Sull’orlo del baratro: la fragilità antica del real estate in Italia

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Prosegue nel blog la miniserie dedicata al mondo post-coronavirus: che tipo di società sarà quella che emerge dalle macerie della pandemia? Abbiamo cercato di immaginare, anche con il contributo di professionisti ed esperti dei diversi settori di attività, quali cambiamenti strutturali comporterà lo tsunami del virus, che conseguenze dovremo affrontare e come ne verrà modificata la nostra vita.

Abbiamo iniziato parlando delle determinanti e degli effetti demografici, poi abbiamo visto cosa c’è da aspettarsi in ambito economico e finanziario. Oggi ci occupiamo, con l’aiuto di Pietro Mele, di un settore strategico in ogni società evoluta: quello immobiliare, delle costruzioni, dell’”hardware sociale”.

Se è vero che ogni crisi parte dall’immobiliare e che ogni ripresa inizia da lì, è del tutto evidente come il real estate sia insieme termometro, evidenza e propulsore dei cicli economici. Pietro ci dice che ci troviamo sul ciglio di un burrone, in cui non il virus ma le scelte di politica economica e sociale e la fragilità endemica del sistema ci hanno portati. Sta a noi trasformare la crisi in opportunità oppure decidere di finire nel baratro.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

In periodo di Covid-19, con previsione di crollo del P.I.L nazionale del 9,5% su base annua, appare abbastanza semplice pronosticare un futuro molto difficoltoso se non drammatico per il settore immobiliare.

Innanzitutto, però, occorre sezionare il concetto, in quanto nella definizione generale di settore immobiliare si includono vari sottoinsiemi che potremmo identificare nelle seguenti macro-aree (diverse tra loro ma accomunate da stesse problematiche): il mercato della compravendita immobiliare, il settore dell’edilizia (cioè delle costruzioni e degli appalti privati e pubblici) e gli investimenti nelle iniziative immobiliari (cioè lo sviluppo immobiliare).

Tra tutti questi elementi di un unico sistema vi è un fattore in comune: la crisi.

Può essere utile affrontare il tema tramite un concetto preso in prestito dall’ingegneria strutturale.

Si definisce “fragile” un sistema strutturale (composto da vari elementi portanti tra loro connessi) il cui punto di rottura (di crisi) è molto vicino al limite della sua elasticità (cioè la capacità di ritornare nell’originaria configurazione dopo lo sforzo).

Si definisce invece “duttile” un sistema strutturale che quando è sottoposto a uno sforzo è capace di deformarsi a lungo prima di rompersi (la crisi del sistema): in pratica “si adatta” allo sforzo.

Il nostro sistema immobiliare appare oggi di tipo fragile, vista la difficoltà di adattarsi alle condizioni al contorno, oggi negative, che ne determinano una difficile esistenza.

Tali condizioni sono principalmente riconducibili alla ridottissima capacità di spesa (incidente sul mercato immobiliare), alle difficoltà di erogazione bancaria (incidente sul mercato e sull’edilizia), alla fuga di investimenti, soprattutto esteri, strutturati (incidente sullo sviluppo immobiliare).

Non si può certo affermare che la fragilità del nostro sistema immobiliare dipenda solo dal coronavirus, quanto piuttosto che abbia origini ad esso precedenti.

In sintesi potremmo elencare: l’enorme ed ingiustificata tassazione, la relativa e scarsa valorizzazione del patrimonio ad esclusivo favore della rendita dello stesso (non ha un valore intrinseco, ma vale come fattore moltiplicativo della resa economica), le difficoltà burocratiche dissuasive per tutti gli  investitori (soprattutto se stranieri), le politiche urbanistiche ( con abuso di frasi-spot ostative: consumo del suolo, cementificazione…), il non incremento demografico e il bisogno di liquidare patrimoni (che comportano la forte riduzione del rapporto richiesta/offerta).

Difficile pensare che il sistema immobiliare così aggredito da ogni componente esterna e privo di ogni congiuntura che gli sia favorevole non possa essere divenuto fortemente fragile, al di là delle resistenze  peculiari che gli sono proprie, date da: la durabilità delle nostra costruzioni (e pertanto la conservazione del valore), il mito della casa di proprietà, la tendenza consolidata a rendere patrimonio immobiliare la gestione del risparmio familiare, la necessità crescente di servizi di una società civile che si sviluppa.

La fragilità è data dal fatto che il settore vive in condizioni “critiche”, date dalla crisi e prossimo quindi alla propria crisi. Vi è anche da considerare, infine, quella parte del settore immobiliare che è componente funzionale dell’attività di un’azienda e che ne costituisce il patrimonio.

Ogni crisi fa generare buoni affari a chi possiede liquidità in eccedenza; risultano facilmente individuabili due grandi e divergenti provenienze: i fondi e il riciclaggio.

L’albergo privo di clienti sarà costretto a dismettere: da quale direzione arriverà l’offerta?

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Ecco che il real estate diventa tema non più e non solo dell’economia (di cui è pilastro portante) ma della politica e del sociale, peraltro anche deficit di servizi e di spazi di aggregazione dei quartieri periferici che contribuisce a generare criminalità e disagio sociale. Come può quindi il sistema uscire dalle condizione di fragilità, dalla posizione di equilibrio ormai instabile in cui si trova (in bilico sull’orlo del baratro)?

E’ da tenere conto che una politica di investimenti nel settore da parte del Governo avrebbe la lungimiranza di impensati ritorni economici sull’intero sistema-paese per l’indotto di cui è traino, oltre che in termini di benefici sociali, culturali, occupazionali quindi…..esistenziali.

E probabilmente un ipotetico “business plan globale” di un nuovo corso sostenuto da una politica di sinergia tra pubblico (decisioni governative) e privato (supporto dai grandi contenitori del capitale) darebbe evidente  dimostrazione della sostanziale inversione di tendenza dell’intero settore.

La detassazione sul patrimonio edilizio, una nuova visione urbanistica di gestione del territorio, un obbligato sveltimento burocratico fortemente necessario; una politica di incentivazione alla riqualificazione delle periferie, al recupero dei grandi contenitori vuoti del centri storici e a quello dei borghi abbandonati (peraltro in Italia di grande pregio) e all’edilizia necessaria per attività produttive in ambito rurale; il tutto, sostenuto da un nuovo e diverso rapporto verso il credito bancario, darebbe al sistema quella duttilità necessaria per potersi adattare a quei fenomeni  macro-economici a cui ci sottopone la globalizzazione di oggi, effetti da Covid-19 compresi.

Alla fine il destino di una comunità, anche in un suo elevato grado di complessità, è sempre determinato dalle scelte dei governanti: altrimenti non si spiega il motivo per cui in territori dotati di enormi ricchezze naturali vivano popolazioni nell’indigenza e in altri meno dotati prosperino civiltà evolute. E ciò vale nei periodi ordinari come in quelli dell’emergenza.

Sulla base di  tali principi si gioca la grande sfida sul futuro di un vecchio continente post Covid, di cui il settore immobiliare fa parte; tutto dipende dal saper determinare il proprio progresso tramite la possibilità di conciliare una logica vocazione “progressista” con la necessità di liberarsi una illogica mentalità conservatrice stringente sugli interventi sul territorio, fatto che contribuirebbe in maniera determinante alla salvezza dell’intero settore.

L’idealizzazione del passato, anche a livello estetico, non può essere scusante ed ostacolo alla legittimazione di un processo di cambiamento legislativo che risponda a precise esigenze di sviluppo economico e sociale e alle necessità dettate dall’emergenza. E solo la capacità di interpretare la criticità  del particolare momento storico che stiamo vivendo sarà risolutiva per allontanarsi dall’orlo del baratro.

 

Alla fine è sempre un problema di illuminazione politica…..

Pietro Mele

 

 


 

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(*) Pietro Mele, 62 anni, ingegnere libero professionista.

Grande promessa del basket senese degli anni 80, si è laureato a Firenze in Ingegneria Civile con specializzazione in Ingegneria Sismica nel 1986. E’ iscritto all’Ordine degli Ingegneri di Siena e all’Ordine degli Ingegneri di Riga (Lettonia).

Nel febbraio 2009 ha fondato la società di ingegneria Studio Strutture srl, con sede nel centro storico di Siena, che si occupa di ingegneria strutturale e architettonica, oltre che svolgere attività di advisory e di project management di operazioni di sviluppo immobiliare, con  esperienze professionali inerenti  la progettazione di numerose opere di livello nazionale e di respiro internazionale.

