Che fare in tempi di turbolenza?

sky-3183766_960_720.jpg

 

Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

Come tenere d’occhio i conti in casa

glass-tin-as-moneybox-1462522744mrj.jpg

 

Le donne di casa di un tempo, anche nelle famiglie più povere, magari non sapevano leggere o scrivere ma certo erano bravissime nel tenere i conti di casa e gestivano con sapienza i pochi denari che entravano. Allora (parliamo di alcuni decenni fa) le condizioni di vita erano sicuramente più difficili, ma tutto era più semplice: al massimo si riusciva a risparmiare qualcosa nel libretto di deposito a risparmio per poter affrontare i tempi difficili.

Oggi seguire in modo intelligente e completo i conti di casa richiede sicuramente più controllo e strumenti minimamente più raffinati. L’obiettivo è quello di monitorare quanto spendiamo mese per mese, dove riusciamo a risparmiare da un periodo all’altro, se e quanto il patrimonio si incrementa.

Abbiamo visto la scorsa settimana che è preliminare aver ben chiara la distinzione fra flussi e stock, ma anche la correlazione fra i due tipi di grandezze. Se in determinato periodo, ad esempio, le entrate superano le spese di € 1.000, a parità di tutto il resto, dovremmo trovare a fine mese il saldo del conto corrente cresciuto di tale importo. Se il nostro patrimonio finanziario fosse costituito, oltre che dai contanti in tasca e dal saldo del conto, anche da – ipotizziamo – un certo ammontare in BTP, dovremmo e fine periodo verificare anche il valore di mercato di quei titoli.

Se riscontriamo che il valore di mercato di quei titoli è aumentato di € 300, il nostro patrimonio finanziario risulterà complessivamente aumentato di € 1.300. Entrate e uscite sono flussi, saldo del conto e titoli sono stock.

Pertanto, in caso di avanzo finanziario (AF) positivo e plusvalenza teorica sui titoli, dovremo avere:

PFN (patrimonio finanziario netto) finale = PFN iniziale + AF + plusvalenza teorica

 

La relazione ovviamente si modifica se si verifica invece un disavanzo finanziario e/o una minusvalenza teorica dei titoli. Da precisare che plusvalenza o minusvalenza sono da considerare rispetto al valore del mese precedente, e non al prezzo di carico, che è il costo di acquisto originario. Se volessimo comunque tenere nota della variazione di valore rispetto ai prezzi di carico, dovremmo considerare, nella relazione sopra, la differenza (aumento o diminuzione) della plusvalenza rispetto al mese precedente. In questo caso occorre fare attenzione con le formule, perché potremmo avere aumento o diminuzione di plusvalenza o di minusvalenza, o meglio del totale delle plusvalenze o minusvalenze, nel caso in cui si possiedano titoli diversi.

Il metodo di registrazione deve quindi essere quello di annotare giorno per giorno le spese effettuate e solo a fine mese valutare attività e passività, e quindi per differenza il patrimonio netto (ci limitiamo, per semplicità, a quello finanziario escludendo dal patrimonio i beni reali come case, auto, e così via).

Il modo più semplice, per chi ha una certa dimestichezza con il computer, è quello di utilizzare un semplice foglio elettronico dove, una volta impostate le formule (semplicissime, quasi tutte somme e sottrazioni), automaticamente avremo i saldi di fine periodo e il confronto fra i diversi periodi. Il programma più usato ed efficiente è Excel, di semplice uso e grande versatilità. Schemi di questo tipo sono facilmente scaricabili anche da internet, già impostati nelle voci e nelle formule.

table-2816806_1280.jpg

 

Occorre tuttavia verificare che lo schema comprenda e gestisca la distinzione fra flussi e stock, come si è detto più volte, altrimenti le indicazioni sarebbero fuorvianti.

Tuttavia, anche il tradizionale quaderno a quadretti con matita e calcolatrice è assolutamente idoneo allo scopo; in questo caso sarà necessaria un po’ di manualità in più e qualche verifica di quadratura. Vediamo allora come sono configurati gli schemi di conto economico (entrate e uscite) e situazione patrimoniale (attività, passività e patrimonio netto).

Iniziamo proprio da quest’ultimo, da valutare come si è detto ad ogni fine mese.

Lo stato patrimoniale sarà all’incirca così composto:

  • ATTIVITA’: denaro in cassa; saldo del conto corrente; carte prepagate; titoli; accrediti da ricevere
  • PASSIVITA’: scoperti di conto; valore residuo dei finanziamenti a vario titolo (prestiti personali, credito al consumo, ecc.); debito residuo di mutui; addebiti d ricevere (in genere l’importo speso nel mese con le carte di credito, che viene addebitato in conto il mese successivo)
  • PATRIMONIO FINANZIARIO NETTO: ATTIVITA’ – PASSIVITA’

 

Il conto economico comprenderà invece:

  • ENTRATE: stipendi; rimborsi spese; interessi attivi su depositi e titoli; plusvalenze realizzate su titoli
  • USCITE: tutte le diverse voci di spesa, il cui dettaglio dipenderà dalla tipologia e dalla frequenza di ciascuna di esse, a seconda delle abitudini e dello stile di vita della famiglia; minusvalenze effettive subite su titoli venduti
  • AVANZO FINANZIARIO: ENTRATE – USCITE  oppure
  • DISAVANZO FINANZIARIO: USCITE – ENTRATE

 

Infine dovremo tenere nota delle plusvalenze teoriche (da valutazione) dei titoli, da non confondere con quelle effettivamente realizzate, e che come abbiamo visto fanno parte delle entrate, se il prezzo di vendita è superiore al prezzo di acquisto, oppure delle uscite, se si verifica il caso contrario.

Per agevolare la costruzione dello schema, dovremmo usare due fogli diversi, uno per il calcolo del patrimonio finanziario netto e uno dell’avanzo finanziario, con gli opportuni collegamenti. Ogni mese potremmo usare un nuovo file, e poi confrontare i saldi di ogni voce; lo stesso, dopo aver aggregato i valori di conto economico nei 12 mesi dell’anno, possiamo fare per ogni anno. In quel caso il calcolo del PFN rilevante sarà solo quello di inizio e fine anno, e le plusvalenze o minusvalenze periodiche non saranno più da registrare, contando solo la differenza fra il valore iniziale (al primo gennaio o alla data di acquisto del titolo, se successiva) e quello finale dei titoli.

Ci auguriamo di non aver abusato della pazienza dei nostri lettori, ma possiamo garantire che si tratta di strumenti molto facili da usare e, una volta che si sia preso un po’ di pratica, veramente utili. Promettiamo che dalla prossima settimana torneremo ad occuparci di argomenti più divertenti.

 

 

 

 

 

 

Un mondo di flussi e stock

contidicasa_3.jpg

 

Una lettrice ci ha chiesto di fornire qualche utile indicazione per seguire i conti di casa, sulla scorta di quanto tempo fa dicemmo in merito al monitoraggio del portafoglio.

A prima vista, tenere memoria delle spese (e delle entrate) di una famiglia è un esercizio facile: basta annotare i soldi che escono (magari con criterio di omogeneità per tipi di spesa) e confrontare, tempo per tempo, i totali periodici.

