L’amico del Giaguaro

 

Continuiamo a parlare di consulenti e consulenza, cercando di completare il ragionamento iniziato la scorsa settimana. Avevamo parlato del problema che rappresenta sicuramente uno degli aspetti più critici del rapporto con la clientela, ovvero dei potenziali conflitti di interessi fra consulenti e investitori.

Il tema centrale è quello dell’effettiva indipendenza del consulente, molto difficile da riscontrare anche quando il professionista si definisce egli stesso “indipendente”: è infatti facile intuire che il funzionario di banca che ci segue nel rapporto abbia come primario interesse quello della banca che gli paga lo stipendio, molto più di quello del cliente. Quando i due interessi entrano in contrapposizione, è scontato indovinare chi avrà la peggio. Altrettanto facile quando il consulente è dichiaratamente esponente o monomandatario di una specifica casa di produzione o di una società di gestione.

È esattamente ciò che avviene quando entriamo in un negozio: è ragionevole attendersi dall’altra parte qualcuno che voglia venderci uno dei prodotti che ha in bottega, anche se si rende conto che non ne abbiamo bisogno e che in commercio ne esistono di migliori e/o a minor prezzo..

Finché si tratta di uno smartphone o di una camicia, il danno che un consiglio sbagliato può provocare è tutto sommato contenuto: al massimo compreremmo qualcosa che non ci soddisfa, che abbiamo pagato un po’ di più o di cui non abbiamo bisogno. Ma se investiamo male i nostri risparmi, corriamo il rischio di polverizzare o ridimensionare severamente il nostro patrimonio: provare a citofonare ai danneggiati dai vari prodotti spazzatura, dai Tango bond, a Cirio Parmalat, e su su per un sentiero pressoché interminabile di scandali finanziari!

Ben più insidioso riconoscere, da parte dell’investitore, il conflitto di interessi nel rapporto con un consulente “indipendente” che, almeno teoricamente, dovrebbe invece poterci proporre in modo obiettivo tutta la gamma di strumenti acquistabili. Il fatto è che molto spesso, per non dire sempre, anche lui ha convenienza a favorire la vendita di alcuni prodotti a danno di altri, perché su quelli riceve dal produttore storni di commissioni, bonus o altri incentivi. Con l’entrata in vigore di MiFID 2[1] la trasparenza ha in verità fatto un bel passo avanti, obbligando – almeno teoricamente – gli intermediari a esplicitare l’importo effettivo di commissioni e fees addebitate al cliente, non più in termini incomprensibili di confronto percentuale con indici e algoritmi, ma in quantità di Euro che sono transitati dalle tasche dell’investitore alle loro.

Se la Direttiva fosse compiutamente applicata, ogni cliente – apprendendo che il suo “consulente di fiducia” ha guadagnato dal suo rapporto, ad esempio, 1.500 €[2] quando magari lui ha avuto un rendimento negativo – avrebbe un formidabile strumento in più per capire quanto vale e quanto costa il servizio di consulenza a cui ricorre.

Purtroppo banche e intermediari finanziari ne sanno una più del diavolo e questo tipo di obbligo, grazie anche alle potenti lobbies messe in campo, non è ancora pienamente operativo. Certo è che il sentiment comune nei confronti degli enti creditizi non è mai stato negativo come oggi, nonostante gli enormi sforzi e investimenti in pubblicità dei gruppi maggiori. Tanto che verrebbe da chiedersi: perché non utilizzano le risorse spese in pubblicità nel miglioramento dei processi e dei rapporti con la clientela?

Per questo siamo fermamente convinti che la figura di un advisor veramente indipendente, oltre che competente e qualificato, sarebbe di grande aiuto per guidare il risparmiatore verso scelte ottimali, in relazione ai propri obiettivi.

Quali caratteristiche dovrebbe avere il consulente ideale? Che tipo di supporto dovrebbe fornire? E come dovrebbe farsi pagare?

Innanzitutto – a nostro avviso – non dovrebbe avere alcun rapporto diretto con i flussi di denaro del cliente: dovrebbe limitarsi a indicare quello che il cliente dovrebbe fare, lasciandolo poi libero di decidere se seguire oppure no i suoi consigli e di scegliersi l’intermediario attraverso il quale effettuare le transazioni, in questo caso con l’unico obiettivo di minimizzarne i costi.

Il consulente ideale dovrebbe – come un buon medico di famiglia – conoscere la storia del cliente, la sua situazione reddituale, le attività e passività che compongono il suo bilancio, ma anche la sua propensione al rischio, all’innovazione, il livello di massima perdita sostenibile, ma soprattutto i suoi obiettivi personali, a medio e lungo termine. Dovrebbe – sulla base di questi elementi e della sua lettura del mercato – definire l’asset allocation strategica e monitorarla sistematicamente, fornendo indicazioni sulla sua implementazione, nonché sulla tattica di breve-medio periodo e sulla periodica revisione della strategia, quando necessario.

Sarebbe necessario inoltre che lo stesso fornisca una serie di segnali e indicazioni, lasciando poi al cliente la libertà e l’onere di metterli in pratica oppure no. E dovrebbe, infine, addebitare al cliente solo una percentuale del guadagno ottenuto, almeno in via teorica, soprassedendo se il cliente perde.

Tutto questo è talmente evidente da far sembrare inutile sottolinearlo: ma esiste oggi un consulente che abbia queste caratteristiche? In tutta franchezza, noi non lo abbiamo ancora trovato.

Più che consulenti ideali, finora, abbiamo incontrato “amici del giaguaro”[3].

 


[1] La direttiva MiFID o Markets in financial instruments directive (2004/39/EC) ha disciplinato dal 31 gennaio 2007 al 2 gennaio 2018 i mercati finanziari dell’Unione europea. Dal 3 gennaio 2018 è entrata in vigore in tutta l’Unione la nuova direttiva MiFID II (2014/65/EU) che, insieme alla MiFIR o Markets in financial instruments regulation (regolamento EU n. 600/2014) ha preso il posto delle precedente regolamentazione europea. Spetta ai singoli Stati componenti l’Unione il recepimento delle nuove regole UE, con l’adattamento della disciplina nazionale. (dal sito www.consob.it)

[2] Facciamo un’ipotesi di spesa complessiva (commissioni di ingresso, di continuing, sulle negoziazioni, di consulenza, ecc. ) media dell’1,50% su un patrimonio di 100.000, ma l’onere effettivo è certamente superiore.

[3] La scherzosa locuzione è un’espressione figurata per indicare una persona che dovrebbe essere dalla nostra parte e che, invece, sembra parteggiare per l’avversario o che comunque solleva troppe obiezioni quando la si mette al corrente di un progetto.  L’espressione ha tratto origine dalla battuta conclusiva di una barzelletta che racconta di un tizio che ha deciso di andare a caccia di giaguari e lo annuncia a un suo amico. Quest’ultimo allora comincia a porgli molte obiezioni ricordandogli tutti i problemi cui potrebbe andare incontro; alla fine l’altro sbotta e dice: “Ma tu sei amico mio o del giaguaro?”.

La battuta fu ripresa per dare il titolo a un varietà televisivo dei primi anni ’60 del secolo scorso condotta da Corrado (L’amico del giaguaro) e che a sua volta faceva riferimento all’omonimo film del 1958 interpretato, fra gli altri, da Walter Chiari (tratto da https://www.albanesi.it/frasi-celebri-modi-dire/amico-del-giaguaro.htm ).

Quale Consulenza?

Se il vostro consulente finanziario o il gestore a cui avete affidato i risparmi, chiunque esso sia (banca, promotore, private banker, fondo di investimento, mago Otelma…) vi ha fatto perdere soldi nel 2019, avete un ottimo motivo per licenziarlo.