Attualmente particolare interesse è rivolto all’impiantistica sportiva, e ai correlati sviluppi immobiliari consentiti dalla speciale normativa vigente in proposito. Partecipa attivamente alle realtà senesi di basket e calcio, nel solco della sua passione per lo sport.

 

 

Economia di Guerra

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Proseguiamo l’esame del mondo che verrà dopo la fase acuta della pandemia. Abbiamo esaminato gli aspetti demografici, nelle prossime settimane parleremo delle conseguenze, più o meno strutturali, in altri settori di attività. Ci soffermeremo sul real estate, ovvero l’immobiliare, le costruzioni e tutto quello che vi ruota incontro e sulla comunicazione, i media e la pubblicistica. In entrambi i casi ospiteremo contributi di professionisti esperti dei relativi settori.

Oggi però parliamo di quello che conosciamo meglio: l’economia, la finanza, il lavoro. Ne abbiamo già accennato nei primi momenti dell’esplosione del virus, limitandoci a un orizzonte temporale di breve periodo, nell’ottica di un investitore.

E’ vero che, come diceva Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, ma mai come in questo caso si può affermare a ragione che dopo niente sarà più come prima. Esattamente come in tempo di guerra, quando non a caso si entrava nel tunnel dell’economia bellica che avrebbe tenuto il palcoscenico per diversi anni a venire.

E’ stato detto che il virus è addirittura peggio della guerra, perché il nemico non si vede e ti può arrivare addosso da qualunque parte, trasmesso da amici, parenti e conviventi, portandoci a nutrire diffidenza verso chiunque ci circondi.

Nell’economia di guerra, le produzioni nazionali vengono in massima parte riconvertite per soddisfare le esigenze militari e quindi orientate alla siderurgia, alle armi, alla chimica, ma anche alla logistica e ai trasporti. Al posto delle armi ci sono ora i dispositivi farmaceutici, sanitari, le biotecnologie, la ricerca. Molte fabbriche tessili si sono convertite a produrre mascherine e camici sterili; aziende meccaniche si dedicano a produrre respiratori e così via.

Interi comparti sono spazzati via e, in particolare, tutti quelli legati al divertimento, allo spettacolo, al turismo, esattamente come in guerra. Naturalmente, via via che la situazione si normalizza, si cercherà di tornare alle vecchie abitudini, anche se adottando le misure di sicurezza e le cautele del caso. Solo che talvolta le nuove disposizioni renderanno pressoché impossibile o non economico tornare al business ante-virus e, comunque, i margini di profitto, quando ancora si potrà parlare di profitto, ne risulteranno drasticamente compressi.

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Un ristorante che ha il suo break-even (ovvero il punto di equilibrio economico, quello in cui i ricavi pareggiano i costi) a 100 coperti al giorno e che è costretto a distanziare i tavoli e creare spazi aggiuntivi, probabilmente potrà fare non più di 70/80 coperti e, inoltre, dovrà assumere personale di custodia per smistare i clienti, gestire le code, controllare il rispetto delle disposizioni: certamente nella nuova situazione dovrà sostenere una perdita o accontentarsi, se va bene, di un minor profitto. Naturalmente avrà una serie di opzioni per fronteggiare questo stato di cose: potrà aumentare i prezzi, cercare di risparmiare sul personale o sulle materie prime, attrezzarsi per il take-away e le consegne a domicilio, attivare un servizio di catering per uffici, aziende, e così via. Ma, per il nostro ristoratore, certamente nulla sarà più come prima.

Lo stesso per interi comparti del turismo e dei trasporti: facile prevedere che tutti i servizi low-cost basati sull’alto numero di utenti si troveranno in grandi difficoltà e dovranno pensare a modalità alternative o integrazioni sostanziali.

D’altra parte, saranno fortemente incentivati tutti i settori che si avvalgono della distribuzione via internet e del consumo da casa in modalità privata.

Se non ci saranno ricadute pandemiche e – come sembra – la strada sarà quella di una graduale convivenza col virus, almeno fino a quando non sarà disponibile il vaccino, è comunque prevedibile che a livello aggregato ci sia a partire dai prossimi mesi un recupero di reddito, se non altro perché i programmi di spesa sospesi in questo periodo verranno ripresi. L’equilibrio verrà presumibilmente trovato a un livello più basso e non è detto che questo sia necessariamente un male.

Il lavoro cambierà radicalmente, ma a questo aspetto dedicheremo un articolo a parte.

Ciò che forse cambierà meno è la finanza. In questo periodo, in effetti, i mercati finanziari hanno continuato a funzionare a pieno regime e le borse non hanno chiuso neanche un giorno. Dopo lo shock iniziale dell’ultima settimana di marzo, quando i listini di tutto il mondo sono crollati in modo devastante, è iniziato un recupero graduale che ha portato a chiudere il mese di aprile in progresso.

Per questo era importante, per l’investitore, non farsi prendere dal panico ed evitare di vendere quando tutti vendevano. Chi ha avuto coraggio, ha inoltre fatto buoni guadagni con l’intraday, acquistando dopo il crollo e rivendendo nell’arco della stessa giornata o pochi giorni dopo.

Per un mercato finanziario come quello italiano, strutturalmente debole e instabile, il rischio di ulteriori rovesci è sempre dietro l’angolo, per cui il consiglio è quello di restare tendenzialmente liquidi, ovvero mantenere il denaro disponibile a vista. In generale però, con riguardo soprattutto al mercato azionario USA, potrebbe essere una buona idea entrare in questa fase, contando sulle continue e crescenti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali. Tutto questo denaro, che in prima battuta affluisce alle banche, prima o poi arriverà sui mercati finanziari sotto forma di domanda, ed avrà un effetto di sostegno ai prezzi.

Se dovessimo azzardare una previsione a medio termine – diciamo da qui alla fine dell’anno – diremmo di attendersi un dollaro che si indebolisce rispetto all’euro, alla sterlina e allo yuan e il prezzo del petrolio in decisa crescita.

Nel primo caso, infatti, verrà scontata sia la politica monetaria che quella economica espansiva in chiave elettorale, sia la forte crescita del debito pubblico USA in questa fase.

Nel caso del petrolio, è facile prevedere che non appena il mercato recupererà un minimo di equilibrio, e la produzione riprenderà a crescere, anche la domanda di energia aumenterà in modo consistente.

Per quanto riguarda il mercato obbligazionario, invece, tutto dipenderà da quale evoluzione avrà l’inflazione e da come, conseguentemente, si muoveranno i tassi di interesse. In queste fasi, tipicamente, si hanno due tendenze contrapposte: da un lato il calo drastico della produzione, che porterebbe all’aumento dei prezzi (perché i pochi prodotti disponibili saranno più richiesti sul mercato); dall’altro invece il calo della domanda (dovuto alle più estese condizioni di povertà e alla riduzione dei redditi disponibili) porterebbe alla riduzione dei prezzi. Il costo dei fattori produttivi è parimenti difficile da ipotizzare: il lavoro presumibilmente costerà meno (la disoccupazione renderà disponibile molta forza lavoro) ma le materie prime aumenteranno.

Alla base di tutto, sarà però fondamentale l’azione delle banche centrali. Se, come tutto lascia supporre, continueranno nelle politiche espansive di aumento della quantità di moneta e sostegno al reddito, probabilmente le spinte deflazionistiche verranno frenate ed andremo verso un controllato aumento dei prezzi.

(Punt e) MES

MES

 

Negli ultimi mesi, in Italia ma un po’ in tutta Europa, si è parlato molto del Meccanismo Europeo di Stabilità (in acronimo MES), detto anche Fondo salva-Stati. Poiché la sensazione è che di questo strumento si parli troppo, e talvolta a sproposito, può essere utile per i lettori riepilogare, in estrema sintesi, di cosa si tratta, come e da chi (specialmente per quanto riguarda l’Italia) è stato istituito, approvato e modificato nel tempo; come funziona e quali garanzie prevede, e perché – nonostante le polemiche e i dinieghi più o meno tattici – alla fine il nostro paese dovrà comunque accedervi.

Il MES – nato come fondo finanziario europeo, ovvero organismo internazionale su base regionale finalizzato alla salvaguardia della stabilità finanziaria dell’Eurozona – è attualmente un’impresa pubblica, in quanto suoi soci sono gli Stati sovrani dell’Unione Europea.

