Green new deal? Il contributo di Marco Mancuso

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Continuiamo ad occuparci di ecologia, ambiente, sviluppo sostenibile, ma questa volta sotto il profilo delle opportunità industriali che si aprono, che – per quanto si è detto nei precedenti articoli – rischianmo di diventare delle vere e proprie “issues” per il futuro.

Il problema sarà allora non “se” l’onda verde si manifesterà ma “come”, “quando” e “in che misura”, e soprattutto se siamo pronti a cavalcarla o rischiamo invece di esserne travolti.

Ospitiamo con piacere il contributo di un giovane e brillante ingegnere energetico e nucleare, uno dei cervelli in fuga che società ben più attrezzate della nostra sono riuscite ad attrarre proprio per rispondere alle sfide epocali che ci attendono. Così il nostro paese, dopo aver investito risorse ingenti nella formazione e preparato ottimi professionisti, si ritroverà ancora più arretrato e fuori mercato.

Un punto di vista interessante di chi opera in prima linea, un’analisi pur necessariamente sintetica ma senz’altro pregnante e acuta, da non perdere.

Buona lettura, dunque!


 

 

Ragionando sulla nuova crociata dell’ambientalismo, questo articolo cerca di andare oltre al dibattito sui modi, i tempi o gli argomenti, cercando di analizzare un po’ più ad ampio spettro il tema, ricercando alcuni fatti tangibili e provando a commentare le ricadute macro e micro economiche.

Il dato di partenza, oggettivo ed inopinabile, è che il nuovo “ismo” del 21esimo secolo genera nuove opportunità di mercato e ne chiude di altre.

Che sia customer oriented o market oriented, che sia un “il mercato ha una mancanza ed io azienda la colmo” (Nissan, Ford, Chevrolet nei primi anni 2000), che sia un “il futuro è dell’auto elettrica ed io azienda ti dimostro di poter produrre un’ auto sportiva, appealing e orientata alle masse” (Tesla a cavallo del 2010) o che sia un “il cliente sa quello che vuole ed io azienda glielo propongo nel tentativo di riguadagnare i clienti disaffezionati” (tutti gli altri big Car Maker dal 2015 in poi), il mercato dell’ automotive è stato profondamente scosso dall’ambientalismo dell’ultimo ventennio e dal cosiddetto “Effetto Tesla”.

La sfida tra i costruttori di autoveicoli nei prossimi decenni sarà accaparrarsi una fetta del mercato del motore elettrico (e che ogni anno aumenta sempre di più). Le competenze richieste in questo settore oggi vertono principalmente su guida autonoma e assistenza alla guida, auto sempre connessa e suoi servizi, elettrificazione del veicolo e infrastruttura di approvvigionamento (terminali di ricarica a casa, colonnine di ricarica on the road): se avete queste conoscenze, fatevi avanti.

L’ambientalismo post Buco dell’ozono può anche essere visto come una moda, una cultura a cui appartenere, uno strumento di propaganda o una nuova linea promozionale: ecco quindi grandi catene commerciali della fast fashion (H&M, Zara) che fanno delle economie di scala e del prezzo basso il loro punto di forza, ritrovarsi a proporre nuove collezioni “sostenibili” ad un prezzo “meno basso” per i clienti più “conscious”.

Oppure la ri-ri-ri-nascita dell’usato o del riciclo, della vendita di seconda mano, dei mercatini delle pulci. Due facce della stessa medaglia che offrono nuove opportunità di business e meno cartoni da spostare durante il trasloco.

Anche i nuovi negozi Bio e gli alimenti a chilometro zero sono ascrivibili per analogia alla categoria: quello che non più di 70 anni fa era la normalità e che l’industria frigorifera e la globalizzazione hanno messi fuori mercato, oggi Carlo Petrini e l’eco-friendly hanno riportato in auge.

La prima Grünewelle (onda verde) nei primi anni 2000 ha visto un interesse globale con progressivo riempimento di tutte le lacune anche da parte di personale ri-qualificato. Quando i giovani neolaureati del periodo si sono affacciati per la prima volta al mondo del lavoro hanno visto (non solo a livello nazionale ma anche europeo) una polarizzazione di pochi stage non pagati/ poco pagati alternati a tante posizione di manager con esperienza pluriennale.

Nel mezzo il nulla o poco più.

Questa seconda onda verde del secondo decennio 2000 vede un nuovo tentativo sovra-nazionale di accordo sulle emissioni: siano queste nazioni sviluppate o altresì nazioni in via di sviluppo che non accettano briglie nella loro corsa, il tentativo rimane tale e si fracassa sui veti delle singole nazioni. A livello di singolo stato però, anche la risposta politica (orientata al o modellata dal cittadino) cerca di cavalcare il consenso e adattarsi al contesto industriale e produttivo.

I paesi scandinavi spingono per il bando ai motori tradizionali in una economia già da anni incentrata su energia rinnovabile e (termo-)valorizzazione del rifiuto, la Germania ha recentemente reso noto un accordo di governo che nel tentativo di proteggersi dalla recessione non si dimentica dei giovani del FridaysForFuture, persino negli Stati Uniti anti accordi di Parigi la nuova corrente a sinistra del partito dem prova a farsi aruspice di una nuova agenda green da trasformare in disegno di legge nel 2020.

Il resto d’Europa è forse ancora impegnata con i suoi fantasmi interni (Italia, Francia, Regno Unito, Polonia, Spagna) ma è possibile che nel prossimo ciclo di elezioni gli argomenti di una economia verde e la promessa di nuovi posti di lavoro divengano sempre più centrali.

Al momento sembra quasi che il sentimento ambientalista abbia attecchito più a livello locale e meno a livello globale, o quantomeno che sia più difficile trovare un accordo sull’argomento via via che le comunità di individui e l’architettura sociale si complica.

Tuttavia le iniziative dei singoli continuano a moltiplicarsi e le aziende cercano di partecipare alla festa per mangiare un pezzo di torta.

Il vento di un nuovo Green New Deal soffia ed il sistema economico risponde di conseguenza.

 

 

Marco Mancuso (*)

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(*) Marco Mancuso, 29 anni, vive a Monaco di Baviera con la fidanzata Elonora.
Nato a Palermo e laureatosi in Ingegneria Energetica e Nucleare tra Palermo e Torino, si è trasferito in Germania nel 2015 e lavora oggi nel settore automotive presso il gruppo Volkswagen.

Parla italiano, inglese, tedesco e spagnolo, ama viaggiare e  conoscere nuove culture ma non si dimentica mai della sua Sicilia.

Com’era bella la mia valle…

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Volendo ancora parlare di ambiente e di business, cerchiamo di evitare i riferimenti a Greta e alle manipolazioni ad effetto, più o meno interessate. Siccome tutto (o quasi) alla fine ha un connotato economico, è evidente che la rinnovata e diffusa sensibilità ecologica presenta conseguenze importanti anche da questo punto di vista, tanto che si parla molto – spesso troppo – di green economy.