Ad esempio, se si utilizza il mese come periodo temporale di riferimento, dovremmo registrare sotto la voce “alimentari” oppure “telefono” – e così via – tutti i pagamenti effettuati a quel titolo nel mese, sia per contanti sia attraverso la carta di credito sia con addebito in conto. Poi potremo confrontare, da un mese all’altro, i totali e vedere se abbiamo speso di più o di meno e, ad esempio, quanto paghiamo in un anno per quel tipo di spesa.

Purtroppo però le cose non sono così facili e ciò nonostante la famiglia sia un’azienda di erogazione e non di produzione (come l’impresa): ha cioè lo scopo di erogare beni e servizi ai propri membri e non di produrli o commerciarli. Per le imprese – che danno luogo a costi e ricavi – la contabilità è ben più complessa e infatti è necessaria la partita doppia; mentre per le famiglie, che hanno solo entrate e uscite, va benissimo la cosiddetta partita semplice.

Senza volerci addentrare troppo nella teoria ragionieristica, basti qui dire che la partita doppia è un metodo di contabilizzazione basato sulla doppia scrittura di ogni evento, una volta in dare e una volta in avere, in conti diversi. E’ finalizzata a calcolare l’utile di esercizio attraverso il conto economico, e il valore del patrimonio netto attraverso la situazione patrimoniale.

Per una famiglia, invece, le cose sono (solo apparentemente) più semplici, ma è necessario determinare, alla fine di ogni periodo di riferimento (anno o mese) la consistenza del patrimonio e l’avanzo o disavanzo di cassa. Per capire bene questo passaggio, è indispensabile aver chiaro un concetto base: la distinzione fra flussi e stock.

In genere si fa riferimento alle similitudini geografiche: il flusso è la quantità d’acqua che in un intervallo di tempo scorre nel fiume; lo stock è una montagna, alta e immobile (anche se col tempo si accresce o si riduce). Le entrate e le uscite sono flussi, mentre il patrimonio netto, i debiti, i titoli e il saldo del conto corrente sono stock.

Il debito si misura in un intervallo di tempo; lo stock è una fotografia scattata in un preciso istante. Fra le due categorie ci sono ovviamente rapporti stretti: il flusso netto di soldi in un mese fa aumentare lo stock di patrimonio, un disavanzo fa crescere i debiti o diminuire lo stesso patrimonio.

Non tutte le entrate o uscite sono spese o introiti: in alcuni casi sono solo spostamenti fra attività e passività. Ad esempio, se preleviamo 250€ al bancomat, non si tratta né di spese né di introiti, ma semplicemente di trasformazione di una parte del patrimonio da saldo di conto corrente in contanti; lo stesso se carichiamo una carta prepagata con addebito in conto. Così come se paghiamo una rata di mutuo, non tutto è spesa, ma solo la parte relativa agli interessi: la quota capitale, infatti, altro non è che il rimborso di parte di un debito, e quindi la riduzione di un tipo di attività patrimoniale e, allo stesso tempo, del debito residuo del mutuo.

Allo stesso tempo, tutti i movimenti relativi ai titoli (acquisto e vendita) sono semplici spostamenti da una forma di impiego del patrimonio (il saldo di conto corrente) in un’altra (i titoli, appunto). Se invece riscuotiamo una cedola, o registriamo una plusvalenza, allora avremmo effettivamente un introito.

Una corretta forma di registrazione dei conti di casa non può prescindere dalla separata individuazione delle grandezze-flusso e di quelle stock. Altrimenti non riusciremo a capire se spendiamo di più o di meno e se il patrimonio aumenta o diminuisce.

1200px-Anadama_bread_(1).jpg

 

Il meccanismo di registrazione, supponendo il mese come periodo di riferimento, deve quindi calcolare: il valore iniziale del patrimonio (PF0) e il suo valore finale (PF1); il saldo fra introiti e spese nel periodo (se positivo avanzo finanziario, AF; se negativo disavanzo finanziario, DF), in modo che sia verificata la relazione:

PF1 = PF0 + AF     oppure, alternativamente, PF1 = PF0 – DF

Parliamo in questo caso, semplificando, di patrimonio finanziario, intendendo quella parte di patrimonio che ha una rappresentazione in denaro (come la cassa, i titoli, i debiti, i crediti e così via). Non consideriamo, per semplicità, il patrimonio reale, costituito invece dai beni diversi, quali ad esempio case, automobili, mobili, barche, e così via. Una volta capito il meccanismo, sarà poi facile implementarlo con la parte reale, tenendo presente che ad ogni fine periodo esso andrebbe correttamente valutato, così come facciamo con i titoli che fanno invece parte della componente finanziaria.

Solo avendo chiara la distinzione fra flussi e stock è possibile registrare correttamente i conti di casa e capire se ci stiamo arricchendo o impoverendo e che cosa origina tale mutamento. Dovremmo quindi, giorno per giorno, annotare tutti i movimenti di denaro che non sono semplici trasferimenti fra elementi del patrimonio, ma vere e proprie spese o introiti. E alla fine del mese, sommare le varie registrazioni e valutare le componenti finanziarie del patrimonio.

La quadratura si avrà se l’incremento del patrimonio è uguale all’avanzo finanziario del mese più la plusvalenza teorica degli investimenti finanziari (in sostanza l’aumento o la diminuzione del valore dei titoli) verificatasi nel mese stesso. Se c’è una differenza, molto probabilmente abbiamo sbagliato i conti oppure ci siamo dimenticati di registrare qualcosa.

 

Nel prossimo articolo entreremo nel vivo del procedimento.

Tassi e inflazione

Inflazione_italiana

 

Concludiamo questa breve serie di articoli tornando a parlare di una vecchia conoscenza: l’inflazione, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog. Questa volta, proseguendo l’esame delle leve di intervento dei governi per incidere sull’economia, cerchiamo di capire il rapporto fra modifica dei tassi di interesse e controllo dell’inflazione.

Abbiamo detto più volte che in ambito europeo c’è un contrasto permanente fra la Germania, che ha come principale obiettivo la lotta all’inflazione e vorrebbe una politica monetaria rigorosa (ovvero tassi di interesse più alti) e i paesi mediterranei, in particolare l’Italia, che vorrebbero invece far crescere l’economia e spingono per avere tassi più contenuti. In tal modo si favorirebbero gli investimenti da parte del sistema produttivo e, per questa via, si aumenterebbe produzione e reddito.

Non è che i tedeschi siano cattivi (anche se molti lo pensano): forse sono solo troppo concentrati sui propri interessi e poco sensibili ai problemi degli altri, i cui sistemi non sono certo floridi e ricchi come quello germanico. Ma è vero anche che, se dovessimo tornare a livelli alti di inflazione come spesso abbiamo sperimentato in passato, sarebbe una brutta cosa per tutti. Alcuni hanno addirittura paragonato l’inflazione al cancro che divora i valori reali delle attività finanziarie e che si autoalimenta. All’estremo, ciò potrebbe portare alla disgregazione sociale, come successe proprio in Germania negli anni ‘30 quando il prezzo del pane aumentava dalla mattina alla sera di qualche milione di marchi, finché non arrivò Hitler con la deriva della follia nazista.

Ma se un livello troppo alto di inflazione è un pericolo per la tenuta dei nostri sistemi (e di sicuro rappresenta una forma di redistribuzione della ricchezza a danno di chi possiede attività finanziare e a favore di chi ha debiti), molti concordano oggi nel ritenere desiderabile e positivo un livello minimo – generalmente indicato nel 2% all’anno – che assicurerebbe un buon funzionamento e una crescita ordinata, rendendo disponibile i giusti livelli di liquidità e moneta che lubrificano correttamente l’economia.