E’ pertanto uno degli strumenti a disposizione delle istituzioni dell’Ue, che ha subìto, negli anni, importanti trasformazioni di forma giuridica, di procedura, di provvista, mantenendo però l’originaria finalità di assistere finanziariamente gli Stati in difficoltà e i cui interventi sono condizionati al rispetto di una serie di vincoli.

La decisione “politica” di istituire il MES venne assunta dall’Ecofin il 10 maggio 2010 e a livello di Consiglio europeo il 25 marzo 2011. Per quanto riguarda l’Italia, l’approvazione della suddetta decisione del Consiglio Europeo fu deliberata nella riunione del Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2011, presieduto da Silvio Berlusconi (ministri di quell’esecutivo erano, oltre a Giulio Tremonti all’Economia e Anna Maria Bernini alle Politiche europee, fra gli altri, Umberto Bossi, Renato Brunetta, Giorgia Meloni).

Pertanto, quello che ha detto il premier Conte nella conferenza stampa nella quale ha attaccato duramente – e secondo noi in modo inopportuno – l’opposizione è formalmente corretto e sarebbe singolare che non lo fosse.

Il passaggio previsto in Parlamento per la ratifica avvenne alla Camera dei Deputati – su un testo peraltro già notevolmente modificato rispetto all’originale – il 19 luglio 2012, dove a fronte dei 325 voti favorevoli, ci furono 53 voti contrari (i 51 della Lega Nord Padania + i 2 ribelli del Popolo della Libertà Guido Crosetto e Lino Miserotti) e 36 astenuti, fra i quali il gruppo Italia dei Valori.

E’ quindi corretto quello che sosteneva il premier Conte sul fatto che lui lo strumento l’ha trovato già pronto e definito e che la Meloni era ministro quando venne approvato. E’ anche corretto quanto detto da Salvini, che in Parlamento nel 2012 la Lega votò contraria, anche se poi faceva parte dello stesso Governo (il Berlusconi IV) che l’aveva deliberato.

Il MES sostituiva strumenti già da tempo operanti (per la precisione il FESF e l’EFSM, sui quali risparmiamo dettagli ai nostri pazienti lettori) e collaudati, sulla scorta di quanto accadeva in Europa in quegli anni con i casi di Grecia, Portogallo e Irlanda. Il Fondo si stava infatti trasformando in un vero e proprio sistema di sostegno per le economie in difficoltà e per questo si prevedevano condizioni aggiuntive molto severe, così come generalmente fa qualunque banca quando presta denaro, in particolare a soggetti traballanti.

Il MES effettua prestiti a condizioni vantaggiose (tassi contenuti e lunghe scadenze) oppure acquista sul mercato secondario titoli di Stato dei paesi in crisi; le condizioni a cui l’intervento è subordinato “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite” (art. 12). Potranno essere attuati, inoltre, interventi sanzionatori per gli Stati che non dovessero rispettare le scadenze di restituzione i cui proventi andranno ad aggiungersi allo stesso MES….”. È previsto, tra l’altro, che “in caso di mancato pagamento, da parte di un membro del MES, di una qualsiasi parte dell’importo da esso dovuto a titolo degli obblighi contratti in relazione a quote da versare […] detto membro del MES non potrà esercitare i propri diritti di voto per l’intera durata di tale inadempienza” (art. 4, c. 8).

Come si vede, si tratta di condizioni che possono essere molto coercitive e violente, simili a quelle vigenti ad esempio per il FMI (Fondo Monetario Internazionale), e che possono rappresentare ingerenze molto pesanti nella vita dei paesi, già stremati dalle difficoltà. Da questo punto di vista è giustificato il timore di chi paventava “commissariamenti” di fatto dei paesi debitori ed anche stravolgimenti dei rapporti democratici all’interno degli stati in crisi.

Si deve però tenere presente che si tratta di un prestito (si può ovviamente discutere e proporre l’istituzione di uno strumento diverso che configuri erogazioni a fondo perduto, ma questo è un’altra cosa) e che sono in ballo risorse di tutti gli Stati, i quali devono rispondere ai propri elettori di come hanno gestito le risorse. L’Italia, ad esempio, ha sottoscritto circa il 20% del capitale del MES, complessivamente ammontante a 700 miliardi di Euro, e dei 125,4 miliardi che rappresentano la sua quota, ne ha già versati 14,3. E’ chiaro che se venisse fatto un prestito dal MES a paesi terzi “senza condizioni” e con nessuna probabilità di rimborso, i contribuenti italiani ne subirebbero un danno e ben difficilmente accetterebbero che le loro risorse venissero dirottate su altri paesi.

Da quello che risulta, rispetto al 2012 sono cambiate un bel po’ di cose e dalla comparsa di Covid19 si può dire, a buon titolo, che tutto il mondo è cambiato. Il fatto che praticamente tutti i paesi europei siano interessati a fronteggiare l’emergenza sanitaria e che questa comporti il fabbisogno di ingentissime risorse, ha favorito una revisione dei meccanismi e degli strumenti disponibili. In primo luogo il Presidente Ursula Van der Leyden ha comunicato che il patto di stabilità era sospeso in relazione alla spesa sanitaria. Quindi ciascuno Stato potrà spendere quanto necessario facendo semplicemente aumentare il suo debito pubblico.

Poi è stata la volta della BCE che, dopo l’iniziale incertezza con l’ormai famosa incauta dichiarazione della Presidente Christine Lagarde, sta in effetti potenziando il suo già consistente programma di acquisto di titoli pubblici sul mercato.

Infine la proposta sul tavolo relativa al MES, in cui – data la comunanza del problema per tutti gli Stati – l’unico vincolo sarà quello di finalizzare il denaro proprio all’emergenza sanitaria. E’ vero che le condizioni a cui i prestiti sono sottoposte verranno definite da parte degli organi tecnici del MES solo una volta completato l’iter politico, ma non si vede perché questi organi (in sostanza il Consiglio di Amministrazione, in cui tutti gli stati sono rappresentati in funzione delle rispettive quote di partecipazione al Fondo) dovrebbero deliberare condizioni diverse da quelle approvat dai Governi, col solo risultato di non fare poi l’operazione. E’ infatti evidente che, in caso di difformità, lo Stato richiedente non firmerà il contratto. Basta saper leggere le bozze di contratto prima di firmare: questo è ciò che è richiesto al Governo italiano.

Detto ciò, e considerato che ben difficilmente gli Stati rinunceranno al MES, se non altro per recuperare – in fase di ristrettezza – almeno in parte le risorse da essi stessi versate. L’unico effetto, certo e tangibile, del non ricorso al MES sarebbe quello di “dirottare” il denaro dei contribuenti italiani verso i bisogni degli altri paesi europei.

Che poi il MES non sia la soluzione ottimale e definitiva, che sia ulteriormente migliorabile e che si possano studiare ed istituire altri strumenti, non impedisce, come è ovvio, di utilizzare questo strumento nel momento del bisogno.

Pasqua di Passione, di Resurrezione, di Passaggio

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Per una volta cambiamo la tradizione del blog, pubblicando l’articolo settimanale con qualche giorno di anticipo: anziché il martedi, come ormai consuetudine da quattro anni, scegliamo di pubblicarlo alla vigilia di questo week end, un tempo grande festa religiosa e gioioso momento di vacanza.

Il motivo, oltre all’occasione per rivolgere ai lettori il più sincero augurio e  un ringraziamento per l’attenzione con la quale ci seguono sempre più numerosi, apparirà chiaro dopo la lettura di queste righe.

La Pasqua arriva quest’anno in un momento tragico ed è destinata in un certo senso a fare da spartiacque (Pasqua di passaggio) fra una prima fase di reazione immediata alla pandemia e una seconda fase di graduale ritorno alla vita “normale”. Cerchiamo allora di fare il punto e un primo bilancio del ciclo che si chiude e di immaginare cosa può aspettarci per il prossimo futuro.