Come abbiamo scritto a più riprese nel blog, infatti, l’anno da poco trascorso ha portato grandi soddisfazioni non solo a chi ha investito in azioni italiane (il cui indice ha realizzato un fantastico +30%), ma anche in azioni americane – sebbene, in questo caso, penalizzate dal dollaro debole – e, in minor misura, in azioni europee e in obbligazioni, che si sono avvantaggiate dei tassi ancora contenuti più o meno in ogni mercato. E’ vero che, ad esempio, i fondi hedge[1] sono andati male, ma si tratta pur sempre di investimenti alternativi che dovrebbero riguardare non più del 10/15 per cento delle risorse investite.

In generale nel 2019 hanno guadagnato tutti e se chi vi ha consigliato non c’è riuscito, sicuramente non vi ha fatto un buon servizio. Peggio ancora se, nonostante le perdite, vi ha addebitato le sue commissioni, perché quello che veramente non si riesce a digerire è di subire una perdita e dover riconoscere una remunerazione.

La regola è infatti che, oltre a commissioni fisse, si preveda una success fee (commissione di successo), nel caso in cui il gestore abbia performato meglio del benchmark di riferimento. Il benchmarck è un indice sintetico che dovrebbe rappresentare la media dei rendimenti realizzati per una determinata categoria di strumenti finanziari.

Mentre la commissione fissa è sempre dovuta (e già qui ci sarebbe da discutere, quando un gestore o un consulente fa perdere capitale invece di disinvestire e tenere liquidità) e può quindi portare il risultato in negativo, quella variabile si dovrebbe pagare – questa la ratio della previsione contrattuale – solo se il gestore è stato particolarmente bravo.

Se ad esempio abbiamo un fondo azionario Italia e, supponiamo, il nostro fondo ha realizzato un rendimento del 35% quando l’indice di riferimento era il 30%, è giusto che parte di quel 5% gli venga retrocessa, saremo felici noi e il gestore. Per fare il 30%, infatti, basterebbe “replicare” il benchmark, ovvero investire negli stessi titoli e con le stesse proporzioni con le quali è calcolato l’indice, per ottenere almeno il suo rendimento.

E’ questa la logica dei cosiddetti “fondi passivi”, ovvero quelli che si pongono come obiettivo il mero raggiungimento del benchmark: basta impostare il computer in modo tale che segua ogni variazione nella composizione dell’indice, per ottenere lo stesso risultato. Per questo tipo di prodotti le commissioni devono essere particolarmente basse, e il criterio del costo è sicuramente il più importante.

Il valore aggiunto del nostro gestore è quello di saper fare meglio della media di settore, e quello del nostro consulente è di saperci indirizzare verso gli investimenti più adeguati al nostro profilo e ai nostri obiettivi.

Capita, invece, che un determinato benchmark presenti un valore negativo, come successe per quasi tutti i comparti nel 2018. Se ad esempio avessimo investito in un comparto che mediamente ha perso il 10% e il nostro gestore ha perso “solo” il 3%, non possiamo certo dire che siamo stati fortunati, anche se il nostro è stato meno scadente degli altri. Perdere ci sta, ma pagare commissioni di successo a un gestore che ha perso, o a un consulente che ci ha indirizzato verso un comparto poi rivelatosi in perdita, non può essere accettabile.

Ma non è ancora finita: sul prodotto che abbiamo acquistato, quasi sicuramente il nostro consulente ha guadagnato degli incentivi – sotto forma di storni provvigionali o di bonus – da chi lo distribuisce, perfettamente legittimi, intendiamoci. E’ il profilo dei cosiddetti “conflitti di interesse” che la normativa comunitaria ha cercato di disciplinare in modo teoricamente equo. Ma – ahimé – non tutti i gestori sono comunitari e non tutti gli operatori sono proprio scrupolosi.

In tal caso, il povero sottoscrittore, che magari ha fatto un investimento sfortunato, è doppiamente penalizzato: con le perdite e con le commissioni che ha pagato, e almeno due soggetti – diciamo incapaci – che hanno invece guadagnato.

Come difendersi allora? In primo luogo scegliendo consulenti possibilmente bravi ma anche indipendenti, che guadagnino solo (e nella misura in cui) guadagna anche l’investitore. Ciò significa ad esempio evitare coloro che sospettiamo abbiano un interesse a venderci determinati prodotti invece di altri. Tutti i siti di consulenza finanziaria hanno, più o meno evidente, l’egida di una banca o una società che produce o distribuisce strumenti finanziari, magari sotto forma di pubblicità. Molto spesso i consigli che danno sono finalizzati a far acquisire il cliente, o anche solo a trasferire il rapporto, a quelle banche o società. Diffidare quindi dei siti di consulenza ed avisoring che ospitano pubblicità.

In secondo luogo, verificando che in caso di perdita del prodotto (titolo o strumento finanziario che sia) nessuna commissione sia dovuta, né fissa né variabile.

In terzo luogo che la consulenza sia veramente personalizzata, che parta da una valutazione approfondita della situazione economica, finanziaria, patrimoniale dell’investitore, dalla sua propensione al rischio, dagli obiettivi che si propone, dal suo grado di conoscenza in ambito finanziario, e che non sia standardizzata, uguale per tutti, “un tanto al chilo”.

Su questi aspetti torneremo a parlare nei prossimi articoli: intanto, il consiglio è quello di verificare le condizioni stabilite per il servizio di consulenza o di gestione.


[1] Un fondo hedge (detto anche fondo speculativo),  è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale.  Gli hedge funds hanno in genere l’obiettivo di produrre rendimenti costanti nel tempo, con una bassa correlazione rispetto ai mercati di riferimento, tramite investimenti singolarmente ad alto rischio finanziario, ma suddividendo il rischio in una pluralità di operazioni di natura diversa. Per realizzare questo obiettivo usano solitamente uno o più strumenti o strategie di investimento sofisticati come:

In genere sono caratterizzati dal numero ristretto di soci partecipanti e dall’elevato investimento minimo richiesto. In teoria dovrebbero fornire rendimenti più elevati, sebbene presentino un profilo di rischio maggiore rispetto ai fondi tradizionali.

Crediti cattivi e banche cattive

Iniziamo da lontano. Il mestiere della banca è quello di raccogliere denaro dai risparmiatori per prestarlo alle imprese, in modo tale da guadagnare sulla differenza (la cosiddetta forbice) fra i tassi attivi, quelli riscossi dai beneficiari dei prestiti, e i tassi passivi, quelli pagati ai depositanti.

Questa funzione, chiamata “intermediazione creditizia”, è fondamentale in ogni sistema avanzato perché rende più efficiente il circuito finanziario e assicura un migliore utilizzo delle risorse di cui il sistema dispone, rendendo produttivo, in quanto facilitatore degli investimenti, il risparmio delle unità in surplus.

Condizione di sopravvivenza della banca è che sia in grado, in ogni momento, di adempiere ai suoi obblighi, in particolare a quello di rimborsare i depositi quando i clienti lo richiedono, se si tratta di depositi a vista, oppure alla relativa scadenza. L’equilibrio della banca è basato dunque sulla circostanza che analoga capacità di rimborso la abbiano le imprese clienti, per ciascun segmento di scadenza.