Per questo le banche centrali tendono a gestire la quantità di moneta in modo da consentire un aumento fisiologico e controllato del livello dei prezzi che accompagni lo sviluppo del reddito.

Come si produce l’inflazione? Rispondere non è facile, e le possibili cause sono molte. Tipicamente però si riconducono a due categorie: inflazione da eccesso di liquidità e inflazione da costi.

 

Imperial Banknote Bank Note Currency Inflation

 

La prima si verifica quando c’è troppa moneta in circolazione rispetto ai beni acquistabili. Facciamo un esempio limite, che chiarirà il concetto. Supponiamo di essere in un sistema chiuso, che produce un solo tipo di bene, supponiamo il pane, e che ha raggiunto la massima capacità produttiva. In una situazione di equilibrio, supponiamo che si producano 1.000 chili di pane a 100 Euro al chilo e che la quantità di moneta nel nostro microcosmo sia 100.000 Euro. Se a un certo punto la quantità di moneta viene raddoppiata, avremo 200.000 Euro per comprare gli stessi 1.000 chili di pane: abbamo infatti ipotizzato che non sia possibile aumentare il livello di produzione. Gradualmente il prezzo del nostro pane si porterà a 200 Euro al chilo, perché chi detiene la moneta riverserà la sua domanda su quell’unico bene. Alla fine il prezzo (nominale) raddoppierà, ma il prezzo reale del pane sarà sempre lo stesso[2], perché sono sempre gli stessi 1.000 chili. Questa è inflazione da eccesso di liquidità: se mettiamo più mezzi di pagamento a disposizione dei consumatori, questi faranno crescere la domanda, ma si tratterà di una crescita “drogata” perché la produzione è sempre la stessa.

Nello stesso esempio, supponiamo che ci sia un solo produttore di pane e che il costo della sua materia prima aumenti del 10%. Potendo trasferire questo aumento di costo sul prezzo, anche il prezzo del pane aumenterà del 10%, e questa è inflazione da costi, come quella che si verificò negli anni Settanta in seguito al forte e generalizzato aumento del petrolio da parte dei paesi produttori.

Ci sono poi meccanismi che moltiplicano l’effetto dell’inflazione, come quello della scala mobile, che abbiamo sperimentato in Italia sempre negli anni Settanta, non a caso ricordati come gli anni della grande inflazione. Il meccanismo consisteva in una clausola di adeguamento automatico dei salari quando l’inflazione aumentava. Grazie alla forza delle organizzazioni sindacali, i lavoratori in quegli anni ottennero che i loro salari crescessero automaticamente di una certa percentuale (il 75%) dell’aumento rilevato dei prezzi al consumo. Se cioè si constata un aumento dei prezzi generalizzato del 10%, i salari crescono del 7,5%. Questo però determina un aumento dei costi di produzione, che in qualche misura vengono scaricati sui prezzi, e così il meccanismo si autoalimenta.

In conclusione, è vero che con una politica monetaria restrittiva, che tende a ridurre la quantità di moneta e quindi aumentare i tassi di interesse, la liquidità diminuisce e qundi anche la domanda diminuisce ostacolando l’inflazione; ma può anche succedere che le imprese riescano a trasferire sui prezzi di vendita questo che per loro rappresenta un fattore di costo e provochino in effetti un aumento dei prezzi, che è l’esatto contrario di quanto si voleva ottenere.

Come si vede, l’economia è una materia molto empirica e una scienza (ammesso che sia una scienza) non certo precisa: quello che succede lo si scopre solo a posteriori; molto spesso determinate azioni di politica economica producono effetti opposti a quelli desiderati.


[2] Si definisce nominale il valore corrente o prezzo di un beno, espresso nell’unità di moneta in circolazione, mentre reale è lo stesso valore depurato del tasso di inflazione. Se un bene costa 100 e l’inflazione è del 2%, l’anno dopo il suo prezzo nominale sarà 102 ma quello realòe sarà sempre 100 (102- 2% di 100).

Il vero salasso sono le indirette

tax-office-4007106_1280

 

Dopo la rapida carrellata sulle imposte dirette, concludiamo la nostra miniserie parlando dell’altro grande ramo della fiscalità sulle persone fisiche: le imposte indirette, ovvero quelle che gravano sui consumi. Da esse deriva poco meno della metà del gettito, e sono indipendenti dal reddito o dal patrimonio di chi deve pagarle, ma sono unicamente commisurate ai consumi.

Quelle di gran lunga più importanti sono due: l’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) e le accise sui carburanti. Esse colpiscono nella stessa misura ricchi e poveri, nullatenenti e grandi proprietari, disoccupati e manager.

Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, possiamo dire che su un gettito complessivo, ovvero un’entrata tributaria, per il 2018 di € 463,3 miliardi, 247,6 derivano dalle imposte dirette e 215,7 da quelle indirette. Fra queste, l’IVA produce per le casse dell’erario 133,4 (quindi oltre un quarto del totale) e l’accisa sui carburanti 25,5.

L’IVA è senz’altro l’imposta più onerosa per i consumatori. Vediamo a grandi linee come funziona.

L’imposta è calcolata sul valore aggiunto di ogni prodotto, ovvero sull’incremento di valore che il prodotto incorpora ad ogni passaggio da un soggetto all’altro, a partire dalla materia prima fino al prezzo di vendita finale. Il meccanismo sembra complicato (e ineffetti lo è), ma a rifletterci bene ha una logica razionale.

Occorre innanzitutto partire dal concetto di “valore aggiunto”, basilare in economia. Di questo ci siamo occupati diffusamente in passato.

In sintesi si tratta del valore che ogni stadio di lavorazione – effettuato dalle aziende che intervengono nella produzione e nello scambio del prodotto – stratifica sul valore iniziale delle materie prime. Se ipotizziamo un prodotto con un costo delle materie prime pari a 10 €, un costo di lavorazione di 90€ (e quindi un costo all’ingrosso di 100 €) e un prezzo finale di 200 €, il suo valore aggiunto complessivo, pari a 190 €, è composto così:

 

  • 90 € realizzato dall’impresa che lo produce e
  • 100 € dai diversi passaggi commerciali.

 

In sostanza, il valore aggiunto finale è dato dalla differenza fra prezzo di vendita e costo delle materie prime (200 – 10 = 190 €). Se abbiamo un’IVA al 22%, il consumatore finale pagherà per quel prodotto 244 €, di cui idealmente 200 al venditore e 44 al fisco sotto foma di IVA.

Se ipotizziamo che tutte le materie prime siano di provenienza nazionale (l’importazione introduce qualche elemento di complicazione, ma il ragionamento non cambia), 44 € è il valore che l’eriario riceve per quel prodotto. Il commerciante che incassa 244 €, avrà un debito verso il fisco per l’IVA incassata di 44 €, ma avrà d’altra parte anche un credito pari all’IVA pagata al produttore, pari al 22% di 100 €, in quanto aveva pagato al produttore 122 €.

Al momento del pagamento, il commerciante dovrà quindi versare allo Stato 22 €, che è appunto pari all’imposta sul valore che egli ha aggiunto al prodotto ( = 200 – 100, ovvero prezzo di vendita meno costo di acquisto).