Nell’articolo che pubblicammo il 24 marzo 2020, all’indomani dell’inizio della virulenza (Pasqua di passione)

( https://marcoparlangeli.com/2020/03/24/il-mondo-reale-e-quello-finanziario-dopo-il-virus/ )

Formulammo in quella sede una serie di previsioni che si sono puntualmente verificate, inclusa una prima approssimativa ipotesi sulla diminuzione del PIL confermata, molto più autorevolmente, dal centro studi di Confindustria. Il punto centrale era capire quanto sarebbe durata l’emergenza: ora sappiamo che nell’arco di un mese, in Italia, verrà avviata la seconda fase di ritorno a una normalità sostenibile e coerente con le esigenze di sicurezza ancora incombenti.

Sono state bloccate, in questo primo mese, praticamente tutte le attività economiche, ad eccezione dei servizi pubblici essenziali, della filiera alimentare e del comparto biomedico e sanitario (ma solo per quanto necessario a fronteggiare il virus). Interi settori sono paralizzati: turismo, manifattura, servizi, trasporti e le libertà costituzionali drasticamente compresse. Non è possibile muoversi al di fuori delle abitazioni, riunirsi, praticare riti religiosi; è stata solo assicurata la sopravvivenza cercando di evitare la diffusione della pandemia. Dopo la Cina, dove il Covid19 ha avuto origine, l’Italia è stato uno dei primi paesi ad essere investiti ed è oggi il primo ad avere imboccato il tunnel di uscita, lungo ed ancora pericoloso ma statisticamente definito. Gli altri paesi (in primo luogo Spagna, Regno Unito e USA) sono proprio in questi giorni nell’occhio del ciclone e possono utilizzare l’esperienza che abbiamo fatto noi.

L’Europa, dopo una prima fase di resistenza, ha messo in atto gli strumenti di cui dispone (fra i quali non sono compresi i cosiddetti “coronabond”) e ha mobilitato consistenti risorse finanziarie per fronteggiare la crisi.

I mercati da parte loro – in modo autonomo e decorrelato – che all’inizio parevano non risentire della situazione, si sono svegliati all’improvviso e in meno di una settimana sono stati travolti da un crollo violentisimo, che ha più che dimezzato il valore delle attività finanziarie e le capitalizzazioni di tutte le borse mondiali. C’è da dire che in parte questi valori erano stati gonfiati da un prolungato periodo di crescita favorito dalle politiche monetarie espansive delle banche centrali e questo ha reso ancora più forte il tonfo.

Poi c’è stato un rimbalzo importante, con parziale recupero di molti comparti, anche in questo caso causato dalle iniezioni di liquidità in dosi massicce, a fronte di una situazione economica in piena stagnazione. E’ come se i marcati finanziari si fossero mossi in modo indipendente dall’economia reale e godessero di vita autonoma.

Per questo il nostro timore è che arrivi a breve una seconda, violenta, ondata di ribassi a partire dagli Stati Uniti quando inizieranno a essere diffusi i dati del primo trimestre. Naturalmente ci auguriamo di sbagliare, ma riteniamo che i mercati finanziari non possano restare a lungo totalmente estranei e decorrelati rispetto al sistema produttivo. Consumi e investimenti, a parte quelli necessari a fronteggiare l’emergenza, sono completamente bloccati e non è dato sapere quando potrà esserci, e con che intensità, una reale ripresa. Molte aziende non saranno in grado, se non pesantemente sostenute dal settore pubblico, di riprendere l’attività; lavoratori autonomi e professionisti dovranno contare sui risparmi accumulati in precedenza; il gettito fiscale è destinato a ridursi drasticamente, come pure in sofferenza andranno i portafogli crediti delle banche.

E’ pensabile che in questa situazione i mercati possano quanto meno mantenersi al livello attuale o non è più plausibile attendersi invece un nuovo, pesante, crollo? Per questo abbiamo ritenuto di consigliare agli investitori di tenersi il più possibile liquidi, approfittando della temporanea ripresa che – come previsto – si è verificata all’indomani del primo crollo.

E infine l’Europa. Molti hanno sparato a zero sull’Unione imputandole una scarsa propensione ad aiutare gli Stati in difficoltà, spinta dal rigorismo degli stati del nord, in particolare Germania e Olanda. Torneremo più diffusamente in argomento in un prossimo articolo, quando sarannno chiare le decisioni dell’Eurogruppo e la capacità delle risorse messe in campo dall’Europa di fronteggiare la crisi.

E’ però di tutta evidenza che di fronte a un disastro del genere nessun paese, tanto meno l’Italia, strutturalmente debole e indebitata, può pensare di farcela da solo. Volenti o nolenti, la resurrezione dovrà passare da lì.

 

 

 

 

Il falso problema dei Coronabonds

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Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza su un tema di cui negli ultimi giorni si parla molto, anzi decisamente troppo e spesso a sproposito, talvolta anche da parte purtroppo di chi ha ruoli importanti: l’idea dei cosiddetti coronabond (o, ancor più impropriamente, eurobond, strumento finanziario ben diverso, che invece esiste da tempo, è tutt’altra cosa e non è in discussione).

Ci si riferisce ad un particolare titolo pubblico, che dovrebbe essere emesso o garantito (questo non è molto chiaro) da tutti gli Stati europei e che dovrebbe servire ad affrontare l’emergenza della pandemia in corso, aiutando i singoli paesi a sostenere le spese più urgenti ed immediate. Condivisibile lo scopo, ma ahimé inattuabile, almeno in tempi brevi e con gli attuali meccanismi di funzionamento delle istituzioni europee.

Stupefacente che siano stati i rappresentanti di alcuni Stati sovrani a proporlo, che hanno così dimostrato scarsa conoscenza dell’Unione Europea e del suo funzionamento. Non sorprende quindi che la proposta sia stata respinta al mittente da parte dei responsabili dell’Unione e degli altri Stati. Quando si vuole dire qualcosa, occorre farlo nella lingua di chi ci deve ascoltare, che in questo caso è quella delle regole e delle procedure eurounitarie: sarebbe come se un qualunque cittadino si presentasse in Comune e chiedesse di avere denaro per una finalità, sia pure ampiamente condivisibile, al di fuori degli strumenti e delle regole che governano l’istituzione e poi accusasse il sindaco di essere insensibile alle sue richieste.

Per essere accolte, le richieste devono essere formulate secondo le norme che governano l’Unione e attraverso gli strumenti esistenti, altrimenti restano meri desideri. Le norme si possono cambiare, le procedure si possono (anzi si debbono) adattare alle esigenze che cambiano continuamente, gli strumenti si possono creare: ma tutto questo richiede tempo non compatibile con l’urgenza della richiesta.

Tanto più quando strumenti attivabili esistono e gli ostacoli che potevano essere messi al loro utilizzo sono stati rimossi. Vediamo meglio.

Innanzitutto i coronabond (ancora) non esistono, quindi vanno costruiti. Ciò significa individuare uno (o più) soggetti titolati ad emetterli, il mercato (o i mercati) nei quali possano essere scambiati, i soggetti che potrebbero avere interesse, oppure essere obbligati, a sottoscriverli. Tutte cose che richiedono tempo.

Nell’Unione Europea ogni stato ha un suo bilancio ed un proprio debito pubblico. Esistono poi organismi comunitari sovranazionali, in primo luogo la BEI (Banca Europea degli Investimenti), che finanzia i singoli Stati col proprio bilancio attraverso l’emissione di titoli caratterizzati da rating molto alto e grande negoziabilità sui mercati. Ma la BEI fa la banca, ovvero concede prestiti generalmente assistiti da garanzie: lo stesso fa – su scala più vasta – il Fondo Monetario Internazionale.

Le garanzie che questi organismi richiedono sono per lo più vincoli di bilancio, ovvero impegni più o meno stringenti da parte dei debitori a non aumentare il proprio debito e a mantenere condizioni economiche che consentano di ripagare questi prestiti. Tutti ricordano le condizioni capestro, lacrime e sangue, imposte alla Grecia al tempo della grande crisi.

Ogni Stato, si diceva, ha un suo bilancio ed un suo debito. Per reperire finanziamenti può emettere titoli pubblici che colloca sul mercato e che vanno ad incrementare il volume del debito del paese. Il problema sussiste quando questi titoli non vengono collocati, ovvero quando nessuno si fida più di quel paese e della sua capacità di ripagare capitale ed interessi.

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Se c’è un soggetto che si dichiara disposto, entro certi limiti e con determinate garanzie, ad assorbire un certo quantitativo di titoli, il problema è in gran parte risolto salvo il fatto che il tasso di interesse richiesto sarà probabilmente molto alto. Questo soggetto è la Banca Centrale Europea, che in quanto banca centrale ha la caratteristica di emettere moneta e lo fa proprio attraverso l’acquisto sul mercato di titoli.