Sintetizzando, il credito può essere a breve termine (o a vista, cioè a scadenza indeterminata salvo revoca) e a medio/lungo termine. Tendenzialmente la banca deve quindi utilizzare il risparmio a vista (i conti correnti) per finanziare i cicli produttivi e il risparmio a lungo termine (attraverso le obbligazioni o i certificati di deposito) per finanziare gli investimenti. Già il disallineamento delle scadenze fra attivo e passivo bancario (il cosiddetto mismatch) genera problemi non da poco, che possono portare all’illiquidità della banca, come avvenne in Italia nella crisi degli anni ‘30 del secolo scorso, che portò alla nascita dell’IRI e delle banche pubbliche: per scongiurare tale eventualità la banca deve sempre poter contare su adeguate riserve di mezzi liquidi o di attività prontamente liquidabili.

Oltre ai problemi di liquidità, la banca può incorrere in vere e proprie perdite economiche originate dal default delle imprese clienti, cioè dal loro fallimento o quanto meno dell’incapacità a rimborsare i prestiti. In questo caso l’istituto dovrà svalutare il proprio credito, ovvero cancellarlo dalle proprie attività o ridurlo in proporzione alla possibilità di recupero. Se il fenomeno si manifesta per molti clienti, e quindi genera forti svalutazioni e perdite, l’equilibrio economico e patrimoniale della banca può venirne compromesso con conseguente necessità di rinforzare il capitale, e quindi chiedere risorse ai propri azionisti.

Esistono diverse gradazioni di sofferenza, ovvero di problematicità del credito. La normativa fiscale consente di detrarre le svalutazioni dei crediti solo se c’è una procedura fallimentare, altrimenti la svalutazione è tassata. Quindi la banca è stretta fra l’incudine dell’Autorità di Vigilanza, che richiede sempre le svalutazioni massime, e il martello del vincolo di bilancio, aggravato dall’onere fiscale.

I crediti in sofferenza o non performing – in acronimo dall’inglese NPL (non performing loans)- sono una vera e propria spina nel fianco per le banche. La manovra più semplice, di pulizia del bilancio, è quella di cederli a soggetti specializzati nel recupero crediti, che li pagheranno secondo una certa percentuale del loro valore teorico, ovvero del prestito originario maggiorato degli interessi non pagati. Per i crediti totalmente irrecuperabili, difficilmente la banca – con una cessione pro soluto[1] – potrà ottenere più del 5/10 % del valore; mentre per altre tipologie di crediti (ad esempio mutui ipotecari, prestiti personali, credito al consumo) si potrà arrivare anche al 30%.

Una società specializzata nella gestione e recupero di portafogli non performing, può recuperare quote anche importanti del credito, in alcuni casi può arrivare al recupero integrale o quasi, con solo modesti stralci. La differenza fra quanto riesce a recuperare e il prezzo pagato alla banca costituisce il reddito di queste società. Si tratta di un business di grande interesse, perché molto spesso il credito è assistito da garanzie immobiliari, la cui gestione attiva – attività che la banca difficilmente riesce a fare – può consentire di conseguire utili molto elevati.

Visto che nei grandi portafogli di prestiti in sofferenza ci sono sempre titoli diversi e a diverso grado di possibile recuperabilità, si può ben dire che in molte situazioni bancarie di crisi la parte più interessante per un investitore sia proprio questa, mentre l’attività creditizia tradizionale ben difficilmente potrà essere risollevata, in un mercato come l’attuale.

La tendenza, nei casi di crisi bancarie rilevanti, è oggi quella di concentrare in un’unica società – la cosiddetta bad bank – tutti i crediti dubbi per poi scorporarla dalla banca e alleggerire il bilancio.


[1] Si definisce pro soluto la cessione del credito in cui l’acquirente (cessionario) si sostituisce integralmente al venditore (cedente) e rinuncia a qualunque pretesa futura sul credito verso il debitore (ceduto). L’altra tipologia di cessione è quella pro solvendo, in cui il venditore cedente si libera dall’obbligazione solo quando l’acquirente cessionario abbia ottenuto il pagamento dal debitore ceduto. In tale ultimo caso, dunque, l’acquirente potrà restituire il credito e recuperare quanto pagato qualora si verifichino condizioni negative: la banca otterrà quindi un prezzo più alto ma non potrà eliminare tali poste dal proprio bilancio.

Punt e MES

Coloro che sono soliti seguire con attenzione le vicende politiche, ma che magari non hanno dimestichezza con i temi economici, si sono chiesti nelle scorse settimane cosa fosse il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e perché mai una cosa del genere, sconosciuta fino a poco tempo prima, potesse mettere in discussione gli equilibri attuali e la stessa stabilità del governo. Un po’ come successe nel 2011 quando venne fuori dal cilindro dei media lo spread.

Proviamo allora a spiegare di cosa si tratta e a cercare di capire se siano giustificati i timori dell’incombenza e della congiura dei “poteri forti” per riaffermare la natura germanocentrica dell’Unione Europea o se si tratti piuttosto di un semplice espediente della politica contrarian per mettere in difficoltà la coalizione giallorossa al potere. A nostro modesto avviso, nessuna delle due posizioni è corretta, anche se in ognuna, come sempre, c’è una parte di vero.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta.

Il MES, detto anche Fondo salva-stati è un’organizzazione internazionale nata come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, istituita nel 2011, all’indomani della grande crisi che a partire dal fallimento di Lehman Brothers del 2007 devastò l’economia mondiale. Il MES ha sede in Lussemburgo ed emette prestiti per assicurare sostegno ai paesi in difficoltà – sul modello del FMI, il Fondo Monetario Internazionale – e acquista titoli sul mercato primario (ovvero all’emissione) solo subordinatamente all’attivazione, da parte del paese beneficiario, di un programma di risanamento e riequilibrio.

In estrema sintesi, se uno dei paesi aderenti si trovasse a rischio default, è chiaro che avrebbe estrema difficoltà a collocare sul mercato i propri titoli del debito pubblico, che nessun investitore sarebbe disposto a sottoscrivere se non a tassi molto alti. In questo caso il MES potrebbe finanziare il paese in crisi acquistando direttamente i titoli del suo debito ed emettendo – per reperire risorse – proprie obbligazioni con rating molto elevato. Per fare questo il MES obbligherebbe lo stato in parola a definire e realizzare un programma molto rigido di risanamento, del tipo “sangue, sudore e lacrime”, come è successo nel caso della Grecia.

Si tratta, a ben vedere, di una specie di polizza assicurativa contro il rischio di fallimento di uno stato membro, nella consapevolezza che – in un sistema interconnesso come l’Europa – il crollo di uno stato provocherebbe un effetto domino su tutti gli altri, con conseguenze molto più gravi ed onerose per tutte rispetto al premio pagato (le risorse impegnate nel salvataggio).

Si tratta di un organismo tecnico in vita dal 2012, quindi da circa sette anni, e alla cui costituzione e alimentazione tutti i governi che si sono succeduti da allora hanno attivamente collaborato. Allora perché le violente polemiche di questi giorni?

Perché è in discussione una riforma delle sue modalità di funzionamento, che in sostanza consistono nella possibilità di intervenire per salvare le banche in crisi. L’accusa che viene rivolta alla Germania è quella di avere voluto proprio ora questa riforma perché teme seriamente per la sopravvivenza delle proprie banche, non solo le casse di risparmio regionali ma soprattutto i grandi colossi, in primo luogo Deutsche Bank e Commerzbank. Non solo: è stato previsto che in soccorso delle banche in crisi il MES possa intervenire solo se i conti del paese sono – guarda caso – in ordine. In questo sta la parte di vero di quanto affermato da coloro che criticano la riforma del MES: la Germania esercita veramente un ruolo egemone in Europa (e del resto nel Fondo i tedeschi sono in maggioranza, contribuendo per il 27,15%).

Va tuttavia considerato che il fondo è gestito da un consiglio di amministrazione in cui sono rappresentati tutti gli stati partecipanti in proporzione alle rispettive quote e che le decisioni di intervento devono essere approvate con l’85% dei consensi.  L’Italia, che ha il 17,7% dispone quindi di un potere di veto.