A sua volta il produttore contabilizzerà il debito di 22 € verso l’erario, ma anche il credito di 2,2 relativo all’IVA pagata al momento dell’acquisto delle materie prime. Nella sua dichiarazione IVA emergerà quindi un saldo da pagare pari a 19,8. I 2,2 € sulle materie prime verranno infine incassati, e riversati allo Stato, da parte di chi ha fornito le materie prime.

Alla fine dei salmi, lo Stato avrà incassato i suoi 44 €, che saranno restati tutti a carico del consumatore finale e ciascuno dei soggetti ne avrà versata direttamente un parte pari al 22% del valore che ha “aggiunto” al prodotto. Questo comporta che ogni azienda, sia essa di produzione o commerciale, dovrà avere una specifica contabilità (la “contabilità IVA”) che registri l’IVA a debito incassata dal cliente e quella a credito pagata al fornitore, restando obbligato a versarne il saldo.

vat-4184607_1280

 

Questo nel presupposto che tutta l’IVA pagata sia detraibile, e non sempre è così, e che ovviamente tutti i passaggi vengano registrati e fatturati. Se infatti ci fosse un passaggio “al nero”, ovvero non registrato, il soggetto non pagherebbe allo Stato  l’IVA che ha incassato dal cliente e avrebbe commesso un’evasione, facilmente rilevabile dall’incrocio dei dati da parte del fisco. A maggior ragione si avrebbe evasione, in questo caso non solo di IVA ma anche delle imposte sul reddito, se nessun passaggio fosse registrato. Questo è il motivo per cui il fisco controlla che le fatture, o gli scontrini fiscali, vengano regolarmente emessi per ogni vendita.

Altro onere particolarmente pesante per il consumatore sono le accise sui carburanti, in realtà non una sola imposta ma numerose che si sono via via stratificate nel tempo, che si aggiungono all’IVA. Si può stimare che il fisco incassi circa il 65% del prezzo della benzina, ovvero che a fronte di un costo alla pompa di 1,5 €, ben 0,975 siano di imposte e solo 0,525 siano per il prodotto.

Questo spiega perché il costo della benzina non riflette completamente l’andamento del prezzo del petrolio. Se infatti il prezzo del carburante si dimezzasse, passando da 0,525 a 0,2625 € al litro, e il carico fiscale unitario restasse invariato, il prezzo alla pompa diminuirebbe solo del 17,5%, passando a 1,2375. C’è da dire che il fisco in genere cerca di stabilizzare quanto più possibile il prezzo alla pompa, per evitare effetti sull’inflazione, e quindi molte delle oscillazioni temporanee vengono assorbite da variazioni di segno opposto del carico fiscale. L’effetto finale sul gettito è controllato (e in genere pari a quello ipotizzato nella legge di bilancio), ma vengono evitate oscillazioni giornaliere che emergerebbero se il prezzo del carburante riflettesse integralmente le variazioni della materia prima: il greggio infatti, quotato sul mercato delle materie prime o commodities, subisce variazioni anche significative da un giorno all’altro, e si muove con molta rapidità.

Al termine di questa breve e necessariamente approssimativa carrellata, risulta chiaro perché – rispetto ai dati ufficiali – la sensazione del consumatore è di subire una pressione fiscale eccessiva e sempre crescente. Se infatti il rapporto complessivo fra gettito e PIL nel nostro paese è di circa il 40%, l’incidenza sul consumatore dell’onere tributario è ben superiore: si stima intorno al 62%. Anche in assenza di reddito o di patrimonio, ciascuno di noi – ogni volta che fa un acquisto o fa il pieno di benzina – deve pagare somme notevoli di imposte. Il reddito disponibile, quello che serve per i consumi e quindi per alimentare la domanda, è ben inferiore a quello teorico ed è per questo che, tornando a quanto abbiamo detto all’inizio della miniserie, ogni forza politica proclama l’intenzione di ridurre il peso fiscali.

 

I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

 

 

 

 

Detrazioni, Deduzioni e Ritenute

credit-squeeze-522549_1280

 

Nella nostra brevissima e largamente incompleta rassegna sulle imposte dirette, ci siamo soffermati esclusivamente sulle persone fisiche, tralasciando le imprese. Non perché queste siano meno importanti, tutt’altro. E’ solo che la tassazione sulle aziende di produzione di beni e servizi è notevolmente complessa, e richiederebbe un livello tecnico troppo specialistico.

Limitiamoci ad evidenziare le differenze dei due sistemi impositivi. La prima è quella della progressività, su cui ci siamo a lungo soffermati nell’articolo precedente. Mentre la tassazione sulle persone fisiche, e sugli enti non commerciali che a queste sono fiscalmente assimilati, è progressiva, quella sulle imprese è proporzionale. Limitandoci alla principale imposta diretta sulle imprese, l’IRES (imposta sul reddito delle società), l’aliquota è unica ed è del 27,5%.

Nel caso delle società, infatti, la progressività sarebbe inutile: basterebbe che ciascuna di esse suddividesse il proprio volume di affari in tante imprese, ognuna delle quali con un reddito pari all’aliquota minima.

Soprattutto, la differenza fra persone fisiche e imprese è nel sistema di tassazione: mentre queste ultime (gli enti commerciali, nella denominazione ufficiale) sono tassate sulla base del risultato di bilancio, le persone fisiche subiscono distinte imposizioni per ogni tipologia di reddito. Si avranno così redditi di terreni, di fabbricati, di lavoro dipendente, di capitale, diversi.

Le imprese determinano quindi l’utile come differenza fra ricavi e costi (quelli ovviamente considerati detraibili), e su tale differenza viene calcolata l’imposta. Al contrario, le persone fisiche possono dedurre dal reddito o detrarre direttamente dall’imposta solo alcuni tipi di spese, e in genere entro precisi limiti.

Le deduzioni fiscali riguardano particolari spese (come ad esempio le ritenute assistenziali e previdenziali, gli assegni periodici al coniuge separato o divorziato; i contributi per la pensione complementare; le erogazioni liberali in favore di università o fondazioni universitarie), che si possono sottrarre dal reddito per ottenere l’imponibile, ovvero la base su cui calcolare l’imposta. Le detrazioni sono invece costi sostenuti (interessi sul mutuo per l’abitazione di residenza; contributi alle ONLUS; acquisto di farmaci o spese mediche) che possono essere portati, fino a una certa percentuale, in diminuzione dell’imposta dovuta.

Al di là del linguaggio, piuttosto astruso e di difficile comprensione, un facile esempio aiuterà a capire le differenze. Prendiamo in esame un individuo che abbia un reddito di 10.000 € e aliquota del 23%. Se ha pagato 5.000 €, ad esempio, di assegno di mantenimento al coniuge separato, potrà dedurre dal reddito l’intero importo e pagherà un’imposta di € 1.150, con un identico risparmio fiscale. Se invece avesse speso lo stesso importo in farmaci o spese mediche, potrebbe detrarre dall’imposta solo € 925[1], e pagare € 1.375.

Una situazione paradossale si verificherebbe se il nostro ipotetico contribuente avesse speso tutti i 10.000 € del suo reddito in spese mediche. Rispetto all’imposta teorica di € 2.300, il nostro sfortunato eroe potrebbe detrarre solo 1.875, dovendo così pagare 425 €, che non saranno molte ma di cui, nella fattispecie, non dispone, dovendo indebitarsi. Se invece avesse speso tutti i 10.000 € in una spesa deducibile, non avrebbe dovuto pagare alcunché.