Secondo la bibbia dei tempi di Internet, Wikipedia, si definisce economia verde (in inglese green economy), o più propriamente economia ecologica, un modello teorico di sviluppo economico che prende origine da un’analisi bioeconomica del sistema economico dove oltre ai benefici (aumento del Prodotto Interno Lordo) di un certo regime di produzione si prende in considerazione anche l’impatto ambientale cioè i potenziali danni ambientali prodotti dall’intero ciclo di trasformazione delle materie prime a partire dalla loro estrazione, passando per il loro trasporto e trasformazione in energia e prodotti finiti fino ai possibili danni ambientali che produce la loro definitiva eliminazione o smaltimento[1]

Si è spesso parlato, al proposito, di sviluppo sostenibile, ovvero di crescita economica che possa durare nel tempo, senza pregiudicare l’ambiente in cui viviamo ed esaurire le risorse che il nostro pianeta ci offre, ma che abbia la capacità di mantenere, e anzi migliorare, il nostro habitat, utilizzi fonti di energia rinnovabili e limiti al massimo l’inquinamento, in particolare le emissioni di anidride carbonica nell’aria, la famigerata CO2.

Questo elemento è un gas che si forma nei processi di combustione – derivanti dall’utilizzo di energia negli impianti industriali e nei mezzi di trasporto –  dall’unione del carbonio contenuto nei combustibili con 2 atomi di ossigeno presenti nell’aria. La produzione in grande quantità di anidride carbonica è nociva per l’ozono, cioè lo strato gassoso presente nell’atmosfera che protegge la terra dall’azione dei raggi ultravioletti provenienti dal sole, e contribuisce al surriscaldamento climatico oltre a rendere pessima la qualità dell’aria soprattutto dei grandi centri cittadini.

Una prima risposta, più immediata, a questo problema, è quella della drastica riduzione dell’attività produttiva, il regime che potremmo definire dell’andare a cavallo. Se si produce meno, se ci si sposta a piedi (o, appunto, a cavallo), se non si utilizza energia elettrica, certamente le emissioni si riducono. Alcuni ipotizzano, forse provocatoriamente, che si possa tornare indietro nel sentiero dello sviluppo, e quindi eliminare i mezzi inquinanti: riscaldamento, mezzi di trasporto, sistemi di produzione. E’ possibile rinunciare a tutto questo? Sicuramente no, anche se alcuni teorici della “decrescita” sicuramente dicono cose sensate. [2]

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Come ha affermato Serge Latouche[3], uno dei principali fautori di questa corrente di pensiero, la decrescita è innanzitutto uno slogan per indicare la necessità e l’urgenza di un “cambio di paradigma“, di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita basato sulla produzione esorbitante di merci e sul loro rapido consumo.

Secondo tale impostazione, si tratterebbe quindi di mettere in discussione le principali istituzioni socio-economiche, al fine di renderle compatibili con la sostenibilità ecologica, un rapporto armonico uomo-natura, la giustizia sociale e l’autogoverno dei territori, invertendo un tendenza che tenderebbe all’autodistruzione.

Ripensare a molte nostre abitudini, rivedere il modello di vita consumistico e i sistemi di produzione “energivori” è sicuramente un indirizzo utile e salutare. Ma rinunciare alle comodità, al benessere, al progresso scientifico, agli spostamenti non è pensabile.

L’altra strada è allora quella della green economy, modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dallo sviluppo e quindi dalla crescita del PIL, sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime. Questo modello offre sicuramente anche molte opportunità di business reale, e occasione di creare prospettive di lavoro interessanti nel cosiddetto settore dei green jobs.

La green economy ha infatti grande bisogno di personale esperto che pianifichi la strategia aziendale in tema di impatto ambientale. Pensiamo ad esempio alle competenze in:

  • risk management, utile alle valutazione dei potenziali rischi sulla sicurezza del territorio derivanti dall’operato dell’azienda;
  • installazione di materiali ecosostenibili, come sistemi di riscaldamento e molti altri strumenti al servizio di case e uffici;
  • installazione e manutenzione di impianti a basse emissioni di carbonio, con competenze in materia di energia intelligente.

Tra i profili dedicati allo studio e alla progettazione, le competenze maggiormente richieste in questo ambito sono:

  • ingegneria degli impianti (idrici, di riscaldamento, di ventilazione ecc.);
  • ricerca e sviluppo;
  • meccatronica (il mix di competenze informatiche, meccaniche ed elettroniche, fondamentali per progettare motori e impianti sostenibili).

Probabilmente quindi esiste una giusta via di mezzo tra il puro e semplice rimpianto di una società bucolica ormai impensabile e uno sviluppo senza freni che distrugge l’ambiente e ne esaurisce le risorse.

 

 


[1] Da https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_verde

[2] Il concetto di decrescita è alla base di una corrente di pensiero politico, economico e sociale favorevole alla riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura ovvero sviluppo sostenibile in termini di indici di sviluppo di fronte anche al rapporto sui limiti dello sviluppo, nonché di equità fra gli esseri umani stessi.

 

[3] Serge Latouche, Le pari de la décroissance, Paris, Fayard, 2006.

Riusciremo mai a ripagare il debito?

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Il debito pubblico del nostro paese, come abbiamo visto nei precedenti articoli, è di circa 2.386,2 miliari di Euro, equivalente a 93.000 € a famiglia: rappresenta circa il 135% del Prodotto Interno Lordo, ovvero del totale dei redditi prodotti in un anno nel paese.

Ciò significa che occorrerebbe il prodotto di un anno e tre mesi per ripagare il debito: come se una famiglia che incassa 50.000 € di stipendi in un anno, avesse un debito di 70.000 €, o un’azienda che fattura un milione all’anno avesse debiti per 1,34 milioni. Sono livelli che nessuno potrebbe sostenere, forse neanche nel breve o brevissimo periodo, ma certamente non nel medio. Allora perché lo Stato italiano va avanti da tempo in questa situazione? E soprattutto: riuscirà mai a liberarsi da questo enorme macigno?

Dei motivi storici della formazione del debito abbiamo parlato ripetutamente: attraverso i disavanzi di bilancio, che si sono susseguiti e stratificati nel tempo senza una strategia efficace di rimborso. I tioli del debito pubblico, nei quali è incorporata la maggior parte della posizione debitoria hanno generalmente una scadenza ben precisa, che va da 1 mese (BOT) a 10, 15 e più anni; esistono poi anche titoli cosiddetti perpetual, per i quali non è previsto il rimborso.

Naturalmente il Governo cerca di scaglionare in modo efficiente le scadenze in modo che i rimborsi possano essere ben gestiti, ma ogni mese vanno emessi nuovi titoli col cui ricavato in parte si estinguono quelli scaduti e in parte si fronteggiano i fabbisogni di cassa correnti.