Ciò contro cui i nostri politici avrebbero dovuto scagliarsi (e lo ha fatto il Presidente Mattarella) era l’affermazione della Presidente della BCE Christine Lagarde che si diceva indisponibile a sostenere i paesi più deboli e con spread più elevati. Poi la pandemia ha travolto anche i paesi più ricchi e la leva monetaria si è dimostrata quella più idonea ad affrontare l’emergenza, riversando sui sistemi enormi quantità di moneta che consentissero ai diversi Stati di superare la fase acuta. Ora anche la BCE, come le banche centrali di tutto il mondo, acquista tutti i titoli che sono necessari e la stabilità è, giustamente, passata in secondo piano rispetto al governo dell’emergenza.

Da parte sua, la Presidente della Commissione Europea Ursula Van Der Leyden ha immediatamente dichiarato che i vincoli di bilancio e i parametri di stabilità erano in questa fase sospesi. Quindi ciascuno Stato può ora attivare quel canale per reperire le risorse di cui ha bisogno, senza pensare a nuovi strumenti o nuove procedure, alle quali comunque si potrà lavorare coi tempi e con la necessaria costruzione del consenso.

Questo comporta però, due tipi di conseguenze di cui si deve essere consapevoli. La prima è il forte aumento del debito pubblico, che già cresceva a ritmi enormi anche senza virus. La seconda è che questa enorme quantità di moneta prima o poi creerà una nuova ondata di inflazione, anche perché – come si è visto in questi anni – il rientro dalla fase espansiva e il drenaggio di liquidità, con conseguente aumento dei tassi di interesse, è estremamente difficile e complesso. Come far rientrare un razzo lanciato a tutta velocità nella stratosfera.

Ma il gioco vale la candela: se vogliamo fronteggiare la spesa enorme e imprevista di queste settimane, dobbiamo accettare le conseguenze che arriveranno.

Quindi, a nostro parere: quello dei coronabond è un falso problema; intestardendosi nella richiesta i nostri governanti guadagneranno una sicura figura marrone, con nessuna probabilità di successo nell’immediato: lo strumento esiste, consolidato ed attivabile subito e passa dalla Banca Centrale Europea. Quello che conta è l’obiettivo.

 

 

Aridatece Marione!

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Piove sul bagnato. Già la situazione dei mercati era estremamente precaria e instabile: si erano già verificati i primi scossoni violenti che preannunciano la crisi che investirà il sistema economico e produttivo se l’emergenza sanitaria dovesse protrarsi oltre qualche settimana.

In questo contesto, così come era richiesto a ogni singolo cittadino, sarebbe stato lecito attendersi anche dalle autorità monetarie e di controllo un comportamento responsabile, prudente ed equilibrato. Purtroppo invece abbiamo assistito a due comportamenti che hanno avuto la conseguenza di moltiplicare e intensificare gli effetti destabilizzanti del virus sui mercati:

  • l’incauta affermazione del neo Presidente della BCE (la Banca Centrale Europea) Christine Lagarde in margine alla conferenza stampa di illustrazione delle misure approvate (peraltro corrette) dalla banca centrale;
  • la decisione di vietare le vendite allo scoperto sui titoli maggiori assunta dalla Consob solo il giorno 12 marzo, con effetto a partire dal 13, quando la speculazione al ribasso aveva ormai già fatto abbondanti guadagni e danni enormi al mercato.

E’ opportuno cercare di capire perché questi due eventi – o, meglio, un evento e un’omissione – hanno avuto un effetto così devastante su mercati già ampiamente scossi e indeboliti.

Iniziamo da Lagarde.

Nel corso della conferenza stampa in cui sono state annunciate misure corrette ma ampiamente scontate dai mercati, ha affermato che “non siamo qui a chiudere gli spread, volendo intendere che, a suo parere, compito della Banca Centrale Europea non era quello di contenere i disallineamenti fra i diversi paesi cercando di sostenere, specie in questa fase, quelli più deboli ed esposti: questo sarebbe stato infatti compito dei singoli governi e delle politiche fiscali a livello dei paesi. Come dire: chi ha spread[1] più elevati si arrangi, peggio per lui. L’esatto contrario del whatever it takes (ovvero “faremo tutto quello che è necessario”) che pronunciò il suo predecessore Mario Draghi in circostanze analoghe.

Tranquillizzando la speculazione che la Banca Centrale Europea non sarebbe intervenuta a difendere i paesi a spread più elevato, in primo luogo l’Italia, Lagarde l’ha implicitamente incoraggiata a vendere a piene mani titoli di stato, azioni e ogni attività italiana, accelerando la brusca caduta di tutti i listini.

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Sarebbe bastata un’affermazione più generica, neutrale e comunque non impegnativa per evitare il disastro. A meno che, come qualcuno ha ipotizzato, il crollo delle attività finanziarie in alcuni paesi fosse uno specifico obiettivo: rendere acquisibili a prezzo di saldo le aziende più appetibili del sistema produttivo dei paesi deboli e farne un target di eventuali acquisizioni.

L’Eni, ad esempio, azienda di riconosciuta solidità che gestisce importanti flussi di petrolio, ha visto ridurre di un terzo la sua capitalizzazione[2] dal 9 al 13 marzo 2020: il valore di borsa della società è infatti passato, in soli cinque giorni (nonostante l’aumento segnato – in articulo mortis – il 13 marzo) da 36,4 miliardi a 25,1. Chi avesse voluto scalare l’azienda avrebbe avuto un beneficio di oltre 11 miliardi.

Cosa si attendono dunque i paesi più deboli, e in particolare l’Italia, dalla Banca Centrale Europea? Semplicemente che si renda disponibile ad acquistare sul mercato i titoli del debito pubblico che verranno emessi in questo periodo per i maggiori fabbisogni (stimati in circa 200 miliardi di Euro) che la crisi ha evidenziato, evitando contraccolpi ulteriori sui tassi di interesse, e quindi sullo spread, il cui aumento sarebbe il colpo di grazia al sistema produttivo nazionale. Qualcuno ha sostenuto che dietro la posizione della Bce ci fosse la pressione delle banche tedesche, che invece mirano a tenere sostenuti i tassi di interesse per alimentare i loro bilanci. Quel che è certo è che la nuova presidenza della banca centrale è molto più sensibile agli interessi dei paesi forti di quanto non lo fosse Mario Draghi.

Il secondo motivo dell’accelerazione del disastro in borsa è stata la mancanza, fino all’ultimo giorno, del divieto di effettuare vendite allo scoperto, che ha fornito ulteriore benzina agli speculatori al ribasso. Vediamo perché.

Uno speculatore al ribasso punta a guadagnare sulla diminuzione del prezzo di mercato di un titolo. Il meccanismo è semplice. Prendiamo il caso proprio dell’azione ENI. Il giorno 9 marzo valeva 10 Euro. Chi avesse voluto venderla allo scoperto avrebbe dovuto prendere a prestito, supponiamo, 1.000 azioni e venderle incassando 10.000 Euro. Il giorno 12 marzo, dopo le dichiarazioni di Christine Lagarde di cui abbiamo parlato sopra, il titolo valeva in borsa 6,6 Euro: a quel punto il nostro speculatore non doveva far altro che ricomprare le 1.000 azioni sul mercato pagando 6.600 Euro e rimborsarle a chi gliele aveva prestate, contabilizzando un guadagno di 3.400 Euro, pari al 51,5% in 4 giorni. Su base annua il guadagno sarebbe stato del 4.700%.

Vero è che vendendo “allo scoperto”, ovvero senza avere le azioni, ci si espone a un rischio molto elevato: se le quotazioni, anziché diminuire, fossero aumentate, il nostro speculatore avrebbe, specularmente, subito una perdita. Ma c’è un rischio ancora più grande: dovendo restituire titoli, e non denaro, c’è la (benché lontana) probabilità che i titoli divengano introvabili per un qualunque motivo. In termini matematici, si dice che il rischio, in tal caso, “tende all’infinito”. Questo è il motivo per cui le banche normalmente non consentono ai loro clienti di effettuare vendite allo scoperto, ed è il motivo per cui – in casi eccezionali – le autorità di vigilanza sul mercato vietano, seppure per periodi di tempo limitati e solo su alcuni titoli, questa tipologia di operatività.