TAX

 

Altra particolarità del nostro sistema, anche questa piuttosto originale rispetto agli altri paesi, è quella delle ritenute a titolo di acconto e degli acconti di imposte. L’obiettivo è quello di far coincidere il momento della percezione del reddito con quello del pagamento delle imposte. In effetti, la logica sarebbe un po’ diversa: PRIMA accerto il reddito e l’imposta che devo pagare, considerando anche le varie detrazioni e le eventuali modifiche della situazione fiscale, e solo DOPO pago quello che devo pagare.

Come si vede, anche in questo caso la norma è penalizzante per il contribuente. Come è noto, infatti, i lavoratori dipendenti ricevono lo stipendio già al netto della ritenuta d’acconto, che il datore di lavoro versa direttamente all’erario sulla base dell’aliquota che avrebbe se guadagnasse tutti i mesi quella cifra.

Semplificando molto, poniamo il caso che il nostro lavoratore guadagni 2.000 € lorde al mese: l’erario, presumendo che guadagni 24.000 €, dispone che debba pagare un’imposta di € 5.970, ovvero 497,5 al mese. Il datore di lavoro verserà perciò € 1.502,5 € netti. Alla fine dell’anno fiscale, idealmente, in sede dichiarazione dei redditi, il nostro eroe andrà da un lato a calcolare l’imposta dovuta e dall’altro a sommare tutte le ritenute subite, pagando a conguaglio la differenza o facendo emegere un credito. Tutto bene se le cose non cambiano, ma se ad esempio il nostro venisse licenziato dopo la busta paga di febbraio, ben difficilmente rivedrà i quasi 1.000 € che gli sono stati trattenuti.

In questo sistema c’è una componente finanziaria, rappresentata dal vantaggio dell’erario che può riscuotere prima le imposte e gestire i fondi con un consistente anticipo (che può arrivare anche ad un anno solare), ma c’è anche una componente di sostanziale sfiducia dello Stato nei confronti dei contribuenti. Delle serie: preferisco incassare prima ancora che tu riscuota, così sono sicuro che non te ne dimentichi o non evadi. Così molti preferiscono, da pensionati, trasferirsi ad esempio in Portogallo, dove – oltre a pagare un’aliquota più bassa – si riceve la pensione al lordo e poi, a tempo debito, si pagano le imposte.

Bisogna riconoscere che negli ultimi anni molti passi avanti sono stati fatti dal legislatore per ridurre i disagi e le ingiustizie subite dai contribuenti, anche se si tratta di miglioramenti di procedure a saldo zero, ovvero senza nessuno svantaggio economico per il fisco. D’altra parte, la necessità di reperire risorse sempre maggiori rende molto difficile, come si diceva all’inizio di questa mini-serie, ridurre il carico tributario che grava sulle spalle dei cittadini, nonostante le promesse dei politici.

 


[1] La detrazione di imposta per farmaci e spese mediche è consentita per il 19% dell’importo eccedente la franchigia di € 129,11.

I fondamentali: rischi e prerogative dell’investimento azionario

Finance Return On Investment Investment Time

 

Le azioni sono comunemente considerate il tipico investimento a rischio, quello in cui è possibile non solo non ricevere alcuna remunerazione, ma perfino perdere tutto il capitale. Generalmente sotto questo profilo, le azioni vengono contrapposte all’investimento in obbligazioni, soprattutto ai titoli di stato. Come abbiamo visto, però, neanche gli investimenti obbligazionari sono esenti da rischio: del resto abbiamo sempre ripetuto che non esiste in natura l’investimento completamente sicuro.

L’esperienza della recente crisi dei mercati finanziari ci ha infatti dimostrato che, in caso di crollo generalizzato, nessun comparto si salva, ma certamente le azioni sono le prime a soffrire quando l’economia va in crisi. Se il valore di riferimento di un’azione è uguale al flusso dei redditi futuri che produce, attualizzato ad oggi con un certo tasso di interesse, è evidente che una drastica prospettiva di recessione generalizzata non può che rendere più precario quel valore.

Nonostante questo, è bene non demonizzare l’investimento azionario in termini di rischio. Se investiamo in società consolidate, ben inserite sul mercato, che hanno dimostrato di saper resistere brillantemente ai momenti di difficoltà del sistema, e non avremo bisogno di disinvestire prima dell’orizzonte temporale stabilito, sottoscrivere azioni può darci molte soddisfazioni. In caso di momenti di mercato debole, basta infatti tenere i titoli in attesa della ripresa delle quotazioni e, nel frattempo, incassare i dividendi.

Perciò una quota intorno al 20/30 per cento del proprio portafoglio investito in azioni è normalmente raccomandabile, perché consente di non essere troppo esposti alle fluttuazioni del mercato e, allo stesso tempo, di avvantaggiarsi di eventuali fiammate dei listini in generale o di quel titolo in particolare.

Al contrario, se il nostro titolo ha subito perdite che possiamo considerare definitive e non recuperabili, meglio uscire dall’investimento, sia pure in perdita. Ciò può accadere, ad esempio, nel caso in cui il settore sia interessato da una modifica strutturale della fiscalità (ad esempio una nuova tassa) o del mercato, come nel caso dell’introduzione di dazi doganali in paesi in cui si esporta, come le misure paventate recentemente dal governo USA sui prodotti cinesi.

Diverso è il caso delle vere e proprie truffe, quando vengono diffusi dati di bilancio falsi o manipolati per occultare perdite o eventi penalizzanti: ben difficile difendersi da questi rischi, se non contando sull’operato delle autorità di vigilanza (la Consob per la borsa, la Banca d’Italia per il sistema bancario, e così via).

Al di fuori di questi casi particolari, l’investimento in azioni è quello che nel tempo si è maggiormente rivalutato e ha garantito il maggiore rendimento. Il problema, semmai, è quello della scelta delle azioni (cosiddetto cherry picking). Per questo una buona soluzione è quella di affidarsi a gestori professionali, sottoscrivendo magari quote di un fondo azionario, oppure prendere titoli sintetici che riflettano in modo pressoché automatico l’andamento di alcuni indici rappresentativi. Esistono, ad esempio, i cosiddetti ETF (Exchange trading funds), che riflettono indici borsistici, quali il FTSE Mib per il mercato italiano, aumentando quando la borsa sale e diminuendo quando scende.

Una particolarità delle azioni è il caso degli aumenti di capitale. Se la società decide di chiedere ai soci un aumento di capitale, al fine di non farli diluire (ovvero far diminuire la loro percentuale di partecipazione), viene ad essi attribuito un diritto di opzione. Solo chi possiede il diritto può sottoscrivere le nuove azioni; se poi non intende esercitarlo può vendere i diritti sul mercato fino alla data del lancio dell’aumento.

Normalmente quando c’è un aumento di capitale il corso delle azioni diminuisce. Ciò è dovuto al fatto che, a parità di utile, la società dovrà pagare dividendi a un maggior numero di azioni e, quindi, il dividendo unitario con molta probabilità diminuirà. Al contrario, la società può porre in essere operazioni che riducono il numero di azioni in circolazione (il cosiddetto buy back): entro determinati limiti, è consentito acquistare sul mercato azioni proprie. In tal modo il valore della singola azione crescerà. Questo succede quando ad esempio i mezzi propri della società sono considerati esuberanti rispetto al fabbisogno, oppure si vuole sostenere il corso del titolo.