Oltre a questo, c’è il peso degli interessi che – a un costo medio del 4% – incidono sui conti per circa 100 miliardi di Euro all’anno. Ogni punto di diminuzione dello spread vale circa 24 miliardi di interessi passivi risparmiati da parte dello Stato, ovvero l’importo del gigantesco aumento dell’IVA che si paventa quest’anno.

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Ma il vero problema è quello del rimborso. E’ evidente che il primo passo è quello di ridurre l’entità del debito, e invece abbiamo visto che continua a crescere. Per ridurlo occorre impostare (e poi realizzare) un piano di rientro, che si ponga un obiettivo realizzabile e individui le modalità per conseguirlo.

 

Il debito possiamo estinguerlo sostanzialmente in tre modi:

  • Vendendo le attività, ovvero il patrimonio di cui si dispone (come facevano i vecchi proprietari fondiari che per pagare le tasse o reperire risorse finanziarie cedevano poco a poco le proprietà fino ad azzerarle);
  • Attraverso gli avanzi finanziari che vengono destinati al rimborso;
  • In modo violento attraverso la svalutazione o la cancellazione del debito, oppure con elevata e persistente inflazione che riduce il valore reale delle attività e passività, realizzando una redistribuzione della ricchezza a danno dei creditori e a vantaggio dei debitori.

 

L’ultimo caso si verifica solo in casi straordinari e passa attraverso il fallimento dello Stato (come è capitato in Argentina alcuni anni orsono) oppure in seguito ad eventi storicamente devastanti, come in Germania durante la Repubblica di Weimar.

Il bilancio dello Stato italiano è strutturalmente in disavanzo, per cui anche la seconda opzione è in pratica impercorribile: per cui resta solo la prima.

Per uno Stato vendere le proprie attività significa in pratica privatizzare le imprese pubbliche e/o alienare gli immobili: sono entrambe modalità più volte tentate in passato, sempre con scarso successo.

La stagione delle privatizzazioni è stata quella degli anni ’90, quando vennero poste sul mercato le migliori e più redditizie imprese pubbliche: banche, aziende di comunicazione, società di gestione della rete elettrica, del gas e dell’acqua. Il processo, a posteriori, si è rivelato una vera cuccagna per chi ne ha saputo approfittare, riuscendo ad acquisire asset importanti e profittevoli quali Telecom, Autostrade, Borsa Italiana, Credito Italiano, BNL, le Casse di Risparmio e tanti altri.

Il processo di privatizzazione è in realtà molto complesso: si deve assicurare la trasparenza delle procedure e si deve ottenere il massimo valore possibile, cosa difficile quando il mercato è imperfetto e viziato da opacità. A maggior ragione quando si tratta di attività in qualche modo strategiche come l’elettricità o le comunicazioni, nelle quali lo Stato ha voluto mantenere quanto meno un potere di veto sulla gestione aziendale.

Nel caso dell’Enel, ad esempio, è stata mantenuta una quota (la cosiddetta golden share) che attribuisce poteri particolari al socio pubblico, ma che – rendendo non contendibile l’azienda – ne diminuisce il valore di mercato. Nel caso di Telecom, invece, è stata promossa e agevolata la costituzione di un gruppo di azionisti graditi (il cosiddetto “nocciolino duro”) che ne rilevassero il controllo di fatto: anche in questo caso il valore ottenibile con la vendita è inferiore a quello teorico.

Stessi problemi si sono presentati per la vendita di immobili. Spesso sono stati fatti tentativi di alienare immobili pubblici quali caserme, ospedali e edifici dismessi, aree e grandi contenitori urbani: tuttavia avendo sempre vincoli di destinazione molto stringenti, non è facile trovare acquirenti che possano mettere a reddito questi asset, motivo per cui le procedure sono andate spesso deserte.

Risulta quindi evidente che è molto difficile, se non impossibile, ridurre il debito pubblico, a meno di eventi straordinari non augurabili. Il massimo che si potrebbe ottenere è, in primo luogo, di avere almeno il pareggio del bilancio corrente, quindi evitare nuovi disavanzi correnti impedendo almeno una ulteriore crescita. Potrebbe poi essere impostato un piano di dismissioni di durata di almeno 4/5 anni che riuscisse a riportare il rapporto debito/PIL almeno al 100%, pur nella consapevolezza, per quanto abbiamo detto sopra, che si tratta di un processo lungo e difficile.

 

 

Il super debito dello Stato italiano

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Fra i parametri di finanza pubblica previsti dal Trattato di Maastricht del 1992, era compreso quello dell’indebitamento degli Stati membri, secondo il quale non deve essere superato il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL. Tale rapporto può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato.

Fra tutti i parametri, il rapporto debito/PIL è sicuramente il più disatteso, non solo dall’Italia ma anche da altri Stati (fra i più disallineati Francia, Olanda e Belgio), e proprio per questo è prevista una deroga così ampia da renderlo aggirabile con estrema facilità. Usando termini qualitativi e impalpabili quali “misura significativa” e “ritmo adeguato”, è evidente che viene lasciata alle autorità dell’Unione Europea la libertà di approvare anche situazioni decisamente fuori dai limiti. Del resto, rispetto a 27 anni fa quando venne sottoscritto il Trattato e i parametri entrarono in vigore, i mercati finanziari – grazie anche alle esperienze delle diverse crisi che si sono susseguite nel tempo – hanno progredito molto e i meccanismi di assorbimento sono sensibilmente migliorati, rendendo gestibili anche livelli di indebitamento più alti del passato.

Inoltre, e soprattutto, si sono intensificati i vincoli economici e istituzionali fra gli Stati a livello europeo e con l’introduzione dell’Euro è stato eliminato il fattore di rischio rappresentato dal cambio all’interno dell’UE.

In ogni caso, livelli di debito pari o superiori al prodotto lordo di un anno sono oggettivamente molto elevati e richiedono forte attenzione: la situazione diventa infatti critica quando, oltre all’alto indebitamento, sussiste anche un deficit significativo, sempre in rapporto al PIL, esattamente come nel caso dell’Italia. In tale ipotesi, finanziare il disavanzo significa far aumentare ancora il debito e questo – in presenza di un mercato stagnante – può creare difficoltà di collocamento dei titoli.

In Italia il debito complessivo della pubblica amministrazione era pari al 132,2% del PIL nel 2018, ed è stimato al 134,1% per l’anno in corso e al 135,5% per l’anno prossimo. Come si vede, quindi, non solo siamo ben oltre il 60%, ma neanche in riduzione e meno che mai in avvicinamento al 60%. In valore assoluto, il debito pubblico italiano a fine giugno ha raggiunto il livello record di 2.386,2 miliari di Euro, corrispondente a 93.000 € a famiglia. Un importo enorme, una cifra difficile da concepire e comprendere anche dal solo punto di vista numerico. Praticamente impossibile da rimborsare, almeno per qualche generazione, se non attraverso misure violente, quali la cancellazione e la svalutazione, che renderebbero però impossibile acquisire nuove risorse per pagare le spese, anche quelle correnti.