In passato è capitato spesso che le autorità avessero adottato una tale misura, o anche quella più drastica della chiusura delle contrattazioni, per difendere la stabilità dei mercati e tutelare gli investitori. Questa volta invece si è aspettato il disastro, e chi aveva la possibilità di vendere allo scoperto (non il comune risparmiatore, come si è detto) si è trovato davanti una vera e propria prateria. Come sparare sulla Croce Rossa.

In tutto questo, chi ne ha fatto le spese è stato l’investitore, che aveva acquistato quel titolo (o altri titoli di aziende comunque solide) valutandone correttamente e razionalmente la performance e le prospettive economiche, ed erroneamente credendo di trovarsi in un mercato – se non perfetto – almeno vigilato.

Come nei film western, quando un incauto avventore entra in un saloon dov’è in corso una rissa con botte e sparatorie: ben difficilmente può evitare di rimanere colpito. Solo che questo non è il cinema.

 


[1] Lo spread è la differenza fra due tassi di interesse, in questo caso fra i tassi di interesse dei titoli di Stato più sicuri (i bund tedeschi) e quelli dei titoli del debito pubblico di pari scadenza, in genere 10 anni. Misura il gap esistente fra le due economie, ovvero la differenza di affidabilità e di merito di credito di un sistema rispetto all’altro, comportando maggiori oneri per il servizio del debito per il paese più debole

[2] Per capitalizzazione di borsa si intende il valore che il mercato attribuisce ad una società quotata, ottenuto moltiplicando il prezzo della singola azione per il numero di azioni emesse.

Il Banco del Mutuo Soccorso

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Secondo alcune autorevoli interpretazioni, la recente offerta pubblica di acquisto lanciata da Intesa San Paolo su UBI mirerebbe a minimizzare, per i due istituti proagonisti, le conseguenze della prevedibile pressione della BCE (la Banca Centrale Europea, preposta alla vigilanza sul sistema bancario nell’Unione) volta a spingere verso il consolidamento.

Si ritiene infatti che obiettivo dell’Autorità centrale di Francoforte sia quello di avere player di sempre maggiori dimensioni, in modo da favorire la stabilità. In tale logica, Intesa San Paolo, la prima banca italiana, ha sicuramente una size ragguardevole ma insufficiente per competere con successo con i giganti europei e mondiali. E siccome è impensabile una fusione fra pari (merger of equals) con l’altro campione nazionale, Unicredit, meglio anticipare le mosse e acquisire la terza banca del paese, UBI appunto, che fra i potenziali target è sicuramente la più in salute e redditizia e la meglio gestita.

Inoltre i due istituti condividono una serie di aspetti importanti sia di filosofia gestionale sia di retroterra culturale, oltre che numerosi azionisti comuni, fra i quali il più autorevole è decisamente Giovanni Bazoli, storico azionista della banca bergamasca e per lungo tempo presidente di Intesa.

Dal punto di vista di Intesa, infatti, senz’altro meglio UBI che Banco Popolare o Banca Popolare dell’Emilia Romagna (peraltro quest’ultima coinvolta anche nell’offerta lanciata in quanto potenziale acquirente degli sportelli da vendere per l’entità risultante dalla fusione[1]). La prima – pur sostanzialmente rimessa in carreggiata dopo gli sbandamenti del recente passato – caratterizzata da una governance complicata e da un assetto azionario problematico; la seconda eterogenea sotto il profilo aziendale e difficilmente integrabile, dato che non ha ancora digerito le acquisizioni del passato.

Dal punto di vista di UBI, sempre che l’offerta vada a buon fine – finale tutt’altro che scontato -, una svolta del genere consente di valorizzare il titolo in misura consistente, a tutto vantaggio degli azionisti. Ma soprattutto di evitare quello che il vertice ha fino ad ora considerato come l’evento più pericoloso: il salvataggio di MPS, e forse l’obbligo, in alternativa all’ipotesi senese, di acquisire essa stessa Banco Popolare e/o BPER, con ciò diluiendo sensibilmente gli utili e indebolendo le leve di comando.

Se questa ricostruzione è corretta, e se il bid riesce, Intesa San Paolo sarebbe una sorta di  “Banco del Mutuo Soccorso” per la finanza lombarda, una specie di arrocco in chiave difensiva finalizzato a mantenere saldamente in mani nazionali l’unica roccaforte del credito, dato che l’altro competitor, Unicredit, di italiano ha ormai molto poco, a partire dal capo azienda dato per sicuro partente.

Francamente questa ricostruzione non ci convince, ma anche sotto un profilo industriale l’operazione presenta molti aspetti che probabilmente potrebbe chiarire solo l’artefice dell’offerta.

Il modello di business di Intesa San Paolo si è evoluto con successo da banca retail a operatore a largo spettro sui mercati finanziari, in grado di realizzare economie di scala e fare cross-selling a tutti i livelli, controllando tutta la filiera produttiva in modo redditizio. Un’evoluzione che non è riuscita alle altre banche di medie dimensioni che sono scomparse dal sistema o che sono in via di scomparsa.

Come abbiamo più volte scritto, la banca tradizionale all’epoca di internet è fuori tempo e fuori mercato, salvo in via residuale la piccola e piccolissima banca di territorio in grado di intercettare i segmenti di mercato ancora non toccati dal fintech: piccoli risparmiatori, artigiani, agricoltori, commercianti locali e così via.

Hanno ancora senso le ex casse rurali e le piccole popolari cooperative, molto meno le aziende di portata nazionale troppo piccole per la competizione sui grandi numeri e nel fintech ma troppo grandi per poter ammortizzare i costi fissi dei sempre maggiori investimenti necessari e della base di personale. O Scilla dei grandissimi numeri, o Cariddi della clientela minuta e scarsamente evoluta: chi sta in mezzo al guado è destinato ad andare a fondo o ad essere “mangiato” da pesci più grossi.

In questa logica, dal punto di vista di UBI l’operazione avrebbe molto senso perché consentirebbe di evolversi verso un modello che probabilmente da sola non sarebbe in grado di realizzare, tanto meno se appesantita dalla zavorra di altre banche della stessa dimensione.

Molto meno, se non in ottica puramente difensiva, l’offerta parrebbe aver senso per Intesa San Paolo, che valuta 4,7 miliardi una rete di filiali che in borsa ne vale molto meno, e che dopo la tempesta del coronavirus ha visto ancora ridurre il suo valore. Vero è che, essendo l’offerta strutturata con carta contro carta, ovvero offrendo in cambio agli azionisti di UBI le azioni di Intesa San Paolo, anche la moneta di scambio ha perso valore e quindi alla fine le proporzioni restano rispettate. Tutto ciò, pur avendo posizionato l’offerta al termine (almeno per ora) di una lunga fase di rialzo del mercato.

Il punto non è tanto quello di pagare cara la banca acquisita, quanto quello di poter realizzare, attraverso la sua integrazione, delle sinergie che sviluppino più valore del costo pagato. E, da quanto è dato conoscere, sarà ben difficile – in un mercato che penalizza sempre di più l’attività bancaria retail – che questo possa accadere.

 


[1] Ai fini dell’autorizzazione da parte dell’Autorità Antirust, una serie di sportelli in Lombardia risulteranno duplicati e quindi l’offerente verrebbe con molta probabilità obbligato a venderli; in questo caso BPER potrebbe essere l’acquirente delle Filiali overlapping

Il Secolo dell’Asia, nel bene e nel male

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Se l’Ottocento è stato il secolo della vecchia Europa, con lo sviluppo industriale e la diffusione delle idee e della cultura, il Novecento è stato quello dell’America, con la tecnologia e il dominio sul mondo da grande potenza: non c’è dubbio invece che questo secolo – che ha quasi completato un quinto del suo cammino – sarà quello dell’Asia.

Nel bene e nel male l’estremo oriente, in particolare la Cina ma non solo, continuerà ad essere l’arbitro delle sorti del pianeta. La dinamica demografica è impressionante e procede di pari passo con il rallentamento e l’invecchiamento della popolazione occidentale e un trend di sviluppo non più frenato dal sistema di produzione del collettivismo maoista. Fino al secolo scorso la Cina era piuttosto marginale nel contesto economico mondiale, prima per il suo isolamento che si perpetuava fin dai tempi di Marco Polo e della via della seta, poi per la rivoluzione che, secondo i dettami del marxismo, partiva dalla netta contrapposizione al capitalismo e al mercato.