Un’ultima considerazione riguarda le prerogative di governance, ovvero di partecipazione al governo societario. Ogni azione attribuisce il diritto di partecipare e votare nelle assemblee sia ordinarie (quelle in cui si approva il bilancio e si nominano gli organi amministrativi) sia straordinarie (quelle in cui vengono modificati elementi strutturali e statutari quali il capitale).

investment

 

Naturalmente il piccolo azionista avrà ben poca possibilità di incidere sui destini aziendali, che saranno invece determinati dai soci di maggioranza. E’ però innegabile che partecipare, almeno una volta all’anno, all’assemblea della società in cui si è investito e incontrarne i top manager eserciti sempre un certo fascino. Molti hanno criticato questi meccanismi di governo societario come retaggi di un sistema passato e ormai obsoleto, obbligando il management a una maratona molto spesso inutile da un punto di vista pratico.

Tuttavia possono capitare alcune decisioni per le quali la maggioranza non è scontata ed anche pochi voti possono fare la differenza, soprattutto in caso di aumenti di capitale o fusioni. In quel caso esistono vere e proprie agenzie che si occupano di racimolare biglietti di ammissione per indirizzare le decisioni in un senso o nell’altro. Ciò accade nel caso di public company, le società a controllo diffuso in cui non esistono azionisti di maggioranza ma sono i manager che controllano i voti in assemblea.

Inoltre, è sempre positivo obbligare colui che amministra un’azienda a rendere conto del proprio operato, rispondendo anche a domande che possono essere scomode o insidiose. Sempre che questo non degeneri in vere e proprie azioni di disturbo o boicottaggio.

I fondamentali: le azioni

stock-options

 

Riprendiamo a parlare dei fondamentali nella scelta degli strumenti finanziari, dopo aver esaminato nei precedenti articoli le obbligazioni. Come abbiamo visto, le obbligazioni sono strumenti di debito, ovvero rappresentano un prestito che il sottoscrittore, acquistando il titolo, concede all’emittente.

Quest’ultimo è generalmente un’impresa, che ha bisogno di risorse finanziarie per poter gestire o sviluppare la propria attività produttiva. Oltre che a titolo di debito, le risorse possono essere acquisite a titolo di capitale, e in tal caso avremo le azioni, oppure le quote di capitale in caso che la forma sociale sia diversa dalla società per azioni.

Se le finalità dei soggetti sono analoghe, ben diverse sono le caratteristiche tecniche e le prerogative degli strumenti. Mentre con le obbligazioni si acquisisce il diritto a farsi restituire la somma trasferita a una determinata scadenza e ad incassare gli interessi, con le azioni si acquisisce, pro quota, la proprietà dell’azienda. Chi sottoscrive un’azione diventa socio a tutti gli effetti e ha il diritto, in proporzione alla quota di capitale che le sue azioni rappresentano, di ricevere una parte dei profitti generati con l’attività aziendale (i dividendi) e di partecipare al governo aziendale (la cosiddetta “governance” societaria). Non c’è niente di garantito: se la società non ha utili, l’azionista non riceve alcun reddito. Tuttavia, nel caso più frequente di titoli quotati, essendo le azioni scambiate in un mercato regolamentato, esse possono essere vendute in qualsiasi momento, al prezzo che il mercato esprime in quel dato periodo storico.

Se l’azienda va bene e produce reddito e il mercato funziona regolarmente, è ragionevole pensare che le sue azioni aumentino di valore; in caso contrario le vedremo diminuire. La teoria economica afferma che, in un mercato perfettamente efficiente, il valore delle azioni è pari alla somma dei redditi futuri attualizzati (ovvero scontati, per riportarli al momento iniziale) a un certo tasso di interesse. Il concetto è interessante, e conviene spenderci qualche parola.

Scontare una somma, in finanza, significa determinare oggi il valore di quella somma che entrerà in un momento futuro. Se dobbiamo ricevere 1.000 € fra un anno, quanto vale oggi questo credito? Si tratta di calcolarne il “valore attuale”, che sarà dato dal valore a scadenza diviso per un fattore che riflette il tasso di interesse vigente. Se ad esempio il tasso corrente fosse il 5%, quella somma vale oggi 952,38 €: infatti, investendo oggi quella stessa somma al 5% per un anno, avremmo esattamente i 1.000 €. Senza addentrarci troppo negli aspetti tecnici, possiamo affermare con sicurezza che quanto maggiore è il tasso di interesse, tanto minore è il valore attuale: questo è il motivo per cui si dice che quando i tassi aumentano i prezzi delle azioni tendono a diminuire.

computer_information_web_datum_internet-1408661.jpg!d

 

Una società quotata è inoltre obbligata a rendere pubbliche una serie di informazioni dettagliate sulla propria gestione; queste informazioni servono ai cosiddetti “analisti di mercato” per individuare un valore “normale” del titolo, il “target price” (valore “bersaglio”). Se questo è superiore al valore corrente, essi prevedono un apprezzamento del titolo, ovvero una sua crescita; se è inferiore un deprezzamento. Nel primo caso raccomanderanno di comprare (“buy”), nel secondo di vendere (“sell”); ovviamente nel caso in cui il prezzo di mercato rifletta all’incirca il valore attribuito la raccomandazione sarà di tenerlo (“hold”).

Normalmente le valutazioni degli analisti non coincidono: uno degli elementi di valutazione più seguiti è proprio la distribuzione, nei diversi giudizi, delle raccomandazioni “buy” o “sell”. Se ad esempio tutti gli analisti che seguono un determinato titolo lo classificano “buy” significa che è molto probabile che quel titolo sia sottovalutato e quindi cresca.

Naturalmente non tutto è così semplice, perché oltre all’andamento aziendale influiscono sulla quotazione del titolo una serie di fattori difficilmente stimabili o prevedibili, quali la speculazione o eventi straordinari. Se ad esempio ci fosse un tentativo di acquisizione della società da parte di un investitore, quel titolo vedrà impennarsi le proprie quotazioni ed averlo acquistato si potrebbe rivelare un ottimo affare.  Chi infatti vuole comprare una società (come per qualunque altro oggetto) è disposto ad offrire un prezzo maggiore di quello che il mercato esprime, riconoscendo un potenziale valore non ancora espresso. Tale maggior valore, in caso di acquisizione da parte di una società concorrente, potrà derivare anche dalle eventuali sinergie che le due aziende integrate potrebbero sviluppare.

Un’informazione del genere è quindi decisiva e la legge impone che il mercato ne venga informato nello stesso momento: l’inosservanza di tale obbligo porta al reato di “insider trading”, ovvero utilizzo illegittimo di informazioni riservate, severamente punito dalla normativa societaria.

Riepilogando quello che abbiamo visto finora, possiamo dire che un’azione rappresenta un titolo di capitale e che consente due canali di reddito: il dividendo (una quota dell’utile di bilancio distribuita agli azionisti) e il guadagno in conto capitale, quando il suo prezzo di mercato aumenta rispetto al costo di acquisto. Quest’ultimo si verifica quando la gestione, sia attuale che prospettica della società, è redditizia; quando i tassi di interesse diminuiscono e quando c’è un interesse diffuso o specifico degli investitori a comprare quel titolo, come nel caso di un tentativo di acquisizione.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali sono i fattori di rischio dell’investimento azionario e quali le prerogative di “governance”, ovvero di governo societario, che esso comporta.