E’ la situazione che si è verificata qualche anno fa in Argentina e ha portato al fallimento dello stato attraverso la dichiarazione di insolvenza e che è stata sfiorata anche dalla Grecia, la quale ha però potuto evitare il crac grazie all’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, i quali hanno però preteso manovre economiche “lacrime e sangue”.

 

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Questo debito è rappresentato ed incorporato, per la maggior parte, nei titoli pubblici quali Buoni Poliennali del Tesoro e Certificati di Credito del Tesoro (o altre tipologie di analoghi strumenti), oltre ai Buoni Ordinari del Tesoro che hanno scadenze entro i 12 mesi e che dovrebbero fronteggiare solo temporanei squilibri di tesoreria.

Oltre a ciò, il debito comprende anche le posizioni debitorie a vario titolo degli enti pubblici e degli enti locali, concesse da istituzioni creditizie nazionali o comunitarie.

I titoli pubblici sono posseduti per la maggior parte da privati residenti, che vi investono una quota del loro risparmio, e da banche italiane, per le quali rappresentano una forma di impiego alternativa ai prestiti alle imprese. Si può senz’altro dire che il debito dello Stato è controllato da privati o enti nazionali e questo è un elemento di relativa tranquillità per la sua gestione.

Le banche, a loro volta, possono utilizzare BTP e CCT come garanzia per ottenere prestiti dalla Banca Centrale Europea, la quale – a sua volta – può sottoscrivere direttamente, in generale sul mercato aperto e quasi mai all’emissione, questi titoli e mantenerli nel proprio portafoglio. Quando ciò succede, la BCE immette liquidità nel sistema e quindi aumenta la quantità di moneta in circolazione, favorendo la diminuzione dei tassi di interesse e, per questa via, dando impulso alla crescita dell’economia.

Fino a poco tempo fa – e, seppure in misura ridotta esiste ancora – era in corso un preciso programma della BCE di acquistare ogni mese quantitativi crescenti di titoli pubblici, proprio al fine di aumentare la liquidità e favorire la crescita. Questo programma era denominato quantitative easing, ovvero “facilitazione quantitativa” e ha caratterizzato negli ultimi anni in senso espansivo la politica monetaria nell’Eurozona, in analogia a quanto ha fatto la Federal Reserve negli Stati Uniti.

Naturalmente, quando le banche centrali vendono titoli di Stati detenuti in portafoglio o non rinnovano titoli giunti a scadenza e rimborsati, si verifica l’effetto opposto, ovvero la diminuzione della quantità di moneta e la restrizione monetaria, con tendenziale aumento dei tassi di interesse.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali possono essere le modalità per rimborsare parzialmente, o almeno ridurre l’entità, dell’ingente debito pubblico del nostro Paese.

 

 

 

Conti e Bis-Conti

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Non è possibile prevedere se l’avvocato degli Italiani riuscirà nell’impresa di creare una nuova e finora inedita coalizione con il Partito Democratico, né tanto meno quale sarà l’assetto e il programma dell’esecutivo. Gli elementi di perplessità certo non mancano, a partire dalla capacità di tenuta di un accordo fra forze politiche apparse molto distanti, quasi inconciliabili sui temi più importanti e dalla figura stessa del premier, fino a ieri garante del governo del cambiamento, a forte trazione leghista: una volta si sarebbe detto, non senza diffidenza, “uomo per tutte le stagioni”.

Tuttavia si deve ritenere che, nell’interesse del paese ma anche per ragionevolezza istituzionale, sia giusto concedere alla nuova compagine la possibilità di provarci e di essere valutata sui fatti e non sulle intenzioni.

In primo luogo, a parte le boutade polemiche delle forze di opposizione, non è affatto vero che si tratti di un governo-truffa o illegittimo, perché da noi le elezioni legislative si fanno ogni 5 anni e se c’è una possibilità di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, è giusto e anzi doveroso che il Presidente della Repubblica la persegua con convinzione, come del resto hanno sempre fatto i Capi di Stato nella storia del nostro paese.

E’ probabilmente vero che, se si votasse oggi, il risultato sarebbe diverso da quello dello scorso anno, dopo la prova fallimentare dell’attuale governo. Ma questo accade sempre: dopo un anno, è difficile che nessuno cambi idea, sia fra gli elettori sia fra gli eletti, e se dovessimo ogni volta tornare alle urne, sarebbe un sondaggio permanente con la conseguente impossibilità di governare. Per questo la nostra Costituzione prevede meccanismi di tutela e salvaguardia della legislatura, perlopiù affidati al Presidente della Repubblica.

Né abbiamo un sistema in cui il Governo è eletto direttamente dai cittadini, i quali invece votano per i rappresentanti in Parlamento, che poi votano o meno la fiducia ai Governi proposti.

Quindi, ammesso (e non concesso) che Conte riesca a formare un nuovo esecutivo con il Partito Democratico, si tratterebbe di un Governo non solo formalmente ma anche sostanzialmente del tutto legittimo e con obiettivo di durata pari a fine legislatura.

In ogni caso, proviamo a individuare quali potrebbero essere i punti qualificanti di un Governo davvero nuovo, che sia il Conte bis, un’altra opzione che potrebbe uscire dal cilindro di Mattarella o quello conseguente a eventuali nuove elezioni. Alla fine, quello che conta sono le cose da fare e non le persone o gli schieramenti.

Del discorso di accettazione dell’incarico da parte di Giuseppe Conte, due aspetti sono particolarmente condivisibili: il primario richiamo all’istruzione e la riaffermazione del vincolo di appartenenza all’Unione Europea. Se a questi due temi aggiungiamo la necessità di promuovere un vasto e importante programma di investimenti pubblici, si delinea un programma di governo già impegnativo, concreto e positivo. Inutile spendere parole su concetti reboanti e di alto profilo ma difficilmente realizzabili nell’orizzonte temporale della legislatura, come siamo abituati a sentire in tutte le occasioni del passato.

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Parlare di equità fiscale, di riduzione delle tasse, di lotta all’evasione, di giustizia sociale e così via, può senz’altro incontrare favore e condivisione ma inevitabilmente espone al rischio di fallimento e all’impossibilità di valutare l’operato dell’esecutivo nell’arco di tre anni. Molto meglio un sano pragmatismo, pochi indirizzi strategici ma chiari e con steps intermedi misurabili e realizzabili nell’ambito dei vincoli di bilancio presenti.

Tre grandi temi: istruzione, Europa e investimenti pubblici. Declinazione di obiettivi qualitativi e quantitativi e dei tempi e modalità di conseguimento. Poche cose ma chiare e realizzabili, anziché la solita cortina fumogena su grandi questioni che richiederebbero un’affinità di ideali e una comunanza di vedute e background culturali che non esistono fra le forze in campo. Non esistono fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle come non esistevano fra quest’ultimo e la Lega di Salvini.