Ma a differenza dell’Unione Sovietica, che aveva un chiaro obiettivo di industrializzazione per recuperare il tempo perduto con l’Occidente, la Cina di Mao restava ideologicamente ancorata e fedele a un modello di sviluppo agricolo, pur militarizzato e fortemente gerarchico.

Nel ‘900 in Asia era il Giappone a tirare la volata e a presentare un notevole trend di crescita, tanto più incredibile quanto radicato in un paese senza risorse naturali e geograficamente marginale e svantaggiato. Si trattava però di una realtà economica fortemente attratta dagli Stati Uniti e, in minor misura, dall’Europa, che ne rappresentavano i mercati di sbocco.  L’antica sapienza nipponica, la disciplina militare nel lavoro, l’avanzato livello di tecnologia resero possibile lo sviluppo di gruppi industriali di enormi dimensioni, fortemente orientati ai mercati esteri e molto aggressivi in termini di competitività.

Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso si creò un vero e proprio mito sull’efficienza giapponese, le scuole di management di tutto il mondo prendevano a modello l’organizzazione del Sol Levante, mentre l’Occidente era bloccato da rivendicazioni sindacali estese e a tratti anche violente, dalla grande inflazione e dalla crisi energetica.

Quel modello è oggi morto e sepolto, anche perchè il Giappone all’epoca non aveva un mercato interno significativo, né materie prime ed era quindi obbligato a mantenere proficui contatti commerciali col resto del mondo. Nel contesto asiatico, l’impero del Sol Levante era un caso isolato, e non avrebbe potuto essere la locomotiva continentale che oggi la Cina, e potenzialmente anche l’India, rappresentano.

Negli anni ’90 inizia il declino del Giappone e diviene inarrestabile, anche se non si può dire che sia irreversibile: la potenza industriale diffusa resta limitata ai pochi grandi colossi che sono sopravvissuti, soprattutto nel mondo automotive e dell’elettronica tradizionale, ma la vera potenza è diventata la Cina.

Molto popolosa, ricca di materie prime, militarizzata da decenni di comunismo, fortemente gerarchica, la Cina sta crescendo da decenni a ritmi sconosciuti al resto del mondo. E’ il mercato più ampio e potenzialmente più interessante del pianeta, dove il gap rispetto all’Occidente garantisce un livello di bisogni, compresi quelli primari, praticamente infinito. Inoltre è rimasto storicamente un mondo chiuso, in cui è molto difficile penetrare ed inserirsi per chi non conosce lingua e cultura, e la ricchezza accumulata ne ha fatto il principale detentore di titoli del debito pubblico americano.

Ma il vero asso nella manica è il quasi certo predominio incombente nella tecnologia delle comunicazioni con la piattaforma 5G, di cui abbiamo diffusamente parlato su questo blog (https://marcoparlangeli.com/2019/10/08/star-wars-la-guerra-tecnologica-tra-usa-e-cina/), destinato a consegnare al celeste impero la supremazia indiscussa nel campo tecnologico, delle comunicazioni, militare. La prova di forza sul piano commerciale che ha imposto Trump con la guerra dei dazi, si è momentaneamente conclusa (con la firma dell’accordo sulla phase one) con un pareggio, onorevole per entrambi e rassicurante per il mercato.

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Ma l’Asia non è solo Cina: anche la Corea e la Thailandia stanno crescendo a ritmi da noi sconosciuti, ma sono in qualche modo più collegati e ispirati dall’Occidente, così come in passato lo erano Singapore e Hong Kong, le enclave capitaliste nel cuore della Cina.

E’ invece soprattutto l’India a costituire l’altro punto di forza dell’Asia: anch’essa un “continente” e un mercato immenso, con grande povertà ma anche potenzialità infinite. Risorse naturali a disposizione, classe dirigente che si è formata nelle scuole europee e nordamericane, conoscenze tecnologiche tradizionalmente elevatissime, sistema economico occidentale orientato al profitto e all’efficienza.

Da un punto di vista politico, l’Inda costituisce il contrappeso all’economia post-comunista cinese e le affinità elettive del partito del presidente Modi col nuovo corso nipponico (il governo Abe) – entrambi orientati “a destra”, se la parola ha ancora un significato – possono rappresentare un reale rischio di accerchiamento per la Cina, che certo non vede di buon occhio la saldatura e l’intesa fra i due paesi. Soprattutto se il Giappone riuscirà a superare l’annosa crisi che la attanaglia.

Su queste dinamiche si giocherà il futuro del pianeta in questo secolo: potrà non piacere, soprattutto a chi si è formato alla scuola del liberismo e del mercato, ma questo è, nel bene e nel male. La diffusione del coronavirus e l’impossibilità evidente di fermare il movimento dei Cinesi in Occidente ne sono una triste premonizione.

Crediti cattivi e banche cattive

Iniziamo da lontano. Il mestiere della banca è quello di raccogliere denaro dai risparmiatori per prestarlo alle imprese, in modo tale da guadagnare sulla differenza (la cosiddetta forbice) fra i tassi attivi, quelli riscossi dai beneficiari dei prestiti, e i tassi passivi, quelli pagati ai depositanti.

Questa funzione, chiamata “intermediazione creditizia”, è fondamentale in ogni sistema avanzato perché rende più efficiente il circuito finanziario e assicura un migliore utilizzo delle risorse di cui il sistema dispone, rendendo produttivo, in quanto facilitatore degli investimenti, il risparmio delle unità in surplus.

Condizione di sopravvivenza della banca è che sia in grado, in ogni momento, di adempiere ai suoi obblighi, in particolare a quello di rimborsare i depositi quando i clienti lo richiedono, se si tratta di depositi a vista, oppure alla relativa scadenza. L’equilibrio della banca è basato dunque sulla circostanza che analoga capacità di rimborso la abbiano le imprese clienti, per ciascun segmento di scadenza.

Sintetizzando, il credito può essere a breve termine (o a vista, cioè a scadenza indeterminata salvo revoca) e a medio/lungo termine. Tendenzialmente la banca deve quindi utilizzare il risparmio a vista (i conti correnti) per finanziare i cicli produttivi e il risparmio a lungo termine (attraverso le obbligazioni o i certificati di deposito) per finanziare gli investimenti. Già il disallineamento delle scadenze fra attivo e passivo bancario (il cosiddetto mismatch) genera problemi non da poco, che possono portare all’illiquidità della banca, come avvenne in Italia nella crisi degli anni ‘30 del secolo scorso, che portò alla nascita dell’IRI e delle banche pubbliche: per scongiurare tale eventualità la banca deve sempre poter contare su adeguate riserve di mezzi liquidi o di attività prontamente liquidabili.

Oltre ai problemi di liquidità, la banca può incorrere in vere e proprie perdite economiche originate dal default delle imprese clienti, cioè dal loro fallimento o quanto meno dell’incapacità a rimborsare i prestiti. In questo caso l’istituto dovrà svalutare il proprio credito, ovvero cancellarlo dalle proprie attività o ridurlo in proporzione alla possibilità di recupero. Se il fenomeno si manifesta per molti clienti, e quindi genera forti svalutazioni e perdite, l’equilibrio economico e patrimoniale della banca può venirne compromesso con conseguente necessità di rinforzare il capitale, e quindi chiedere risorse ai propri azionisti.

Esistono diverse gradazioni di sofferenza, ovvero di problematicità del credito. La normativa fiscale consente di detrarre le svalutazioni dei crediti solo se c’è una procedura fallimentare, altrimenti la svalutazione è tassata. Quindi la banca è stretta fra l’incudine dell’Autorità di Vigilanza, che richiede sempre le svalutazioni massime, e il martello del vincolo di bilancio, aggravato dall’onere fiscale.

I crediti in sofferenza o non performing – in acronimo dall’inglese NPL (non performing loans)- sono una vera e propria spina nel fianco per le banche. La manovra più semplice, di pulizia del bilancio, è quella di cederli a soggetti specializzati nel recupero crediti, che li pagheranno secondo una certa percentuale del loro valore teorico, ovvero del prestito originario maggiorato degli interessi non pagati. Per i crediti totalmente irrecuperabili, difficilmente la banca – con una cessione pro soluto[1] – potrà ottenere più del 5/10 % del valore; mentre per altre tipologie di crediti (ad esempio mutui ipotecari, prestiti personali, credito al consumo) si potrà arrivare anche al 30%.