 

I fondamentali: è una buona idea investire in obbligazioni?

climb-2296308_1280

 

Nei due articoli precedenti abbiamo descritto le caratteristiche essenziali delle obbligazioni e ci siamo soprattutto soffermati sui rischi insiti in questo tipo di strumenti. Ovviamente non abbiamo intenzione di demonizzare questo strumento, che anzi rappresenta una modalità di impiego molto valida del risparmio: è però necessario ribadire la necessità di prudenza e cautela, come in ogni altra decisione di investimento.

Le caratteristiche da valutare in un’obbligazione sono infatti diverse. La prima, e più importante, è la qualità dell’emittente, ovvero l’affidabilità del soggetto al quale consegniamo i nostri risparmi. Perché l’investimento vada a buon fine, è necessario (anche se non sufficiente) che l’emittente si mantenga in grado di pagare gli interessi e rimborsare il capitale. Se ciò non succede, è sicuro che andremo incontro a perdite.

A ben vedere, si tratta di una vera e propria concessione di fido, del tutto analoga a quella di una banca quando eroga un prestito a un’azienda. Solo che la banca dispone, o almeno dovrebbe disporre, di strumenti e professionalità adeguate a valutare la solvibilità dei clienti, mentre il singolo risparmiatore generalmente non possiede questa capacità di giudizio né adeguati strumenti di valutazione.

Per questo esistono le agenzie di rating, analisti specializzati e indipendenti (almeno in teoria) in grado di “misurare” l’affidabilità di un soggetto che si presenta sul mercato a richiedere capitali. Ad ogni emittente è attribuito un grado di giudizio (detto appunto rating) in base al quale viene stimata la sua solidità economica, finanziaria e patrimoniale e la probabilità di rimborsare il capitale e pagare gli interessi. Ne abbiamo parlato diffusamente in un precedente articolo.

Il rating influisce sul tasso di interesse che l’emittente deve offrire per assicurarsi che le sue obbligazioni vengano collocate, ovvero che gli investitori prestino loro il denaro: tanto migliore è il rating, tanto minore il tasso di interesse, perché a fronte di un emittente più rischioso il mercato richiede un tasso più alto, che vada a remunerare il maggior rischio.

Abbiamo così le obbligazioni Investment grade, ovvero con rating superiore a una certa soglia minima considerata di “sicurezza” e le obbligazioni High yield, ovvero ad altro rendimento. Si tratta di emittenti subprime, ovvero non primari, oppure di titoli subordinati o perpetui: titoli che, in qualche misura, presentano rischi o vincoli che li rendono adatti ad investitori qualificati o professionali e che offrono in genere rendimenti più elevati.

Un mercato interessante, specie in un periodo come questo caratterizzato da tassi di interesse molto contenuti e in alcuni casi negativi, è proprio quello dei cosiddetti perpetual. Si tratta di titoli che prevedono scadenze molto lunghe, superiori ai 20 anni, o anche senza scadenza.

 

calculate_calculating_calculation_calculator_cents_coins_compare_comparison-919438.jpg!d

 

Per quale motivo dunque un investitore dovrebbe acquistare un titolo che non verrà mai rimborsato o lo sarà solo dopo decine d’anni? Perché, a ben vedere, chi acquista un’obbligazione vuole raggiungere due obiettivi: avere un rendimento e poter rientrare in possesso del capitale entro il suo orizzonte temporale di investimento. Chi sottoscrive un perpetual incassa regolarmente la cedola (in alcuni casi anche molto superiore ai tassi correnti, essendo l’obbligazione emessa quando i tassi erano molto più alti) e può sempre vendere il titolo sul mercato, anche se si espone pesantemente al “rischio tasso”, ovvero alla probabilità che i tassi aumentino.

Per questo si tratta di titoli ad elevata valenza speculativa, che generalmente vengono negoziati dai grandi investitori che hanno necessità di realizzare rendimenti elevati e la possibilità di compensare il rischio disponendo di portafogli molto grandi. Una piccola parte di perpetual può però trovare adeguata collocazione anche in un portafoglio medio di un risparmiatore retail, a patto che sia consapevole del rischio che incorpora, non ultimo quello della liquidità in quanto normalmente sono titoli non molto trattati sui mercati.

Un’altra caratteristica tecnica fondamentale da valutare è quella del tipo di tasso di interesse: fisso o variabile. Di questo aspetto ci siamo occupati diffusamente in passato.

In sintesi, potremmo dire che se ci attendiamo un aumento dei tassi, come nell’attualità, non dobbiamo investire in titoli a tasso fisso, ma solo a tasso variabile. Viceversa, quando i tassi diminuiscono, chi possiede obbligazioni a tasso fisso vedrà i suoi titoli aumentare di prezzo sul mercato. Infatti tassi di interesse e valore delle obbligazioni hanno una correlazione inversa: quando i tassi aumentano, i prezzi scendono e viceversa.

Ultima caratteristica di cui ci occupiamo è la valuta di emissione.

Se ci sentiamo abbastanza tranquilli, tenere investita una parte del portafoglio – fino al 15-20% – in valuta diversa dall’Euro è una buona idea: consente di diversificare e può portare un utile rendimento aggiuntivo. Poiché infatti ogni valuta ha un suo tasso di interesse, volendo acquistare obbligazioni in dollari USA (ad esempio i Treasury Bonds del governo americano), in sterline inglesi o in franchi svizzeri, riceveremo gli interessi e il rimborso del capitale in tale valuta. Dobbiamo in questo caso fare una duplice valutazione: da un lato sul tasso di interesse, e questa è immediata; dall’altro sulle prospettive del cambio.

Se una valuta ha un tasso di interesse maggiore dell’Euro, ma prevediamo che si deprezzi, meglio starne alla larga. Ad esempio, in questo momento il dollaro USA ha tassi più alti dell’Euro, ma molti ne ipotizzano, nei prossimi mesi, un indebolimento.

Potremmo continuare descrivendo altre particolari tipologie di obbligazioni, come le convertibili o le zero-coupon, ma preferiamo fermarci qui per non rendere il discorso troppo tecnico. Se un risparmiatore medio metabolizzasse le informazioni che abbiamo dato in questi tre articoli, avrebbe già strumenti più che sufficienti per addentrarsi con razionalità e prudenza nel mercato obbligazionario.

 

Nel prossimo articolo inizieremo invece a occuparci di azioni.

 

 

I fondamentali: opportunità e rischi delle obbligazioni

obbligazione

 

Le obbligazioni sono un tipico strumento di investimento del risparmio e costituiscono titoli di debito che determinano cioè, in favore di chi li possiede, il diritto a ricevere una determinata somma di denaro ad una certa scadenza, oltre agli interessi periodici che rappresentano la remunerazione per il sottoscrittore.

Normalmente si ritiene che presentino un rischio minore rispetto ad altre tipologie di investimento, ad esempio le azioni, in quanto è stabilito con certezza entità e momento in cui si potrà tornare in possesso delle somme investite. Inoltre sono generalmente considerate adatte a chi ritiene di non dover rientrare in possesso del proprio denaro prima della scadenza e quindi – nel caso di scadenze molto lontane – si ritiene comunemente siano riservate a chi ha orizzonti temporali lunghi. Infine, molti credono che si tratti di titoli da tenere in portafoglio a lungo termine e non idonei a fare trading, ovvero ad essere movimentati con frequenti acquisti e vendite.