Sarebbe un ottimo Governo quello che riuscisse a fare qualche piccolo ma significativo passo avanti in materia di scuola, inegrazione europea e qualificazione della spesa pubblica, oltre alla gestione, oggettivamente problematica dei vincoli di bilancio, che rappresenta sicuramente il tavolo più impegnativo nell’agenda della prossima coalizione governativa, qualunque essa sia. Tre questioni che

darebbero impulso allo sviluppo del reddito, sarebbero ampiamente compatibili con le risorse a disposizione, andrebbero finalmente incontro alle generazioni future e consoliderebbero la nostra posizione nel contesto dell’Unione Europea, senza la quale non andiamo da nessuna parte.

Non dimentichiamo che dovranno essere reperiti almeno 30 miliardi di Euro con la manovra economica per il 2020, solo per rispettare gli impegni presi: 24 per evitare l’aumento dell’IVA, 3 per il fabbisogno corrente e altri 3 per bilanciare l’eccessivo ottimismo delle previsioni in materia di PIL e gettito fiscale fatte lo scorso anno, nonché i mancati introiti dalle privatizzazioni messe in bilancio ma non realizzate.

A meno che non si voglia (come sarebbe auspicabile) tornare indietro su almeno alcune delle misure populiste del precedente Governo, quali il reddito di cittadinanza – improbabile perché fortemente voluta proprio dal partito di maggioranza – quota 100 e flat tax, peraltro ancora solo abbozzate.

 

Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

Tassi e inflazione

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Concludiamo questa breve serie di articoli tornando a parlare di una vecchia conoscenza: l’inflazione, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog. Questa volta, proseguendo l’esame delle leve di intervento dei governi per incidere sull’economia, cerchiamo di capire il rapporto fra modifica dei tassi di interesse e controllo dell’inflazione.

Abbiamo detto più volte che in ambito europeo c’è un contrasto permanente fra la Germania, che ha come principale obiettivo la lotta all’inflazione e vorrebbe una politica monetaria rigorosa (ovvero tassi di interesse più alti) e i paesi mediterranei, in particolare l’Italia, che vorrebbero invece far crescere l’economia e spingono per avere tassi più contenuti. In tal modo si favorirebbero gli investimenti da parte del sistema produttivo e, per questa via, si aumenterebbe produzione e reddito.

Non è che i tedeschi siano cattivi (anche se molti lo pensano): forse sono solo troppo concentrati sui propri interessi e poco sensibili ai problemi degli altri, i cui sistemi non sono certo floridi e ricchi come quello germanico. Ma è vero anche che, se dovessimo tornare a livelli alti di inflazione come spesso abbiamo sperimentato in passato, sarebbe una brutta cosa per tutti. Alcuni hanno addirittura paragonato l’inflazione al cancro che divora i valori reali delle attività finanziarie e che si autoalimenta. All’estremo, ciò potrebbe portare alla disgregazione sociale, come successe proprio in Germania negli anni ‘30 quando il prezzo del pane aumentava dalla mattina alla sera di qualche milione di marchi, finché non arrivò Hitler con la deriva della follia nazista.

Ma se un livello troppo alto di inflazione è un pericolo per la tenuta dei nostri sistemi (e di sicuro rappresenta una forma di redistribuzione della ricchezza a danno di chi possiede attività finanziare e a favore di chi ha debiti), molti concordano oggi nel ritenere desiderabile e positivo un livello minimo – generalmente indicato nel 2% all’anno – che assicurerebbe un buon funzionamento e una crescita ordinata, rendendo disponibile i giusti livelli di liquidità e moneta che lubrificano correttamente l’economia.

Per questo le banche centrali tendono a gestire la quantità di moneta in modo da consentire un aumento fisiologico e controllato del livello dei prezzi che accompagni lo sviluppo del reddito.

Come si produce l’inflazione? Rispondere non è facile, e le possibili cause sono molte. Tipicamente però si riconducono a due categorie: inflazione da eccesso di liquidità e inflazione da costi.

 

Imperial Banknote Bank Note Currency Inflation

 

La prima si verifica quando c’è troppa moneta in circolazione rispetto ai beni acquistabili. Facciamo un esempio limite, che chiarirà il concetto. Supponiamo di essere in un sistema chiuso, che produce un solo tipo di bene, supponiamo il pane, e che ha raggiunto la massima capacità produttiva. In una situazione di equilibrio, supponiamo che si producano 1.000 chili di pane a 100 Euro al chilo e che la quantità di moneta nel nostro microcosmo sia 100.000 Euro. Se a un certo punto la quantità di moneta viene raddoppiata, avremo 200.000 Euro per comprare gli stessi 1.000 chili di pane: abbamo infatti ipotizzato che non sia possibile aumentare il livello di produzione. Gradualmente il prezzo del nostro pane si porterà a 200 Euro al chilo, perché chi detiene la moneta riverserà la sua domanda su quell’unico bene. Alla fine il prezzo (nominale) raddoppierà, ma il prezzo reale del pane sarà sempre lo stesso[2], perché sono sempre gli stessi 1.000 chili. Questa è inflazione da eccesso di liquidità: se mettiamo più mezzi di pagamento a disposizione dei consumatori, questi faranno crescere la domanda, ma si tratterà di una crescita “drogata” perché la produzione è sempre la stessa.

Nello stesso esempio, supponiamo che ci sia un solo produttore di pane e che il costo della sua materia prima aumenti del 10%. Potendo trasferire questo aumento di costo sul prezzo, anche il prezzo del pane aumenterà del 10%, e questa è inflazione da costi, come quella che si verificò negli anni Settanta in seguito al forte e generalizzato aumento del petrolio da parte dei paesi produttori.

Ci sono poi meccanismi che moltiplicano l’effetto dell’inflazione, come quello della scala mobile, che abbiamo sperimentato in Italia sempre negli anni Settanta, non a caso ricordati come gli anni della grande inflazione. Il meccanismo consisteva in una clausola di adeguamento automatico dei salari quando l’inflazione aumentava. Grazie alla forza delle organizzazioni sindacali, i lavoratori in quegli anni ottennero che i loro salari crescessero automaticamente di una certa percentuale (il 75%) dell’aumento rilevato dei prezzi al consumo. Se cioè si constata un aumento dei prezzi generalizzato del 10%, i salari crescono del 7,5%. Questo però determina un aumento dei costi di produzione, che in qualche misura vengono scaricati sui prezzi, e così il meccanismo si autoalimenta.

In conclusione, è vero che con una politica monetaria restrittiva, che tende a ridurre la quantità di moneta e quindi aumentare i tassi di interesse, la liquidità diminuisce e qundi anche la domanda diminuisce ostacolando l’inflazione; ma può anche succedere che le imprese riescano a trasferire sui prezzi di vendita questo che per loro rappresenta un fattore di costo e provochino in effetti un aumento dei prezzi, che è l’esatto contrario di quanto si voleva ottenere.