Volendo riportare la questione ai termini reali, al di fuori della propaganda e del populismo, dobbiamo dunque ribadire che è un bene che esista un meccanismo di salvataggio delle banche. Ed è un bene non solo per il paese di quella banca, ma per tutti i paesi del sistema (si veda, al proposito, il nostro articolo).

Certamente la Germania ha un interesse particolare nella riforma in discussione, ma riteniamo che si tratti di un elemento che va incontro anche ai nostri interessi.

Un altro punto della modifica del trattato istitutivo riguarda l’ipotesi di ristrutturazione del debito, ovvero la decisione di un paese di non onorare i propri impegni e procedere a una rimodulazione o parziale cancellazione del debito stesso, con forte pregiudizio di chi lo ha sottoscritto, come nel caso dell’Argentina. In questi casi il MES può intervenire ponendosi negozialmente fra lo stato in crisi e i bot-people, i sottoscrittori dei titoli pubblici divenuti tossici.

Il vero punto critico, con riguardo a quest’ultimo aspetto, è proprio la potenziale ricaduta negativa sugli investitori, che potrebbero preoccuparsi dell’eventuale ristrutturazione come se fosse un’ipotesi reale e non un rischio lontano da fronteggiare.

In conclusione, tutto il meccanismo pare proprio un aspetto molto tecnico, nel quale solo con molta fantasia si può riconoscere uno strumento al servizio dei cosiddetti poteri forti, tipo Bilderberg, e una sorta di saccheggio perpetrato ai danni dei più poveri.

L’anno elettorale

Se, come abbiamo visto la scorsa settimana, il fattore determinante per la formidabile crescita dei mercati di questo 2019 che volge ormai al termine sono state le politiche monetarie espansive delle banche centrali, c’è da chiedersi in primo luogo se queste politiche continueranno oppure se c’è da aspettarsi un inasprimento e una restrizione di liquidità con conseguente aumento dei tassi.

Su questo possiamo avere una quasi certezza: la banca centrale americana, la Fed, non potrà cambiare la propria impostazione almeno fino alle elezioni del nuovo presidente. E’ vero che la Fed è formalmente indipendente e autonoma dalla Casa Bianca, ma è altrettanto vero che Trump farà di tutto, come ha fatto alla fine dello scorso anno, per incidere sulle policy monetarie ed evitare che gli americani vadano a votare in un clima di stagnazione e rallentamento economico. Almeno fino alla metà del 2020, c’è quindi da aspettarsi che la liquidità del sistema rimanga elevata e che i mercati finanziari USA continuino il loro trend se non di crescita, quanto meno di consolidamento agli attuali livelli.

I tassi USA certamente non aumenteranno, e dovrebbero anzi diminuire di 0,50/0,75% entro il primo semestre del prossimo anno. Ciò significa che i prezzi delle obbligazioni dovrebbero, sia pure di poco, aumentare nello stesso periodo e pertanto che anche investimenti in questa tipologia di strumenti non dovrebbero, in generale, risultare penalizzanti.

C’è però da considerare, sempre nell’ottica delle incombenti elezioni presidenziali, che interesse dell’amministrazione uscente per favorire la rielezione, è il mantenimento di un corso del dollaro piuttosto debole: questo per avvantaggiare le esportazioni delle aziende USA – tradizionalmente grandi elettori del partito repubblicano a cui Trump appartiene – e rallentare le importazioni, già frenate dai dazi che il biondo inquilino della Casa Bianca ha già introdotto da tempo. Sotto osservazione è il rapporto di cambio Dollaro/Yuan, ovvero quello con la moneta cinese, che Trump farà di tutto per diminuire.

Neri primi sei mesi dell’anno (almeno) c’è quindi da aspettarsi, per il mercato USA, un consolidamento dell’attuale fase di alti prezzi del mercato sia azionario che obbligazionario; una leggera ma costante riduzione dei tassi di interesse e un rafforzamento delle altre valute (in primo luogo Yuan, ma anche Euro e Sterlina) nei confronti del dollaro.

E cosa accadrà in Italia? Il nostro paese ha visto crescere di quasi il 30% il proprio mercato azionario nel 2019 ed ha raggiunto livelli ben difficilmente sostenibili, dato che il sistema economico sta attraversando una fase di sostanziale stagnazione. Il PIL nazionale, secondo la manovra finanziaria approvata nelle ultime settimane, dovrebbe crescere dello 0,6%, ma si tratta di una previsione considerata troppo ottimistica da parte di molti centri studi. Tuttavia il mercato continua a mantenersi vivace e la liquidità del sistema resta abbondante. Né è ragionevole attendersi una brusca inversione di tendenza dalla nuova leadership della BCE (guidata ora da Christine Lagarde, dopo l’esperienza per noi fondamentale di Mario Draghi), per cui almeno nel primo trimestre del 2020 è molto probabile che il mercato azionario continui a presentare un’intonazione positiva.

Non ci sentiremo invece di scommettere sulla prosecuzione del trend anche in primavera, dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali delle aziende. Se questi dovessero essere deludenti, potremmo trovarci di fronte a quella caduta dei listini che molti paventano da tempo. Se questo succede, probabilmente la banca centrale dovrà allentare ancora i cordoni e guidare l’economia verso una più consistente riduzione dei tassi, cosa che avvantaggerà i corsi delle obbligazioni.

Potrebbe essere quindi una buona idea stare ancora sul mercato azionario cercando di cogliere in chiave tattica qualche buona opportunità di fare utili, ma stare pronti ad uscire almeno parzilmente nel corso del primo trimestre e posizionarsi sul mercato obbligazionario, dove parrebbero preferibili le scadenze medio lunghe e i tassi fissi (tipo BTP a 4/5 anni o titoli analoghi).

In prospettiva di 12/18 mesi una buona soluzione potrebbe essere l’oro, in particolare quei titoli azionari o obbligazionari sensibili al prezzo del metallo giallo, come pure investire una parte del portafoglio in commodities. In questa fase, dato che riteniamo probabile l’indebolimento del dollaro e il rafforzamento dell’oro, il consiglio è di non aumentare l’esposizione in dollari, ma eventualmente – per chi avesse dollari in portafoglio ora – di approfittare dei buoni prezzi sui mercati finanziari per uscirne e ricomprarsi Euro.

Da un punto di vista teorico, potrebbe essere un buon momento per entrare in un fondo flessibile, ma dobbiamo confessare una scarsa fiducia nei prodotti del risparmio gestito e nei fondi, che in genere si sono rivelati molto più redditizi per i gestori che non per i sottoscrittori. Meglio, secondo noi, sbagliare da soli anche se qualche eccellenza sul mercato è probabilmente possibile trovarla.

Con questo, possiamo dire di aver dato qualche buona indicazione per orientare l’investimento dei risparmiatori nell’anno che viene. Speriamo che il nostro Blog continui ad avere la fortuna del passato, e che chi ci segue e mette in pratica i nostri consigli, continui a guadagnare.

Si deve però sottolineare che il processo di investimento è complesso e articolato, e che bisogna partire da una corretta analisi della propria situazione patrimoniale e finanziaria, degli obiettivi che ci poniamo, della propensione al rischio per impostare una strategia corretta, rispetto alla quale gli aggiustamenti contingenti assumono invece un rilievo tattico. Questa può essere l’occasione per rivedere l’impostazione di base e l’asset allocation strategica del nostro portafoglio.

Da parte nostra, l’anno nuovo porterà qualche bella novità nel Blog, che contiamo di arricchire e implementare per renderlo sempre più piacevole e diffuso, dopo tre anni e mezzo di vita. Continuate a seguirci con attenzione e non ve ne pentirete.