Si tratta di tre false opinioni e vediamo perché.

Per quanto riguarda la prima, quella inerente il rischio, dobbiamo innanzitutto ribadire che non esistono titoli sicuri e che ogni decisione di investimento comporta un certo margine di rischio. E’ vero che nel caso delle obbligazioni le prestazioni sono definite in partenza (al contrario delle azioni), ma in ultima analisi dipendono dalla solidità dell’emittente, ovvero del debitore. Se durante la vita dell’obbligazione quest’ultimo fallisce o va in difficoltà, può non essere in grado di rimborsare il capitale e neanche di pagare gli interessi. E’ successo a emittenti privati (i casi più eclatanti sono stati Parmalat e Cirio in Italia, ma anche Lehman Brothers o le varie emissioni subprime[2] in USA), ma anche a Stati sovrani, come l’Argentina, la Grecia o il Venezuela.

Le altre due “false credenze” non tengono invece in considerazione il fatto che esiste un mercato ampio, consolidato e molto funzionale delle obbligazioni, nel quale vengono giornalmente scambiate quantità enormi di titoli. Se abbiamo un’obbligazione quotata, ovvero negoziata in un mercato ufficiale e regolamentato, non c’è niente di più facile che venderla e il netto ricavo affluirà sul conto corrente nell’arco di due giorni lavorativi.

Naturalmente, essendo un mercato, il prezzo a cui l’obbligazione verrà venduta dipenderà sempre dalle condizioni di domanda e di offerta in quel momento. Se quel particolare titolo è molto richiesto dagli investitori (come è successo nel caso dei BTP quando i tassi sono sensibilmente diminuiti), il suo prezzo aumenterà; al contrario, se ad esempio i tassi aumentano oppure se l’emittente si trova in difficoltà, il prezzo crollerà.

E questo potrà comportare un guadagno o una perdita in conto capitale per l’investitore, a seconda che abbia acquistato il titolo a un prezzo minore o maggiore. Ciò spiega anche perché la terza delle affermazioni sopra riportate non è vera: sulle obbligazioni si può fare trading, ovvero compravendita speculativa, esattamente come su ogni altro strumento finanziario che abbia un mercato.

Vediamo come si forma e come si interpreta il prezzo sul mercato. Il prezzo è sempre riferito a 100 (euro, dollari o ogni altra divisa) di valore nominale, o facciale, del titolo: è quindi espresso in percentuale. Quando il prezzo è 100, si dice che il titolo quota “alla pari”, se è inferiore “sotto la pari” e se è superiore “sopra la pari”.

Anche il rendimento di un titolo va correttamente compreso. Ogni titolo ha una cedola, ovvero un interesse che viene corrisposto periodicamente. La cedola è calcolata sul valore nominale, indipendentemente da quanto è quotato il titolo. Quindi solo se il titolo quota alla pari, il suo rendimento coincide con la cedola.

Il meccanismo sembra complicato, ma in realtà è lineare e un esempio aiuterà a capirne il funzionamento.

Supponiamo che il nostro risparmiatore abbia acquistato all’emissione € 10.000 di un titolo obbligazionario della Società Alfa con scadenza 5 anni e cedola del 5% annuale. Avendolo comprato alla pari, avrà speso proprio € 10.000, e ogni 6 mesi incasserà una cedola di € 250. Se tenesse il titolo fino alla scadenza, e tutto fosse regolare, dopo 5 anni riceverà in restituzione i € 10.000.

Se invece dopo un paio d’anni si trovasse nella necessità di tornare in possesso della somma, ipotizzando che il titolo sia quotato, potrebbe venderlo sul mercato, al prezzo corrente in quel momento. Se nel frattempo i tassi fossero diminuiti, il prezzo del suo titolo sarebbe aumentato: mettiamo che per quella scadenza i tassi medi siano passati dal 5 al 4%; siccome la cedola del titolo Alfa è sempre di € 500 all’anno, il suo prezzo sarà passato da 100 a 125, in modo che per € 10.000 di valore nominale la cedola sia ancora di € 500, ovvero del 4%, pari ai nuovi livelli di mercato.

OBBL_4_rischio.jpg

 

In questo caso il nostro sottoscrittore avrebbe realizzato un guadagno in conto capitale di € 2.500 (al lordo dell’imposta sul capital gain), che si sarebbe sommato all’interesse via via incassato. Il nostro risparmiatore avrebbe in questo caso indovinato “il cavallo vincente”, in quanto avrebbe puntato su un titolo a tasso fisso quando i tassi sono diminuiti.

Se invece nello stesso periodo i tassi fossero aumentati, mettiamo da 5 al 6%, per lo stesso meccanismo sopra descritto il prezzo del titolo sarebbe sceso a 83,3, facendo subire al nostro risparmiatore una perdita in conto capitale di € 1.667.

E’ quindi vero che il titolo può essere facilmente smobilizzato, ma non è possibile sapere a priori a quale prezzo. Chi impiega denaro in obbligazioni è sottoposto al “rischio tasso”, che comporterà una perdita se i tassi aumentano e potrà invece essere un ulteriore elemento di reddito se i tassi diminuiscono.

Ma non è questo l’unico fattore di rischio che incombe sull’obbligazionista: ben più pesante può essere il cosiddetto “rischio emittente”, ovvero quello che – nel nostro esempio – la Società Alfa vada in default o fallisca. In questi casi, appena il mercato avverte i primi scricchiolii, tutti coloro che hanno titoli della Società, sia azioni che obbligazioni, cercano di venderli e il prezzo inevitabilmente scende. In taluni casi si può assistere a veri e propri crolli, con l’impossibilità assoluta di vendere, sia pure a qualunque prezzo, per mancanza di potenziali acquirenti.

Il rischio di restare con il cerino acceso in mano è quello a cui sono andati incontro, ad esempio, coloro che avevano sottoscritto obbligazioni subordinate[3] delle banche che sono andate in crisi, con l’aggravante che spesso si trattava di titoli non quotati.

Infine un ultimo rischio a cui si va incontro, comune a ogni transazione sui mercati finanziari, è quello cosiddetto “di controparte”, connesso alla possibilità che l’intermediario a cui ci si affida per effettuare l’acquisto (la banca o la piattaforma di trading) vada a sua volta in crisi e non riesca ad adempiere alle sue obbligazioni. Ci si potrebbe trovare nella spiacevole situazione di versare il denaro necessario per l’acquisto ma di non ricevere il titolo perché l’intermediario è fallito. Eventualità remota, ma certo non trascurabile, come l’esperienza insegna, e che deve consigliare di scegliere con estrema cura l’intermediario cui affidare la propria operatività.

E’ quindi evidente che i fattori di rischio per chi sottoscrive obbligazioni, contrariamente a quanto si può ritenere superficialmente, non sono certo inferiori a quelli di un azionista.

 

 


[2] Dei titoli subprime ci siamo occupati a più riprese in precedenza (cfr https://marcoparlangeli.com/2017/10/31/nessuno-e-piu-troppo-grande-per-fallire-il-caso-lehman-brothers/). In sintesi, di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

 

[3] Sono subordinate quelle obbligazioni che in caso di fallimento vengono rimborsate dopo tutte le altre tipologie di obbligazioni, qualora residui ancora capitale disponibile, e prima delle azioni.