Come si vede, l’economia è una materia molto empirica e una scienza (ammesso che sia una scienza) non certo precisa: quello che succede lo si scopre solo a posteriori; molto spesso determinate azioni di politica economica producono effetti opposti a quelli desiderati.


[2] Si definisce nominale il valore corrente o prezzo di un beno, espresso nell’unità di moneta in circolazione, mentre reale è lo stesso valore depurato del tasso di inflazione. Se un bene costa 100 e l’inflazione è del 2%, l’anno dopo il suo prezzo nominale sarà 102 ma quello realòe sarà sempre 100 (102- 2% di 100).

La quercia del tasso

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Proseguiamo il ragionamento iniziato nell’articolo precedente sulle leve che un governo può manovrare per stimolare la crescita economica e lo sviluppo e, in particolare, soffermiamoci sulla politica monetaria.

Ritroviamo, come protagonista, quel grazioso animaletto di cui abbiamo spesso parlato nei nostri articoli: il tasso (di interesse). In effetti la leva di cui le banche centrali dispongono, ovvero la quantità di moneta da immettere o da drenare dal sistema, ha l’unico scopo di modificare i tassi sul mercato. In particolare si ritiene che quando i tassi diminuiscono viene stimolata la crescita, mentre quando aumentano la produzione si riduce e tiene invece sotto controllo l’inflazione.

I presupposti del ragionamento sono sostanzialmente due:

  • Quando i tassi diminuiscono, le imprese aumentano gli investimenti e quindi contribuiscono, per questa via, all’aumento del reddito;
  • Quando i tassi diminuiscono significa che c’è un eccesso di moneta e quindi – a parità di offerta – l’aumento della domanda (di cui al punto precedente) si scarica unicamente sui prezzi, generando inflazione.

 

La realtà è però spesso più complessa della teoria: il tasso è un animale molto dispettoso che si diverte a fare scherzi. Può quindi benissimo accadere che la quantità di moneta aumenti, che i tassi diminuiscano, ma che il reddito non cresca (la cosiddetta “trappola della liquidità”); così come può accadere che i tassi aumentino ma che parimenti cresca anche l’inflazione, proprio come successe negli anni Settanta quando tassi a doppia cifra provocavano aumenti di costi che venivano integralmente trasferiti sui prezzi di vendita.

A questo punto al lettore medio, non specialista di economia, comincerà a girare la testa e si insinuerà il dubbio che l’economia è la scienza dove è possibile tutto e il contrario di tutto. Gli siamo nel cuore e, obiettivamente, non possiamo negare che abbia ragione. Ma andiamo con ordine, e vediamo come stanno le cose.

Per prima cosa, cerchiamo di capire chi guadagna e chi perde quando i tassi aumentano o diminuiscono.

 

Quando i tassi aumentano:

  • si avvantaggiano coloro che possiedono attività finanziarie (titoli, depositi, quote di fondi comuni, polizze vita) a rendimento variabile, perché il loro patrimonio produce più interessi;
  • sono penalizzati coloro che possiedono attività finanziarie a tasso fisso (ad esempio BTP) perché le cedole che incassano diventano inferiori a quelle che si possono ottenere da nuovi investimenti: ciò significa che il prezzo dei titoli che hanno in portafoglio diminuisce, e così pure il valore del loro patrimonio finanziario;
  • le imprese sono disincentivate ad investire perché – a parità di resa dei nuovi investimenti – i prestiti bancari necessari per finanziarli costeranno più cari, e anche il costo del capitale richiesto dagli azionisti sarà più alto;
  • il PIL tendenzialmente diminuisce perché, per effetto di quanto detto al punto precedente, diminuirà la domanda per beni di investimento;
  • inoltre saranno più onerosi anche i crediti al consumo e alle famiglie, scoraggiando così gli acquisti di beni durevoli e quindi facendo contrarre anche questa componente della domanda;
  • se diminuisce la domanda complessiva, essendoci meno liquidità e moneta nel sistema, diminuiranno anche le tensioni sui prezzi e l’inflazione dovrebbe parimenti diminuire;
  • la valuta nazionale (nel nostro caso l’Euro) aumenterà di valore rispetto alle altre valute, perché gli investitori esteri saranno attratti dai maggiori rendimenti ottenibili e saranno portare ad aumentare gli investimenti nel paese;
  • d’altra parte, se diminuisce il reddito è molto probabile che diminuiscano anche le importazioni (poiché si ritiene che esse siano proporzionali al reddito stesso) e per questa via dovrebbe migliorare la bilancia commerciale con l’estero;
  • la pubblica amministrazione dovrà pagare maggiori interessi ai possessori di titoli del debito pubblico, e quindi il suo bilancio peggiorerà vedendo crescere le uscite;
  • le banche faranno pagare di più i prestiti concessi alle imprese, ma dovrebbero aumentare anche gli interessi corrisposti ai depositanti; in realtà, come è noto, le banche sono rapidissime ad aumentare i tassi per loro attivi e molto più lente a rivedere quelli passivi, per cui in genere l’effetto sui loro profitti è considerato positivo.

 

Ovviamente nel caso  di una diminuzione dei tassi le conseguenze saranno prevedibilmente contrarie e speculari a quelle sopra riportate.

Alcune delle dinamiche descritte sono pressoché automatiche (come la riduzione dei prezzi delle obbligazioni o l’aumento degli interessi sul debito pubblico), altre sono invece molto più incerte perché dipendono dalle decisioni dei soggetti che intervengono nel ciclo economico, che spesso non sono né prevedibili né razionali, e dalla situazione di partenza del sistema economico (piena occupazione o larga disoccupazione; completo utilizzo della capacità produttiva delle imprese; esistenza di meccanismi di scala mobile e così via).

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Per questo possono accadere fenomeni che in pratica neutralizzano gli efetti attesi. Il più noto è la “trappola della liquidità”, che si verifica quando le imprese, nonostante il calo dei tassi di interesse e la disponibilità delle banche a concedere prestiti, non aumentano la loro richiesta di credito bancario e non effettuano nuovi investimenti: come si dice in gergo “il cavallo non beve”. Questo spiega perché, oltre un certo limite, le riduzioni dei tassi non hanno alcun effetto sul reddito, come è accaduto ad esempio in Giappone nell’ultimo decennio, dove – nonostanti tassi che sono praticamente zero – il PIL non riesce ad aumentare.

Le imprese possono avere molti motivi per non voler investire, a prescindere dal basso costo di acquisizione delle risorse necessarie. Se reputano che non ci sia nuova domanda per i loro prodotti, se sono già in piena capacità produttiva e non giudicano conveniente aprire nuove linee di prodotto; se la tassazione è troppo alta o più semplicemente se non hanno abbastanza fiducia nel futuro. In effetti le aspettative giocano un ruolo fondamentale in tutte le dinamiche economiche e in tutti i comportamenti.

Anche per quanto riguarda l’inflazione, molto spesso non è possibile prevedere o determinare gli effetti che si possono verificare. Di questo parleremo nel prossimo articolo.