Com’era bella la mia valle…

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Volendo ancora parlare di ambiente e di business, cerchiamo di evitare i riferimenti a Greta e alle manipolazioni ad effetto, più o meno interessate. Siccome tutto (o quasi) alla fine ha un connotato economico, è evidente che la rinnovata e diffusa sensibilità ecologica presenta conseguenze importanti anche da questo punto di vista, tanto che si parla molto – spesso troppo – di green economy.

Secondo la bibbia dei tempi di Internet, Wikipedia, si definisce economia verde (in inglese green economy), o più propriamente economia ecologica, un modello teorico di sviluppo economico che prende origine da un’analisi bioeconomica del sistema economico dove oltre ai benefici (aumento del Prodotto Interno Lordo) di un certo regime di produzione si prende in considerazione anche l’impatto ambientale cioè i potenziali danni ambientali prodotti dall’intero ciclo di trasformazione delle materie prime a partire dalla loro estrazione, passando per il loro trasporto e trasformazione in energia e prodotti finiti fino ai possibili danni ambientali che produce la loro definitiva eliminazione o smaltimento[1]

Si è spesso parlato, al proposito, di sviluppo sostenibile, ovvero di crescita economica che possa durare nel tempo, senza pregiudicare l’ambiente in cui viviamo ed esaurire le risorse che il nostro pianeta ci offre, ma che abbia la capacità di mantenere, e anzi migliorare, il nostro habitat, utilizzi fonti di energia rinnovabili e limiti al massimo l’inquinamento, in particolare le emissioni di anidride carbonica nell’aria, la famigerata CO2.

Questo elemento è un gas che si forma nei processi di combustione – derivanti dall’utilizzo di energia negli impianti industriali e nei mezzi di trasporto –  dall’unione del carbonio contenuto nei combustibili con 2 atomi di ossigeno presenti nell’aria. La produzione in grande quantità di anidride carbonica è nociva per l’ozono, cioè lo strato gassoso presente nell’atmosfera che protegge la terra dall’azione dei raggi ultravioletti provenienti dal sole, e contribuisce al surriscaldamento climatico oltre a rendere pessima la qualità dell’aria soprattutto dei grandi centri cittadini.

Una prima risposta, più immediata, a questo problema, è quella della drastica riduzione dell’attività produttiva, il regime che potremmo definire dell’andare a cavallo. Se si produce meno, se ci si sposta a piedi (o, appunto, a cavallo), se non si utilizza energia elettrica, certamente le emissioni si riducono. Alcuni ipotizzano, forse provocatoriamente, che si possa tornare indietro nel sentiero dello sviluppo, e quindi eliminare i mezzi inquinanti: riscaldamento, mezzi di trasporto, sistemi di produzione. E’ possibile rinunciare a tutto questo? Sicuramente no, anche se alcuni teorici della “decrescita” sicuramente dicono cose sensate. [2]

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Come ha affermato Serge Latouche[3], uno dei principali fautori di questa corrente di pensiero, la decrescita è innanzitutto uno slogan per indicare la necessità e l’urgenza di un “cambio di paradigma“, di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita basato sulla produzione esorbitante di merci e sul loro rapido consumo.

Secondo tale impostazione, si tratterebbe quindi di mettere in discussione le principali istituzioni socio-economiche, al fine di renderle compatibili con la sostenibilità ecologica, un rapporto armonico uomo-natura, la giustizia sociale e l’autogoverno dei territori, invertendo un tendenza che tenderebbe all’autodistruzione.

Ripensare a molte nostre abitudini, rivedere il modello di vita consumistico e i sistemi di produzione “energivori” è sicuramente un indirizzo utile e salutare. Ma rinunciare alle comodità, al benessere, al progresso scientifico, agli spostamenti non è pensabile.

L’altra strada è allora quella della green economy, modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dallo sviluppo e quindi dalla crescita del PIL, sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime. Questo modello offre sicuramente anche molte opportunità di business reale, e occasione di creare prospettive di lavoro interessanti nel cosiddetto settore dei green jobs.

La green economy ha infatti grande bisogno di personale esperto che pianifichi la strategia aziendale in tema di impatto ambientale. Pensiamo ad esempio alle competenze in:

  • risk management, utile alle valutazione dei potenziali rischi sulla sicurezza del territorio derivanti dall’operato dell’azienda;
  • installazione di materiali ecosostenibili, come sistemi di riscaldamento e molti altri strumenti al servizio di case e uffici;
  • installazione e manutenzione di impianti a basse emissioni di carbonio, con competenze in materia di energia intelligente.

Tra i profili dedicati allo studio e alla progettazione, le competenze maggiormente richieste in questo ambito sono:

  • ingegneria degli impianti (idrici, di riscaldamento, di ventilazione ecc.);
  • ricerca e sviluppo;
  • meccatronica (il mix di competenze informatiche, meccaniche ed elettroniche, fondamentali per progettare motori e impianti sostenibili).

Probabilmente quindi esiste una giusta via di mezzo tra il puro e semplice rimpianto di una società bucolica ormai impensabile e uno sviluppo senza freni che distrugge l’ambiente e ne esaurisce le risorse.

 

 


[1] Da https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_verde

[2] Il concetto di decrescita è alla base di una corrente di pensiero politico, economico e sociale favorevole alla riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura ovvero sviluppo sostenibile in termini di indici di sviluppo di fronte anche al rapporto sui limiti dello sviluppo, nonché di equità fra gli esseri umani stessi.

 

[3] Serge Latouche, Le pari de la décroissance, Paris, Fayard, 2006.

Sparsa le trecce morbide…

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Il dolore di Ermengarda nell’Adelchi manzoniano – rinnovato a ogni generazione di studenti di latino alle prese con l’accusativo alla greca – per aver appreso che il marito che l’aveva abbandonata si era nuovamente sposato, richiama il dolore della treccia più famosa di oggi, quella di Greta Thunberg, per il degrado del pianeta.

Dobbiamo confessare che le sempre più frequenti apparizioni sui media di Greta Thunberg e le lezioncine che dispensa – con il consenso e anzi l’appoggio delle classi dominanti – tanto da farle fare un intervento alle Nazioni Unite davanti ai grandi della Terra – ci provocano una certa reazione di fastidio, se non di vero e proprio disappunto, ben diversa dal clima di generale e incondizionata ammirazione di cui gode la furba svedesina.

E questo non tanto per le cose che dice, in gran parte giuste e condivisibili (come si fa a non essere d’accordo sulla necessità di un maggiore rispetto per l’ambiente e di un corretto uso delle risorse?), quanto per la sovraesposizione e anche l’utilizzo improprio da parte dei genitori di una minore che forse dovrebbe meglio impiegare il proprio tempo sui banchi di scuola piuttosto che sul set.

La Svezia è stata d’altra parte una delle prime nazioni a porre con forza il problema della conservazione dell’ambiente, fin dagli anni ’70, e a organizzare la propria vita sociale e politica in modo corretto e responsabile, anche se ora il mito della socialdemocrazia scandinava è decisamente appannato.

A parte Greta, il vero problema, oltre a quelli seri dell’ambiente, è l’ondata di estremismo ecologista che da qualche tempo imperversa, che rischia di trasformarsi in una sorta di nuova religione, con forti connotati di intransigenza e fideismo.

