale a 105, restando la cedola sempre invariata a 2,5 $, il suo tasso di rendimento effettivo diventa il 2,38%.

Con l’enorme mole di acquisti fatti dalle banche centrali europea e americana, anche se ci fosse un tendenza di mercato a far aumentare i tassi, questa verrebbe contrastata ed i tassi non aumentano. E’ esattamente quello che è successo in dicembre quando la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha dichiarato che avrebbe fatto cessare il programma di politica monetaria espansiva (denominato Quantitative Easing, ovvero “facilitazione monetaria”) e i mercati sono crollati, obbligando la stessa Fed a correggere il tiro poche settimane dopo, annunciando in pratica: “scusate, ci siamo sbagliati” e rinviando al futuro il ridimensionamento dell’intervento.

Proseguiremo ad occuparci dell’argomento nei prossimi articoli.

Torniamo a parlare dei fondamentali

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Molto spesso parlando di finanza e investimenti, si usano concetti – come ad esempio azioni e obbligazioni – il cui significato e la cui portata si danno per scontati, come se tutti coloro che leggono o che ascoltano li conoscessero alla perfezione. Talvolta, diamo per scontato anche noi stessi di conoscerli bene ma magari non ci rendiamo conto di trascurare alcuni aspetti che invece possono risultare decisivi.

Seguendo il suggerimento di alcuni lettori, crediamo sia utile per tutti tornare quindi ai fondamentali, cercando di capire bene cosa significano i termini che usiamo e che implicazioni essi possono avere. L’idea è quella di fare una sorta di “dizionario”, magari non completo o “ultra tecnico”, ma certo rigoroso e utile, di rapida e agevole consultazione.

Iniziamo dai due termini sicuramente più usati in finanza: azioni e obbligazioni e tutti quelli ad essi connessi, in primo luogo mercato azionario e obbligazionario.

Investire delle somme significa rendere disponibili quelle somme per altri soggetti. In un sistema aperto, infatti, chi dispone di risorse finanziarie in eccesso rispetto al suo fabbisogno, ha la possibilità di prestarle o comunque metterle a disposizione di altri soggetti, in modo da ottenere una remunerazione che andrà ad aumentare il suo reddito.

D’altra parte, esistono soggetti che hanno necessità di somme di denaro superiori a quelle che possiedono e che hanno l’opportunità di impiegarle in attività produttive che (almeno in via teorica) possano rendere più di quanto costi acquisire il denaro a prestito. Questi soggetti sono tipicamente le imprese, il cui fabbisogno di risorse, per investire in macchinari o per acquistare merci e materie prime, eccede, all’inizio del ciclo produttivo, le disponibilità liquide. Una volta che il ciclo sia terminato e il prodotto sia stato venduto, le risorse acquisite dall’azienda potranno essere restituite agli investitori.

E’ evidente come, per il sistema, il circuito risparmio-investimento sia un fattore formidabile di crescita, rendendo possibile – se tutto va come previsto – a ciascun player (risparmiatore, impresa, Stato) di guadagnare: una classica situazione win-win. Il risparmiatore ha infatti la possibilità di aumentare il suo reddito tornando in possesso delle risorse quando ne avrà bisogno, l’impresa di fare investimenti la cui utilità futura consentirà di ripagare e rimborsare le somme che le sono state affidate, la Pubblica Amministrazione vedrà il reddito complessivo del paese crescere, e con esso le tasse e le imposte che andrà a incassare.

Se fosse sempre così, sarebbe una vera pacchia. Purtroppo però in molti casi l’imprenditore non riesce a portare a termine con profitto i propri progetti e può capitare che si trovi nell’impossibilità di rimborsare i prestiti e anche di non pagare gli interessi o remunerare il capitale. In tal caso, l’effetto è diametralmente opposto e quasi tutti perdono: l’impresa che fallisce e il risparmiatore che vede volatizzarsi il proprio denaro.

Il punto chiave è allora quello di individuare correttamente, da parte del risparmiatore, coloro che sono meritevoli di ricevere risorse. Su questo punto torneremo in seguito.

Gli strumenti attraverso i quali i privati risparmiatori possono mettere a disposizione delle imprese risorse finanziarie sono sostanzialmente due: azioni e obbligazioni. Si tratta di due strumenti molto diversi, con caratteristiche e mercati ben distinti.

Iniziamo dall’obbligazione. Si tratta né più e né meno di un prestito, con il quale chi acquista il titolo (il risparmiatore o investitore, detto anche sottoscrittore) mette a disposizione del beneficiario (il prestatario o debitore, detto anche emittente in quanto è il soggetto che emette il titolo) una certa somma che deve essere restituita, entro la data di scadenza, e sulla quale devono essere pagati gli interessi.

Le caratteristiche tecniche delle obbligazioni possono essere le più disparate. In generale esse prevedono che il capitale venga restituito integralmente alla data di scadenza e che a intervalli di tempo prestabilito vengano pagati gli interessi, anch’essi predeterminati (in caso di taso fisso) oppure determinabili (se a tasso variabile).

Il prestito si materializza quindi in un titolo di credito, che il sottoscrittore può tenere in portafoglio fino alla scadenza, incassando via via gli interessi, oppure anche vendere sul mercato prima della scadenza, come vedremo.

Una volta le obbligazioni erano delle bellissime pergamene, come banconote ma molto più grandi (se ne possono vedere negli archivi storici delle banche), in cui veniva riportato il nome e il logo dell’emittente e le caratteristiche del prestito. Ciascun titolo equivaleva a un certo valore nominale, ovvero valore facciale, del prestito. Ad esempio, se veniva emesso un prestito obbligazionario di dieci miliardi di lire (supponiamo a 5 anni, al tasso fisso del 5% pagabile in rate semestrali e rimborso in unica soluzione a scadenza), venivano stampate 10.000 cartelle da un milione l’una. Ogni cartella aveva attaccati (con linee tratteggiate) tanti tagliandini, le cosiddette cedole, quante erano le scadenze degli interessi: nel nostro caso quindi il titolo aveva dieci cedole da lire 25.000 l’una.

Chi sottoscriveva il prestito per un valore nominale di un milione, ad esempio, riceveva una cartella completa. Alle scadenze degli interessi si presentava in banca, o alla sede dell’emittente, staccava una cedola e incassava gli interessi. Dopo 5 anni riportava il titolo all’emittente e riceveva in rimborso il milione che aveva investito inizialmente.

 

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Durante la vita del prestito, il sottoscrittore poteva tenere il titolo in casa oppure in una cassetta di sicurezza in banca. Se il nostro risparmiatore del secolo scorso avesse però avuto bisogno del suo milione prima della scadenza, poteva chiedere all’emittente, o più spesso alla banca, di ricomprarglielo pagando una commissione. Generalmente, se si trattava di emittenti solidi e si era in periodi normali, questi soggetti facevano di tutto per accontentarlo, perché questo consentiva di collocare più facilmente i titoli.

Ci si accorse quindi che era conveniente per tutti creare un vero e proprio mercato delle obbligazioni, che è stato in effetti all’origine di quello odierno, in cui i titoli sono completamente dematerializzati e si trasferiscono online con un semplice clic del mouse.

Lo vedremo meglio nel prossimo articolo.