Rifacendoci quindi al noto scritto di Achille Campanile, se ci aspettiamo che il tasso vada a riposarsi sotto un folto e frondoso albero (quello sacro a Zeus), sarà grande la nostra sorpresa nel trovarlo invece ai piedi di un tronco secco e corroso.

 

Detrazioni, Deduzioni e Ritenute

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Nella nostra brevissima e largamente incompleta rassegna sulle imposte dirette, ci siamo soffermati esclusivamente sulle persone fisiche, tralasciando le imprese. Non perché queste siano meno importanti, tutt’altro. E’ solo che la tassazione sulle aziende di produzione di beni e servizi è notevolmente complessa, e richiederebbe un livello tecnico troppo specialistico.

Limitiamoci ad evidenziare le differenze dei due sistemi impositivi. La prima è quella della progressività, su cui ci siamo a lungo soffermati nell’articolo precedente. Mentre la tassazione sulle persone fisiche, e sugli enti non commerciali che a queste sono fiscalmente assimilati, è progressiva, quella sulle imprese è proporzionale. Limitandoci alla principale imposta diretta sulle imprese, l’IRES (imposta sul reddito delle società), l’aliquota è unica ed è del 27,5%.

Nel caso delle società, infatti, la progressività sarebbe inutile: basterebbe che ciascuna di esse suddividesse il proprio volume di affari in tante imprese, ognuna delle quali con un reddito pari all’aliquota minima.

Soprattutto, la differenza fra persone fisiche e imprese è nel sistema di tassazione: mentre queste ultime (gli enti commerciali, nella denominazione ufficiale) sono tassate sulla base del risultato di bilancio, le persone fisiche subiscono distinte imposizioni per ogni tipologia di reddito. Si avranno così redditi di terreni, di fabbricati, di lavoro dipendente, di capitale, diversi.

Le imprese determinano quindi l’utile come differenza fra ricavi e costi (quelli ovviamente considerati detraibili), e su tale differenza viene calcolata l’imposta. Al contrario, le persone fisiche possono dedurre dal reddito o detrarre direttamente dall’imposta solo alcuni tipi di spese, e in genere entro precisi limiti.

Le deduzioni fiscali riguardano particolari spese (come ad esempio le ritenute assistenziali e previdenziali, gli assegni periodici al coniuge separato o divorziato; i contributi per la pensione complementare; le erogazioni liberali in favore di università o fondazioni universitarie), che si possono sottrarre dal reddito per ottenere l’imponibile, ovvero la base su cui calcolare l’imposta. Le detrazioni sono invece costi sostenuti (interessi sul mutuo per l’abitazione di residenza; contributi alle ONLUS; acquisto di farmaci o spese mediche) che possono essere portati, fino a una certa percentuale, in diminuzione dell’imposta dovuta.

Al di là del linguaggio, piuttosto astruso e di difficile comprensione, un facile esempio aiuterà a capire le differenze. Prendiamo in esame un individuo che abbia un reddito di 10.000 € e aliquota del 23%. Se ha pagato 5.000 €, ad esempio, di assegno di mantenimento al coniuge separato, potrà dedurre dal reddito l’intero importo e pagherà un’imposta di € 1.150, con un identico risparmio fiscale. Se invece avesse speso lo stesso importo in farmaci o spese mediche, potrebbe detrarre dall’imposta solo € 925[1], e pagare € 1.375.

Una situazione paradossale si verificherebbe se il nostro ipotetico contribuente avesse speso tutti i 10.000 € del suo reddito in spese mediche. Rispetto all’imposta teorica di € 2.300, il nostro sfortunato eroe potrebbe detrarre solo 1.875, dovendo così pagare 425 €, che non saranno molte ma di cui, nella fattispecie, non dispone, dovendo indebitarsi. Se invece avesse speso tutti i 10.000 € in una spesa deducibile, non avrebbe dovuto pagare alcunché.

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Altra particolarità del nostro sistema, anche questa piuttosto originale rispetto agli altri paesi, è quella delle ritenute a titolo di acconto e degli acconti di imposte. L’obiettivo è quello di far coincidere il momento della percezione del reddito con quello del pagamento delle imposte. In effetti, la logica sarebbe un po’ diversa: PRIMA accerto il reddito e l’imposta che devo pagare, considerando anche le varie detrazioni e le eventuali modifiche della situazione fiscale, e solo DOPO pago quello che devo pagare.

Come si vede, anche in questo caso la norma è penalizzante per il contribuente. Come è noto, infatti, i lavoratori dipendenti ricevono lo stipendio già al netto della ritenuta d’acconto, che il datore di lavoro versa direttamente all’erario sulla base dell’aliquota che avrebbe se guadagnasse tutti i mesi quella cifra.

Semplificando molto, poniamo il caso che il nostro lavoratore guadagni 2.000 € lorde al mese: l’erario, presumendo che guadagni 24.000 €, dispone che debba pagare un’imposta di € 5.970, ovvero 497,5 al mese. Il datore di lavoro verserà perciò € 1.502,5 € netti. Alla fine dell’anno fiscale, idealmente, in sede dichiarazione dei redditi, il nostro eroe andrà da un lato a calcolare l’imposta dovuta e dall’altro a sommare tutte le ritenute subite, pagando a conguaglio la differenza o facendo emegere un credito. Tutto bene se le cose non cambiano, ma se ad esempio il nostro venisse licenziato dopo la busta paga di febbraio, ben difficilmente rivedrà i quasi 1.000 € che gli sono stati trattenuti.

In questo sistema c’è una componente finanziaria, rappresentata dal vantaggio dell’erario che può riscuotere prima le imposte e gestire i fondi con un consistente anticipo (che può arrivare anche ad un anno solare), ma c’è anche una componente di sostanziale sfiducia dello Stato nei confronti dei contribuenti. Delle serie: preferisco incassare prima ancora che tu riscuota, così sono sicuro che non te ne dimentichi o non evadi. Così molti preferiscono, da pensionati, trasferirsi ad esempio in Portogallo, dove – oltre a pagare un’aliquota più bassa – si riceve la pensione al lordo e poi, a tempo debito, si pagano le imposte.

Bisogna riconoscere che negli ultimi anni molti passi avanti sono stati fatti dal legislatore per ridurre i disagi e le ingiustizie subite dai contribuenti, anche se si tratta di miglioramenti di procedure a saldo zero, ovvero senza nessuno svantaggio economico per il fisco. D’altra parte, la necessità di reperire risorse sempre maggiori rende molto difficile, come si diceva all’inizio di questa mini-serie, ridurre il carico tributario che grava sulle spalle dei cittadini, nonostante le promesse dei politici.

 


[1] La detrazione di imposta per farmaci e spese mediche è consentita per il 19% dell’importo eccedente la franchigia di € 129,11.

Puntare, mirare, fuoco!