 

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Dopo i pressanti allarmi sul “buco dell’ozono”, il cui pericolo sembra ora rientrato, e il sostanziale fallimento dei negoziati sul clima fra le grandi potenze mondiali, l’ambientalismo ha ripreso nuovo vigore, di pari passo con l’accresciuta consapevolezza che lo sviluppo economico non può esaurire o pregiudicare le risorse naturali. Il ritmo di crescita economica a doppia cifra degli ultimi 20/30 anni di regioni del mondo sovrappopolate, in modo particolare India e Cina, ma in generale di tutta la regione asiatica, fa sorgere il giustificato dubbio che le fonti energetiche tradizionali (petrolio, gas naturale, carbone) possano esaurirsi nel giro di qualche decennio.

Da qui il giusto obiettivo da un lato di ridurre il consumo di queste risorse, limitando così anche il relativo inquinamento ambientale, dall’altro di ricercare nuove fonti rinnovabili o rigenerabili.

I più attempati fra i lettori del blog ricorderanno certamente le condizioni di vita degli anni ’70 alla fine del “miracolo economico” che sancì l’ingresso del nostro Paese fra i grandi della Terra. Le città erano (almeno apparentemente) molto più inquinate di oggi, con le emissioni di scarico e i fumi delle ciminiere fino ai margini dei centri storici, con i locali pubblici pieni di fumo come camere a gas e pochissima o nulla attenzione da parte delle aziende agli effetti tossici di molte lavorazioni sull’ambiente, con i centri cittadini – oggi in gran parte chiusi al traffico – invasi dalle auto e mezzi di trasporto.

Intere città venivano edificate in spregio alle sensibilità ambientali e prendevano forma i numerosi ‘mostri ecologici’ che oggi è spesso complicato demolire. L’agricoltura biologica era ancora di là da venire e l’uso di diserbanti chimici era indiscriminato e incontrollato. Anche oggi esistono ahimé situazioni del genere, ma sono chiaramente illegali e c’è comunque una sensibilità diffusa e un sentire comune che fanno condannare utilizzi di risorse non rispettosi dell’ambiente. Sottrarsi alla legislazione di tutela è purtroppo sempre possibile e continuamente vengono scoperte situazioni di enormi truffe specie sul versante dello smaltimento dei rifiuti, in particolare di quelli più inquinanti. Si tratta però sempre di reati, rispetto a un sistema di leggi che, seppur sempre migliorabile, oggi pare sufficientemente completo, anche purtroppo a causa dei numerosi disastri che si sono verificati negli anni.

Un tempo macchine e dispositivi consumavano energia molto più di oggi e la stessa produttività degli impianti di estrazione era molto inferiore a quella attuale. Le città erano meno verdi di oggi, intasate da traffico e inquinate dagli scarichi. Nuovi cantieri venivano aperti continuamente nelle periferie, dando vita a palazzoni uso conigliere e insediamenti con minima disciplina edilizia. Lo scarico in mare e nei fiumi di rifiuti era pratica diffusa e spesso tollerata. Probabilmente era la stessa situazione che si verifica oggi in Cina e in India, dove sull’altare dello sviluppo venivano sacrificate risorse naturali e salvaguardia dell’ambiente.

Tanto che la risposta dei cinesi a chi imputa loro il naufragio dei negoziati sull’ambiente è quella di chi è chiamato ad osservare limitazioni proprio da coloro che tale situazione hanno in precedenza causato, come le potenze industriali occidentali. Prima vi siete sviluppati voi e avete devastato l’ambiente – dicono i sudditi del celeste impero a noi occidentali – e ora che lo facciamo noi, vorreste che ci fermassimo. Certo è che l’impatto sul pianeta di una popolazione di qualche miliardo di esseri umani è molto maggiore di quello dell’Europa e degli Stati Uniti qualche decina di anni fa.

Le emergenze ambientali però non si esauriscono nei problemi dell’inquinamento e della disponibilità di risorse dei paesi sviluppati o in via di sviluppo, ma anche nella deforestazione e nel processo di desertificazione del pianeta. Tutte cose giuste e meritevoli di attenzione e comportamenti corretti, pena il rischio di veri e propri disastri ambientali nelle prossime generazioni. Giusto preoccuparsene e soprattutto insegnare nelle scuole i principi dell’ecologia e del rispetto della natura.

Tuttavia l’esasperazione dei toni, come pure l’enfasi e la riprovazione generale verso chi non è allineato paiono francamente esagerati. In alcuni casi si fa dell’ecologia una vera e propria piattaforma politica, come se la tutela dell’ambiente non dovesse essere comune a tutti gli schieramenti e l’azione politica non dovesse svilupparsi invece anche su altri temi di interesse più specifico.

Altrimenti si rischiano situazioni ridicole, come quella che, nell’incapacità di assicurare un efficiente smaltimento dei rifiuti urbani, parcellizza gli obblighi di raccolta differenziata presso gli utenti senza integrare il processo con inceneritori all’avanguardia e riciclo dei materiali. Così non si fa altro che trasferire sugli utenti una parte dei costi e lavoro senza peraltro migliorare né la qualità del servizio né gli effetti negativi sull’ambiente.

 

Un altro falso mito, insomma.

I falsi miti: numero dei parlamentari

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Una vecchia ma illuminante storiella raccontava di un tale che, incontrando un amico, gli descriveva la sua paura per aver visto una macchina che procedeva contro senso nella sua corsia di autostrada. Al che l’altro, ribatteva : “Uno solo? Pensa che io stamani vedevo TUTTE le auto che andavano in senso contrario…”.

Talvolta questo è proprio quello che succede leggendo i giornali o guardando la TV: si sentono giudizi e opinioni che vengono quasi dati per scontati, implicitamente assumendo che tutti siano o debbano essere d’accordo. In realtà, se ci si ferma a riflettere, ci accorgiamo che in gran parte si tratta di falsi miti, o comunque di argomenti sui quali è ben possibile pensarla diversamente dall’opinione corrente. Capita allora di sentirsi proprio come quello della storiella che si trovava a procedere in direzione opposta a quella di tutti gli altri.

E’ il caso di due argomenti sui quali si sono recentemente spesi fiumi di parole e di inchiostro: la riduzione del numero dei parlamentari e l’ambientalismo esasperato. Proviamo a rimettere le idee in fila, naturalmente senza la pretesa di verità assoluta.

Il nuovo governo, che ha l’indiscutibile merito di aver almeno rinviato l’emarginazione del nostro paese dall’Unione Europea e la deriva sovranista, è nato con la condizione – imposta dal partito di maggioranza relativa – di ridurre il numero dei parlamentari, considerati troppi e inutilmente costosi. Così è stata votata in settimana, praticamente all’unanimità,  la legge che riduce il numero dei deputati da 630 a 315 e quello dei senatori da 400 a 200, per un totale di 345 seggi tagliati, ovvero il 36,5%. Il risparmio è stato stimato in circa 500 milioni di Euro per ogni legislatura, pari a 100 milioni all’anno.

Bene. Tutti contenti? Forse sì, ma a nostro parere non è una bella notizia. In primo luogo perché il problema della politica non è tanto quello del costo eccessivo in assoluto (su questo torniamo fra un attimo), ma della qualità del personale e del lavoro svolto.

Obiettivo di un paese serio non dovrebbe essere quello di avere una classe politica che costa poco in assoluto, ma che lavora bene, in modo illuminato ed efficiente, interpretando al meglio la volontà degli elettori e guidando il paese verso uno sviluppo sistematico e sostenibile, assicurando nel contempo equità e rispetto dei diritti. Il tutto con il vincolo che il costo sia coerente con le risorse complessive. Meglio pagare di più per un Parlamento che funziona piuttosto che risparmiare con eletti che disertano le sedute e il lavoro in commissione, che tutelano i propri interessi anziché quelli collettivi, che magari sono vulnerabili a episodi di corruzione o sono condizionati da pesanti conflitti di interesse. Un buon Parlamento può far risparmiare al paese molti più soldi di quelli che costa, attraverso un utilizzo efficiente della spesa pubblica, l’organizzazione di servizi di qualità, la realizzazione di un ambiente economico che tutela e favorisce il lavoro, l’iniziativa privata e la limitazione degli sprechi.