Una società specializzata nella gestione e recupero di portafogli non performing, può recuperare quote anche importanti del credito, in alcuni casi può arrivare al recupero integrale o quasi, con solo modesti stralci. La differenza fra quanto riesce a recuperare e il prezzo pagato alla banca costituisce il reddito di queste società. Si tratta di un business di grande interesse, perché molto spesso il credito è assistito da garanzie immobiliari, la cui gestione attiva – attività che la banca difficilmente riesce a fare – può consentire di conseguire utili molto elevati.

Visto che nei grandi portafogli di prestiti in sofferenza ci sono sempre titoli diversi e a diverso grado di possibile recuperabilità, si può ben dire che in molte situazioni bancarie di crisi la parte più interessante per un investitore sia proprio questa, mentre l’attività creditizia tradizionale ben difficilmente potrà essere risollevata, in un mercato come l’attuale.

La tendenza, nei casi di crisi bancarie rilevanti, è oggi quella di concentrare in un’unica società – la cosiddetta bad bank – tutti i crediti dubbi per poi scorporarla dalla banca e alleggerire il bilancio.


[1] Si definisce pro soluto la cessione del credito in cui l’acquirente (cessionario) si sostituisce integralmente al venditore (cedente) e rinuncia a qualunque pretesa futura sul credito verso il debitore (ceduto). L’altra tipologia di cessione è quella pro solvendo, in cui il venditore cedente si libera dall’obbligazione solo quando l’acquirente cessionario abbia ottenuto il pagamento dal debitore ceduto. In tale ultimo caso, dunque, l’acquirente potrà restituire il credito e recuperare quanto pagato qualora si verifichino condizioni negative: la banca otterrà quindi un prezzo più alto ma non potrà eliminare tali poste dal proprio bilancio.

Green new deal? Il contributo di Marco Mancuso

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Continuiamo ad occuparci di ecologia, ambiente, sviluppo sostenibile, ma questa volta sotto il profilo delle opportunità industriali che si aprono, che – per quanto si è detto nei precedenti articoli – rischianmo di diventare delle vere e proprie “issues” per il futuro.

Il problema sarà allora non “se” l’onda verde si manifesterà ma “come”, “quando” e “in che misura”, e soprattutto se siamo pronti a cavalcarla o rischiamo invece di esserne travolti.

Ospitiamo con piacere il contributo di un giovane e brillante ingegnere energetico e nucleare, uno dei cervelli in fuga che società ben più attrezzate della nostra sono riuscite ad attrarre proprio per rispondere alle sfide epocali che ci attendono. Così il nostro paese, dopo aver investito risorse ingenti nella formazione e preparato ottimi professionisti, si ritroverà ancora più arretrato e fuori mercato.

Un punto di vista interessante di chi opera in prima linea, un’analisi pur necessariamente sintetica ma senz’altro pregnante e acuta, da non perdere.

Buona lettura, dunque!


 

 

Ragionando sulla nuova crociata dell’ambientalismo, questo articolo cerca di andare oltre al dibattito sui modi, i tempi o gli argomenti, cercando di analizzare un po’ più ad ampio spettro il tema, ricercando alcuni fatti tangibili e provando a commentare le ricadute macro e micro economiche.

Il dato di partenza, oggettivo ed inopinabile, è che il nuovo “ismo” del 21esimo secolo genera nuove opportunità di mercato e ne chiude di altre.

Che sia customer oriented o market oriented, che sia un “il mercato ha una mancanza ed io azienda la colmo” (Nissan, Ford, Chevrolet nei primi anni 2000), che sia un “il futuro è dell’auto elettrica ed io azienda ti dimostro di poter produrre un’ auto sportiva, appealing e orientata alle masse” (Tesla a cavallo del 2010) o che sia un “il cliente sa quello che vuole ed io azienda glielo propongo nel tentativo di riguadagnare i clienti disaffezionati” (tutti gli altri big Car Maker dal 2015 in poi), il mercato dell’ automotive è stato profondamente scosso dall’ambientalismo dell’ultimo ventennio e dal cosiddetto “Effetto Tesla”.

La sfida tra i costruttori di autoveicoli nei prossimi decenni sarà accaparrarsi una fetta del mercato del motore elettrico (e che ogni anno aumenta sempre di più). Le competenze richieste in questo settore oggi vertono principalmente su guida autonoma e assistenza alla guida, auto sempre connessa e suoi servizi, elettrificazione del veicolo e infrastruttura di approvvigionamento (terminali di ricarica a casa, colonnine di ricarica on the road): se avete queste conoscenze, fatevi avanti.

L’ambientalismo post Buco dell’ozono può anche essere visto come una moda, una cultura a cui appartenere, uno strumento di propaganda o una nuova linea promozionale: ecco quindi grandi catene commerciali della fast fashion (H&M, Zara) che fanno delle economie di scala e del prezzo basso il loro punto di forza, ritrovarsi a proporre nuove collezioni “sostenibili” ad un prezzo “meno basso” per i clienti più “conscious”.

Oppure la ri-ri-ri-nascita dell’usato o del riciclo, della vendita di seconda mano, dei mercatini delle pulci. Due facce della stessa medaglia che offrono nuove opportunità di business e meno cartoni da spostare durante il trasloco.

Anche i nuovi negozi Bio e gli alimenti a chilometro zero sono ascrivibili per analogia alla categoria: quello che non più di 70 anni fa era la normalità e che l’industria frigorifera e la globalizzazione hanno messi fuori mercato, oggi Carlo Petrini e l’eco-friendly hanno riportato in auge.

La prima Grünewelle (onda verde) nei primi anni 2000 ha visto un interesse globale con progressivo riempimento di tutte le lacune anche da parte di personale ri-qualificato. Quando i giovani neolaureati del periodo si sono affacciati per la prima volta al mondo del lavoro hanno visto (non solo a livello nazionale ma anche europeo) una polarizzazione di pochi stage non pagati/ poco pagati alternati a tante posizione di manager con esperienza pluriennale.

Nel mezzo il nulla o poco più.

Questa seconda onda verde del secondo decennio 2000 vede un nuovo tentativo sovra-nazionale di accordo sulle emissioni: siano queste nazioni sviluppate o altresì nazioni in via di sviluppo che non accettano briglie nella loro corsa, il tentativo rimane tale e si fracassa sui veti delle singole nazioni. A livello di singolo stato però, anche la risposta politica (orientata al o modellata dal cittadino) cerca di cavalcare il consenso e adattarsi al contesto industriale e produttivo.

I paesi scandinavi spingono per il bando ai motori tradizionali in una economia già da anni incentrata su energia rinnovabile e (termo-)valorizzazione del rifiuto, la Germania ha recentemente reso noto un accordo di governo che nel tentativo di proteggersi dalla recessione non si dimentica dei giovani del FridaysForFuture, persino negli Stati Uniti anti accordi di Parigi la nuova corrente a sinistra del partito dem prova a farsi aruspice di una nuova agenda green da trasformare in disegno di legge nel 2020.

Il resto d’Europa è forse ancora impegnata con i suoi fantasmi interni (Italia, Francia, Regno Unito, Polonia, Spagna) ma è possibile che nel prossimo ciclo di elezioni gli argomenti di una economia verde e la promessa di nuovi posti di lavoro divengano sempre più centrali.

Al momento sembra quasi che il sentimento ambientalista abbia attecchito più a livello locale e meno a livello globale, o quantomeno che sia più difficile trovare un accordo sull’argomento via via che le comunità di individui e l’architettura sociale si complica.

Tuttavia le iniziative dei singoli continuano a moltiplicarsi e le aziende cercano di partecipare alla festa per mangiare un pezzo di torta.

Il vento di un nuovo Green New Deal soffia ed il sistema economico risponde di conseguenza.

 

 

Marco Mancuso (*)

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(*) Marco Mancuso, 29 anni, vive a Monaco di Baviera con la fidanzata Elonora.
Nato a Palermo e laureatosi in Ingegneria Energetica e Nucleare tra Palermo e Torino, si è trasferito in Germania nel 2015 e lavora oggi nel settore automotive presso il gruppo Volkswagen.

Parla italiano, inglese, tedesco e spagnolo, ama viaggiare e  conoscere nuove culture ma non si dimentica mai della sua Sicilia.