Ok The Work Target Game Summit Shot Objective

 

Una volta definita la short list dei titoli nel mirino con le indicazioni che abbiamo dato nel precedente articolo, basta concentrarsi su quelli prescelti, seguendone l’andamento. Rispetto ai valori correnti, per ogni titolo occorre dunque individuare il livello minimo di profitto che ci proponiamo (nel nostro caso, avevamo detto il 5%) e la perdita massima che siamo disposti ad accettare, calcolando i relativi prezzi di uscita nei due casi.

I concetti di take profit (TP) e stop loss (SL) sono molto importanti in finanza: per ogni investimento bisogna aver presente il livello al quale, secondo la nostra strategia, si deve vendere o perché si è conseguito l’utile che ci eravamo proposti o, al contrario, perché siamo arrivati alla massima perdita sostenibile. Nel primo caso, favorevole, anche se la quotazione sta crescendo e ci piacerebbe arrotondare il guadagno, può infatti succedere che una brusca inversione di tendenza faccia scivolare il prezzo sotto quel livello, vanificando la possibilità di guadagno. Nel secondo caso, negativo, quando un titolo inizia a scendere, è molto pericoloso tenerlo oltre il livello di SL sperando in un recupero, perché potrebbe crollare ancora (e in genere succede), amplificando la perdita.

Per evitare brutte sorprese, è indispensabile agire con prudenza e praticare una costante autodisciplina.

Supponiamo, ad esempio, di aver inserito nella nostra lista il titolo ENI, blue chip del settore energetico nazionale, peraltro un titolo di grande solidità e valore, e che la sua quotazione corrente sia 14,5. Il nostro pacchetto obiettivo (avevamo stabilito singoli investimenti nell’ordine di € 20,000) sarà quindi di 1350 azioni, il TP intorno a 15,25, con un guadagno lordo di € 1.012,5 e, se consideriamo accettabile una perdita massima di € 1,500, lo SL sarà intorno a 13,4.

Ciò significa che se entriamo oggi a 14,5, la nostra strategia ci indica di uscire in utile a 15,25 oppure in perdita a 13,4. Se nel corso dell’investimento il titolo staccasse un dividendo di 1 € per azione, naturalmente i due livelli si modificherebbero rispettivamente in 14,25 (quando viene pagato il dividendo, il prezzo del titolo in genere scende) e 12,4, rendendo tutto più semplice. Stessa cosa se riuscissimo ad entrare, grazie ad un buon timing di ingresso, a un livello inferiore a quello corrente.

Se andiamo a vedere gli indici di borsa sul titolo ENI, troviamo P/E a 12,68 e P/BV a 1,03, livelli che in prima approssimazione possiamo considerare accettabili per entrare. Se guadiamo i grafici a 3 e 6 mesi, vediamo che la performance è stata rispettivamente di – 2,9% e – 4,8%; che negli ultimi due mesi il titolo ha subito una discreta flessione e che nell’ultimo anno il valore minimo è stato 13,4 e il massimo oltre 16. Sono tutti elementi favorevoli per un possibile ingresso. Un esame un po’ più approfondito dovrebbe comprendere anche la valutazione dei target price ovvero dei prezzi “equi” secondo il parere degli analisti, ma questo ricede l’accesso a informazioni non immediatamente reperibili, salvo sottoscrivere abbonamenti a qualche società di informazione (tipo Bloomberg o Reuters) o appoggiarsi a un consulente.

Una volta verificato che siamo in “zona acquisto”, non resta che attendere il momento giusto. Con un po’ di pazienza, dovremmo aspettare una flessione temporanea del pezzo, in modo da guadagnare almeno qualche altro decimale nell’entry point, ovvero nel prezzo di acquisto.

Se tutte le condizioni di cui sopra sono verificate, faremo un investimento ben calibrato e ponderato, coerente con la nostra strategia e con gli elementi di giudizio disponibili in quel momento; se le nostre valutazioni sono corrette, molto probabilmente riusciremo a portare a casa il profitto che volevamo. Se invece le cose dovessero mettersi male, dobbiamo essere pronti a vendere quando il prezzo dovesse raggiungere il livello di SL.

Per seguire in modo efficace tutti i nostri investimenti, è necessario tenere a portata di mano tutte le informazioni raccolte in fase di analisi, per confrontarle con la performance effettiva. A questo punto un buon foglio elettronico (spreadsheet) è pressoché indispensabile: il programma più utilizzato è in genere Excel, facile da usare e di grande versatilità.

Il nostro consiglio è di costruirne uno calibrato sulle proprie esigenze. Ad esempio, per un portafoglio medio con 7/8 categorie di strumenti finanziari e più rapporti bancari, potremmo fare tanti fogli quanti sono i dossier, e in ciascun foglio i singoli titoli raggruppati per asset class. In un foglio iniziale “desktop” potrebbero poi essere riepilogati sia i saldi delle banche che quelli delle categorie di titoli, così da avere sott’occhio, ad ogni aggiornamento, il valore di mercato complessivo e la plusvalenza o minusvalenza rispetto al costo d’acquisto.

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Per ogni titolo dovrebbe essere riportato il costo, il valore di mercato e la conseguente plus/minusvalenza, nonché i livelli di take profit e stop loss inizialmente definiti.

Un’utile implementazione potrebbe essere quella di riportare nel desktop anche l’asset allocation strategica e il conseguente scostamento rispetto a quella effettiva.

In sintesi, il nostro file di Excel “patrimonio finanziario” dovrebbe avere i seguenti fogli:

DESKTOP, BANCA X, BANCA Y, BANCA Z, etc.

In ogni foglio, i titoli dovrebbero essere riportati con tutte le informazioni specifiche raccolte:

CODICE ISIN, DENOMINAZIONE, QUANTITÀ, PREZZO DI CARICO, VALUTA DI ACQUISTO, CONTROVALORE DI ACQUISTO, PREZZO DI MERCATO, PLUS/MINUSVALENZA, TAKE PROFIT, STOP LOSS, CATEGORIA.

In quest’ultima cella, quella delle asset class, dovrebbe essere indicato il numero corrispondente, come ad esempio:

 

  • Liquidità
  • Azioni Italia
  • Azioni Estero
  • Obbligazioni Italia 1-3 anni
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso variabile
  • Obbligazioni Estero 1-3 anni
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso variabile
  • Polizze vita …

e così via.

Con uno strumento del genere, da aggiornare ogni due o tre giorni, o al massimo ogni settimana attraverso i valori che ogni banca rende consultabili online sulle proprie piattaforme di home banking, avremo la possibilità di valutare come sta andando il portafoglio e, in caso, prendere per tempo le necessarie contromisure evitando brutte sorprese. Se riusciamo a mantenere una disciplina costante e ci atteniamo alla nostra asset allocation, potremo sempre limitare le eventuali perdite all’entità che avevamo considerato sostenibile e, salvo andamenti imprevisti del mercato, riusciremo a realizzare i nostri obiettivi di rendimento.