Recuperare 100 milioni di Euro all’anno – per un bilancio come il nostro che ha un disavanzo di 30 miliardi e un debito pubblico di quasi 2.500 miliardi – con una politica economica e fiscale intelligente non è un impresa difficile.

Un po’ come le polemiche di matrice pauperistica sui superstipendi dei manager privati: ci si indigna per i compensi pagati ai dirigenti, ma si dimentica che in un modello capitalista è perfettamente legittimo e razionale che gli azionisti decidano di pagare X milioni di euro all’anno a un capoazienda se sono convinti che con la sua opera la società potrà guadagnare 3 o 4 volte tanto. Diverso, ovviamente, il discorso per i manager pubblici, sui quali l’imposizione di tetti alla remunerazione è invece corretta, specie quando risulta difficile valutare la loro performance.

Così come una politica di solo contenimento dei costi non è mai una buona politica aziendale, se non è accompagnata, e anzi preceduta, da uno sviluppo dei ricavi e del giro di affari. Un commerciante che volesse solo risparmiare sugli acquisti, basterebbe che non acquistasse merce; ma cosa venderebbe poi ai suoi clienti? La logica dello sviluppo è l’esatto contrario, per cui anche un aumento dei costi è ampiamente giustificabile se ciò comporta un più che proporzionale incremento dei ricavi, in modo tale che il profitto comunque cresca.

C’è poi un altro aspetto non trascurabile. Se si parte dall’idea che l’attuale distribuzione dei seggi parlamentari rispetto al territorio sia corretta, un “taglio lineare” del loro numero rende necessaria un’operazione di riequilibrio distributivo, in modo da ottenere una nuova situazione soddisfacente. Se si riteneva una circoscrizione territoriale ben rappresentativa in precedenza, con il nuovo numero vanno sicuramente apportati dei correttivi per realizzare una distribuzione altrettanto rappresentativa. Se un senatore veniva eletto, ad esempio,  in un collegio di 500.000 abitanti, e oggi quel collegio – per effetto della riduzione del numero dei seggi – copre un milione di abitanti, certamente il rapporto degli eletti con la popolazione, specie quella dei piccoli centri isolati, diventa meno stretto e in qualche modo si affievolisce il legame con la politica.

Lo stesso per quanto riguarda il meccanismo elettorale, proporzionale o maggioritario. Se non si pone mano a una complessiva riforma del sistema rappresentativo, che assicuri un rapporto stretto fra eletti e elettori e, allo stesso tempo, un’efficace azione di governo, non si fa un buon servizio al paese. Ma se l’obiettivo è il puro e semplice taglio dei costi, ben difficile che si ottenga anche un miglioramento qualitativo, o quanto meno un mantenimento dello status quo.

Tutto sommato – almeno dal punto di vista del metodo – era sicuramente meglio affrontare il tema attraverso una complessiva proposta di riforma, come aveva fatto il Governo Renzi con il referendum che poi venne respinto dall’elettorato, decretando così la fine di quell’esecutivo. Si può condividere o meno quella proposta, ma allora era evidente che lo scopo non era tanto o solo quello di risparmiare, quanto quello di realizzare un diverso sistema di rappresentanza.

A ben guardare, sembra che il vero obiettivo della sbandierata riduzione del numero dei parlamentari sia quello di assecondare “la pancia” dell’elettorato, sempre diffidente e sospettosa nei confronti della politica.

 

Nel prossimo articolo parleremo di un altro grande falso mito, quello del neo-ecologismo e dell’ambientalismo estremista, affascinato dalle treccine di Greta Thunberg e dai conati anti progresso.

 

 

 

Riusciremo mai a ripagare il debito?

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Il debito pubblico del nostro paese, come abbiamo visto nei precedenti articoli, è di circa 2.386,2 miliari di Euro, equivalente a 93.000 € a famiglia: rappresenta circa il 135% del Prodotto Interno Lordo, ovvero del totale dei redditi prodotti in un anno nel paese.

Ciò significa che occorrerebbe il prodotto di un anno e tre mesi per ripagare il debito: come se una famiglia che incassa 50.000 € di stipendi in un anno, avesse un debito di 70.000 €, o un’azienda che fattura un milione all’anno avesse debiti per 1,34 milioni. Sono livelli che nessuno potrebbe sostenere, forse neanche nel breve o brevissimo periodo, ma certamente non nel medio. Allora perché lo Stato italiano va avanti da tempo in questa situazione? E soprattutto: riuscirà mai a liberarsi da questo enorme macigno?

Dei motivi storici della formazione del debito abbiamo parlato ripetutamente: attraverso i disavanzi di bilancio, che si sono susseguiti e stratificati nel tempo senza una strategia efficace di rimborso. I tioli del debito pubblico, nei quali è incorporata la maggior parte della posizione debitoria hanno generalmente una scadenza ben precisa, che va da 1 mese (BOT) a 10, 15 e più anni; esistono poi anche titoli cosiddetti perpetual, per i quali non è previsto il rimborso.

Naturalmente il Governo cerca di scaglionare in modo efficiente le scadenze in modo che i rimborsi possano essere ben gestiti, ma ogni mese vanno emessi nuovi titoli col cui ricavato in parte si estinguono quelli scaduti e in parte si fronteggiano i fabbisogni di cassa correnti.

Oltre a questo, c’è il peso degli interessi che – a un costo medio del 4% – incidono sui conti per circa 100 miliardi di Euro all’anno. Ogni punto di diminuzione dello spread vale circa 24 miliardi di interessi passivi risparmiati da parte dello Stato, ovvero l’importo del gigantesco aumento dell’IVA che si paventa quest’anno.

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Ma il vero problema è quello del rimborso. E’ evidente che il primo passo è quello di ridurre l’entità del debito, e invece abbiamo visto che continua a crescere. Per ridurlo occorre impostare (e poi realizzare) un piano di rientro, che si ponga un obiettivo realizzabile e individui le modalità per conseguirlo.

 

Il debito possiamo estinguerlo sostanzialmente in tre modi:

  • Vendendo le attività, ovvero il patrimonio di cui si dispone (come facevano i vecchi proprietari fondiari che per pagare le tasse o reperire risorse finanziarie cedevano poco a poco le proprietà fino ad azzerarle);
  • Attraverso gli avanzi finanziari che vengono destinati al rimborso;
  • In modo violento attraverso la svalutazione o la cancellazione del debito, oppure con elevata e persistente inflazione che riduce il valore reale delle attività e passività, realizzando una redistribuzione della ricchezza a danno dei creditori e a vantaggio dei debitori.

 

L’ultimo caso si verifica solo in casi straordinari e passa attraverso il fallimento dello Stato (come è capitato in Argentina alcuni anni orsono) oppure in seguito ad eventi storicamente devastanti, come in Germania durante la Repubblica di Weimar.

Il bilancio dello Stato italiano è strutturalmente in disavanzo, per cui anche la seconda opzione è in pratica impercorribile: per cui resta solo la prima.

Per uno Stato vendere le proprie attività significa in pratica privatizzare le imprese pubbliche e/o alienare gli immobili: sono entrambe modalità più volte tentate in passato, sempre con scarso successo.

La stagione delle privatizzazioni è stata quella degli anni ’90, quando vennero poste sul mercato le migliori e più redditizie imprese pubbliche: banche, aziende di comunicazione, società di gestione della rete elettrica, del gas e dell’acqua. Il processo, a posteriori, si è rivelato una vera cuccagna per chi ne ha saputo approfittare, riuscendo ad acquisire asset importanti e profittevoli quali Telecom, Autostrade, Borsa Italiana, Credito Italiano, BNL, le Casse di Risparmio e tanti altri.

Il processo di privatizzazione è in realtà molto complesso: si deve assicurare la trasparenza delle procedure e si deve ottenere il massimo valore possibile, cosa difficile quando il mercato è imperfetto e viziato da opacità. A maggior ragione quando si tratta di attività in qualche modo strategiche come l’elettricità o le comunicazioni, nelle quali lo Stato ha voluto mantenere quanto meno un potere di veto sulla gestione aziendale.

Nel caso dell’Enel, ad esempio, è stata mantenuta una quota (la cosiddetta golden share) che attribuisce poteri particolari al socio pubblico, ma che – rendendo non contendibile l’azienda – ne diminuisce il valore di mercato. Nel caso di Telecom, invece, è stata promossa e agevolata la costituzione di un gruppo di azionisti graditi (il cosiddetto “nocciolino duro”) che ne rilevassero il controllo di fatto: anche in questo caso il valore ottenibile con la vendita è inferiore a quello teorico.

Stessi problemi si sono presentati per la vendita di immobili. Spesso sono stati fatti tentativi di alienare immobili pubblici quali caserme, ospedali e edifici dismessi, aree e grandi contenitori urbani: tuttavia avendo sempre vincoli di destinazione molto stringenti, non è facile trovare acquirenti che possano mettere a reddito questi asset, motivo per cui le procedure sono andate spesso deserte.

Risulta quindi evidente che è molto difficile, se non impossibile, ridurre il debito pubblico, a meno di eventi straordinari non augurabili. Il massimo che si potrebbe ottenere è, in primo luogo, di avere almeno il pareggio del bilancio corrente, quindi evitare nuovi disavanzi correnti impedendo almeno una ulteriore crescita. Potrebbe poi essere impostato un piano di dismissioni di durata di almeno 4/5 anni che riuscisse a riportare il rapporto debito/PIL almeno al 100%, pur nella consapevolezza, per quanto abbiamo detto sopra, che si tratta di un processo lungo e difficile.

 

 

Il super debito dello Stato italiano

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Fra i parametri di finanza pubblica previsti dal Trattato di Maastricht del 1992, era compreso quello dell’indebitamento degli Stati membri, secondo il quale non deve essere superato il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL. Tale rapporto può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato.

Fra tutti i parametri, il rapporto debito/PIL è sicuramente il più disatteso, non solo dall’Italia ma anche da altri Stati (fra i più disallineati Francia, Olanda e Belgio), e proprio per questo è prevista una deroga così ampia da renderlo aggirabile con estrema facilità. Usando termini qualitativi e impalpabili quali “misura significativa” e “ritmo adeguato”, è evidente che viene lasciata alle autorità dell’Unione Europea la libertà di approvare anche situazioni decisamente fuori dai limiti. Del resto, rispetto a 27 anni fa quando venne sottoscritto il Trattato e i parametri entrarono in vigore, i mercati finanziari – grazie anche alle esperienze delle diverse crisi che si sono susseguite nel tempo – hanno progredito molto e i meccanismi di assorbimento sono sensibilmente migliorati, rendendo gestibili anche livelli di indebitamento più alti del passato.

Inoltre, e soprattutto, si sono intensificati i vincoli economici e istituzionali fra gli Stati a livello europeo e con l’introduzione dell’Euro è stato eliminato il fattore di rischio rappresentato dal cambio all’interno dell’UE.

In ogni caso, livelli di debito pari o superiori al prodotto lordo di un anno sono oggettivamente molto elevati e richiedono forte attenzione: la situazione diventa infatti critica quando, oltre all’alto indebitamento, sussiste anche un deficit significativo, sempre in rapporto al PIL, esattamente come nel caso dell’Italia. In tale ipotesi, finanziare il disavanzo significa far aumentare ancora il debito e questo – in presenza di un mercato stagnante – può creare difficoltà di collocamento dei titoli.

In Italia il debito complessivo della pubblica amministrazione era pari al 132,2% del PIL nel 2018, ed è stimato al 134,1% per l’anno in corso e al 135,5% per l’anno prossimo. Come si vede, quindi, non solo siamo ben oltre il 60%, ma neanche in riduzione e meno che mai in avvicinamento al 60%. In valore assoluto, il debito pubblico italiano a fine giugno ha raggiunto il livello record di 2.386,2 miliari di Euro, corrispondente a 93.000 € a famiglia. Un importo enorme, una cifra difficile da concepire e comprendere anche dal solo punto di vista numerico. Praticamente impossibile da rimborsare, almeno per qualche generazione, se non attraverso misure violente, quali la cancellazione e la svalutazione, che renderebbero però impossibile acquisire nuove risorse per pagare le spese, anche quelle correnti.

E’ la situazione che si è verificata qualche anno fa in Argentina e ha portato al fallimento dello stato attraverso la dichiarazione di insolvenza e che è stata sfiorata anche dalla Grecia, la quale ha però potuto evitare il crac grazie all’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, i quali hanno però preteso manovre economiche “lacrime e sangue”.

 

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Questo debito è rappresentato ed incorporato, per la maggior parte, nei titoli pubblici quali Buoni Poliennali del Tesoro e Certificati di Credito del Tesoro (o altre tipologie di analoghi strumenti), oltre ai Buoni Ordinari del Tesoro che hanno scadenze entro i 12 mesi e che dovrebbero fronteggiare solo temporanei squilibri di tesoreria.

Oltre a ciò, il debito comprende anche le posizioni debitorie a vario titolo degli enti pubblici e degli enti locali, concesse da istituzioni creditizie nazionali o comunitarie.

I titoli pubblici sono posseduti per la maggior parte da privati residenti, che vi investono una quota del loro risparmio, e da banche italiane, per le quali rappresentano una forma di impiego alternativa ai prestiti alle imprese. Si può senz’altro dire che il debito dello Stato è controllato da privati o enti nazionali e questo è un elemento di relativa tranquillità per la sua gestione.

Le banche, a loro volta, possono utilizzare BTP e CCT come garanzia per ottenere prestiti dalla Banca Centrale Europea, la quale – a sua volta – può sottoscrivere direttamente, in generale sul mercato aperto e quasi mai all’emissione, questi titoli e mantenerli nel proprio portafoglio. Quando ciò succede, la BCE immette liquidità nel sistema e quindi aumenta la quantità di moneta in circolazione, favorendo la diminuzione dei tassi di interesse e, per questa via, dando impulso alla crescita dell’economia.

Fino a poco tempo fa – e, seppure in misura ridotta esiste ancora – era in corso un preciso programma della BCE di acquistare ogni mese quantitativi crescenti di titoli pubblici, proprio al fine di aumentare la liquidità e favorire la crescita. Questo programma era denominato quantitative easing, ovvero “facilitazione quantitativa” e ha caratterizzato negli ultimi anni in senso espansivo la politica monetaria nell’Eurozona, in analogia a quanto ha fatto la Federal Reserve negli Stati Uniti.

Naturalmente, quando le banche centrali vendono titoli di Stati detenuti in portafoglio o non rinnovano titoli giunti a scadenza e rimborsati, si verifica l’effetto opposto, ovvero la diminuzione della quantità di moneta e la restrizione monetaria, con tendenziale aumento dei tassi di interesse.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali possono essere le modalità per rimborsare parzialmente, o almeno ridurre l’entità, dell’ingente debito pubblico del nostro Paese.